l'Investitore Accorto

Per capire i mercati finanziari e imparare a investire dai grandi maestri

Ray Dalio e la depressione americana

Decifrare questa crisi non è facile. Di bolle finanziarie, nella storia, ne sono scoppiate tante. Ma non abbastanza da non cogliere gli investitori ogni volta impreparati. E poi, nessuna crisi è stata uguale alle precedenti. E questa non fa eccezione. Il difficile è distinguere i tratti di continuità col passato dalle novità. Per sperare di riuscirci, almeno in parte, è necessario operare molteplici confronti e osservare le cose da angolature diverse.

Nel post Ma cos’è questa crisi, lo scorso dicembre, mi proposi di analizzare le differenze tra la situazione di oggi e il crollo del 1929, che aprì la strada alla Grande Depressione degli anni ’30. Certe fondamentali diversità sono evidenti e inducono a pensare che anche il decorso e gli esiti saranno dissimili. Pensare che oggi, come allora, il Pil possa contrarsi del 30% o le Borse crollare del 90% pare davvero eccessivo.

La settimana scorsa, nel post Le conseguenze delle crisi bancarie sistemiche, sono partito da un altro aspetto evidente dell’attuale situazione, e cioè il fatto che siamo in presenza in diversi paesi di un dissesto grave dei sistemi bancari. Situazioni analoghe si sono ripetute nell’ultimo secolo almeno una quindicina di volte. Pur nella varietà degli esiti, si è in genere assistito a recessioni lunghe e profonde con cali dei listini azionari superiori al 50%.

Oggi vorrei riprendere un’intervista rilasciata a Barron’s da Ray Dalio (nella foto in alto), fondatore e chief investment officer di Bridgewater Associates, uno dei più prestigiosi gruppi d’investimento al mondo. Ci permetterà di capire in che senso la crisi attuale – per lo meno al suo epicentro, e cioè in America – vada interpretata, nella dinamica di fondo, come una depressione e non semplicemente come una recessione.

Trappola del debito e depressione

Nel mio post Recessione e depressione, qual è la differenza? ho dato di recente una descrizione standard, di tipo quantitativo, dei due concetti di depressione e recessione, riprendendola da un articolo dell’Economist. Dalio, però, quando sostiene che l’America è entrata in depressione ha in mente una definizione diversa, che va più alla radice dei processi economici.

A suo modo di vedere, molti investitori sono oggi indotti in errore dall’istintiva tendenza ad applicare alla crisi economica il modello interpretativo della recessione. Le recessioni, infatti, si ripetono ciclicamente ogni qualche anno. Tutti ne abbiamo avuto esperienza. E anche se questa di oggi appare più grave di quelle del recente passato, è difficile sfuggire all’attrazione di quanto già abbiamo vissuto ed elaborato: per la quasi totalità degli investitori, crisi economica significa recessione.

La dinamica di fondo di una recessione è ben nota. Il ciclo economico si surriscalda e comincia a produrre inflazione. Le banche centrali intervengono alzando i tassi d’interesse. L’economia rallenta, la domanda si raffredda fino a spegnere le pressioni sui prezzi. A quel punto le banche centrali abbassano i tassi e nel giro di qualche mese il ciclo riparte. Nel dopoguerra le recessioni nei paesi avanzati sono durate in media meno di un anno.

Non è però questo, per Dalio, quello che oggi sta accadendo in America, così come in altri paesi. Uno sguardo più attento alla natura dei processi in corso ci rivela che non siamo semplicemente immersi in una lunga recessione. In America, e anche da altre parti, c’è una depressione.

Cosa accade in una depressione – fenomeno più raro di cui pochi, in Occidente, hanno memoria?

“Quel che succede – dice Dalio a Barron’s – è che le economie seguono un ciclo del debito di lunga durata, scandito da una dinamica che si autorinforza. La gente finanzia i consumi facendo ricorso al credito e i debiti aumentano in rapporto al reddito. Anzi, per essere più precisi, è il costo del servizio del debito che aumenta in rapporto al reddito. Al picco del ciclo, si acquistano asset, indebitandosi, a prezzi così alti che i flussi di reddito generati dagli asset non sono sufficienti a coprire il costo del debito contratto. Più in generale, i redditi si rivelano inadeguati a far fronte alla crescita dei debiti.”

E’ dunque l’accumularsi di un debito insostenibile in tempi di generale euforia che prelude a una depressione economica. Quando la bolla scoppia, si sgonfiano i prezzi degli asset, languono i redditi, si contrae il valore delle garanzie reali: il peso dei debiti diventa sempre più intollerabile.

Come osserva Dalio, “comincia allora un processo inverso, che ha pure la tendenza ad autorinforzarsi. Detto nel modo più semplice, un sistema paese giunge al punto in cui ha bisogno di ristrutturare i suoi debiti. In questo senso, si può dire che il caso General Motors è una metafora della condizione degli Stati Uniti nel loro complesso.”

