l'Investitore Accorto

Per capire i mercati finanziari e imparare a investire dai grandi maestri

Archivi per il mese di “dicembre, 2007”

Le banche, i mercati e la bolla del credito II

Ho scritto nella prima parte di questo articolo che per comprendere i tremori che stanno scuotendo da qualche mese i mercati finanziari globali bisogna guardare alle banche. E per decifrare le difficoltà delle banche bisogna andare oltre l’implosione del mercato Usa dei mutui subprime, e risalire fino alle origini di quella che oggi appare sempre più nitidamente come una bolla dei tassi e della liquidità, di proporzioni senza precedenti.

Chiudevo la prima parte notando come la tardiva stretta con cui la Federal Reserve, a partire dal giugno 2004, cercò di normalizzare una politica monetaria troppo espansiva fallì in quello che era uno dei suoi scopi, e cioè produrre anche un rialzo della parte lunga della curva dei tassi così da calmierare, in primis, un mercato della casa già allora troppo effervescente.

Perchè la manovra non ebbe gli effetti desiderati?

Uno dei primi a sollevare la questione, senza però trovare una risposta soddisfacente tanto da definire il problema col termine diventato poi famoso di “conundrum (enigma), fu proprio Alan Greenspan in un’audizione parlamentare del febbraio 2005, quando era ancora presidente della Federal Reserve.

Da lì in poi è stato tutto un susseguirsi di studi e interpretazioni, ben riassunti in un articolo del Financial Times dello stesso anno. In estrema sintesi, le spiegazioni più accreditate dell’enigma dei bassi tassi americani a lungo termine hanno finito per essere tre:

a) Globalizzazione e bassa inflazione

Si è detto che il mercato scontava il permanere di condizioni di bassa inflazione. I cicli di espansione economica del passato erano sempre stati caratterizzati dall’emergere di pressioni sui prezzi, che finivano per spingere al rialzo i tassi a lunga e indurre la banca centrale a intervenire con una stretta sui tassi a breve. Ma quest’ultimo ciclo appariva diverso.

Per tutto il periodo 2004-2007, l’azione della Federal Reserve fu semplicemente finalizzata a “normalizzare” tassi a breve troppo bassi e non a sopprimere inesistenti dinamiche inflative.

Il processo di globalizzazione, infatti, grazie all’immissione sui mercati internazionali di almeno un miliardo di nuovi lavoratori a basso costo dalla Cina e dall’India, aveva creato le condizioni per una sostenuta espansione economica, di lunga durata, con bassa inflazione.

b) Debito insostenibile e recessione

Altri, più pessimisti, hanno ritenuto che il mercato scontasse l’insostenibilità dell’espansione americana, che aveva fatto leva, dal 2001 in poi, su un cumulo crescente e senza precedenti di passività: i “deficit gemelli” del bilancio federale e della bilancia commerciale



… l’indebitamento abnorme delle famiglie che, per la fatale attrazione di un mercato immobiliare in ebollizione, per l’eccessivo ottimismo nelle loro possibilità di guadagno e l’anemica crescita dei salari, riuscivano a tenere elevati i consumi solo facendo ricorso al credito…


… abbattendo fino a livelli negativi, per la prima volta nella storia, il tasso di risparmio:


I bassi tassi a lunga anticipavano dunque il collasso dell’economia Usa sotto il peso di tali e tanti squilibri: una fine traumatica della crescita nel baratro della recessione, e, piuttosto che l’assenza di inflazione, un periodo di deflazione (e cioè di diminuzione dei prezzi) causato dal degenerare dei debiti eccessivi in insolvenze.

c) Eccesso di liquidità e bolle, bolle, bolle

La terza interpretazione proposta all’”enigma” dei bassi tassi a lunga americani, per certi versi complementare alla seconda, è stata che i tassi si trovavano in uno stato di bolla speculativa. Avevano perso, perciò, ogni capacità di segnalare tanto gli eventuali rischi di deflazione come l’assenza o meno di inflazione.

La politica troppo a lungo espansiva della Federal Reserve aveva finito per inondare di liquidità diversi mercati, da quello immobiliare a quello azionario a quello obbligazionario.

Tali eccessi si erano poi venuti aggravando in conseguenza delle politiche economiche di molti paesi asiatici, Cina in testa, che, dalla crisi valutaria del 1997 in poi, avevano puntato con decisione su una crescita a tappe forzate, tutta basata sull’export.

