l'Investitore Accorto

Per capire i mercati finanziari e imparare a investire dai grandi maestri

Omaggio a Popper II

Vorrei proseguire questo omaggio a Karl Popper presentando una raccolta di suoi pensieri, che sono andato annotando nel corso degli anni. E’ una sollecitazione a tornare più spesso a leggere le opere di uno dei grandi maestri della cultura europea. Questo primo gruppo tocca i temi della razionalità, del dovere della critica, dell’individualismo e del passaggio alla società aperta.

“Come uno degli ultimi seguaci rimasti del Razionalismo e dell’Illuminismo, io credo all’autoemancipazione dell’uomo per mezzo della conoscenza.” (Tutta la vita è risolvere problemi)

“Un razionalista è semplicemente una persona a cui importa più di imparare che di avere ragione; che è pronto a imparare da altri, non semplicemente accettando l’opinione degli altri, ma piuttosto lasciando volentieri criticare le proprie idee da altri e criticando volentieri le idee altrui.” (Tutta la vita è risolvere problemi)

“Sono un razionalista e credo alla verità e alla ragione. E non significa che io credo all’onnipotenza della ragione umana. Un razionalista non è affatto, come asseriscono molti dei nostri oppositori antirazionalisti, un individuo che vorrebbe fare degli altri puri esseri razionali. Questo sarebbe sì estremamente irragionevole. Ogni uomo ragionevole, e perciò, spero, anche un razionalista, sa molto bene che la ragione può rivestire solo un ruolo ben modesto nella vita umana. E’ il ruolo della riflessione critica, della discussione critica. Ciò che intendo parlando di ragione e di razionalismo, non è altro che la convinzione che si possa imparare dalla critica – dalla discussione critica con gli altri e dall’autocritica.” (Alla ricerca di un mondo migliore)

“Un razionalista, nel senso in cui io uso il termine, è una persona che cerca di giungere alle risoluzioni mediante la discussione e, magari, in determinati casi, ricorrendo al compromesso, piuttosto che mediante la violenza. Egli, cioè, preferirebbe fallire nel convincere l’altro attraverso la discussione, piuttosto che riuscirvi ricorrendo alla forza, all’intimidazione, alle minacce, o anche alla propaganda persuasiva.” (Congetture e confutazioni)

“Il vero razionalista sarà sempre consapevole di quanto poco sa, e del semplice fatto che, qualsiasi facoltà critica o ragione possegga, egli ne è debitore ai rapporti intellettuali con gli altri. Sarà dunque portato a giudicare gli uomini fondamentalmente uguali, e a vedere nella ragione umana un legame che li unisce. La ragione per lui è esattamente il contrario di uno strumento di potere e di violenza: egli vede in essa un mezzo con cui sottomettere il potere e la violenza. (Congetture e confutazioni)

“Fa parte della grande tradizione del razionalismo occidentale combattere le nostre battaglie con le parole invece che con le spade. E’ questa la ragione per cui la civiltà occidentale è una società essenzialmente pluralistica, mentre fini sociali monolitici significherebbero la morte della libertà: della libertà di pensiero, della libera ricerca della verità e, con essa, della razionalità e della dignità dell’uomo.” (La società aperta e i suoi nemici)

“L’individualismo, unito con l’altruismo, è diventato la base della nostra civiltà occidentale. Esso è la dottrina centrale del Cristianesimo (‘ama il prossimo tuo’, dice la Scrittura, non ‘ama la tua tribù’) ed è il nucleo vivo di tutte le dottrine etiche che sono scaturite dalla nostra civiltà e l’hanno alimentata. Esso è anche, per esempio, la dottrina etica centrale di Kant (‘devi sempre riconoscere che gli individui umani sono fini e che non devi mai usarli come meri mezzi ai tuoi fini’). Non c’è alcun altro pensiero che abbia avuto tanta influenza nello sviluppo morale dell’uomo.” (La società aperta e i suoi nemici)

“L’invenzione del metodo critico non sarebbe stata possibile senza lo scontro tra culture”. (Il mito della cornice)

“Facciamo progressi perché (e soltanto se) siamo disposti a imparare dai nostri sbagli, ossia a riconoscere i nostri errori e, invece d’insistere in essi dogmaticamente, a utilizzarli con giudizio critico” (Miseria dello storicismo)

“Gli organismi evolvono per prove ed errori, e i loro tentativi sbagliati – le loro mutazioni sbagliate – vengono eliminati, in genere, attraverso l’eliminazione dell’organismo che è ‘portatore’ dell’errore. E’ una componente della mia epistemologia che, nell’uomo, attraverso l’evoluzione di un linguaggio descrittivo e argomentativo, le forme di tale processo siano radicalmente cambiate. L’uomo ha raggiunto la possibilità di adottare un atteggiamento critico nei confronti dei propri tentativi provvisori, delle proprie teorie. Tali teorie non fanno più parte del suo organismo o del suo sistema genetico. Le si può esporre in libri e giornali. Ed è possibile discuterle criticamente e dimostrarle sbagliate senza uccidere gli autori o bruciare i libri – senza distruggere i ‘portatori’. In questo modo, giungiamo a una nuova fondamentale possibilità: i nostri tentativi, le nostre ipotesi provvisorie, possono essere eliminati criticamente dalla discussione razionale, senza eliminare noi stessi. […] Se si instaurasse il metodo della discussione critica e razionale, allora l’uso della violenza diventerebbe obsoleto. La ragione critica è infatti la sola alternativa alla violenza fino ad ora scoperta. E’ un dovere scontato di tutti gli intellettuali lavorare per questa rivoluzione, per la sostituzione della funzione eliminatoria della violenza con la funzione eliminatoria della critica razionale.” (Il mito della cornice)

