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Silvio Berlusconi e l’Italia che verrà

Per capire i successi di Silvio Berlusconi bisogna andare oltre l’analisi politica. Come scrive il sociologo Aldo Bonomi nel saggio Il rancore, alle radici del malessere del Nord, ridurre il fenomeno Berlusconi alla televisione, al conflitto d’interessi o alle regole violate significa ignorare il suo radicamento sociale, che trae origine dalle profonde trasformazioni che hanno investito il tessuto sociale e produttivo del nostro paese negli ultimi due decenni.

“Piaccia o meno, Berlusconi sta dentro l’anima di questo paese, non solo dentro la sua sovrastruttura,” scrive Bonomi. Continua a leggere…

Meno male che Silvio c’è

Silvio Berlusconi, si sa, non sopporta di essere secondo a nessuno. Così, in questi giorni, prima ha accusato il Partito Democratico di Walter Veltroni di “copiare la sua ricetta liberale” per l’Italia. Poi si è affrettato a competere persino sulla questione morale. A pochi giorni dall’approvazione del codice etico del Partito Democratico, ha annunciato, per bocca del fido Sandro Bondi (nella foto), che anche il Popolo della Libertà si doterà di una regola che garantisca l’irreprensibilità delle candidature.

Eccola: “Eventuali procedimenti penali che riguardano nostri parlamentari o eventuali candidati, esclusi quelli che hanno un’origine politica, costituiscono un motivo sufficiente di esclusione dalle liste”.

Ora, questo sì che è un guazzabuglio degno del nostro funambolico Cavaliere. Comico, direi, al pari della canzone “Meno male che Silvio c’è” e della buffonesca interpretazione che molti hanno potuto gustare ieri a Striscia la Notizia.

Veltroni imita le nostre ricette liberali, si lamenta Berlusconi. E poi che fa? Corre a scopiazzare il codice deontologico del PD. Con una vistosa, illiberale variante.

Giudica i giudici e affossa il fondamentale principio liberale della separazione dei poteri, attribuendosi di fatto la facoltà di discriminare i procedimenti penali validi da quelli non validi.

Infatti, chi deciderà quali siano i processi macchiati da un vizio di così arbitraria e soggettiva definizione come “l’origine politica”? Bondi non lo dice, ma è difficile sbagliarsi se si suppone che, alla fin fine, arbitro della questione sarà proprio lui, il leader maximo del PDL, Silvio “Meno-male-che-c’è”.

La situazione è così ridicola che mi ha fatto venire in mente una storiella. L’ho trovata nel libro Platone e l’ornitorinco, a esemplificazione di un atteggiamento che, in filosofia, viene chiamato emotivismo etico: è buono quel che mi fa piacere e mi fa sentire bene. Ovvero, nella versione di “liberalismo all’amatriciana” che Berlusconi sembra preferire, “facciamo quel che ci pare.”

Dice la barzelletta:

Un uomo scrive una lettera all’ufficio imposte dicendo: “Non riesco a dormire perché vi ho mentito. Ho dichiarato un imponibile troppo basso. Pertanto, allego alla presente un assegno di centocinquanta euro. Se continuo a non riuscire a dormire vi farò avere il resto.”

P.S.: Lo so, la storiella si presta a una facile contestazione. Viene infatti dagli Stati Uniti, un paese dove succede spesso che la gente soffra d’insonnia per il timore di non aver pagato tutte le tasse.

Qui da noi, è molto più comune che si dorma sonni tranquilli. E l’emotivismo etico, anziché un vizio, è normale che sia percepito come una virtù: “flessibilità, capacità d’adattamento,” si dice.

Per questo temo che del principio “deontologico” del PDL, enunciato da Bondi, finiremo per vedere applicata la seguente, estensiva interpretazione: “Dicesi procedimento penale di origine politica quel procedimento che, per qualsiasi ragione, vada a colpire un candidato o un eletto nelle liste del PDL.”

E siccome esclusi dalle cause di esclusione sono i procedimenti penali di origine politica, quale sarà mai il candidato o eletto nelle liste del PDL a veder sollevata contro di sé una causa di esclusione? L’ipotesi non esiste, per definizione.

E questo è il punto, ci dirà sorridente e sornione Silvio “Meno-male-che-c’è”. Il codice “deontologico” del PDL, a differenza di quello sinistramente liberticida di Veltroni, è “liberale”: lascia libero ogni candidato ed eletto del partito di fare quel che gli pare.