A sostegno e a rinforzo delle loro politiche mercantilistiche, questi paesi avevano utilizzato le ingenti riserve valutarie

Fonte: Fondo Monetario Internazionale

… generate dai surplus commerciali (espressi nel grafico qui sotto in percentuale del Pil mondiale)…

Fonte: Fondo Monetario Internazionale

… per acquistare titoli del debito americano e mantenere in tal modo l’allineamento delle loro valute al dollaro (il grafico qui sotto mostra la percentuale del debito pubblico Usa detenuta da investitori stranieri: come si vede, è andata crescendo in modo esplosivo dal 2001, in larga misura per l’intervento massiccio delle banche centrali, soprattutto asiatiche).


Si era così andato consolidando un processo di mutuo sostegno tra Usa e Asia, ribattezzato Bretton Woods II, perchè in qualche modo riecheggiante gli accordi raggiunti nel 1944 nell’omonima località del New Hampshire, che avevano gettato le basi del sistema monetario, centrato sul dollaro, in vigore fino ai primi anni ’70.

Un simile, informale, rapporto di scambio era funzionale a mantenere elevati i consumi americani e le produzioni ed esportazioni asiatiche. Finiva, però, per scaricare i suoi costi sull’Europa, la cui moneta era l’unica, tra le principali, che tendeva ad apprezzarsi oltre ogni ragionevole misura.

Nel complesso, Bretton Woods II risultava comunque fortemente espansivo per tutta l’economia globale, come lascia ben intendere il grafico che segue:

Sommate assieme, base monetaria e riserve valutarie raggiungevano, a livello globale, tassi di crescita mai visti prima, andando a configurare un’enorme bolla di liquidità, che inondava un mercato dopo l’altro.

In sintesi e semplificando, secondo questa interpretazione, la dinamica sottostante agli sviluppi dell’economia e dei mercati finanziari su scala planetaria è stata, nell’ultimo decennio, la seguente:

a) in America, centro del sistema globale: bassi tassi a breve, ampia liquidità, consumi sostenuti, deficit commerciale, mercati degli asset in crescita, ottimismo e propensione al rischio, ricca e variegata offerta di credito, accumulo di debito, dollaro debole;

b) in Asia, piattaforma produttiva per l’economia globale: forti esportazioni soprattutto verso il mercato Usa, elevati surplus commerciali e accumulo di riserve, acquisto di titoli del debito in dollari per mantenere competitive le valute locali;

c) di nuovo in America e da qui a livello globale: bassi tassi a lunga, sostenuta crescita economica (l’ultimo quinquennio, anche se in Italia non ce ne siamo accorti, ha fatto registrare la più poderosa e prolungata espansione dell’economia mondiale dagli anni ’70).

L’enigma di Greenspan svelato

Delle tre interpretazioni del “conundrum” di Greenspan, è quest’ultima, probabilmente, la più completa.

C’è stato un tacito e informale scambio tra America e Asia, per cui la prima si è gonfiata di debiti che hanno finanziato tanto i consumi interni quanto l’industrializzazione della seconda, e la seconda ha ammassato risparmi che sono stati utilizzati per acquistare i debiti della prima, mantenendone basso il costo e consentendo così ulteriore accumulo di debito e un altro giro di questa giostra.

Si è trattato, per anni, di un processo caratterizzato da uno stabile squilibrio, come l’ha definito Bill Gross di PIMCO.

Stabile” perché mutualmente vantaggioso e implicitamente garantito dalle autorità politiche e monetarie della superpotenza americana e dei paesi emergenti asiatici. Ma “squilibrato” perché tanto l’accumulo di debito in America che quello di riserve in dollari nei paesi asiatici era, a lungo andare, fondamentalmente insostenibile.

Ciò che di recente ha cominciato a manifestarsi è che, sia per i tentativi di “riequilibrare lo squilibrio”, attraverso la leva dei tassi a breve negli Usa e la maggiore diversificazione delle riserve in Asia, sia per la logica implicita allo squilibrio stesso, il processo da “stabile” si è fatto “instabile.”

Per intravedere cosa questo possa comportare, bisognerà prima fare una panoramica di quel che Bretton Woods II, col suo mix incendiario di debito, liquidità, crescita drogata ed eccessiva propensione al rischio, abbia prodotto sui mercati finanziari, in particolare quelli del credito.

Lo vedremo in una terza parte di questa analisi. Per ora, vorrei chiudere con un’osservazione che ci sarà essenziale da qui in avanti.