“Considero l’approccio critico come un dovere. Ogni altro atteggiamento è megalomane e irresponsabile, anche se ispirato dalle migliori intenzioni.” (Miseria dello storicismo)

“I Greci per noi dettero inizio a quella grande rivoluzione che, a quanto pare, è ancora ai suoi inizi: il passaggio dalla società chiusa alla società aperta. […] La nascita della stessa filosofia può essere interpretata, a mio avviso, come una risposta alla dissoluzione della società chiusa e delle sue credenze magiche. Essa è il tentativo di sostituire una fede razionale alla perduta fede magica; essa modifica la tradizione di tramandare una teoria o un mito fondando una nuova tradizione: la tradizione cioè di sfidare le teorie e i miti e di discuterli criticamente.” (La società aperta e i suoi nemici)

“Noi possiamo ritornare allo stato ferino. Ma se vogliamo restare umani, ebbene, allora, c’è una strada sola da percorrere: la via che porta alla società aperta. Noi dobbiamo procedere verso l’ignoto, l’incertezza e l’insicurezza, usando quel po’ di ragione che abbiamo per realizzare nella migliore maniera possibile entrambi questi fini: la sicurezza e la libertà.” (La società aperta e i suoi nemici)

N.B.: le altre raccolte di pensieri di Popper sono qui: Omaggio a Popper IOmaggio a Popper IIIOmaggio a Popper IV, Omaggio a Popper V.

Omaggio a Popper I

Si è svolto i giorni scorsi a Milano un convegno dal titolo “Economia e Società Aperta”, organizzato dall’Università Bocconi e dal Corriere della Sera. E’ un evento che mi rallegra e che spero porti frutti, rivelandosi un momento di discontinuità per il nostro paese. Di discontinuità abbiamo infatti bisogno. E in poche parole cercherò di spiegarmi. “Società aperta” fa riferimento all’opera più famosa di Karl Popper, La società aperta e i suoi nemici, pubblicata nel 1945. Penso ci siano almeno due buoni motivi per considerare Popper uno dei grandi maestri del pensiero europeo.

1) E’ stato forse il più importante filosofo della scienza del ventesimo secolo. Ci ha insegnato a capire – e a praticare – un metodo sviluppatosi in Europa e diventato la più evoluta forma di pensiero umano finalizzato alla “ricerca della verità”.

2) Scrivendo nel 1945, Popper rifletteva su tre decenni di crisi quasi esiziale per i popoli e la civiltà europea, travolti dall’irrazionalismo nichilista e criminale di nazismo e fascismo e dalle false promesse, congiunte a una “realtà crudele”, del marxismo-leninismo in versione staliniana. Continua a leggere…

Analisi strategica del ciclo II

Il mio precedente post, Analisi strategica del ciclo I, si può riassumere in poche idee: a) Ai fini di una profittevole gestione del portafoglio, l’esame assiduo e minuzioso del ciclo economico è, per l’investitore accorto, una tentazione da respingere. b) Può essere utile, invece, un’analisi strategica che sia esclusivamente mirata a individuare i grandi punti di svolta segnati dall’approssimarsi di una recessione, un evento relativamente raro (verificatosi, ad esempio, solo nove volte negli Stati Uniti dal dopoguerra a oggi). c) Nel riconoscere per tempo una recessione, l’investitore accorto sa di non poter far conto né sul mercato né sulle forze che più lo condizionano, come banche centrali, governi, consenso dei grandi operatori e analisti.

Si tratta di “giocatori” che hanno in genere l’interesse a posporre, per quanto possibile, questa sgradevole ma inevitabile fase della vita economica, di solito negandola (spesso anche a se stessi). Oppure che, anche quando la considerino imminente e ineluttabile, si guardano bene dal dirlo, per non vedersene attribuita la responsabilità (penso, in questo caso, alle banche centrali). L’opera di rimozione è resa facile dal fatto che le recessioni si materializzano alla fine di un ciclo espansivo, quando l’ottimismo prevale e il successo arride, momentaneamente, a chi più ha rischiato.

d) L’investitore accorto deve quindi usare la sua testa, e fare ricorso ai buoni consigli di una minoranza di analisti, di comprovata perspicacia, e fuori dal coro.

Proverò adesso a calare questa griglia di idee, piuttosto vaghe e di largo respiro, nella realtà di oggi.

Analisi del ciclo attuale

I mercati azionari sono in una fase “toro”, senza correzioni significative, da oltre quattro anni – una delle espansioni più lunghe del dopoguerra. Hanno superato indenni anche il primo biennio del ciclo presidenziale Usa (2005-2006), tipicamente caratterizzato da una certa debolezza delle Borse (e il ciclo presidenziale è stato sinora uno degli strumenti più affidabili di analisi ciclica del mercato).

E’ vero che si lasciavano alle spalle i ribassi particolarmente pronunciati del bear market del 2000-2002. Ma è altrettanto vero che, nel punto di massima inflessione – nell’ottobre del 2002 negli Usa, e nel marzo del 2003 in Europa – non avevano ancora raggiunto livelli valutativi in linea con la media storica.

L’attuale rally, cioè, è partito da uno stato di sopravvalutazione e si sta spingendo verso una condizione di bolla paragonabile al 2000 (anche se all’impazzimento per i titoli TMT si sono oggi sostituite manie più sofisticate e/o esotiche come il private equity, i credit derivatives, e la Cina).