Gli Stati Uniti, per quanto ricchi, sono dunque piegati sotto il peso di un gravame di debiti esorbitanti. Nella sua essenziale dinamica, la situazione in cui si trovano è analoga a quanto capitò loro negli anni ’30, o a quel che accadde ai paesi latinoamericani negli anni ’80 e al Giappone negli anni ’90. Un’idea degli eccessi d’indebitamento a cui le famiglie americane si sono lasciate andare è data dal grafico che segue, ripreso dall’articolo di Barron’s.

Nel complesso, se si sommano capitale da rimborsare (linea azzurra) e costo degli interessi (linea rossa), il costo del servizio del debito in rapporto al reddito (linea blu) è tornato al picco storico della fine degli anni ’20, ossia attorno al 14%. E’ un carico esagerato.

Ristrutturazione del debito e svalutazione del dollaro

Cosa va fatto? Un ritorno alla salute economica, una ripresa dell’attività di credito e dei processi di crescita esigono che prima il debito sia ristrutturato, ossia ridotto. Come? Attraverso le insolvenze e i fallimenti, oppure l’inflazione – che consente di gonfiare i redditi nominali e, di converso, svalutare il valore reale delle passività – oppure ancora, nel caso di un paese con molti debiti verso l’estero come l’America di oggi, con una svalutazione del cambio.

Questo processo di ristrutturazione dei debiti – tramite insolvenze, inflazione e svalutazione del cambio – non è ancora praticamente iniziato, nota Dalio. Per ora, quel che la Federal Reserve o il Tesoro americano hanno fatto – con discreto successo – è stato di offrire garanzie e prestiti affinché la montagna dei debiti insostenibili potesse continuare a essere onorata. Coi loro sforzi hanno anche reso possibile una discesa dei tassi d’interesse, tale da portare ossigeno alle molte banche, famiglie e imprese sull’orlo del tracollo.

Ma la montagna dei debiti è ancora lì, ed è una zavorra tremenda che soffoca l’economia Usa.

“Il 2009 e 2010 saranno gli anni dei fallimenti e delle ristrutturazioni. Ci saranno svalutazioni di crediti e vendite di asset. Si tratterà di un periodo molto difficile, che coglierà di sorpresa un sacco di gente. Molta gente, infatti, si rende conto che le cose vanno male ma si aspetta che, come in tutte le crisi del dopoguerra, gli Usa se la cavino senza grossi problemi.”

Nella depressione seguita al crollo del 1929 – osserva Dalio – il fondo della crisi economica fu toccato agli inizi del 1933, quando l’impulso reflattivo che fece ripartire il ciclo venne dalla svalutazione del dollaro. La stessa cosa dovrà accadere questa volta. Per Dalio la Federal Reserve sarà costretta a continuare a stampare carta moneta e ad acquistare titoli del Tesoro a lungo termine, allo scopo di tenere bassi i tassi d’interesse.

La conseguenza, prima o poi, sarà una fuga dal biglietto verde e il suo deprezzamento sul mercato dei cambi. A quel punto, ma solo a quel punto, la crisi vedrà un suo sbocco, il gravame dei debiti risulterà alleviato, e Wall Street celebrerà la fine dell’incubo con un grande rally – com’è accaduto di regola dopo le crisi valutarie del passato.

Prima di allora, e dunque – come minimo – per buona parte del 2009, Dalio pensa che i mercati azionari siano destinati a scendere ancora e che la scelta migliore, per un investitore, resti quella – molto difensiva – di sovrappesare in portafoglio i titoli di stato e l’oro. Tra le valute internazionali, quella da preferire – a suo giudizio – è lo yen, sostenuto dall’avanzo della bilancia commerciale giapponese e dalla tendenza degli investitori nipponici, in un contesto così instabile, a rimpatriare i fondi investiti all’estero.

Quando verrà – non prima della fine del 2009 – il rally delle Borse costituirà “l’occasione d’acquisto del secolo”. Ma ci saranno prima altre delusioni. Il bull market, per Dalio, deve aspettare.

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27 pensieri su “Ray Dalio e la depressione americana

  1. dolce in ha detto:

    Ha visto, dr. Bertoncello, che avevo ragione io? Questa è crisi che si sta rivelando peggiore di quella del 1929, ed io avevo detto che era pari a quella del 1929, e qualcuno disse che avevo visioni; è crisi il cui fondo è ancora lontano. E’ ancora presto, molto presto, per comprare azioni, a meno che non sia abbia attitudine al masochismo. Vi sarà quest’anno – nella seconda parte – un bel rimbalzo, però il vero collasso delle azioni è ancora da vedersi. La saggezza vuole che si stia ben liquidi; e Gann ci aiuta in questa strategia.