La liquidità come “stato della mente”

Ho fatto più volte uso del concetto di liquidità, che in finanza non è dei più univoci. Si tratta della disponibilità di moneta, in ultima istanza controllata dalle banche centrali? Sì, anche. E sulla base di questa definizione, ho mostrato graficamente di quale entità sia stata la bolla degli ultimi anni.

Ma questa accezione è diventata sempre più inadeguata nei mercati finanziari del XXI secolo, nei quali sono proliferati nuovi veicoli di credito e d’investimento poco o per niente regolati dalle banche centrali – quello che Paul McCulley di PIMCO ha per primo definito, nel suo complesso, come “shadow banking system” (sistema bancario ombra). Banche d’investimento, Siv (structured investment vehicles) e hedge fund sono i suoi attori protagonisti.

In questo nuovo contesto, cos’è dunque la liquidità? La definizione migliore mi pare sia di nuovo quella di McCulley, che l’ha chiamata uno “stato della mente”.

“Nei mercati dei capitali di oggi, integrati globalmente e regolati in modo leggero, la liquidità ha a che fare con l’appetito per il rischio di prestatori e prenditori di denaro, collettivamente considerati. E’ cioè una funzione della disponibilità da parte degli investitori di sottoscrivere rischio e incertezza con capitali presi a prestito e della disponibilità da parte dei risparmiatori di prestare denaro a investitori che intendono sottoscrivere rischio e incertezza con capitali presi a prestito.”

Vedremo come uno “stato della mente” reso euforico dalle irripetibili opportunità di crescita offerte ai mercati del credito da Bretton Woods II e dalle innovazioni di prodotto frutto di un’ingegneria finanziaria sempre meno frenata dal buon senso e/o dalle autorità, abbia finito per generare “liquidità” (e, per un certo periodo di tempo, profitti) che sfidano la più fervida immaginazione.

Ora che lo “squilibrio” di Bretton Woods II da “stabile” ha cominciato a farsi “instabile” (il mercato della casa americano è stato, in fin dei conti, il punto più debole di una catena planetaria, che avrebbe potuto iniziare a sfilacciarsi anche in altri punti), lo “stato della mente” è diventato ansioso e preoccupato da euforico che era.

Ha così preso avvio un processo inverso di contrazione della “liquidità” (e dei profitti, come dimostrano i tremendi buchi venuti a galla nelle trimestrali delle grandi banche americane) che, a una a una, finirà per afflosciare le tante bolle gonfiatesi in questi anni.

Le banche, i mercati e la bolla del credito I

“Banche, un rischio o di nuovo un affare?” si chiedeva qualche settimana fa Il Mondo in un lungo articolo a firma di Ivan Del Ponte. “Bene”, mi sono detto. “Proprio quello che ci vuole”. Non è infatti possibile comprendere gli scossoni sui mercati finanziari di questo ultimo semestre se non si analizza a fondo la situazione del settore bancario.

Dopo anni di leadership e sovraperformance…

Fonte: Borsa Italiana

 … è dalle banche che ha preso le mosse la correzione globale delle Borse (o bear market?), iniziata sul listino milanese verso la fine di maggio:

Fonte: Borsa Italiana

Purtroppo, a dispetto del titolo, l’articolo de Il Mondo saltava a piè pari ogni valutazione dei rischi.

Si limitava a descrivere come “irrazionali” i comportamenti del mercato che, facendo “di tutta l’erba un fascio”, avrebbe finito per penalizzare senza motivo anche gli istituti di credito italiani per la crisi dei mutui subprime americani.

E sposava la tesi dell’”affare” attribuendo agli “investitori più scaltri” l’idea che “per chi ha un’ottica di investimento superiore all’anno è il momento di fare shopping” tra i titoli bancari del nostro listino.

Quali, in particolare? Intesa Sanpaolo, UniCredit, Banco Popolare…insomma, gli azionisti bancari di RCS, editore de Il Mondo.

Nessuna vera analisi, nessun accenno all’evidente conflitto d’interessi in cui il giornale era andato a ficcarsi (l’intenzione era di proporre buoni consigli ai lettori o fare un favore alla proprietà?): l’articolo aveva tutta l’apparenza di quella che in gergo si chiama “marchetta”, un malcostume che, nei paesi civili, le testate attente alla propria credibilità cercano in ogni modo di evitare (vedi quanto ho scritto nel post Blog e fondamenti del giornalismo).