L’ultima recessione, negli Usa, è di 6 anni fa. Fu blanda e di corto respiro grazie all’imponente reazione della Federal Reserve, che portò i tassi addirittura all’1%, e all’aggressivo uso della leva fiscale da parte dell’amministrazione Bush, che partendo da una virtuosa condizione di surplus ha fatto sprofondare il bilancio federale in un pesante deficit.

Quella breve recessione accadeva poi a 11 anni dalla recessione precedente del 1990: uno iato di una durata senza precedenti, e reso possibile dalle politiche troppo espansive della Fed e dall’euforia “millenaristica” per la new economy, che travolse gli americani – e non solo – in prossimità dell’anno 2000.

Un quindicennio di crescita drogata ha lasciato gli Usa, il cuore del sistema globale, male attrezzati per il futuro: un enorme deficit commerciale, un grande deficit di bilancio, famiglie molto indebitate e tassi di risparmio negativi, un dollaro in balia delle decisioni d’investimento delle banche centrali asiatiche.

Non è una battuta osservare, come hanno fatto già in molti, che se gli Usa non fossero gli Usa, il Fondo Monetario Internazionale sarebbe già da tempo intervenuto con le sue amare ricette per cercare di porre rimedio a un tale strutturale dissesto.

Le osservazioni che ho fatto sin qui non sono le uniche possibili. In positivo si potrebbe parlare, a livello micro, della migliorata governance delle aziende, e, a livello macro, del fenomenale sviluppo dei paesi emergenti. E di altro ancora.

Ma soffermarsi a considerare, in un periodo di diffuso ottimismo, la fragilità del cuore del sistema e lo stato di sopravvalutazione dei mercati è forse la premessa essenziale, per l’investitore accorto che si cimenti in un’analisi strategica della congiuntura.

Squilibri strutturali e rischi di recessione

Siamo dunque a un punto del ciclo in cui è giusto chiedersi se, anziché la vigorosa spinta alla ripresa e alla crescita, non possano essere gli squilibri sottostanti a cominciare a dettare il passo dei mercati. Per l’investitore accorto, insomma, è arrivato il tempo della circospezione.

Un rapido giro d’orizzonte rivela che l’economia Usa è entrata, da alcuni trimestri, in una fase di rallentamento ma che il ciclo globale resta vigoroso (sin troppo, in paesi come la Cina).

L’opinione diffusa è che i problemi americani siano limitati al mercato immobiliare, e che la pausa, come è abbastanza comune a metà del ciclo e come già accadde nella fase centrale della scorsa decade, evolverà verso una rinnovata espansione, probabilmente già dal prossimo semestre.

Sarà. Ma alcuni dei miei economisti preferiti (non tutti, a dire il vero) non sono d’accordo. Penso, ad esempio, a Paul Kasriel di Northern Trust e Van Hoisington e Lacy Hunt di Hoisington Management , le cui analisi dell’economia Usa leggo sempre con viva attenzione.

L’ultimo “Quarterly Review and Outlook” di Hoisington & Hunt, in particolare, offre, in 5 pagine e 5 brevi ma puntuali capitoli, un’eccellente sintesi dei motivi che, a giudizio degli autori, stanno spingendo gli Usa verso la recessione. Provo a riassumerli.

1) La politica monetaria è restrittiva e l’andamento degli aggregati monetari ne è prova. Bisogna poi tener conto del fatto che, a causa dei lunghi ritardi con cui la leva dei tassi esercita i suoi effetti, i 100 punti base di aumento dei Fed Funds, messi in atto nella prima parte del 2006, devono ancora impattare l’economia.

2) Il ricorso al credito da parte delle famiglie è crollato del 6% in rapporto al reddito disponibile tra fine 2005 e fine 2006. Si tratta del secondo maggiore calo dal 1952, e di un fenomeno che in passato ha quasi sempre coinciso con una recessione.

3) Fasi di pronunciata contrazione del credito, come l’attuale, a seguito di periodi di rapida espansione, hanno sempre prodotto “drammatici” aumenti delle sofferenze e delle insolvenze. Segni di contagio sono già evidenti, a partire dai mutui ipotecari di minore qualità (sub-prime e Alt-A) a quelli di maggiore qualità (prime), ai mercati delle carte di credito e dei CDO (collateralized debt obligations), dove gli standard di credito sono stati molto irrigiditi.

4) Lo scoppio della bolla immobiliare è lungi dall’esaurire i suoi effetti. Le scorte di case invendute sono ai livelli più alti da 16 anni e le nuove case completate, a febbraio (ultimi dati disponibili), erano il 9,1% in più di quelle iniziate. E ciò vuol dire che i tagli alla produzione e all’occupazione sono solo agli inizi, in un processo, che, com’è tipico di un mercato poco liquido come la casa, è destinato a dipanarsi nell’arco di anni.

L’impatto sull’economia Usa sarà amplificato dal fatto che, in questa ripresa, il settore immobiliare ha creato il 31% della nuova occupazione complessiva mentre il rifinanziamento dei mutui ha probabilmente reso possibile metà della crescita dei consumi dell’ultimo triennio.

5) Gli investimenti in beni capitali, che esercitano un importante effetto “moltiplicatore” sul resto dell’economia, stanno entrando in recessione. Sono sensibili a due fattori – profitti e utilizzo della capacità degli impianti – che sono entrambi in flessione.

6) Diversi indicatori evidenziano rischi elevati di recessione, e in particolare due di grande affidabilità: il Superindice Economico (LEI) e l’Indicatore di Kasriel (KRWI, basato sulla curva dei rendimenti e sulla variazione annua della base monetaria, rettificata per l’inflazione). Negli ultimi 40 anni, il primo ha dato un solo falso segnale, il secondo nessuno, come risulta chiaro dai grafici n. 4 e n. 8 (a pagina 4 e 5) del documento di Hoisington Management.

