l'Investitore Accorto

Per capire i mercati finanziari e imparare a investire dai grandi maestri

Giappone del decennio perduto e crisi del 2009

Tra gli anni ’70 e ’80, un periodo in gran parte di crisi per la superpotenza americana, gli investitori si invaghirono del Giappone.

Era diffusa l’opinione che in breve volgere di tempo il paese del sol levante avrebbe sorpassato gli Stati Uniti per diventare la prima potenza economica al mondo. A scommettere su questa visione del futuro furono per primi gli stessi giapponesi. Il risultato fu il gonfiarsi di bolle speculative un po’ dovunque: nel credito, nel settore immobiliare, nel mercato azionario.

Tra il 1970 e la fine del 1989 il Nikkei 225, il principale indice azionario, si impennò del 1850%, passando da 2mila a 39mila punti circa. Era a quel punto scambiato a un multiplo di oltre 14 volte l’indice Dow Jones, rispetto a un multiplo di 2,5 volte nel 1970. (Oggi i due indici viaggiano entrambi poco sotto i 7500 punti, alla fine di uno straordinario processo di divergenza e convergenza, come evidenzia il grafico in apertura, tratto dal blog Infectious Greed).

La realtà ebbe poi il sopravvento, le bolle esplosero e l’euforia lasciò il passo alla stagnazione (vedi il grafico sotto, tratto da un recente World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale, con l’andamento del PIL procapite giapponese ed europeo in rapporto a quello americano). Più che sogni da inseguire c’erano montagne di debiti da pagare.

Gli anni ’90 furono chiamati il “decennio perduto”. Il Giappone passò da una recessione all’altra, fu cronicamente afflitto dalla deflazione: i prezzi dei beni e quegli degli asset non fecero che scendere. Con l’avvio del nuovo millennio le cose sono andate un po’ meglio ma non si può dire che la crisi sia mai del tutto passata: l’economia è tornata a crescere a tassi medi vicini al 2% ma i mercati immobiliare e azionario hanno continuato a deludere. Ai corsi attuali, attorno ai 7500 punti, il Nikkei langue ai livelli del 1982, ossia di 27 anni fa! (vedi grafico sotto a cura di Stockcharts)

La vicenda giapponese è uno degli spettri che si agitano di fronte agli spauriti investitori di oggi. Potrebbe ripetersi anche in America ed Europa? Le analogie e i rischi, come ci ricorda Martin Wolf in un commento apparso qualche giorno fa sul Financial Times, non mancano.

In America, l’epicentro dell’attuale crisi, i debiti del settore finanziario sono passati dal 22% del PIL nel 1981 al 117% attuale. Quelli delle famiglie sono saliti dal 48% al 100%. Meno dissennate si sono dimostrate solo le aziende, le cui passività ammontano al 76% del PIL rispetto al 53% del 1981. Nel complesso, l’indebitamento del settore privato, in meno di tre decenni, è aumentato in rapporto al PIL di quasi due volte e mezzo, dal 123% al 293%.

Come nel Giappone dei primi anni ’90, anche i debiti di oggi, una volta scoppiate le bolle speculative, sono diventati delle macine al collo sempre più pesanti – negli Usa e in quei paesi europei che hanno seguito la via americana del credito facile e della corsa all’acquisto di case da sogno a prezzi da incubo.

Esauritasi la spinta speculativa e scoppiate le bolle, le quotazioni sono scese facendo contrarre il valore degli asset e delle garanzie collaterali. C’è stata una corsa a liquidare, a ridurre il credito, a tagliare le spese, ad aumentare i risparmi per ripristinare un po’ d’equilibrio in bilanci troppo dissestati. Il fenomeno, in gergo finanziario, si chiama deleveraging, ossia riduzione della leva finanziaria. E’ un processo di inevitabile risanamento che però assume i caratteri di una lenta e incessante tortura, una specie di morsa che comprime l’attività economica e i mercati degli asset.

In Giappone durò per tutti gli anni ’90, modificando alla radice i comportamenti degli attori economici. Wolf, nel suo articolo, cita l’analisi del caso giapponese fatta da Richard Koo, chief economist del Nomura Research Institute, nel libro The Holy Grail of Macroeconomics – forse il testo più illuminante sull’argomento.