Cestinato l’indecente servizio de Il Mondo, resta l’interrogativo. Che succede alle banche?

Purtroppo, l’analisi dei nessi tra mondo del credito e mercati non è facile, perché complesse, sin troppo, sono diventate le attività in cui le banche – quelle almeno radicate al cuore del sistema – sono impegnate.

In una battuta, si potrebbe dire che se nelle ultime settimane Chuck Prince e Stan O’Neal, Ceo di due formidabili istituzioni come Citigroup e Merrill Lynch, sono stati di punto in bianco messi alla porta dai loro azionisti è perché non avevano capito, loro per primi, cosa facessero le banche di cui erano alla guida. E se non l’avevano capito loro, potrà essere un compito alla portata di un piccolo investitore qualsiasi?

Non lo so, ma è necessario provarci. Nel seguito di questa analisi mi ci cimenterò usando molti grafici per stare ai fatti e mirando a ricomporre, senza perdermi in dettagli, un contesto in cui sia possibile ridare senso alla grande confusione e incertezza che hanno invaso i mercati da qualche mese a questa parte.

La bolla dei tassi e della liquidità

Il primo problema, cercando di sviscerare un sistema complesso come i mercati, è capire da dove cominciare.

Nel descrivere la crisi palesatasi a partire dall’estate, si è per lo più concentrata l’attenzione sul suo epicentro, i mutui subprime (quelli cioè più rischiosi perché offerti a una clientela che dà scarse garanzie), visti come manifestazione di una tendenza al rilassamento degli standard creditizi e all’eccesso speculativo limitata a una parte del mercato della casa americano.

E’ un approccio interpretativo che è stato incoraggiato, in primo luogo, dalle autorità americane.

Ancora nel giugno scorso, ad esempio, Ben Bernanke, il presidente della Federal Reserve, si esprimeva in termini rassicuranti in un discorso all’annuale Conferenza Monetaria Internazionale, nel quale dichiarava che:

“Fattori fondamentali, tra cui la solida crescita dei redditi e tassi sui mutui relativamente bassi, dovrebbero in ultima istanza sostenere la domanda di case; appare a questo punto improbabile che i problemi nel settore subprime finiscano per avere serie ripercussioni sull’economia nel suo complesso o sul sistema finanziario.”

Dall’estate si è cominciato poi a capire quanto riduttiva fosse quell’interpretazione.

Scrive Charles Kindleberger, nel suo classico Manias, Panics and Crashes, a history of financial crises, che “le manie speculative si gonfiano grazie all’espansione della liquidità e del credito o, in alcuni casi, prendono proprio avvio per effetto di un’iniziale espansione della liquidità e del credito.”

E’ da qui, più che dai mutui subprime, che bisogna partire.

All’origine dei tremori che scuotono oggi i mercati finanziari sta una bolla dei tassi e della liquidità che non ha precedenti e che viene da lontano.

Vediamola, a partire dal grafico che segue, che ci mostra l’evoluzione dei tassi reali a breve negli Usa e nella zona euro (linea rossa) e la deviazione da quella condizione di neutralità della politica monetaria chiamata in gergo Taylor rate (linea blu):

Fonte: Fondo Monetario Internazionale

Il Taylor rate è dunque un tasso di equilibrio. Definito dall’economista John Taylor sulla base di una formula che tiene conto dell’andamento del ciclo economico e dell’inflazione, fu ampiamente utilizzato dalla Federal Reserve come metro di valutazione negli anni della presidenza di Alan Greenspan.

Appare chiaro come già dalla fine del 1998, negli Usa, e dal 2001 in Europa la politica monetaria diventò espansiva e vi rimase a lungo, prima di tornare verso una condizione di equilibrio solo in tempi recenti. Senza però sortire gli effetti desiderati, come mette in chiaro il grafico che segue:

Un tratto anomalo e importante dell’andamento dei tassi nell’ultimo decennio è stato che, al netto dell’inflazione (in termini cioè “reali”), quelli a lungo termine hanno continuato a flettere, in aggregato, in tutti i paesi del G7, insensibili alla restrizione monetaria messa in atto dalla Federal Reserve a partire dal giugno 2004 e dalla BCE a partire dal dicembre 2005. Siccome molte attività di investimento o di consumo di beni durevoli sono più sensibili ai tassi a lunga che a quelli a breve, l’azione delle banche centrali, tesa a riequilibrare la politica monetaria in presenza di una crescita economica sempre più effervescente, è stata dunque in larga parte frustrata dai mercati (dove vengono liberamente fissati i tassi a lunga).