La conclusione di Hoisington & Hunt è che una recessione negli Usa è ormai forse inevitabile. La leva fiscale è già stata sin troppo sfruttata, potrebbe produrre risultati solo in tempi lunghi, e in ogni caso la contrapposizione tra Presidente e Congresso promette solo paralisi fino alla scadenza del mandato di Bush.

Quanto alla leva monetaria, la Fed sembra per ora preoccupata più dell’inflazione che della crescita e, come accadde a cavallo tra il 2000 e il 2001, un cambio di rotta rischia sempre più di risultare tardivo.

Valutazione delle probabilità

Si tratta di osservazioni a mio parere persuasive. Ci sono, dicevo, analisti per cui nutro pure grande rispetto, come quelli di PIMCO o di BCA Research, i quali continuano a ritenere, con il consenso, che la fase di bassa crescita americana, per quanto delicata, non si trasformerà in recessione.

E c’è poi chi teorizza il cosiddetto decoupling, e cioè il graduale affrancamento dell’economia globale dal ruolo guida degli Usa. Secondo costoro, ci potrebbe anche essere una recessione negli Usa, senza però che Asia ed Europa se ne debbano troppo preoccupare.

Su quest’ultimo punto penso che un investitore debba essere in ogni caso scettico. E’ evidente che la straordinaria crescita dei paesi emergenti sta trasformando gli equilibri globali. Ma è altrettanto evidente che quando si parla di mercati, creature istintivamente poco amanti delle novità, sarà difficile che il ruolo guida di Wall Street sia messo tanto presto in discussione.

In particolare, la correlazione delle Borse europee a quella Usa è da molto tempo superiore al 90%. E trovo difficile immaginare che una recessione americana, con pesanti perdite a Wall Street, risulti, all’improvviso, indifferente o quasi agli indici da questa parte dell’Atlantico.

Il senso di questo lungo post è allora che, dal punto di vista di un investitore accorto, il tempo presente è non solo quello della circospezione ma dell’attiva cautela.

Il ciclo è in uno stadio avanzato. Le borse sono sopravvalutate. E i rischi di recessione negli Usa sono maggiori di quanto non venga riconosciuto dal consenso. In poche parole, il rally dei mercati appare scivoloso come una buccia di banana.

Analisi strategica del ciclo I

Lo stato d’animo dell’investitore accorto alle prese con l’analisi del ciclo dovrebbe essere innanzitutto di diffidenza. I su e giù dell’economia e delle Borse sono infatti sin troppo discussi e analizzati in tutte le salse, con in genere un unico, negativo risultato: quello di indurre l’investitore a entrare e uscire continuamente dal mercato, facendo lievitare costi e tasse a scapito dei rendimenti.

Piuttosto del nevrotico e confuso agitarsi, sulla spinta delle ondate emotive che spesso colorano le analisi du jour – o quanto meno l’interpretazione che si finisce per darne – è molto meglio un atteggiamento distaccato e passivo, attento alla corretta definizione dell’asset allocation e al periodico bilanciamento del portafoglio.

Come ho però cercato di evidenziare in un post di qualche giorno fa, Cicli di mercato e rendimenti, l’investimento passivo soffre pure di una seria limitazione in tempi di Borse molto sopravvalutate: assicura i rendimenti del mercato, che però rischiano di essere negativi anche per periodi ventennali, e accettabili solo nel lunghissimo termine (50 anni o più).

Crisi di fiducia e recessioni

Come se ne esce? Forse con quella che potrei chiamare l’analisi strategica del ciclo. Mi spiego.

A studiare un po’ di storia dei mercati azionari, si vede che i grandi ribassi (dei piccoli, e cioè delle fisiologiche correzioni di un bull market, è meglio non curarsi) hanno, grosso modo, due tipi di fattori scatenanti: crisi di fiducia che diventano in breve veri attacchi di panico, come nel 1987 o nel 2001, dopo l’attentato alle Torri Gemelle, e le recessioni economiche, come – per stare agli ultimi 40 anni – quelle del 1970, 1974, 1980, 1982, 1990 e 2001.

Nel primo caso, i crolli di mercato sono improvvisi e convulsi, ma anche effimeri. Nel giro di qualche mese, gli indici ritornano ai livelli di partenza, dopo un terrificante “testacoda” che crea, distrugge, trasferisce enormi ricchezze, lasciando però in aggregato tutto come prima.

Nel secondo caso, l’evoluzione è più tortuosa e gli effetti di più lunga durata: gli indici perdono il 30%, 40%, 50% (o addirittura il 75%, quando partono da condizioni di “bolla” come il Nasdaq nel 2000) nell’arco di 1 o 2 anni e impiegano poi diverso tempo – decenni nel caso delle “bolle” – per tornare ai livelli iniziali.

Prevedere gli improvvisi attacchi di panico del mercato è impossibile (è il caso delle Torri Gemelle) o, per lo meno, estremamente problematico (nell’imminenza del Black Monday del 1987 ci fu chi liquidò le posizioni o andò “corto”, e divenne per questo celebre – ma non sapremo mai quanta parte giocò il caso nella straordinaria tempestività di quelle scelte).