  2. Daniele in ha detto:

    Finalmente, sia detto senza offesa per nessuno, un’analisi realistica della situazione. Non pare esserci nessuna logica via di soluzione a questa crisi, proprio partendo dalla considerazione del debito aggregato USA, se non quella di una enorme svalutazione della moneta. Non si sarebbe mai visto un Paese stampare furiosamente moneta senza che questa sia destinata a perdere di valore…
    All’esito della svalutazione è anche chiaramente individuabile una forte ripresa dei corsi borsistici. A quel punto diventerà molto conveniente produrre negli USA e la manifattura mondiale potrà tornare nelle loro mani. Il tutto dopo aver domezzato il debito nelle mani dei loro creditori.

    Ciò che pare poco tollerabile è l’occulta modalità con la quale nel recente passato si è cercato di mascherare in ogni modo l’aumento della massa monetaria (mancata publicazione di M3) e l’assoluta scarsità di dati relativi alla consistenza del debito USA ed alla sua qualità. Altro elemento sul quale riflettere è costituito da come si muovono le agenzie di rating che danno i voti ai debiti sovrani. Sembrano molto tempestive quando hanno declassato la Spagna. Mancano notizie sull’eventuale declassamento degli USA. Sbaglio o c’è qualche asimmetria informativa?
    Daniele

  3. sueggiù in ha detto:

    Dall’inizio di questa crisi hanno “lasciato” fallire solo la Lehman, per tutte le altre si sono prodigati con enormi aiuti (finanziati dal contribuente).
    Da profano mi chiedo se non sarebbe stato più accorto sostenere direttamente i risparmiatori anzichè le cause di questa crisi.
    Anche la soluzione bad bank lascia in sospeso una questione fondamentale: chi paga il conto di questa bad bank?
    Personalmente lascerei andare le banche al loro destino (con lo stato che si fa garante dei risparmi).
    Le istituzioni finanziarie che resterebbero sul mercato apparirebbero agli occhi delle persone come il risultato di una “selezione” e contribuerebbe a ricreare quella di fiducia necessaria per sperare in una ripresa duratura.
    Spero che sia arrivata finalmente l’ora e mi auguro che “Il 2009 e 2010 saranno gli anni dei fallimenti e delle ristrutturazioni”.

  4. suvretta in ha detto:

    Credo sia azzardato confrontare cio’ che accadde tra il 29 e il 32 e quello che perlomeno attualmente sta accadendo.Disoccupazione al 25%
    p.i.l.a -30% principali investment trust ( gli attuali fondi comuni )tra cui quelli della già allora” allegra ” Goldman Sachs ridotti a valori vicini a zero ma sopratutto la tragica immobilità della F.E.D. crearono milioni di sventurati che vagavano dal Midwest verso la California per raccogliere frutta a 20 cents la cassa.Nessuno può prevedere se ci toccherà ora forse di peggio ma prima di augurarci tutto ciò aspettiamo almeno che accada.P.S. Il Dow tra set.29 e lug.32 – 89% proprio cosi sicuri che si ripeterà ?

  5. Daniele in ha detto:

    Non c’è bisogno di ipotizzare una situazione così drammatica. Tra l’altro la storia non si ripete mai nello stesso modo: sono mutate enormemente una moltitudine di fattori che rendono semplicemente improponibile il paragone. Però c’è una bella differenza tra immaginare una semplice recessione, intesa come interruzione di un ciclo positivo di tre/quattro trimestri seguiti dalla ripresa ed un qualche cosa di assai più serio. Qursta è una vera e propria crisi di insolvenza e non una semplice pausa. Lo snodo cruciale è come uscire da una situazione di insolvenza e (non lo dico certo io) pare che non si possa fare producendo altro debito. Forse un default “pilotato” appare la scelta migliore e meno traumatica.

  6. buffett in ha detto:

    Paragonare questa crisi al 29 mi sembra poco realistico. Con questo non voglio dire che oggi siamo messi meglio. Nel 29 l’economia americana era un ‘economia soprattutto rurale completamente diversa dalla struttura economica e sociale attuale. E’ peggio o è meglio oggi di allora? Non lo so! Credo però che oggi siamo in grado di reagire a una velocità decuplicata rispetto a quel periodo, almeno lo spero. Mi auguro inoltre che presto si sappia quale è la vera situazione del sistema creditizio mondiale, quanti crediti inesigibili (asset tossici) hanno in carico. Fino a quel momento dobbiamo aspettarci di tutto e di più. Non voglio mettermi al livello di Dalio dicendo che condivido quello che dice, però tristemente lo condivido.

  7. BRUNO in ha detto:

    Sempre i stessi commenti… boh.. non lo so.. credo.. forse.. e chissà. Chi vivrà vedrà. Intanto per chi non vuol farsi tante domande ma applicare regole elementari di trend che ne dite di investire seguendo le regole delle 4 settimane per entrare e uscire dal mercato? Non l’ho certo inventata io…. Dubbiosi esercitatevi a trovare lo strumento giusto per operare.. sempre con regole di money management..
    Piccola elementare soluzione, non solo chiacchiere…
    Saluti

  8. Jibbaf in ha detto:

    Scusa bruno, a quali regole ti riferisci?