Questa osservazione è ancora meglio visibile nel grafico seguente, che mette direttamente a confronto i tassi a breve (Fed Funds) con quelli a lunga (T-bond decennale) del mercato americano:

Fonte: Federal Reserve

Come è facile notare, nei cicli passati era sempre accaduto che, nelle fasi di stretta monetaria, ai rialzi dei tassi a breve, decisi dalla Federal Reserve, si accompagnassero anche aumenti dei tassi a lunga.

Nell’ultimo ciclo, dal 2004 al 2007, questo non si è però verificato. Come mai? Lo vedremo nella seconda parte di questa analisi.

L’Amore (di sé) e il Potere

Mi sono chiesto quale necessità spinga la Rai a proporre in tutti i suoi programmi d’intrattenimento (o forse sarebbe meglio dire di “trattenimento”) Bruno Vespa che presenta la sua ultima fatica letteraria. Scrupolo informativo al cospetto di una grande opera? Non direi. L’Amore e il Potere, nonostante il titolo impegnativo e la promessa ancor più onerosa di svelare non i retroscena della politica ma quelli dell’anima, non è Guerra e Pace. Non siamo in presenza del caso letterario dell’anno, né tanto meno di un nuovo Tolstoj.

Si tratta allora di una forma di indennizzo per un accesso indebitamente negato al piccolo schermo? Ipotesi surreale. Vespa, col suo Porta a Porta, anche senza i libri è già una presenza ossessiva e straripante.

Non resta che pensare che si tratti di una manifestazione di ossequio, eccessiva come ogni servilismo, a un giornalista potente e, all’apparenza, vanitoso. Una storia, volgare, che verrebbe spontaneo titolare L’Amore di sé e il Potere. Una esibizione, modesta, di illiberalità con cui la Rai ci rammenta che, pur essendo pubblica, non appartiene a noi.

L’Italia crepuscolare dei partiti pret-à-porter

Italia nella “poltiglia”, come scrive il Censis? O Italia “depressa” come racconta il New York Times? Per la verità c’è un’Italia che resta, almeno in apparenza, vitale e dinamica, capace di attrarre (o forse, più spesso, carpire) cospicui investimenti e fucina di nuove iniziative: penso, naturalmente, all’industria dei partiti politici. Denunciati come “intoccabili” nel libro la Casta di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, sbeffeggiati come “abusivi” nel V-day di Beppe Grillo, i partiti si sono messi lestamente al lavoro.

Passata, a fine settembre, la settimana della moda milanese, sono stati loro a salire sulla catwalk e a dare il via a una serie di mirabili, e ben propagandate, sfilate (nella foto).

La prossima stagione non vestiremo più Democratici di Sinistra o Margherita, Forza Italia o Alleanza Nazionale, Verdi o Comunisti, in versione italiana o rifondata, UDC, Udeur o altre mise democristiane. No, dalle sfilate abbiamo appreso che questi partiti sono out.

Il 2008 sarà l’anno dei Democratici e del Popolo della Libertà, di Alleanza per l’Italia e di Sinistra l’Arcobaleno, senza tralasciare l’intrigante gioco di evanescenze e trasparenze della Cosa Bianca.

La moda, si sa, è fatta di linguaggi seducenti e altisonanti. Nella sua vacua volubilità si ammanta di simbolici riferimenti all’universale e al necessario.

Come scriveva Georg Simmel in un classico e raffinato saggio del 1895, “la moda è contemporaneamente essere e non essere”.

Da un lato, se il suo potere sulle coscienze è così vasto è perché si sono indebolite “le convinzioni grandi, tenaci, incontestabili” mentre uno spazio sempre più grande è occupato dagli “elementi effimeri e mutevoli della vita.”

Dall’altro, facendo leva sugli impulsi universali all’eguaglianza e all’individualità, “la moda innalza l’insignificante facendone il rappresentante di una collettività, l’incarnazione particolare di uno spirito collettivo.”

Ogni singola moda finisce così per avere “la mirabile proprietà di presentarsi come se volesse vivere in eterno.”

E così è anche per i partiti pret-à-porter. Ascoltiamoli: i messaggi dalla catwalk quasi evocano il trascendente.