Valutare i rischi di contrazione dell’attività economica, a livello globale o in un sistema-guida come quello americano, è invece possibile. E l’analisi strategica del ciclo solo a questo dovrebbe mirare: consentire all’investitore di non farsi cogliere impreparato dalla recessione, un evento che tende ciclicamente a ripetersi ogni 5-10 anni e la cui singolare rilevanza è data dal fatto di sommare in sé i caratteri della relativa prevedibilità e della brutale traumaticità.

Il mercato come barometro dell’economia?

Si potrebbe obiettare che non c’è barometro migliore del mercato stesso. Quale più tempestivo strumento di valutazione del ciclo dell’analisi tecnica degli indici? Saranno le Borse stesse (o l’analisi intermarket) ad avvertirci che una recessione è alle porte e che è arrivato il tempo di tirare i remi in barca…

Purtroppo le cose non stanno esattamente così. E’ nota la battuta del premio Nobel Paul Samuelson, il quale osservò ormai diversi anni fa come il mercato azionario avesse “previsto nove delle ultime cinque recessioni.”

E’ un’osservazione arguta, che però potrebbe essere forse aggiornata, nel senso inverso (“cinque delle ultime nove…”). Da un po’ di tempo, gli investitori sembrano collettivamente farsi prendere dall’euforia proprio quando una recessione è imminente, e soccombere alla sua ineluttabilità solo quando è tardi, e l’evidenza non può più essere negata.

Forse – ma qui azzardo un’interpretazione più discutibile di altre – nelle nostre economie così dominate dalla finanza, gli interessi tesi a far sì che continui il moto ascendente dei mercati dei capitali si sono fatti tanto pervasivi da mobilitarsi in massa e con evidente quanto momentaneo successo quando la minaccia di un’inversione del trend si profila all’orizzonte.

Sta di fatto che è di solito vano aspettarsi che siano le banche centrali, i governi, l’FMI, l’Ocse o il consenso degli analisti di mercato a lanciare allarmi sull’imminenza di una recessione. Si parlerà di rischi limitati, di “pause” o “rallentamenti” della crescita, di “squilibri” superabili.

Ma a prevedere correttamente una recessione saranno di solito pochi, bravi analisti fuori dal coro. Ed è forse per questo che il mercato azionario, espressione del consenso dei molti, si sta sempre più dimostrando, come nota l’economista Gene Epstein, un “indicatore anticipatore eccellente per quel che riguarda l’avvio di una ripresa economica, ma alquanto insensibile quando si tratta del profilarsi di una recessione.”

Vedremo in una seconda parte come questa analisi può essere applicata all’attuale fase del ciclo.

Utili record e utili normalizzati

E’ evidente che un investitore che voglia prestare attenzione al valore (e che, per stare a una famosa metafora di Benjamin Graham, si preoccupi di acquistare titoli per il suo portafoglio “con lo stesso atteggiamento con cui si compra la verdura piuttosto che il profumo”) dovrebbe cercare in primo luogo di darsi un buon metodo di valutazione. Uno degli strumenti più intuitivi e universalmente utilizzati è il rapporto prezzo/utili (o price/earnings, P/E), che sta semplicemente a indicare a quale multiplo degli utili sia quotato un titolo o un indice azionario.

Non si tratta di un calcolo del valore intrinseco, che per lo più viene fatto – tra non poche difficoltà – attualizzando il valore dei flussi di cassa attesi da un investimento; ma di un più che accettabile metodo di valutazione relativa. Posto che ci siano degli utili, metterli in relazione al prezzo è un modo facile per confrontare il “valore” di un titolo (o di un indice) con il suo passato, o con altri titoli (o indici).

Problemi nell’uso del P/E

Ci sono però alcuni problemi. Per le singole azioni, due fattori di complicazione sono il tasso di crescita atteso e il livello di rischio.

Gli investitori sono in genere disposti a pagare prezzi più elevati per titoli di società a più alta crescita, o finanziariamente più solide e meno esposte alle fluttuazioni del ciclo. E quando si confrontano titoli diversi, e in settori diversi, bisogna tenerne conto. Multipli più o meno elevati possono rispecchiare la differente qualità di un titolo rispetto a un altro, piuttosto che la sua convenienza.

Se poi si paragona un titolo o un indice con il suo passato, ammesso che l’uno e l’altro non si siano radicalmente trasformati nel tempo, ci si trova a che fare con la difficoltà di come tenere conto del ciclo economico (schematicamente rappresentato nella figura in alto). Ed è questa la questione che vorrei un po’ approfondire, perché di grande – e spesso trascurata – attualità.

Cominciamo con una citazione da un articolo apparso di recente su Bloomberg.com. Jim Paulsen di Wells Capital Management, riferisce l’articolo, è bullish e pensa che i mercati azionari procederanno al rialzo anche se la Fed non taglierà i tassi.

Paulsen “vede nelle valutazioni convenienti il fattore che ha dato avvio al rimbalzo delle ultime settimane, e che ha limitato a meno del 10% quasi tutte le correzioni del bull market degli ultimi 4 anni. Una settimana prima che il bull market cominciasse nell’ottobre 2002, i titoli delle società dell’S&P 500 venivano scambiati a 26,5 volte gli utili degli ultimi 4 trimestri. Ora, il multiplo P/E è sceso a 17,1 volte.”

Jim Paulsen è un analista molto conosciuto e stimato. E il suo giudizio è quanto di meno controverso si possa trovare di questi tempi a Wall Street. Non parlo della sua previsione che le Borse continueranno a salire, ma del convincimento che siano a buon prezzo. Le cose stanno davvero così? E che senso ha confrontare il P/E di oggi con quello di 4 anni fa?