  9. MarcoDC in ha detto:

    Bruno, non ci vedo niente di male nel fare quattro chiacchere; diffido invece di chi propone soluzioni.

    Veramente c’è ancora chi crede nelle PICCOLE ELEMENTARI SOLUZIONI ?

    Sueggiù, comprendo appieno la tua acredine verso le banche, causa di questa crisi globale, le banche con la loro creatività finanziaria permessa dal lassismo delle istituzioni di controllo, ma il fallimento delle banche porterebbe al fallimento del sistema; è per questo che sono state sostenute, nessuno l’ha fatto per buonismo e le banche stesse si sono aggrappate ai ciambelloni lanciati dai governi solo quando non hanno potuto proprio farne a meno; perchè questi salvagente NON sono gratuiti. Non è un caso che le banche italiane non ne hanno ancora “approfittato”: sono forse più stupide delle altre ?

    Un altro discorso è poi quello di mettere sullo stesso piano banche salvate (inglesi) e banche come quelle italiane che per ora se la sono cavata da sole, lascarle tutte sul mercato con lo stesso livello competitivo. Questa è un’anomalia che andrebbe risolta: salviamo le banche perchè sono il motore dell’economia, ma premiamo quelle che hanno avuto comportamenti + virtuosi.

    In questo senso, mi pare, si inizia a discutere in Europa: speriamo.

  10. Vinello in ha detto:

    Sueggiù: “Personalmente lascerei andare le banche al loro destino (con lo stato che si fa garante dei risparmi).”

    Sueggiù, hai ripetuto lo stesso concetto di un tuo precedente commento, senza approfondirlo… così non si va molto avanti nel discorso…

    Riferimento:
    http://investitoreaccorto.investireoggi.it/il-mercato-delle-idee-soluzioni-alla-crisi.html commento 10

  11. BRUNO in ha detto:

    Per MarcoDC
    Se lo scopo del blog è fare 4 chiacchiere anche le mie sono tali. Con soluzione intendevo qualcosa di pratico da applicare. Per esempio qualche blog fa c’era qualcuno che era inavvertitamente entrato nel mercato a settembre 2008 accumulando in poco tempo una perdita del 60%. Poteva evitare una perdita simile. Come? Con regole di money management. Ma ancor prima rendendosi conto che si inseriva in un mercato in pieno trend primario ribassista!!! Chi si chiede quando è il momento di investire evidentemente non ha impostato tali regole. La regola ti affranca da molte domande e dalla inevitabile confusione mentale derivante dal leggere le più disparate opinioni. Quanti di noi hanno la preparazione di Buffet per scoprire dove c’è valore? Credo che lo stesso non possa essere preso a esempio in quanto ritengo che disponesse di informazioni privilegiate per noi inaccessibili. In una delle su famose massime dichiarò che “uno diversifica quando non sa quello che compra”. Lo stesso Greenblatt – gestore dichiaratamente value- ne ” il piccolo libro che batte il mercato azionario” riconosce la difficoltà nello scovare aziende sottovalutate e implementa il suo processo di investimento con REGOLE SISTEMATICHE DI GESTIONE, dopo aver al massimo sintetizzato i criteri di selezione titoli con i famosi due parametri. Ecco che Greenblatt ragiona come Buffet ma adotta regole di money management, che ritiene importanti e necessarie quanto comprare titoli sottovalutati.

    Saluti

  12. BRUNO in ha detto:

    Per Jibbaf

    La regola delle 4 settimane per entrare/uscire dal mercato sono una idea di Richard Donchian. Si prende il prezzo più alto delle ultime 4 settimane ( 20 gg) per entrare (e all’opposto per uscire) dal mercato. La regola è solo l’inizio però, devi cercare lo strumento che presenta una volatilità adeguata per quella regola e infine(per modo di dire) impostare regole di money management.
    A prescindere però questo è ( per me) -ad esempio – un semplice elementare metodo per “esercitarsi” ad investire, con il 10/15% del capitale destinato all’investimento.
    Poi ognuno può cucirsi addosso il vestito che più gli piace..