Per almeno un decennio, dice Koo, la priorità di banche, aziende e famiglie giapponesi, minacciate dai rischi incombenti d’insolvenza, fu quella di ridurre i debiti. Nella teoria economica, uno degli assunti di base è che gli attori economici operano con l’obiettivo di massimizzare i profitti. Ma questo, nel Giappone degli anni ’90, non accadde. L’unica vera priorità fu ristabilire l’equilibrio dei bilanci. E fu per tale ragione che i bassi tassi d’interesse non sortirono alcun effetto nel rivitalizzare l’attività economica.

La ricchezza privata che in Giappone fu bruciata per effetto degli investimenti disinvolti e dello scoppio delle bolle nei mercati degli asset fu pari a tre volte il PIL. Se gli effetti sull’economia furono circoscritti a una grande recessione – come la definisce Koo – di limitata profondità rispetto, ad esempio, a una Depressione catastrofica stile anni ’30, lo si dovette all’espansione della finanza pubblica. Il bilancio pubblico si caricò di debiti, ma così facendo riuscì in buona parte a sostituire la domanda privata che era venuta meno. Alla fine furono le esportazioni, in un contesto internazionale molto dinamico, a riportare il Giappone alla crescita.

Fino a che punto, si chiede Wolf, il caso giapponese offre delle lezioni utili per affrontare la crisi di oggi?

Un aspetto positivo è che le bolle scoppiate in Giappone nel 1990, fatte le debite proporzioni, furono molto più grandi di quelle americane di oggi (vedi grafico sotto, tratto dall’articolo di Wolf).

Un altro vantaggio attuale è che la Federal Reserve è stata assai più rapida di quanto non fu la banca centrale giapponese nel portare a zero i tassi d’interesse e nel dare il via a “politiche non convenzionali” di sostegno al sistema finanziario.

Le consolazioni, però, finiscono qui. Se è vero, come dimostra l’analisi di Koo, che in una recessione “da debito” (debt recession) la priorità degli attori economici privati diventa non la massimizzazione del profitto – che implica l’assunzione di rischi – ma l’abbattimento delle passività e il rafforzamento patrimoniale, allora l’unica via d’uscita sta nell’utilizzo aggressivo della leva fiscale. La domanda privata in ritirata deve essere rimpiazzata dalla domanda pubblica. Ma la natura e gli esiti del dibattito sul pacchetto fiscale americano, e più ancora la paralisi a cui si assiste in Europa e Giappone fanno temere – sostiene Wolf – che non sarà poi facile essere almeno all’altezza di quanto riuscirono a fare i governi nipponici negli anni ’90.

Infine, se è vero che la deflazione da debito di oggi non è così intensa come quella che si abbatté sul Giappone, va però anche riconosciuto che allora il fenomeno fu locale mentre oggi è globale. Il Giappone, dopo un decennio perduto, ritornò alla crescita grazie alle esportazioni, in un contesto internazionale in vibrante espansione. Oggi, si chiede Wolf, “da dove potrà mai venire la domanda?” Non certo dai troppo indebitati consumatori occidentali, né, in misura adeguata, dai paesi emergenti. Dovrà originarsi dall’espansione dei bilanci pubblici, in un’azione che però, per il momento, appare ancora “troppo debole e troppo sbilanciata”, delegata com’è, quasi per intero, agli Stati Uniti.

La preoccupata conclusione di Wolf non può che essere condivisa: “Al momento, è impossibile escludere che l’economia mondiale vada incontro a un decennio perduto. E’ un esito, questo, che deve essere evitato. I posteri non perdoneranno dei leader che non sappiano essere all’altezza di una sfida così grande.”

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50 pensieri su “Giappone del decennio perduto e crisi del 2009

  1. dolce in ha detto:

    Credo tutti si ricordino la mia affermazione secondo la quale sia nulla di più sbagliato che additare i cosiddetti guru come faro ed esempio per investire, per cogliere il timing giusto per investire in finanza. Non mi meraviglierei se un giorno venisse alla ribalta un altro Madoff, e scompaia qualche cosiddetto guru, magari travolto da qualche scandalosa truffa finanziaria.