P/E e ciclo economico

Il multiplo P/E, per definizione, è dato dal livello dei prezzi e dal livello degli utili. I prezzi possono dipendere dall’ottimismo degli investitori, dalle attese di crescita, dai tassi d’interesse (tutti fattori in qualche modo connessi tra loro). E gli utili?

Beh, gli utili dipendono dalle vendite, che in aggregato crescono a tassi in genere allineati a quelli del PIL (cioè dell’economia nel suo complesso), e dai margini, che misurano la percentuale di profitto per ogni unità di fatturato.

I margini hanno due caratteristiche, che ogni investitore accorto dovrebbe tenere sempre ben presenti: sono volatili, perché sono molto sensibili all’andamento del ciclo, e tendono sempre a regredire verso la media. Ciò vuol dire che l’investitore accorto dovrebbe scontare una loro discesa quando sono molto elevati e mettere invece in conto una loro ripresa quando sono depressi.

Dove stiano oggi i margini (delle società dell’S&P 500) ce lo dice chiaramente il grafico qui sotto, ripreso da un’esemplare analisi di William Hester sul sito HussmanFunds.com :

Negli ultimi 50 anni i margini netti sono oscillati tra il 5,5% e il 7,5%. Ma di recente hanno toccato l’8,5%, un livello record.

Alla spinta espansiva del ciclo si sono uniti, come nota Hester, almeno due fattori eccezionali: l’erosione dei salari, calati, dal 2000 a oggi, di 3 punti di PIL in parte per effetto del processo di globalizzazione, e l’anemico andamento degli investimenti, rimasti al palo dopo gli eccessi di fine anni ’90.

Entrambe queste tendenze sono però insostenibili: non è pensabile che i redditi dei lavoratori continuino a comprimersi a beneficio dei profitti aziendali, e non è pensabile che le imprese possano seguitare a crescere senza investire adeguatamente.

Tornando alla citazione iniziale di Jim Paulsen, dovrebbe ormai essere chiaro perché confrontare il P/E di oggi con quello di fine 2002 non ha senso. Allora l’economia stava uscendo dalla recessione e i margini erano ancora depressi (attorno al 6,0%), oggi siamo al picco di un ciclo che ha battuto ogni record.

Allora era ragionevole prevedere una forte ripresa degli utili, oggi è altrettanto ragionevole mettere in conto quanto meno una loro stagnazione. Sempre Hester ci offre un’efficace rappresentazione grafica di questo principio, tanto semplice quanto sistematicamente ignorato dalla gran parte degli investitori.

Alla linea blu, rappresentativa dei margini di profitto dal 1955 a oggi, Hester ha qui sovrapposto, in rosso, una linea che indica i tassi di crescita degli utili nel triennio successivo. La scala è invertita, cioè quando il tracciato punta verso l’alto i profitti calano, e quando punta verso il basso i profitti crescono.

Il messaggio è infausto, perché evidenzia come, a meno di un’improvvisa discontinuità con gli ultimi 50 anni, gli utili sono destinati a crollare. E se questo accadrà, o i P/E andranno alle stelle, o i prezzi di Borsa dovranno scendere.

Conclusione: P/E e utili normalizzati

Per tirare le somme, la lezione su cui mi premeva riflettere un po’ è che i P/E possono essere un utile strumento di valutazione, ma solo se sono normalizzati, o, in altre parole, se sono rettificati per tenere conto del ciclo.

Uno studio autorevole di P/E rettificato per il ciclo, o “Cyclically Adjusted P/E” (CAPE), ce lo dà Andrew Smithers:

A fine 2006 il P/E del mercato azionario americano era del 60% circa superiore alla sua media di lungo periodo, al di sotto del picco estremo toccato nel 2000 ma sopra i precedenti massimi storici del 1901, 1929 e 1965.

Nulla esclude che il mercato possa ancora salire, e che, almeno per un altro po’, Jim Paulsen sia in grado di “dimostrare” di avere ragione. Ma l’investitore accorto farebbe bene a ricordare che, alla lunga, le valutazioni contano. E che il mercato non è a buon prezzo, anzi. A parte un breve periodo a cavallo di secolo, non è mai stato così caro.

Il value investing secondo Warren Buffett

C’è un divertente e illuminante testo di Warren Buffett sul value investing, ed è la conferenza che tenne nel 1984 alla Columbia University per commemorare i 50 anni dalla pubblicazione di “Security Analysis“, l’opera di Benjamin Graham e David Dodd che creò un metodo per valutare le aziende e segnò la nascita dell’approccio agli investimenti basato sul “valore”. La conferenza s’intitola “I Superinvestitori di Graham & Doddsville” e prende le mosse dall’analisi delle straordinarie performance ottenute da un gruppo di investitori e amici, uniti da una comune appartenenza intellettuale: l’aver frequentato i corsi di Graham e Dodd alla Columbia University e perseguito poi, in modi spesso originali, l’identica ricerca di discrepanze tra il valore intrinseco delle aziende e i prezzi delle relative azioni.

Per i teorici dell’efficienza del mercato, osserva Buffett, l’idea che esistano titoli sottovalutati è anatema. Per costoro, fare meglio del mercato, anno dopo anno, è solo una questione di fortuna dato che nulla può meglio riflettere, in ogni singolo istante, il valore di un’azienda della sua quotazione di Borsa.

Si tratta, per Buffett, di un approccio astrattamente accademico che fa a pugni col buon senso e con la sua esperienza dei mercati. La parte conclusiva del discorso, che qui riporto, espone, in toni a tratti ironici e sempre accattivanti, il fermo convincimento nella perdurante superiorità della lezione di Graham e Dodd.