Silvio li sceglie? La sua scelta sana ogni difetto. Il popolo li vota? Il voto sana ogni difetto. Il popolo è sovrano, e non c’è nessuno più sovrano del leader che il popolo ama: Silvio “Meno-male-che-c’è”. Ahimé.

Rialzati Italia

Amo il sabato. Mi posso dedicare ai figli, allo sport, agli svaghi in genere e anche alle amenità – come lo slogan che Silvio Berlusconi avrebbe scelto per la sua campagna elettorale: Rialzati Italia. Conoscendo la passione di Berlusconi per i miracoli e il  complesso di superiorità da cui è afflitto, immagino che lo slogan sia stato ispirato dall’episodio evangelico in cui Gesù guarisce un paralitico.

“’Alzati – disse allora Gesù al paralitico – prendi il tuo letto e va’ a casa tua’. Ed egli si alzò e andò a casa sua. A quella vista, la folla fu presa da timore e rese gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini.” (Matteo 9, 6-8)

L’immagine evoca messaggi che qualche effetto forse l’avranno nell’imminente campagna elettorale: l’Italia in paralisi, interventi dall’alto che sbloccano la situazione, un potere grande finalmente dalla parte della gente.

Dove però fatico di più a capire la scelta di Berlusconi è nell’implicita presunzione che un’Italia che si rialzi sia pronta a vedere in lui il suo salvatore.

Su questo ho dei dubbi. Mi pare infatti più probabile che un’Italia di nuovo in movimento dica a lui, come ad altri che hanno presieduto al declino italiano dell’ultimo quindicennio: “prendi la tua poltrona e va’ a casa tua.”

Fare qualche conto, per un’Italia non più paralizzata, sarebbe facile.

Da quel 26 gennaio 1994, che nei proclami di Berlusconi doveva segnare – con la sua “discesa in campo” – l’avvio del miracolo” italiano, sono trascorsi 5127 giorni di progressivo declino.

Con qualche alto e basso, naturalmente. Ma la direzione è stata quella.

E chi sono stati, per così dire, gli azionisti di riferimento di un lungo periodo di stasi che minaccia di portare alla necrosi?

Ecco le quote:

Berlusconi ha passato 2054 giorni come Presidente del Consiglio, pari al 40,1% del tempo trascorso dalla “discesa in campo.”
Prodi: 1518 giorni, pari al 29,6%
D’Alema: 552 giorni, pari al 10,8%
Dini: 487 giorni, pari al 9,5%
Amato: 412 giorni, pari all’8,0%
Ciampi: 104 giorni, pari al 2,0%.

Dopo De Gasperi, Andreotti e Moro, Berlusconi è il politico che ha più a lungo occupato la carica di capo del governo nell’Italia repubblicana.

Ha 71 anni, 5 figli e 3 nipoti. Potrebbe fare il nonno, occupazione a cui il suo rivale Prodi ha già detto di volersi dedicare a tempo pieno.In alternativa, se si sente ancora troppo pieno di energie e di progetti, perchè non torna a guidare le sue aziende? Ne hanno bisogno.

Mi sono permesso di fare qualche conto in tasca a Berlusconi. E sono preoccupato. Le sue ricchezze, negli ultimi anni, si sono quasi dimezzate. Il suo impero rischia di andare in malora.

Passi per il Milan, che è quinto in classifica a 20 punti dall’Inter. Ma Mediaset, Mediolanum e Mondadori, a giudicare dalle quotazioni di Borsa, sono alla deriva.

Ecco i grafici degli ultimi tre anni (tratti dal sito di Borsa Italiana), confrontati all’andamento dell’indice S&P/Mib:



Per un azionista qualunque c’è di che strapparsi i capelli.

Berlusconi, ora che i capelli li ha, non si abbandoni però ai gesti di sconforto. E’ padrone e vuole essere salvatore? Torni dunque alle sue aziende. Dia fondo ai suoi poteri taumaturgici. Le faccia rialzare. Sono loro, e non certo l’Italia, ad avere bisogno di lui.