Scrive, ad esempio, il comitato dei saggi nel manifesto per il Partito Democratico:

“Con la trasformazione dell’Ulivo in un partito superiamo definitivamente la prima lunga stagione della vita repubblicana e creiamo un soggetto destinato a segnare il profilo della politica italiana ed europea nel secolo che è appena iniziato. Abbattiamo definitivamente i muri ideologici del novecento e cominciamo a costruire ponti, tra culture politiche e settori della società italiana, tra i generi e le generazioni.”

E Forza Italia, nel suo “supergazebo online” per raccogliere adesioni “Verso il nuovo partito”, scrive così:

“La nostra è una svolta epocale, quasi una rivoluzione… Vogliamo rovesciare quella che noi consideriamo la piramide del potere con al vertice i responsabili, i proprietari, i leader dei partiti. […] Al vertice ci sono i cittadini e c’è la gente, il popolo della libertà e dalle decisioni di questo popolo verranno fuori i rappresentanti, i leader di questa nuova iniziativa.”

La “Carta d’intenti” costitutiva di Sinistra L’Arcobaleno parla invece di un “nuovo soggetto unitario, plurale, federativo” che punta alla costruzione di una “sinistra politica rinnovata”, una sorta di divinità trinitaria, solo che qui le entità “unitarie” sono addirittura quattro: Rifondazione Comunista, Partito dei Comunisti Italiani, Sinistra Democratica e Verdi.Un soggetto uno e quattrino, dunque, un mistero per credenti e non credenti, che nell’Italia del 2008 verrà ad affermare i principi di “uguaglianza, giustizia, libertà”, ma anche “pace, dialogo di civiltà, valore del lavoro e del sapere, centralità dell’ambiente” e ancora “laicità dello stato” e “critica dei modelli patriarcali e maschilisti“.

Si potrebbe continuare. E ci sarebbe da restare ammaliati. Ma a un cronista corre l’obbligo di non fermarsi solo a osservare la scena, per quanto godibile, ma ricercare il contesto, correre ad esempio a sbirciare anche quanto accade nel backstage, e riferire.

Dietro le quinte si incontra, tra gli altri, un Ignazio La Russa, che riflettendo sulle epocali novità che hanno messo fine all’alleanza di centro-destra, la Casa delle Libertà (Cdl), e sulle rivoluzionarie trasformazioni che ci porteranno, nel 2008, tempi nuovi e partiti nuovi, dice così:

“Fini non esclude in futuro una federazione tra il Partito della libertà, l’Alleanza per l’Italia e la Cosa bianca di Casini. Non è più la Cdl? Vorrà dire che la chiameremo il Castello delle libertà”.

La risata ghignosa non viene riportata, ma si può immaginare.

Oppure c’è un Adolfo Urso, che dall’alto di un pensatoio come la fondazione Farefuturo, offre questa pregnante spiegazione delle ragioni che porteranno Alleanza Nazionale a trasformarsi in Alleanza per l’Italia:

“A sinistra hanno fatto il Pd e la Cosa rossa, Berlusconi ha lanciato il Pdl e solo Fini dovrebbe restare fermo?”

In breve, nel backstage si pensa e si dice che quella dei partiti pret-a-porter è solo una messinscena.

Serve a qualcosa? Probabilmente a nascondere il vuoto di pensiero e a sopire il generale senso di frustrazione per l’incapacità di cambiare.

“Inventare parole nuove è il sintomo più sicuro della sterilità delle idee,” diceva Madame de Stael.

E se non ci sono idee, e viene a mancare l’ambizione e il coraggio di innovare, assumendo quei rischi che ciò comporta, per non essere scalzati dal potere non resta che fingere e occultare l’inanità di tanto costoso agitarsi sotto una coltre di fantasmagoriche, rutilanti apparenze.

Come osserva Tancredi, principe di Falconeri, nel Gattopardo: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.”

Machiavellismo apparentemente acuto, quello de Il Gattopardo, ma nella sostanza velleitario e fallimentare. Proprio come l’accattivante incedere sulle catwalk e l’ammuina nelle aule parlamentari dei partiti pret-à-porter in questo crepuscolo della seconda repubblica.