    (ANSA) – ROMA, 20 FEB – Berkshire Hathaway, il gruppo di Buffett, e’ scivolata ai minimi di 5 anni in Borsa, facendo vacillare il mito del ‘guru’ della finanza Usa. Le azioni ‘classe A’ del gruppo, le piu’ costose, sono scese oggi di 3.200 dollari, pari al 4,1%, a 75.400 dollari, minimo dall’ottobre del 2003. I titoli del gruppo di Omaha, Nebraska, sono precipitati del 48% negli ultimi 12 mesi e l’azienda potrebbe perdere qualcosa come 37 mld di dlr e mettere a bilancio svalutazioni nei trimestri futuri. (da Trend-online del 20 febbraio 2009)

  2. Vinello in ha detto:

    Dolce, dovresti sapere che a Buffett non è mai interessato il breve/medio periodo. I suoi portafogli non son costruiti per badare alle oscillazioni del mercato, ma alla creazione di valore nel lungo periodo.
    Egli infatti compra azioni buone a buon prezzo con buoni manager. Egli non vende se non vi è una gran sopravvalutazione dei titoli. Non vende azioni che ritiene buone capaci di generare un grande cash flow. I suoi guadagni vengono principalmente dai dividendi.
    Se poi le sue società son quotate in borsa, ti aspetti che non scendano con tutta la burrasca che sta avvenendo? Ma se lui non deve venderle che preoccupazione vuoi gli diano i prezzi bassi?

  3. Gipa69 (2),

    la ringrazio. La presentazione di Koo al CSIS, che a me era sfuggita e che lei ha gentilmente allegato, è un’eccellente sintesi delle analisi svolte in The Holy Grail of Macroeconomics. Per i lettori interessati al tema di questo mio post costituisce una preziosa opportunità di approfondimento.

    Cordiali saluti,

    Giuseppe B.

  4. BRUNO in ha detto:

    Peccato che il tanto osannato Buffet, da quando ha iniziato a investire ha “usufruito” di un colossale e prolungato mercato toro. Forse è il caso di concentrarvi sullo sviluppo di strategie di gestione dei propri quattrini che cercare di emulare i “miti”. La musica è cambiata da un pò di tempo sui mercati, ma come sempre ci saranno bull market rally anche in trend secolari ribassisti e le opportunità per spremere qualche soldino non mancheranno. Come già detto (purtroppo sono monotono, ma finchè resisto continuerò a ribadire non un mio pensiero ma una relatà oggettiva)i mercati azionari non possono essere previsti nei loro punti di svolta, ma solo assecondati. Ne consegue che ogni decisione presa in disaccordo dall’evidenza risponde all’esigenza della previsione e della scommessa. Se vi piace buttare soldi continuate a porvi domande, se invece volete investire – oltre a scovare azioni sottovaluate se ne avete le capacità, beati voi- buttate giù una strategia. Quella che più vi si addice.
    Provate a immaginare questa situazione: il mercato 20 mesi fa valeva ipoteticamente 100; dopo qualche mese scende a 80 e qualcuno comincia a pensare di comprare a “sconto” del 20% e compra. Però il mercato invece di risalire continua a scendere e arriva a 60. Ora lo “sconto” è del 40% e qualcun altro crede che è venuto il momento di fare “affari” e compra. Peccato che però il mercato “inspiegabilmente” invece di risalire continua ascendere e arriva a 40. Siamo ai giorni attuali. Chi pensa di comprare oggi a 40 “spera” che sia finita la discesa del mercato, ma poichè ovviamente non ha la risposta potrebbe commettere un grave errore cognitivo poichè il mercato potrebbe scendere a 20 e perdere così il 50% del capitale. Anche per chi ha mediato fin dall’inizio comprando un pò a 100 un pò a 80, 60 e 40 oggi si ritrova un prezzo di carico medio di 70, con il 30% di perdita e in campo in pieno trend ribassista!! (Vi prego di non rispondermi che state facendo un PAC!!)
    Ora immaginate che quanto detto invece che negli ultini 20 mesi fosse iniziato 20 anni fa sul Nikkei a 39mila punti…
    L’investitore sistematico, 20 mesi fa, entrato a 100 sarebbe uscito a 95/90 (dipende dalla strategia impostata ex ante) senza porsi domande.
    Oggi lo stesso investitore sistematico non compra a 40 perchè “preferisce” comprare a 50 in accenno di inversione di trend che buttarsi in un burrone del quale non vede il fondo.
    Domani quel 40 potrebbe diventare 20 e allora comprerà a 25 e così via..
    E’ tanto difficile da accettare?
    Per il Dott. Bertoncello
    La vicenda giapponese non è uno degli spettri che si aggirano di fronte a noi, ma una realtà che si è verificata e pertanto deve essere assolutamente presa in seria considerazione come monito per chi “spera”. Dalla lettura di questo ultimo post, il suo tono mi pare un pochino preoccupato. Forse la sua “osservazione oggettiva”, di sottovalutazione dei mercati azionari americani di qualche mese fa era ancorata a qualcosa di instabile? Perdoni il sarcarsmo..