  13. Fabris in ha detto:

    Caro dott. Bertocello,
    sebbene apprezzi molto i suoi interventi, dissento appieno sulla sua opinione di ritenere i livelli di mercato azionario correnti come punti interessanti di ingresso, anche se con un orizzonte di lungo termine. Siamo, infatti, agli inizi di una lunghissima stagione di “debt deflation” o “deleverage” di tipo sistemico. L’ultima esperienza di questo tipo è stata vissuta dal Giappone, che ancora non riesce ad uscirne fuori. Il ritorno a livelli sostenibili di indebitamento sistemico è un percorso lungo e doloroso, fatto di debolissima domanda aggregata, disoccupazione galoppante, contrazione dell’attività economica a 360 gradi, per diversi anni. Quando, infatti, il “must” unico è dato dall’incremento del tasso di risparmio, non c’è politica di stimolo fiscale o tassi a zero che tenga e che possa sbloccare il consumer spending.
    Nulla, infatti, può la sola crescita della massa monetaria se non affiancata da una adeguata velocità di circolazione della moneta. Se pensate poi che l’86% circa perso dall’S&P 500 nel 29-32 non sia replicabile nel mondo odierno, andate a vedere il Nikkey cosa ha fatto dai massimi dell’ 89. Avrete la risposta che state cercando. Non voglio fare facile terrorismo, ma solo cinico realismo. La catarsi dei mercati è solo a metà circa della strada da percorrere. Ci saranno bear market rallies nel mentre, ma la tendenza primaria è quella del Nikkey post 89.

  14. sueggiù in ha detto:

    @Marco DC,
    non è acredine verso le banche “a prescindere”.
    Le banche italiane non hanno ancora chiesto aiuti non perchè sono stupide, ma perchè come dici tu questi aiuti non sono gratuiti ed è probabile che le condizioni poste per il salvagente siano troppo stringenti per chi in questo momento detiene (e non vuole mollare) le leve del potere nel salotto bancario.

    @Vinello,
    non capisco (ma è colpa mia) cosa intendi per “approfondire il concetto…”.
    Sia nel mio commento precedente che in quello di questo post (che parla di debiti, di probabili fallimenti e ristrutturazioni), ho commentato che ritengo il male minore lasciare fallire le banche (soggetto cardine di questa crisi) oppure, ma mi sembra tecnicamente la stessa cosa, nazionalizzarle per garantire il risparmio.
    Marco DC, per esempio, con la sua risposta mi sembra abbia colto il senso del mio commento.
    Cosa intendi tu per andare avanti nel discorso?

  15. Fabris in ha detto:

    Per sueggiù
    lasciar fallire le banche significa commettere gli stessi errori che portarono alla Grande Depressione. L’unico modo per evitare che la Depressione (certamente non Recessione) corrente diventi una Grande Depressione, consiste nel sostenere il più possibile di quel che resta della fiducia dei risparmiatori/investitori nel sistema finanziario. Lasciar fallire le banche è agli antipodi di questo obiettivo. E poi non scordare che il sistema capitalistico è bancocentrico per definizione e che i governi possono solo comprare temporaneamente le banche perchè sono del tutto incapaci di fare i banchieri. Una cosa è garantire i risparmi, un’altra fare attività di banca.

  16. Alessandro in ha detto:

    Quando leggo commenti come quello di 13 Fabris mi chiedo con stupore come sia possibile che esista gente (con tutto il rispetto) che crede di conoscere il futuro e addirittura ne dà lezione al prossimo! E non solo, ma condisce la propria “verità” con teorie e dati tecnici, come se il futuro, per definizione inconoscibile a noi mortali, fosse rappresentabile da una teoria o da un grafico. A questo punto tanto vale leggere l’oroscopo sul giornale la mattina.

  17. sueggiù in ha detto:

    @Fabris,
    l’attività di banca che intendi tu spero che non sia quella ci ha portato dritti dritti in questa crisi.
    Il sistema capitalista DOVREBBE essere bancocentrico ed essere al servizio dell’economia reale e non della finanza creativa.
    Per questo una nazionalizzazione (che ribadisco è un prendere atto del fallimento del sistema bancario) potrebbe servire a re-indirizzare quella che dovrebbe essere la funzione originaria delle banche, fin dalla notte dei tempi.
    Tu non vedi un legame con l’andamento del Nikkey post 89 di cui fai cenno nel tuo commento 13?
    Dopo una crisi finanziaria (anche lì a seguito di una bolla immobiliare), in quel paese adottarono le stesse misure che sta adottando ora l’Occidente: non lasciarono fallire nessuna banca e inondarono il mercato di tantissima liquidità con tassi di interesse pari a zero.
    I risultati li conosci.

  18. Fabris in ha detto:

    Per Alessandro
    non ho espresso alcuna verità, ma solo la mia opinione, qualificata.

    Per sueggiù
    credimi, alla base dell’attuale crisi non c’è la finanza creativa delle banche, ma Alan Greenspan e la sua politica monetaria che ha tenuto i tassi troppo bassi e per troppo tempo, considerando che quella del 2001 era una recessione davvero di poco conto. Il denaro a buon mercato, disponibile per troppo tempo, ha prodotto la bolla immobiliare e l’esplosione del debito in tutte le sue forme (anche quella della finanza creativa).
    Non bisogna, in economia, commettere l’errore di scambiare le cause con gli effetti.

