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Il “particulare” e lo Stato di diritto

Vorrei fare qualche semplice considerazione sullo sciopero degli autotrasportatori, che nei giorni scorsi ha paralizzato l’Italia. Due sono gli aspetti che mi paiono evidenti e rilevanti, al di là dei mille sottili distinguo che è sempre possibile tracciare in vicende complesse:

a) Più che di uno sciopero si è trattato di una sedizione, pericolosa per l’ordine pubblico e costellata di violazioni della legge (tra cui le minacce, percosse e danneggiamenti a quegli autotrasportatori che avevano deciso di non aderire);

b) Il governo, che per bocca del ministro Bianchi aveva definito “illegale” il blocco e aveva annunciato che le trattative non sarebbero riprese finché i fermi non fossero stati rimossi, ha scelto di chinare il capo di fronte al ricatto e, dopo un rapido voltafaccia, ha trattato senza che da parte degli autotrasportatori venisse alcun cenno di voler riportare la protesta nell’alveo della legalità.

Queste osservazioni mi ispirano almeno tre spunti di riflessione:

a) Gli interessi particolari degli autotrasportatori hanno prevalso su quelli della collettività, non solo su quelli materiali (molti cittadini e operatori economici hanno subito danni ingenti che nessuno rimborserà), ma anche sui diritti di libertà (che sono stati calpestati) e sul principio, fondamentale in uno Stato di diritto, dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Violare le leggi e sfidare lo Stato non può essere un modo per garantirsi udienza a Palazzo Chigi.

b) Se ci si chiede perché il governo abbia ceduto, si scopre che a prevalere sugli interessi generali non sono stati solo quelli particolari degli autotrasportatori, ma anche quelli in qualche modo “privati” dell’esecutivo stesso.

Il realismo sconfinante nel cinismo, che caratterizza spesso gli atteggiamenti verso la cosa pubblica in Italia, potrà far pensare che la scelta del governo Prodi sia stata dettata da comprensibili considerazioni di ordine pratico e politico: il Natale vicino, la legge finanziaria da approvare, la precaria maggioranza al Senato, l’impopolarità dell’esecutivo che così poco lo poteva disporre a un braccio di ferro da giocare non nei palazzi del potere ma ai caselli autostradali, in mezzo alla gente, sotto agli occhi di tutti, col rischio di passi falsi e pesanti ricadute sul paese intero.

Ma si tratterebbe di un’analisi, a mio modo di vedere, superficiale, che non terrebbe conto della serietà della posta in palio.

Nell’acconsentire a negoziare sul non negoziabile il governo Prodi ha fatto propria una pratica che in questo tramonto della seconda Repubblica è diventata sempre più comune: trattare su tutto, con tutti, pronti a ogni compromesso, anche il meno opportuno, anche il meno confessabile, pur di trarne qualche vantaggio immediato, salvare la pelle e sopravvivere al potere.

L’altra parte politica, naturalmente, in questa dedizione così poco onorevole all’interesse particolare non è stata seconda a nessuno, essendosi addirittura costituita attorno ai motivi “patrimoniali” della “discesa in campo” di Silvio Berlusconi per spingersi poi fino alla trafila di leggi ad e contra personam del suo secondo esecutivo.

Un tale degrado della vita pubblica non è, beninteso, una novità. Nella nostra lunga e tortuosa storia patria i governi armati di un grande realismo, e solo di quello, si sono ripresentati con regolarità, soprattutto nei periodi di declino e di involuzione, quando veniva naturale fare ricorso alla lezione di quel grande maestro dell’arte politica di arrangiarsi che fu Francesco Guicciardini.

Mentre il Rinascimento era al suo canto del cigno e le città italiane, in balia di eserciti stranieri, perdevano una dopo l’altra la loro libertà, Guicciardini scriveva: “Gli uomini che conducono bene i loro affari sono quelli che tengono fisso lo sguardo sul proprio interesse privato e misurano tutte le loro azioni in base alle sue necessità.”

Questa cura del “particulare”, da allora, è rimasta purtroppo una chiave privilegiata per interpretare il carattere degli italiani e la storia politica del nostro paese.

c) Il governo Prodi, cedendo al ricatto, non ha fatto solo qualcosa di inopportuno. Non ha semplicemente ecceduto in cinismo. Come il governo Berlusconi che l’ha preceduto, anteponendo gli interessi particolari (suoi e delle sue aggressive controparti) a quelli generali di tutti i cittadini ha finito per umiliare il senso, già fragile, dello Stato e della legalità e così facendo ha minato i fondamenti della sua stessa legittimità democratica.

Mi è venuto in mente un episodio de Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. Siamo nella Sicilia del 1860. I Piemontesi sono appena sbarcati sull’isola e il Principe don Fabrizio Salina, il Gattopardo, fa ritorno nella sua Donnafugata. All’arrivo nel paese, si svolge la tradizionale cerimonia del Te Deum alla Chiesa Madre. Sul sagrato, alla fine, il Principe rompe il consueto rituale con parole inusitate.

“Dopo pranzo, alle nove e mezza, saremo felici di vedere tutti gli amici.”

E così annota l’autore: “Donnafugata commentò a lungo queste ultime parole. Il Principe che aveva trovato il paese immutato venne invece trovato molto mutato lui che mai prima avrebbe adoperato parole tanto cordiali; e da quel momento, invisibile, cominciò il declino del suo prestigio.”

L’aristocratico, che annusando il mutare delle condizioni politiche, si rivestiva di una opportunistica, gattopardesca patina di democraticità, senza volerlo finiva per minare le ragioni del suo stato. Anziché fermare il corso degli eventi, contribuiva a farli precipitare.

In modo simile, il governo democratico che scende a patti con i sediziosi perde il suo “prestigio”, compromette il suo stesso fondamento. Se rinuncia ad affermare lo Stato di diritto, cos’altro lo può legittimare?

C’è anche, naturalmente, una differenza. La cordialità di don Fabrizio con gli “amici” di Donnafugata annunciava il trapasso dall’assetto autoritario della Sicilia borbonica a quello costituzionale dell’Italia sabauda e unitaria.

Ma la “cordialità” del governo Prodi con gli autotrasportatori in rivolta che tipo di svolta può mai prefigurare? Cosa ci può essere, in Italia, dopo lo Stato di diritto e il regime democratico?

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