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Ray Dalio e la depressione americana

Decifrare questa crisi non è facile. Di bolle finanziarie, nella storia, ne sono scoppiate tante. Ma non abbastanza da non cogliere gli investitori ogni volta impreparati. E poi, nessuna crisi è stata uguale alle precedenti. E questa non fa eccezione. Il difficile è distinguere i tratti di continuità col passato dalle novità. Per sperare di riuscirci, almeno in parte, è necessario operare molteplici confronti e osservare le cose da angolature diverse. Continua a leggere…

Recessione e depressione, qual è la differenza?

Nel post Ma cos’è questa crisi ho cercato di spiegare perché, a mio modo di vedere, è molto improbabile che le recessioni in corso in quasi tutti i paesi avanzati – dagli Usa all’Europa al Giappone – si trasformino in una depressione economica paragonabile a quella degli anni ’30 del secolo scorso. Ai lettori sarà risultato chiaro – penso – che una depressione è un malanno parecchio più grave di una recessione. Ma quanto? Una definizione dei due concetti non l’ho data e forse più di qualcuno si sarà chiesto dove stia la differenza. Un utile articolo nell’ultimo numero del settimanale The Economist ci viene in soccorso, permettendoci di districare questa matassa.

Che una recessione sia in genere intesa come una fase di contrazione del Pil della durata di almeno due trimestri consecutivi è probabilmente noto a molti. Si tratta della definizione “volgare” del termine, utilizzata in genere dai mass media. Molti economisti, però, ne diffidano.

Il National Bureau of Economic Research, l’organismo che in America stabilisce le date dei cicli economici, preferisce ad esempio tenere conto di più indicatori economici anziché esclusivamente del Pil e guardare non solo alla durata ma anche all’estensione, in svariati settori, della diminuzione dell’attività. La sua definizione preferita è ben riassunta nel comunicato con cui il NBER ha annunciato il mese scorso che una recessione era iniziata negli Usa nel dicembre del 2007, e recita così: “Una recessione è un calo significativo dell’attività economica, diffuso attraverso l’economia, di durata superiore ad alcuni mesi, normalmente visibile nell’andamento della produzione, dell’occupazione, dei redditi reali e in altri indicatori.”

Quando la recessione diventa depressione

Tanto nella versione semplificata dei media che in quella più evoluta del NBER, cosa sia una recessione dovrebbe a questo punto essere chiaro. Quand’è invece che si comincia a parlare di depressione? Una definizione esatta, come racconta l’articolo dell’Economist, non esiste. Fino agli anni ’30 non se ne sentì il bisogno, dato che depressione era l’unico termine in uso per indicare qualsiasi episodio di contrazione dell’attività economica. Fu la cattiva nomea che questa parola acquisì negli anni ’30 a portare alla creazione del termine recessione. Da allora una distinzione precisa dei due concetti si è fatta attendere, anche perché – fortunatamente – nel dopoguerra delle crisi di portata analoga a quella degli anni ’30, nei paesi avanzati, non si sono più ripetute.

Sforzandosi di trovare un consenso tra quanti hanno cercato, in tempi recenti, di quantificare le differenze tra recessione e depressione, l’Economist arriva a definire una depressione come una riduzione dell’attività economica pari almeno al 10% del Pil e di durata non inferiore a tre anni. Quella degli anni 1929-1933, in America, fu senza dubbio una Grande Depressione, dato che durò ben 43 mesi con un crollo del Pil del 30% circa. Non si trattò peraltro della crisi economica più lunga per l’emergente potenza a stelle e strisce. L’altra Grande Depressione, quella del 1873-79, si protrasse infatti addirittura per 65 mesi.

Tra i paesi avanzati, collassi economici catalogabili come depressioni furono quelli che colpirono, a partire dal 1944, le potenze uscite poi sconfitte dalla Seconda Guerra Mondiale: Germania e Giappone, le cui economie patirono contrazioni superiori al 50%. Ma da allora in poi, come accennavo, di depressioni non s’è vista traccia tra i paesi più industrializzati, a parte una marginale eccezione: la Finlandia, che tra il 1990 e il 1993 subì una caduta del Pil pari all’11% in seguito all’implosione dell’Unione Sovietica, il suo principale partner commerciale.

Se si sta alla definizione dell’Economist, neppure la prolungata stagnazione dell’economia giapponese negli anni ’90 – il cosiddetto “decennio perduto” – sarebbe da considerare una depressione. Il periodo di più pronunciata flessione dell’attività economica, tra il 1997 e il 1999, comportò infatti un calo del Pil di appena il 3,4%.

Come si è imparato a prevenire le depressioni

Diversi fattori – osserva l’Economist – hanno contribuito a rendere meno probabile, nei paesi avanzati, il ripetersi di un evento tragico come una depressione. Il più importante, probabilmente, è il ruolo molto più rilevante assunto dai governi nell’economia. In un periodo di crisi, il settore pubblico – a differenza delle imprese private – non è costretto a tagliare costi e posti di lavoro. Anzi, la riduzione delle imposte che si accompagna al calo dell’attività economica e l’aumento della spesa per sussidi di disoccupazione offrono sostegno ai redditi.

Un’altra differenza di rilievo è data poi dall’avvento di un più flessibile sistema valutario basato sulle monete legali, o fiat money, che hanno rimpiazzato la rigida parità aurea di un tempo. Col gold standard, nelle fasi recessive tendeva anche a contrarsi l’offerta di moneta, in una perversa spirale che esacerbava lo stato di crisi. Ora, invece, le banche centrali sono libere di perseguire politiche anticicliche, riversando liquidità nel sistema economico ogni qualvolta lo ritengano opportuno e nella misura desiderata. Infine, si è capito quanto sia essenziale sostenere il sistema creditizio, impedendo i fallimenti a catena di istituti bancari, che negli anni ’30 misero in ginocchio l’economia americana.

Nonostante questi enormi progressi, che hanno contribuito a rendere meno instabile il ciclo economico, le depressioni non sono scomparse. Nei 25 principali paesi emergenti, monitorati dall’Economist, ci sono stati negli ultimi 30 anni almeno 13 casi di contrazione del Pil superiore al 10%. Ne sono stati vittima, tra gli altri, Arabia Saudita, Argentina, Cile, Venezuela, Ungheria, Polonia, Thailandia, Indonesia e Malesia. Ma la crisi più scioccante ha colpito la Russia, il cui Pil declinò del 45% tra il 1990 e il 1998.

Il grafico che segue, tratto dall’articolo dell’Economist, documenta le dodici peggiori depressioni dell’ultimo secolo e, a destra, evidenzia come il tasso annuo di crescita del Pil americano si sia andato stabilizzando a partire dalla seconda metà degli anni ’40.

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