  19. sueggiù in ha detto:

    Per Fabris,
    perdonami ma non credo alla storia del Grande Vecchio.
    Chi prestava denaro per quantità superiori al valore dell’immobile dato in garanzia, confidando che i prezzi delle case sarebbero saliti all’infinito?
    Le banche.
    Chi le avrebbe obbligate a farlo, Greenspan…?
    Tu lo avresti fatto se fossi stato un banchiere (anche se magari lo sei…)?
    Dovrebbe essere una regola basilare di buona amministrazione.
    Idem per la finanza creativa, che le ha obbligate a vendere derivati a tutto spiano?
    Se avessero avuto una certa etica (oops l’ho detto..), i tassi potevano essere a zero per molti anni, Greenspan e non Greenspan.
    A mio parere la causa è il sistema bancario sia centrale che non, e l’effetto sono i guasti sull’economia reale.

  20. Fabris in ha detto:

    Per sueggiù
    la miscela esplosiva che porta alla formazione delle bolle del credito/debito come quella che stiamo vivendo è costituita da due elementi essenziali: fondamentali economici ottimi e denaro troppo a buon mercato, per troppo tempo. Ogni volta che sussistono al tempo stesso queste condizioni, nel sistema iniziano a pullulare forme di investimento marginalmente poco remunerative e altamente rischiose al tempo stesso (vedi ad esempio subprime, arm, cdo su subprime ratati tripla a, casa vista come bancomat continuo da cui estrarre valore, spread su corporates singola B pari a quelli che oggi troviamo sul bund tedesco etc…). Tutte queste forme di investimento “cattive”, non appena viene meno la condizione del denaro a buon mercato, implodono su se stesse e con sè trascinano la fiducia nel sistema e quindi in ultima analisi il sistema stesso che vive della fiducia dei risparmiatori/investitori. Secondo te perchè questa crisi è venuta a galla solo quando la politica monetaria della fed è diventata restrittiva??

  21. sueggiù in ha detto:

    Per Fabris,
    pienamente d’accordo sulla tua descrizione delle forme di investimento cattive e del formarsi delle bolle.
    L’hai scritto tu che poi “nel sistema iniziano a pullulare forme di investimento….altamente rischiose ” ; in quale sistema se non in quello bancario?
    Giri sempre intorno al problema, queste forme le ha forse inventate la Fed?
    Certo, la FED le può stimolare, ma poi chi presta denaro e propone investimenti in ultima istanza è sempre e solo la banca.
    Non riesco a capire come fai a tenere così nettamente separate la politica della Fed con la politica di investimento delle banche.
    Non riterrai queste ultime un soggetto passivo nelle mani della Fed?
    Non ti sei mai chiesto se per caso siano sempre stati conniventi?

  22. Fabris in ha detto:

    Ripeto, l’origine dell’attuale bolla è da ascrivere alla FED ed alla sua politica inopportuna e scellerata del denaro privo di costo, quando non vi erano le ragioni per farlo.
    Se, nel periodo 2001-2004, i tassi fossero stati lasciati liberi di autodeterminarsi, senza alcun intervento artificioso che li ha mantenuti quasi a 0 per oltre un biennio senza ragione alcuna, la bolla immobiliare non avrebbe certamente raggiunto livelli da bomba atomica quale poi ha assunto. Il mercato, infatti, avrebbe selezionato per certo tassi più elevati, eliminando anzitempo tutte le storture e forme di investimento cattive incipienti.
    Una domanda ti faccio per mia curiosità: ritieni più scellerato il comportamento di una banca che presta denaro a chi ha poche chances di ripagarlo o quello del mutuatario che desidera comprarsi una ferrari o una villa con piscina, quando ha appena i soldi per mangiare?
    La mia risposta: sono entrambi comportamenti irrazionali, che hanno alla base lo stesso comun denominatore: il denaro regalato in un contesto già di per sè di crescita economica vigorosa.

  23. Vinello in ha detto:

    @Sueggiù

    Immediatamente dopo il tuo commento al post del Dott Bertoncello che ho citato sopra ne troverai vari miei.
    Sono una reazione istintiva al sentire parlare di nazionalizzazione delle banche italiane.
    Capirai che mi hai colpito nel vivo 😀

    Dato che qui hai riproposto il concetto, stavo per replicare nuovamente. Mi son accorto però che avrei espresso le stesse idee e non volevo nuovamente occupare troppo spazio come la volta precedente.

    Chiedere a te di approfondire ciò che pensi, per me è anche un modo per capire quali notizie mi son perso sull’argomento.

    Saluti,
    Vinello

  24. Andrea in ha detto:

    Egr. Dot. Bertoncello,

    lei non crede che questa crisi sistemica non possa essere la fine di un “era”? La fine del dominio statunitenze e delle sue ideologie.
    Non crede che possa portare ad una piccola apocalisse economica, sociale e di equilibri internazionali?