A Silvio

Di Silvio Berlusconi è noto l’abbandono con cui si circonda di adoranti yes men. Volendo filosofeggiare (è sabato ed è tempo di pensieri in libertà), direi che ne esistono di due tipi: gli idealisti e i pragmatisti. I primi sono spesso preti, ex comunisti e militari o figli di militari: orfani di un qualche dio, idea o capo a cui prostrarsi. I secondi sono in prevalenza ricercatori del profitto e del potere: lucidi calcolatori del fatto che non c’è scorciatoia più sicura per perseguire il successo nella vita pubblica che ossequiare l’uomo più ricco e potente d’Italia.

Nell’uno o nell’altro caso, vorrei che qualcuno mettesse in guardia Silvio e il Popolo della Libertà (PdL) che attorno a lui si sta ammassando.

Come classe dirigente del costituendo PdL, non ci potrebbe infatti essere di peggio di questi bramosi yes men. E lo fa ben capire la definizione, insuperata, che del termine “liberale” diede Karl Popper:

“Per liberale non intendo una persona che simpatizzi per un qualche partito politico, ma semplicemente un uomo che dà importanza alla libertà individuale ed è consapevole dei pericoli inerenti a tutte le forme di potere e di autorità.”

Già di Silvio risulta difficile dire che sia cosciente di questi pericoli. Ne vede alcuni ma non altri. E, soprattutto, sembra operare di continuo nella beata inconsapevolezza della minaccia che proprio lui, prima di tutto lui, in quanto concentrato sommo di potere e di autorità, pone a ogni possibile attuazione dell’idea liberale. Ma più ancora, se ci si attiene alla definizione di Popper, sono gli yes men berlusconiani che non possono che fare ribrezzo a chi abbia a cuore tale idea.

Non hanno rispetto per la propria libertà, figurarsi se possono averne per quella degli altri. Quanto al potere e all’autorità, li venerano a tal punto da rendersene sudditi non potendoli conquistare da sè. Riusciranno mai a concepirli come i pericoli da cui guardarsi? Forse soltanto dopo una lunga ed efficace psicoterapia.

In assenza di cure, e in un paese meno incline alle turlupinature, questi yes men troverebbero posto solo tra le fila di un movimento autoritario di vecchio stampo, che, con il coraggio delle proprie convinzioni, sarebbe fiero di chiamarsi, chessò, l’Ordine degli Illiberali (OdI). Altro che Popolo della Libertà!

Anche come semplici collaboratori, gli yes men sono però la scelta più sconsiderata che Silvio potesse fare. Se c’è un qualche suo amico, vero, che mi legge, glielo dica. Gli riporti questa utile e acuta riflessione che ho trovato nel libro Confessioni e Anatemi di Emil Cioran:

“Nessuna difesa possibile contro un ossequioso. Non si può dargli ragione senza cadere nel ridicolo; men che meno si può maltrattarlo o voltargli le spalle. Ci si comporta come se dicesse il vero, ci si lascia incensare non sapendo come reagire. Lui vi prende per allocchi, crede di dominarvi, e assapora il trionfo senza che possiate disingannarlo. Il più spesso è un futuro nemico, che si vendicherà di essersi inchinato davanti a voi, un aggressore mascherato che medita i suoi colpi mentre snocciola le sue iperboli.”

Da Mussolini a Craxi la storia d’Italia offre più di un esempio recente di grandi leader popolari (ma illiberali) che hanno finito per essere annientati dallo scherno di chi si era prostrato davanti a loro. A Silvio, che è il più simpatico, e che è ormai a fine recita, auguro un diverso epilogo. Ma si dia una mano. E i suoi amici, quelli veri, gli offrano qualche buon consiglio. Qualcuno lo convinca a riscrivere il canovaccio, a lasciar perdere gli yes men e il Popolo della Libertà: impostori i primi e un’impostura il secondo.

Il “particulare” e lo Stato di diritto

Vorrei fare qualche semplice considerazione sullo sciopero degli autotrasportatori, che nei giorni scorsi ha paralizzato l’Italia. Due sono gli aspetti che mi paiono evidenti e rilevanti, al di là dei mille sottili distinguo che è sempre possibile tracciare in vicende complesse:

a) Più che di uno sciopero si è trattato di una sedizione, pericolosa per l’ordine pubblico e costellata di violazioni della legge (tra cui le minacce, percosse e danneggiamenti a quegli autotrasportatori che avevano deciso di non aderire);

b) Il governo, che per bocca del ministro Bianchi aveva definito “illegale” il blocco e aveva annunciato che le trattative non sarebbero riprese finché i fermi non fossero stati rimossi, ha scelto di chinare il capo Continua a leggere…

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