I superinvestitori di Graham & Doddsville

[…] Sono convinto che nel mercato c’è molta inefficienza. Gli investitori di “Graham & Doddsville” non hanno fatto altro che sfruttare con successo le divergenze tra prezzo e valore.

Quando il prezzo di un’azione può essere influenzato dal “gregge” degli investitori, e fissato al margine dalla persona più emotiva, o più avida o più depressa, è difficile sostenere che il prezzo di mercato sia sempre razionale. In realtà, i prezzi di mercato sono spesso privi di senso.

Vorrei dire una cosa importante a proposito del rapporto tra rischio e rendimento. Rischio e rendimento hanno a volte una correlazione positiva. Se qualcuno mi dicesse: “Ecco qui un revolver a sei colpi con dentro un solo proiettile. Perché non fai ruotare il tamburo e premi una volta il grilletto? Se sopravvivi ti do un milione di dollari.” Rifiuterei l’offerta, ribattendo forse che un milione di dollari non è abbastanza.

Questo qualcuno potrebbe allora offrirmi 5 milioni di dollari per premere il grilletto due volte. Ecco, in questo caso ci sarebbe una correlazione positiva fra rischio e ricompensa!

L’esatto opposto è vero nel caso del value investing. Acquistare un biglietto da un dollaro a 60 centesimi è più rischioso che acquistarlo a 40. Eppure la ricompensa attesa è maggiore nel secondo caso che nel primo. Maggiore è il ritorno potenziale, nel portafoglio orientato al valore, minore è il rischio.

Facciamo un rapido esempio. Nel 1973, il gruppo Washington Post aveva una capitalizzazione di Borsa di 80 milioni di dollari. Ma i suoi asset avrebbero potuto essere venduti, in quegli stessi giorni, a uno qualsiasi tra una decina almeno di possibili acquirenti per non meno di 400 milioni di dollari, e probabilmente per molto di più.

Il gruppo controllava il Post, Newsweek, e diversi canali televisivi in mercati importanti. Queste stesse proprietà valgono ora 2 miliardi di dollari, ed è chiaro che chi le avesse comperate per 400 milioni non si sarebbe comportato da pazzo.

Ora, se il crollo del titolo fosse stato ancora più forte, tale da ridurre la capitalizzazione a 40 milioni invece di 80, il beta sarebbe stato più alto. E per quanti pensano che il beta misuri il rischio, il prezzo più basso avrebbe reso il titolo più rischioso.

Ma questa è una logica da Alice nel Paese delle Meraviglie! Non ho mai capito perché dovrebbe essere più rischioso comperare proprietà del valore di 400 milioni di dollari al prezzo di 40 milioni piuttosto che a quello di 80 milioni […]

Certo, bisogna avere le conoscenze che ti consentono di arrivare a una stima complessiva del valore delle attività sottostanti. Ma mica occorre una precisione millimetrica.

Questo intendeva Graham quando parlava di margine di sicurezza. Non cerchi di acquisire attività del valore di 83 milioni per 80 milioni. Ti lasci un margine enorme. Quando costruisci un ponte, insisti che possa reggere 15 tonnellate, ma poi ci fai passare carichi da 5 tonnellate. Lo stesso principio vale per gli investimenti.

Per concludere, qualcuno tra voi più dotato di senso degli affari potrebbe chiedersi perché io dica queste cose. Far crescere il numero dei convertiti all’approccio orientato al valore ridurrà per forza di cose lo scarto fra prezzo e valore.

Ma quel che posso dirvi è che il segreto è noto ormai da 50 anni, da quando Ben Graham e David Dodd scrissero “Security Analysis”. Eppure, non ho notato nessuna tendenza a una maggiore popolarità del value investing, nei 35 anni in cui io l’ho praticato.

Sembra esserci qualche perverso tratto umano che rende difficili le cose semplici. Il mondo accademico, anzi, nell’ultimo trentennio si è allontanato ancor di più dall’insegnamento del value investing. Ed è probabile che le cose continuino così.

Le navi circumnavigheranno il pianeta, ma i membri della Società della Terra Piatta non faranno che crescere di numero. E quanti avranno letto Graham & Dodd continueranno a prosperare.

(la traduzione e le sottolineature sono mie)

Per una politica meno barocca

Fu Luigi Barzini, nel suo magnifico libro “Gli Italiani”, a parlare del carattere “perennemente barocco” delle vicende patrie degli ultimi quattro secoli: “inutilmente complicate, oziose, capricciose ed eccentriche.” Il barocco cui si riferiva Barzini era quello definito da Benedetto Croce come “ricerca dell’inaspettato e dello stupefacente”, uno stile non a caso elevato alle sue massime espressioni proprio da noi italiani – “lodati come popolo d’artisti, ma a volte disprezzati come ciarlatani e clown”. Continua a leggere…

Cicli di mercato e rendimenti

Uno degli autori che ha popolarizzato con maggior successo la bontà dell’investimento azionario di lungo periodo è Jeremy Siegel (nella foto), noto docente della Wharton School dell’Università di Pennsylvania. Il suo Stocks for the long run (tradotto in italiano con il più oscuro titolo di Rendimenti finanziari e strategie d’investimento) è un libro che non dovrebbe mancare nella biblioteca di ogni investitore.

La tesi di fondo è che non c’è scelta migliore di un portafoglio centrato sulle azioni, ben diversificato in fondi a basso costo, ETF o fondi indicizzati, e gestito in un’ottica di lungo periodo – indifferente cioè alle fluttuazioni ed emozioni del momento, causa degli errori che in modo più sistematico gli investitori finiscono per commettere. Continua a leggere…

Value investing o investimento passivo?

