l'Investitore Accorto

Per capire i mercati finanziari e imparare a investire dai grandi maestri

Archivi per il mese di “febbraio, 2009”

Giappone del decennio perduto e crisi del 2009

Tra gli anni ’70 e ’80, un periodo in gran parte di crisi per la superpotenza americana, gli investitori si invaghirono del Giappone.

Era diffusa l’opinione che in breve volgere di tempo il paese del sol levante avrebbe sorpassato gli Stati Uniti per diventare la prima potenza economica al mondo. A scommettere su questa visione del futuro furono per primi gli stessi giapponesi. Il risultato fu il gonfiarsi di bolle speculative un po’ dovunque: nel credito, nel settore immobiliare, nel mercato azionario. Continua a leggere…

Rendimenti azionari di lungo periodo

Crolli di Borsa come quello degli ultimi 18 mesi sono uno sgradito richiamo alla realtà. Ci ricordano quanto possano essere volatili le quotazioni azionarie.

Nel post Annus horribilis, qualche mese fa, riportavo una tabella con i rendimenti totali (comprensivi dunque dei dividendi) del mercato americano dal 1825 al 2008. Rispetto a un ritorno medio annuo del 10% circa, le variazioni da un anno all’altro sono state da capogiro: prossime a un -50% nel 1931, ma superiori a un +50% nel 1933 o nel 1954. E parliamo dell’intero mercato. Per i singoli titoli le fluttuazioni possono essere molto più ampie. Continua a leggere…

Ray Dalio e la depressione americana

Decifrare questa crisi non è facile. Di bolle finanziarie, nella storia, ne sono scoppiate tante. Ma non abbastanza da non cogliere gli investitori ogni volta impreparati. E poi, nessuna crisi è stata uguale alle precedenti. E questa non fa eccezione. Il difficile è distinguere i tratti di continuità col passato dalle novità. Per sperare di riuscirci, almeno in parte, è necessario operare molteplici confronti e osservare le cose da angolature diverse. Continua a leggere…

Pagine e-lette: Fiducia nell’avere fiducia

Diversi lettori mi chiedono consiglio su qualche buona lettura che sia d’ispirazione per diventare investitori migliori. Proverò a venire loro incontro con questa rubrica, dove di tanto in tanto intendo presentare delle pagine di libri che in me hanno lasciato il segno. Per giustificare in partenza le preferenze a volte eccentriche che, immagino, andrò a fare dico subito che per me i mercati finanziari sono una realtà molto complessa. Mi affascinano per questo, perché – in fondo – ci assomigliano. Prima dei tecnicismi, prima della capacità di decifrare un bilancio, prima dell’abilità nell’applicare i modelli valutativi della finanza, penso che per affrontarli con successo conti una certa comprensione degli uomini e della loro storia. Non è un caso, mi pare, se il più ammirato investitore dell’ultimo mezzo secolo, Warren Buffett, è diventato noto come “il saggio di Omaha.” Negli investimenti ci vuole, per l’appunto, saggezza.

La pagina di oggi è presa da un libro del 2005 a cura di John Brockman, What we believe but cannot prove, che è stato tradotto e pubblicato da poche settimane in Italia col titolo di Non è vero ma ci credo.

Con gli investimenti, la finanza e l’economia il libro, direttamente, non ha molto a che fare. Si tratta infatti di una collezione di brevi scritti di oltre cento tra i più eminenti intellettuali, scienziati e filosofi contemporanei, ognuno dei quali, sollecitato dal sito Edge.org, emanazione della Edge Foundation, ha cercato di rispondere alla domanda: “In che cosa credi, anche se non puoi provarlo?”

Il risultato è una sorta di Big Bang di idee, un’esplosione di creatività, un’eccitante espansione dei limiti entro cui tendiamo a confinare la nostra visione del mondo. Il metodo che, tra le righe, uno può assimilare penso sia della massima utilità anche per un investitore.

La pagina che vado a proporre è di Tor Norretranders, docente di filosofia della scienza alla Business School di Copenhagen e autore di libri famosi (ma, spero di sbagliarmi, non tradotti in italiano). Si tratta di un inno all’importanza della fiducia. In che cosa? Nell’avere fiducia, e dunque “in noi stessi, negli altri, nella vita stessa”.

Questi sono tempi dominati dalla paura e dal pessimismo, nei mercati finanziari come un po’ dovunque, e in Italia più che altrove. Gli italiani, infatti, si sono ritrovati sprofondati nell’attuale crisi finanziaria ed economica dopo decenni di un lento ma debilitante declino nazionale, che ha corroso la naturale tendenza a sperare in un futuro migliore. Non c’è sondaggio che non metta in luce quanto gli italiani siano oggi sfiduciati e quasi rassegnati alla deriva in corso nel paese.

Un problema di fondo, mi pare, è che nella nostra storia c’è stata e rimane la diffusa tendenza a credere ora a questo ora a quello – credenze spesso poco plausibili, arbitrarie, irrazionali e in ultima istanza destinate a deludere e fare danno – ma a non credere abbastanza “in noi stessi, negli altri, nella vita stessa”. I due fenomeni, temo, sono l’uno il riflesso dell’altro. Le credenze irrazionali, a volte alimentate in forme autoritarie, finiscono per creare un ambiente ostile a quella fede che è invece vitale e creativa.

