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La democrazia della falsa alternanza

Accompagnata dal solito prepotente spiegamento di mezzi propagandistici è partita l’iniziativa di Forza Italia che chiede agli italiani di aderire alla richiesta di tornare subito al voto. “Firma anche tu! Per tornare a votare” è lo slogan.

E la motivazione, apoditticamente contenuta in una citazione di Silvio Berlusconi, dice così: “In democrazia, quando si è in presenza di una crisi politica irreversibile come l’attuale, la strada maestra è una e una sola: il ritorno alle urne…”. I puntini di sospensione mi consentono, spero, di interloquire aggiungendo due semplici osservazioni.

Leader sfiduciati

Perché tornare a votare per gli stessi leader che già sono stati sfiduciati o dal parlamento o direttamente dagli elettori in recenti consultazioni? Si dice spesso che l’Italia, con l’avvento della Seconda Repubblica, ha scoperto la democrazia dell’alternanza. Bisognerebbe aggiungere l’attributo “falsa.”

La falsa alternanza dal 1994 a oggi (tredici lunghi anni!) ha visto succedersi Berlusconi e Prodi, e poi di nuovo Berlusconi e di nuovo Prodi col contorno dei soliti alleati e leader di partito. Hanno dato buona prova di sé, queste “squadre di governo”?

A giudicare dal continuo inabissarsi dell’Italia in quasi tutte le classifiche di performance socio-economica, è evidente che no. A giudicare dalla crescente insoddisfazione degli italiani, riflessa nella puntuale bocciatura dei governi uscenti ad ogni nuova consultazione elettorale, è pure evidente che no.

Voto e ricambio della classe politica

A che serve dunque votare?

E’ dai tempi dell’antica Grecia che si è capito che votare serve soprattutto ad assicurare il ricambio della classe politica e a impedire quei processi di accumulazione di potere che portano alle tirannidi.

Già nel V secolo avanti Cristo erano comuni i casi come quello di Drero, città sull’isola di Creta, dove vigeva la regola che nessuno poteva ricoprire la carica di kosmos (sommo magistrato) per una seconda volta prima che fossero trascorsi dieci anni.

Pratiche analoghe, spesso non scritte tanto sono ovvie, vigono nelle democrazie moderne. Si cambiano i leader uscenti o i candidati leader che perdono, ma anche – trascorsi un paio di mandati – quelli sempre vincenti.

La Gran Bretagna si è disfatta della Thatcher e di Blair, gli Stati Uniti di Reagan e Clinton – tutti leader con un carisma, una popolarità e una capacità di governo che nessuno dei nostri politici ha saputo, neanche lontanamente, imitare.

Da noi, invece, continua a perpetuarsi la pratica, antidemocratica, dell’occupazione del potere, ben espressa dal sempre attuale detto andreottiano: “Il potere logora chi non ce l’ha.”

La conseguenza di questa cultura politica abusiva e opprimente è che i più logori di tutti, nel nostro paese, sono ovviamente i cittadini: logori perché espropriati dei diritti e dei poteri che i cittadini dovrebbero avere in democrazia.

Il porcellum

Una riprova sta nei referendum popolari più volte disattesi. E un’altra riprova, che è poi anche la mia seconda osservazione, sta nella legge elettorale, il famigerato “porcellum”.

Il nomignolo si deve, com’è noto, all’ammissione da parte di uno dei suoi ideatori – il senatore leghista Roberto Calderoli – che di una “porcata” si tratta: perché rende difficile la formazione di maggioranze di governo, perché cerca di favorire una parte a dispetto dell’altra, perché infine sottrae gli apparati di potere partitici al controllo degli elettori grazie all’abolizione del voto di preferenza.

Dice, dunque, Berlusconi: in democrazia si vota.Aggiungo io, e quasi sento di dovermi scusare per la banalità: sì, si vota, ma non sempre per gli stessi candidati (già messi alla prova e già bocciati dall’elettorato) e non senza poter esprimere un vero voto, e cioè una preferenza.

Se no, i suggestivi appelli a percorrere la “strada maestra” in democrazia, facendo ricorso al presunto potere decisionale dei cittadini, suonano solo come una presa in giro.

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2 pensieri su “La democrazia della falsa alternanza

  1. Mirko in ha detto:

    Buonasera, intanto faccio i miei complimenti per il blog veramente bello e interessante.Commento serio il suo con il quale mi trova pienamente d’accordo, la democrazia è tale e vera se mette il cittadino in condizione di decidere chi lo deve rappresentare e non di votare un’entità impalpabile qual’è un partito che si prende la briga di scegliere chi mandare in parlamento a legiferare.Sono prefettamente concorde con il dire che le persone che ci “rappresentano” sono le stesse di 10/20/30 anni fà, avvolte stanno in una squadra avvolte nell’altra.. per dirla breve seguono le dinamiche del calcio mercato… chi offre più garanzie e “ricompense” ha i servigi di suddetto parlamentare.Quello che fa più impressione e come nonostante tutto la maggioranza degli italiani si rassegni a questa classe politica che ha dimostrato la sua totale incapacità di gestire lo stato italiano.Avvolte penso a quello che l’italia nei tempi passati era e che poteva essere mentre oggi ho l’impressione che siamo solo culi, tette, calcio e veline…Saluti