A Silvio

Di Silvio Berlusconi è noto l’abbandono con cui si circonda di adoranti yes men. Volendo filosofeggiare (è sabato ed è tempo di pensieri in libertà), direi che ne esistono di due tipi: gli idealisti e i pragmatisti. I primi sono spesso preti, ex comunisti e militari o figli di militari: orfani di un qualche dio, idea o capo a cui prostrarsi. I secondi sono in prevalenza ricercatori del profitto e del potere: lucidi calcolatori del fatto che non c’è scorciatoia più sicura per perseguire il successo nella vita pubblica che ossequiare l’uomo più ricco e potente d’Italia.

Nell’uno o nell’altro caso, vorrei che qualcuno mettesse in guardia Silvio e il Popolo della Libertà (PdL) che attorno a lui si sta ammassando.

Come classe dirigente del costituendo PdL, non ci potrebbe infatti essere di peggio di questi bramosi yes men. E lo fa ben capire la definizione, insuperata, che del termine “liberale” diede Karl Popper:

“Per liberale non intendo una persona che simpatizzi per un qualche partito politico, ma semplicemente un uomo che dà importanza alla libertà individuale ed è consapevole dei pericoli inerenti a tutte le forme di potere e di autorità.”

Già di Silvio risulta difficile dire che sia cosciente di questi pericoli. Ne vede alcuni ma non altri. E, soprattutto, sembra operare di continuo nella beata inconsapevolezza della minaccia che proprio lui, prima di tutto lui, in quanto concentrato sommo di potere e di autorità, pone a ogni possibile attuazione dell’idea liberale. Ma più ancora, se ci si attiene alla definizione di Popper, sono gli yes men berlusconiani che non possono che fare ribrezzo a chi abbia a cuore tale idea.

Non hanno rispetto per la propria libertà, figurarsi se possono averne per quella degli altri. Quanto al potere e all’autorità, li venerano a tal punto da rendersene sudditi non potendoli conquistare da sè. Riusciranno mai a concepirli come i pericoli da cui guardarsi? Forse soltanto dopo una lunga ed efficace psicoterapia.

In assenza di cure, e in un paese meno incline alle turlupinature, questi yes men troverebbero posto solo tra le fila di un movimento autoritario di vecchio stampo, che, con il coraggio delle proprie convinzioni, sarebbe fiero di chiamarsi, chessò, l’Ordine degli Illiberali (OdI). Altro che Popolo della Libertà!

Anche come semplici collaboratori, gli yes men sono però la scelta più sconsiderata che Silvio potesse fare. Se c’è un qualche suo amico, vero, che mi legge, glielo dica. Gli riporti questa utile e acuta riflessione che ho trovato nel libro Confessioni e Anatemi di Emil Cioran:

“Nessuna difesa possibile contro un ossequioso. Non si può dargli ragione senza cadere nel ridicolo; men che meno si può maltrattarlo o voltargli le spalle. Ci si comporta come se dicesse il vero, ci si lascia incensare non sapendo come reagire. Lui vi prende per allocchi, crede di dominarvi, e assapora il trionfo senza che possiate disingannarlo. Il più spesso è un futuro nemico, che si vendicherà di essersi inchinato davanti a voi, un aggressore mascherato che medita i suoi colpi mentre snocciola le sue iperboli.”

Da Mussolini a Craxi la storia d’Italia offre più di un esempio recente di grandi leader popolari (ma illiberali) che hanno finito per essere annientati dallo scherno di chi si era prostrato davanti a loro. A Silvio, che è il più simpatico, e che è ormai a fine recita, auguro un diverso epilogo. Ma si dia una mano. E i suoi amici, quelli veri, gli offrano qualche buon consiglio. Qualcuno lo convinca a riscrivere il canovaccio, a lasciar perdere gli yes men e il Popolo della Libertà: impostori i primi e un’impostura il secondo.

La democrazia della falsa alternanza

Accompagnata dal solito prepotente spiegamento di mezzi propagandistici è partita l’iniziativa di Forza Italia che chiede agli italiani di aderire alla richiesta di tornare subito al voto. “Firma anche tu! Per tornare a votare” è lo slogan.

E la motivazione, apoditticamente contenuta in una citazione di Silvio Berlusconi, dice così: “In democrazia, quando si è in presenza di una crisi politica irreversibile come l’attuale, la strada maestra è una e una sola: il ritorno alle urne…”. I puntini di sospensione mi consentono, spero, di interloquire aggiungendo due semplici osservazioni. Continua a leggere…

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