Abbandonarsi al pessimismo, nella storia, ha spesso aperto la strada alle ideologie peggiori e a esiti violenti e catastrofici. Per cambiare in meglio, in Italia penso occorra mutare atteggiamento nei confronti della fede e imparare a nutrire più fiducia nell’avere fiducia, come ci insegna Norretranders. Quella che segue è la sua riflessione, ripresa da Non è vero ma ci credo.

Io credo nel credere, o meglio, ho fede nell’avere fede. Però sono ateo (o un “illuminato”, come direbbero alcuni), e allora com’è possibile?

E’ importante avere fede, ma non necessariamente in Dio. La fede è importante ben oltre il campo della religione: avere fede in se stessi, negli altri, nell’esistenza della verità e della giustizia. Esiste un continuum della fede, dalla semplice fiducia quotidiana negli altri alla profonda devozione verso esseri divini.

Recenti progressi nella scienza comportamentale, come l’economia sperimentale e la teoria dei giochi, dimostrano che avere fede è un atteggiamento normale e umano verso il mondo. La fede è vitale nelle interazioni umane; non è una coincidenza che il comportamento di chi sceglie di rischiare di credere sia enfatizzato in sistemi di pensiero diversi come il cristianesimo esistenzialista di Soeren Kierkegaard e le teorie moderne di strategie negoziali nelle interazioni economiche. Entrambi sottolineano l’importanza che alla base dell’azione vi sia una convinzione profonda e soggettiva, una sensazione di calore interiore. Mi si potrebbe obiettare che la moderna scienza comportamentale sta riscoprendo l’importanza della fede, che le religioni conoscono da moltissimo tempo. Io risponderei che questa riscoperta ci mostra che avere fede non significa necessariamente avere fede in un’entità divina.

Quindi ecco in cosa ho fede io: c’è una mano che ci protegge, non una preveggenza o un controllo divino, ma il fatto semplicissimo e concreto che siamo tutti dei sopravvissuti. Siamo il risultato di una lunga genealogia di superstiti, che hanno vissuto tanto da riprodursi. Amebe, rettili, mammiferi. Quindi possiamo essere certi della nostra abilità di sopravvivere. Abbiamo una competenza interiore ereditata da milioni di generazioni di animali ed esseri umani: la capacità di continuare a vivere. Questo non implica affatto che qualcuno pianifichi o preveda il futuro per nostro conto. Significa soltanto che facciamo bene a fidarci della nostra capacità di affrontare tutte le sfide che ci si presentano. E’ qualcosa che abbiamo ereditato.

Non abbiamo alcuna garanzia di conquistare la vita eterna, anzi. L’enigma della morte è ancora lì, impossibile da sradicare. Ma il fatto fondamentale, che siamo ancora qui nonostante i serpenti, la stupidità e le armi nucleari, ci autorizza ad avere fiducia in noi stessi e negli altri, a fidarci degli altri, a fidarci della vita stessa. Ad avere fede. Siamo qui, e quindi è giusto avere fede nell’avere fede.

Le conseguenze delle crisi bancarie sistemiche

Quanto è grave l’attuale crisi finanziaria? Quanto durerà? Che esiti potrà avere? Non c’è chi non si faccia queste domande. Per cercare una qualche risposta il primo passo è alzare lo sguardo, allargare l’orizzonte e affondare le nostre indagini nella storia.

La tendenza ad aderire a nozioni piuttosto anguste e rassicuranti di “normalità” ci porta a concepire questa crisi, con un certo senso di angoscia, come eccezionale e anzi unica. Per certi versi, beninteso, lo è. Non c’è fenomeno storico che non sia singolare. E il problema di una scienza sociale e storica come l’economia è in fondo proprio questo: ha continuamente a che fare con eventi irripetibili.

Per altri versi, però, se si accettano questa considerazione di base e l’indeterminatezza a cui ci costringe, è possibile fare diversi passi avanti nella nostra conoscenza. Si può ad esempio scoprire che le crisi finanziarie, da quando l’economia ha assunto una forma capitalistica, sono state una regola e niente affatto l’eccezione. Continua a leggere…

Cos’è un secular bear market

Cosa sia un bear market, o mercato orso, è abbastanza noto. Secondo la definizione più accettata, si tratta di un calo sostenuto degli indici azionari, che si sviluppa nell’arco di almeno alcuni mesi e non è inferiore al 20%. Per flessioni di minore portata – piuttosto comuni – non si parla di bear market, ma di semplici correzioni.

Meno risaputo, probabilmente, è cosa sia un bear market secolare (o secular bear market) – qualificazione in cui, da qualche tempo, è frequente imbattersi. Vediamo di capirlo. Continua a leggere…

Banche in crisi e ombrelli

Come se la stanno cavando le banche italiane, alle prese con la crisi finanziaria e la recessione economica? Per farmene una rapida idea ho dato uno sguardo all’ultimo bollettino economico della Banca d’Italia, uscito a metà gennaio. La diagnosi della nostra banca centrale è rassicurante. Ecco cosa scrive:

“Nel complesso il sistema bancario italiano ha sinora risentito meno di altri dell’impatto della crisi […]. Dall’inizio delle turbolenze i maggiori gruppi bancari hanno registrato svalutazioni connesse con la crisi per circa 4,5 miliardi di euro, un ammontare contenuto se confrontato con quello delle principali banche internazionali […].”

La redditività, certo, è in calo. In una congiuntura così difficile non potrebbe essere diversamente. Ma si tratta di una flessione che, per ora, non è stata affatto drammatica. Continua a leggere…

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