    1) Gerald Celente, l’amministratore delegato del Trends research Institute, in un’intervista rilasciata a Fox Business ha esposto pubblicamente le sue previsioni sul futuro degli Stati Uniti: secondo Celente (che pare avesse già previsto l’implosione dell’URSS e la caduta del Muro di Berlino), gli Usa stanno precipitando in una crisi che culminerà nel 2012. Entro quell’anno, infatti, l’ex superpotenza sarà travolta da insurrezioni di massa per il cibo che mancherà, ribellioni scatenate dai senza tetto e rivolte organizzate dai contribuenti impoveriti dalle richieste fiscali.

    http://www.trendsresearch.com/journal.html

    2) Il Ministry of Defence britannico sul finire del 2006 ha messo on line il rapporto The DCDC Global Strategic Trends Programme 2007-2036, in cui si delinea uno scenario disastrato su scala planetaria.
    Nella conferenza sulla Difesa organizzata dal prestigioso gruppo d’informazione Jane’s, si afferma che «The Joint Doctrine and Concepts Centre of the British military predict a breakdown of the global order in the next decade and other strategic thinkers are equally pessimistic» — “il Joint Doctrine and Concepts Centre delle forze armate britanniche prevede un collasso dell’ordine planetario nel prossimo decennio, e altri studiosi di strategia sono ugualmente pessimisti”.
    http://www.janes.com/events/conferences/ukdc2007/

    3) Per finire, Igor Panarin, Dottore in Scienze Politiche e Direttore del Dipartimento degli affari internazionali presso l’Accademia diplomatica del Ministero degli Affari Esteri della Russi, prevede che a partire da aprile-giugno 2009, la crisi economica potrebbe portare a una drammatica guerra sociale-civile negli Stati Uniti, che potrebbe portare alla divisione territoriale della nazione.
    http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=24328&PHPSESSID=7670af72ac624d8c5185b13cc2a411a5

    Ora, mi rendo conto che queste sono cassandre che non si sa su cosa basino le loro previsioni…ma una certa reputazione cel’hanno non crede?

    Lei ritiene probabile una prosecuzione della crisi a questi livelli?

    Distinti saluti e grazie del suo blog.
    Andrea

  25. Gentile Fabris (13),

    ho pubblicato l’analisi di Dalio perchè, oltre ad avere stima di lui, trovo convincente la sua tesi di fondo – e cioè che il problema degli Stati Uniti è l’indebitamento eccessivo, il quale genera una dinamica depressiva.

    Non sono però d’accordo con la conclusione a cui arriva lei, ossia – se capisco bene – che il Giappone è il modello a cui dobbiamo guardare per capire gli esiti – sia negli Usa che a livello globale – dell’attuale crisi.

    Il Giappone, a mio avviso, è stato e resta un caso molto particolare. E’ stato lento e timido nel reagire allo scoppio della bolla speculativa, ormai quasi venti anni fa. Ha consentito che le attese di deflazione si consolidassero e radicassero nel paese. Per lunghi anni si è rifiutato di ristrutturare il sistema economico, gravato da una melassa di vincoli tra banche, imprese e politica. Era ed è un paese vecchio, in cui i pensionati traggono vantaggio dalla deflazione e avrebbero invece da temere l’inflazione.

    In tutto questo, Giappone e Stati Uniti sono due paesi per molti versi agli antipodi.

    Se il Giappone ha finito per accettare una lunga stagnazione come sua peculiare soluzione alla crisi, ho la sensazione che gli Stati Uniti perseguiranno la via opposta, fatta di reflazione, inflazione e svalutazione del dollaro. Mi sembrano modalità per disfarsi del debito eccessivo più in sintonia con la loro cultura e più facilmente esperibili, in ogni caso, da un paese che resta per ora l’unica superpotenza e che continua a disporre della principale valuta di riserva.

    Quando poi dagli Stati Uniti si passa a contemplare la scena globale, penso sia importante capire che il problema americano è diverso e spesso opposto a quello di tanti altri paesi.

    I motori della crescita mondiale – negli ultimi anni – sono stati i grandi paesi emergenti, che hanno poco debito, grande accumulazione di risparmio e conti in attivo. Certo, il loro problema è che hanno prodotto molto per il consumatore americano, il quale oggi deve tirare la cinghia. Riorientare la crescita non è realizzabile all’istante. Ma non si può ignorare che le risorse per farlo ci sono.

    Insomma, la lunga depressione giapponese (e i riflessi che ha avuto sul Nikkei) è solo un grande spauracchio. Ma – nell’attuale situazione -non mi pare possa rappresentare un paradigma di alcunchè.

    Non è applicabile agli Usa, non è applicabile alla Cina, non è applicabile agli altri grandi paesi emergenti, non è nemmeno applicabile all’Europa (la Germania non ha debito e non ha eccessi, la Gran Bretagna ha debito ed eccessi ma per struttura economica e cultura assomiglia più agli Usa che al Giappone).