  2. giuseppe bertoncello in ha detto:

    Mirko,la ringrazio dei complimenti e mi scuso se non ho risposto prima. Penso che non dobbiamo rassegnarci. Una politica migliore è possibile, col concorso di tutti. Io, in questo blog, nei “pensieri laterali” che dedico all’Italia sono spesso molto critico. Ma lo sono per affetto verso il mio paese. Lo vorrei migliore.Tanto più forte è diventato questo sentimento da quando sono diventato padre di due figli. Sono piccoli e penso spesso che ho a disposizione più o meno una quindici d’anni (se Dio vorrà) in cui fare del mio meglio prima che si affaccino all’età adulta. Si dovessero ritrovare in un paese di cui provano vergogna me ne chiederebbero conto. E io voglio presentarmi a quell’appuntamento con i conti a posto. Non so cosa sarà dell’Italia. Ma la mia parte la voglio e la debbo fare.I figli sono dunque il mio maggiore incentivo a fare bene. E da quando ho scritto questo post, che ha originato il suo commento, ho pensato che c’è una questione di incentivi anche nell’esigere che ci sia rotazione ai vertici della cosa pubblica.Mi spiego. Assicurare il ricambio delle massime cariche dello stato è certo, in primo luogo, il modo di mantenere in vita una democrazia, impedendo le concentrazioni di potere. Ma c’è anche dell’altro. E mi è capitato di pensarci rileggendo un fenomenale ritratto che Montanelli scrisse di Ciriaco De Mita. E’ del 1989 e dice: “Il suo campo di manovra è sempre stato il partito, dove ha fatto tutta la sua carriera, e dove ha dato il meglio di sè, cioè il peggio: la capacità d’intrigo, di doppio gioco, di simulazione, di capoclan e di protettore di consorterie: arti nelle quali è maestro e con le quali fino all’ultimo ha tentato di salvare la segreteria […]. Perduta quella, poteva almeno tentare di diventare un vero presidente del Consiglio. Ma mi sembra che non ci abbia nemmeno provato […]” Ho pensato: quanti politici di questa pasta ha avuto in tempi recenti l’Italia? Figure che pensano più a coltivare il proprio potere che a dare il meglio di sè per il governo della cosa pubblica. E’ una degenerazione normale, di cui non ha molto senso scandalizzarsi. Uno arriva al potere, e il potere gli piace. E poi pensa che per governare bene ha bisogno di più potere. E fa tutto ciò che serve ad accumulare potere, evitando quelle scelte di governo, che buone in sè, potrebbero però rivelarsi controproducenti per il proprio personale tornaconto. E via di questo passo.Dicevo, non serve scandalizzarsi. E’ meglio riconoscere, pragmaticamente, che questa è una degenerazione comune, che va contro l’interesse pubblico. Come hanno risolto questo problema (in una certa misura, nessuno è perfetto!)gli anglosassoni? Assimilando nelle loro regole e nella loro cultura il principio che quando uno arriva ai vertici, è a fine corsa. Ha pochi anni di tempo per dare il meglio di sè e poi, comunque vada, dovrà lasciare il passo e lasciare la politica attiva. Badi bene che quando io citavo i Reagan, i Clinton, le Thatcher e i Blair, sono tutte figure che lasciata la presidenza o la premiership, anche in età ancor giovane, non si sono messe a tramare nella speranza di un ritorno. Sanno che non ci potrà essere. Questa certezza è il più grande incentivo per far sì che, mentre sono al potere, si ricordino di operare anche per il bene pubblico e non solo per l’accumulazione di poteri personali o di partito. Così si formano leader che sanno prendere le scelte giuste nell’interesse comune invece di perseguire soltanto politiche popolari e opportunistiche nell’interesse proprio.Mi sembra una riflessione semplice, che, però, collettivamente, in Italia non abbiamo ancora saputo fare. Tutti questi politici che cadono e si rialzano, che escono dalla porta e rientrano dalla finestra, che accumulano cariche pubbliche a non finire, non saranno mai dei bravi leader. Succede spesso che vengano ammirati per la loro astuzia, per la loro dialettica, per la loro capacità di manovra. Tutte qualità che un bravo politico, ovviamente, deve avere. Ma quando il bravo politico diventa leader, perchè arriva ai vertici o di un partito o, soprattutto, del governo, occorre molto di più. Occorre la capacità di guardare lontano, di avere visione, di sapersi spendere per il bene di tutti. E questa ci sarà, più facilmente, se il leader saprà di essere, in ogni caso, a fine corsa. A giudicarlo sarà la Storia. E il suo interesse, a quel punto, sarà soltanto quello di dare il meglio di sè. Che è, naturalmente, anche l’interesse di ogni cittadino, di ognuno di noi.

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