Da oltre 50 anni, da quando Harry Markowitz mise a punto la sua teoria di selezione del portafoglio, si confrontano sui mercati finanziari due strategie d’investimento che fanno capo a “visioni” contrapposte. Da una parte ci sono i cultori del value investing (scuola nata negli anni ’30 con Benjamin Graham), che pensano di poter sfruttare le irrazionali fluttuazioni dei prezzi – prodotte dall’emotivo oscillare degli investitori tra euforia e panico – identificando a proprio vantaggio le discrepanze tra i prezzi stessi e i “valori” sottostanti. Dall’altra ci sono i sostenitori delle aspettative razionali e dell’efficienza dei mercati, visti come imbattibili meccanismi di sconto. Continua a leggere…

Ma negli investimenti ci vuole fortuna?

Se anche i migliori a volte falliscono (viene alla mente il crack del fondo LTCM, che nel 1998 fece sprofondare nel fango 2 premi Nobel per l’Economia e uno dei più noti bond trader al mondo, ricoprendo di schizzi anche alcune banche centrali), forse tutto quello che davvero occorre, negli investimenti come in altre cose della vita, è un po’ di fortuna.

Il pensiero, comune ai tanti che affrontano le imprevedibili contorsioni dei mercati come se si trattasse di una puntata al lotto o al totocalcio, mi ha lambito la mente mentre sfogliavo un libro divertente e di successo, “Un matematico gioca in Borsa”, di John Allen Paulos.

A un certo punto l’autore scrive:

La logica del mercato azionario è estremamente riduttiva. Si può avere ragione per i motivi sbagliati e aver torto per i motivi giusti, ma per il mercato si ha solo ragione o si ha solo torto. Pensate alla storiella del maestro che chiede agli scolari: ‘Chi di voi sa indicarmi due pronomi?’ Visto che nessuno alza la mano, il maestro si rivolge a Tommy (Pierino nella versione italiana di questa storiella, ndr), che gli risponde: ‘Chi, io?’ Per il mercato, Tommaso ha ragione e quindi diventa ricco, anche se difficilmente prenderà ottimo in inglese.

Divertente. Ma le cose stanno davvero così? La logica riduttiva, in questo caso, potrebbe essere quella di Paulos, abbacinato dall’osservazione – vera ma parziale – che nel breve periodo l’investitore può avere ragione per i motivi sbagliati, o torto per quelli giusti, e ritrovarsi a essere, suo malgrado, vittima o beneficiario delle imperscrutabili fluttuazioni dei mercati.

Ma nel lungo periodo? Warren Buffett, LTCM, lo speculatore improvvisato o il sottoscritto siamo tutti sullo stesso piano, tutti ugualmente esposti alla possibilità di “avere ragione per i motivi sbagliati e aver torto per i motivi giusti?”

Investire è un’attività probabilistica

In verità non è così, come argomenta con efficacia Michael Mauboussin (nella foto in alto), chief strategist di Legg Mason e docente alla Columbia University, nel suo “More than you know”, un libro (purtroppo non ancora tradotto in italiano) tra i più stimolanti che abbia letto negli ultimi tempi.

Investire nel lungo periodo è un’attività non casuale ma probabilistica. Ci sono filosofie d’investimento – come quella sposata da Warren Buffett – che funzionano perché bene interpretano la natura dei mercati (Buffett è da oltre 40 anni che guadagna in media più del 20% l’anno, e diversi altri discepoli del value investing hanno ottenuto risultati paragonabili), e filosofie d’investimento – come quella adottata da LTCM – che non funzionano (il fondo delle superstar, nato per battere tutti i record, andò gambe all’aria dopo solo quattro anni di attività).

E’ qui dunque che all’investitore conviene soffermarsi: sulla bontà della filosofia e delle procedure che mette in campo piuttosto che sui singoli, estemporanei risultati. A guardar bene, infatti, una logica nei mercati c’è. E non è quella “riduttiva” di Allen Paulos, ma quella ancorata ai due pilastri del “valore” e del “rischio.”

Nulla aiuta ad avere successo quanto imparare a identificare gap tra prezzi (di mercato) e valore (dei titoli quotati) e ad assicurarsi correttamente contro il rischio, senza mai smarrire la consapevolezza della natura probabilistica delle scelte d’investimento.

L’aneddoto che Mauboussin racconta, per mettere in rilievo la differenza tra procedimento e risultato, e l’importanza almeno pari del primo rispetto al secondo, è in apparenza simile a quello scelto da Allen Paulos, ma conduce a conclusioni opposte.

Siamo a Las Vegas, e c’è un giocatore impegnato in una partita di blackjack. Con un diciassette in mano, il giocatore chiede ancora una carta, tra lo sbigottimento degli astanti e dello stesso dealer. La carta, per un fortunoso bacio della sorte, è un quattro. E il dealer commenta: Bel colpo!” Nota Mauboussin: sì, certo, bel colpo. Se lavori per il casinò, è così che vuoi che ogni giocatore si comporti.

Il “bel colpo”, insomma, è una nozione ambigua. Può anche essere frutto di un approccio ai mercati che prima o poi porta solo alla rovina.

La conclusione allora è che in un campo come quello degli investimenti, dove si opera sempre sulla base di informazioni incomplete e in assenza di certezze, le scelte vanno valutate non solo sulla base dei risultati ma anche della qualità del processo decisionale. E l’investitore accorto farebbe bene a preoccuparsi di elaborare un corretto e sistematico approccio ai mercati, disinteressandosi della fortuna.

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