    L’unico paese che presenta diverse analogie al caso giapponese è l’Italia, dove, a peggiorare la situazione, scontiamo anche diversi deficit aggiuntivi, come la minore ricchezza, il minore sviluppo scientifico e tecnologico, la minore coesione sociale e, probabilmente, la più pervasiva presenza della criminalità organizzata.

    Per fortuna, da noi non c’è stato un ciclo di boom e bust così devastante come in Giappone a cavallo tra gli anni ’80 e ’90. Resta il fatto che in una congiuntura internazionale fattasi molto difficile, siamo, tra i paesi avanzati, uno dei più preoccupanti vasi di coccio – un paese anomalo dove, come nel Giappone dei primi anni ’90, al montare di una grave crisi economica, i governanti passano il loro tempo a fare, in prevalenza, “bassa cucina” politica e la cittadinanza, nel suo complesso, sembra chiedere una sola rassicurazione, che la storia sarà fermata e nulla, in fondo, dovrà cambiare.

    Cordiali saluti,

    Giuseppe B.

  26. Gentile Andrea,

    non faccio il futurologo ma, da giornalista un po’ scafato, non mi stupisco affatto se uno stratega militare prevede il collasso del vecchio ordine (è il tipo di previsione che giustifica la loro esistenza) o se uno studioso russo proietta sugli odiati Stati Uniti l’amara esperienza che gli è toccato di vivere nel suo ex-impero (rottura dell’unità territoriale e guerre civili).

    Io non sono pessimista sulle prospettive degli Stati Uniti. Mi sembrano un paese ricco di talento, dinamico, aperto, capace di rinnovarsi, che nel momento della crisi ha saputo scommettere sul futuro e dotarsi di una leadership di grande qualità.

    Penso che la crisi andrà a ridefinire i rapporti tra gli Stati Uniti e l’Asia, uniti nell’ultimo decennio da un rapporto simbiotico che, nei termini del passato, non potrà più continuare.

    Per anni, infatti, l’Asia ha prodotto per soddisfare i consumi americani, che venivano gonfiati da un’accumulazione di debiti prontamente finanziati dagli stessi paesi asiatici.

    I surplus asiatici finanziavano i deficit americani e il meccanismo veniva oliato dalle banche centrali, che tenevano bassi i tassi d’interesse. La Fed teneva bassi i tassi a breve, le banche centrali asiatiche tenevano bassi quelli a lunga comprando a piene mani il debito pubblico americano.

    Questo meccanismo è entrato in crisi e c’è da augurarsi che venga sostituito da nuove e più equilibrate forme di cooperazione tra Usa e Asia.

    Quanto all’Europa, questa crisi ne mette in discussione i meccanismi di funzionamento se non le ragioni d’essere. Mentre Usa e Asia saranno impegnati a ridefinire i rapporti reciproci, mi aspetto un’Europa intenta a ripensare se stessa.

    Cordiali saluti,

    Giuseppe B.

  27. Fabris in ha detto:

    Gentile dott. Bertoncello,

    il mio riferimento al Nikkei vuole essere solo un paradigma dell’entità di ribasso dei corsi azionari che mi attendo sul versante americano, non un’applicazione tout court della depressione nipponica agli Stati Uniti. Come lei ha in maniera corretta descritto, sussistono tante diversità tra Giappone e Stati Uniti. Ma mi permetta di dire anche che se gli Stati Uniti non hanno una popolazione in rapido invecchiamento, se sono intervenuti abbastanza tempestivamente per cercare di arginare la depressione, se la loro cultura ha spesso prodotto il meglio nei momenti più delicati, è anche vero che sono oberati da una montagna di debito spaventosa e a tutti i livelli (famiglie, governo, imprese) e soprattutto hanno i bilanci del loro sistema creditizio ricolmi di una montagna di titoli dal valore di mercato quasi nullo la cui entità è pressocchè non quantificabile. Quello che la gente comune non capisce è che i titoli cattivi non sono solo i titoli tossici in quanto tali (cdo, abs, cmbs etc..) ma lo sono ormai tutti i titoli di debito sottoscritti prima dell’agosto 2007. Vede, nel repricing globale indotto dalla crisi del credito iniziata nel 2007, anche un innocuo Bund decennale è divenuto di colpo un titolo tossico: le banche lo hanno in carico forse a Euribor meno 50 bps, mentre ora il mercato lo prezza Euribor più 50 bps. Se dunque la banca x vuole venderlo per fare liquidità deve accettare una perdita secca in conto capitale che manda in rosso il bilancio. Questo esempio solo per dire che nel nuovo mondo post agosto 2007 tutti i titoli di debito emessi in precedenza sono tossici, chi più chi meno. La pulizia dei bilanci delle banche appare dunque un processo lunghissimo e costosissimo, proporzionale alla massa infinita dei titoli da smaltire. Per questo la ripresa la vedo ancora molto lontana e per questo ritengo che l’ S&P 500 ha come primo target di breve area 600/650.

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