    Saluti…

  5. Daniele in ha detto:

    Egregio Dott. Bertoncello
    post molto interessante e ricco di dati comparativi assolutamente rilevanti per comprendere la realtà della situazione. Finalmente si prende coscienza della gravità della situazione afferente al deficit USA. Non mi è tuttavia chiaro se il computo delle passività USA tenga conto dei seguenti elementi:
    a) le passività Fannie & Freddie, agenzie di fatto governative e il cui enorme fardello di debito (all’incirca 5,6 trilioni USD) ormai grava sul Tesoro USA;
    b) le passività AIG alla cui situazione debitoria dovrà comunque provvedere sempre il governo USA
    c) le passività bancarie che probabilmente già nelle prossime settimane dovranno essere assunte sulle spalle del contribuente americano. Nouriel Roubini (non smentito da alcuno) ha computato che, a fronte di una capitalizzazione di borsa di circa 1,5 trilioni di USD, tali componenti passive ammontino a 3,6 trilioni USD. Ovviamente questi dati sono ad oggi superati in senso negativo…
    d) cosa dire poi delle municipalità e dei singoli stati della federazione che, come la California, si trovano sostanzialmente in una situazione di insolvenza?

    Ma il problema non sta neppure in tutto questo: il quadro, ancorchè gravissimo, potrebbe amcora essere rattoppato quando il Paese potesse vantare un sistema economico in grado di esportare cospicuamente beni e servizi (come d’altronde si da atto nel Suo post che abbia fatto il Giappone). Ma come faranno gli USA ad esportare, soprattutto con un dollaro non (ancora) svalutato (e con un’industria automobilistica a pezzi)?

    Altro capitolo che segna enorme differenza tra Giappone e USA è quello del risparmio domestico. Chi aveva ed ha in mano il deficit statale Giapponese? (che parrebbe avere ormai raggiunto dimensioni colossali: circa il 200% del PIL). La risposta è: i giapponesi stessi, tra i maggiori risparmiatori al mondo.
    Chi ha in mano il dedito pubblico USA? Cinesi…. etc., non certo i citadini USA, il cui debito “privato” li sta spingendo a propria volta verso il default….

    Tutto questo non per fare catastrofismo, ma per cercare di comprendere le dinamiche prossime venture. In fondo il refrain che va di moda in questo momento è il seguente: gli USA sono stati i primi ad entrare in crisi e saranno i primi ad uscirne. Ora la fase acuta sta investendo l’area Euro. Nel secondo semestre ci sarà la ripresa USA e siccome i mercati anticipano….

    Queste “orecchiabili” conclusioni contrastano in maniera decisa con gli elementi scaturenti dall’analisi fondamentale. Certo: occorre considerare l’impatto dei provvedimenti assunti dalla nuova amministrazione Obama, ma al netto dell’effetto psicologico, pure rilevante, è del tutto dubbio che gli stessi possano sortire un’efficacia tale da sovvertire il corso del declino…..

    In ogni caso si spera sempre che una realtà migliore smentisca previsioni non molto fauste

    Cordiali saluti a tutti
    Daniele

  6. Daniele in ha detto:

    Dimenticavo…
    sull’azionario, come è ovvio, dovrebbe valere la regola del p/e. E’ molto interessante analizzare la dimanica previsiva per i trimestri a venire degli utili delle società americane.

    http://bespokeinvest.typepad.com/bespoke/market_analysis/

    Secondo non poche previsioni un bilanciamento ragionevole delle quotazioni (equilibrio p/e tra 15/20) condurrebbe S&P500 verso quota 580/650, senza che siano esclusi eventuali bear market rallyes anche con obiettivo 950.
    Daniele

  7. Fabris in ha detto:

    Sono in sintonia con Daniele su molte delle sue osservazioni. Le bolle del debito sono quelle che quando scoppiano fanno più male all’economia e ai mercati finanziari. E impiegano decenni per esser riassorbite. Il caso nipponico è utile da osservare perchè è l’ultimo caso storico di “stagdeflation”, una patologia dell’economia che risulta ben più grave della stessa “stagflation” degli anni 70. Tutte le politiche di sostegno (fiscali, monetarie, di spesa pubblica) messe in atto dai governi occidentali vanno viste come il farmaco che evita al tossicodipendente di morire di astinenza ma che ne prolunga la dipendenza dalla droga (nella fattispecie il debito) nel tempo, nella speranza che negli anni abbia effetto un qualche programma di recupero e di disintossicazione progressiva. L’economia americana per molti versi si trova anche peggio di quella giapponese di fine anni ’80. L’America non solo vive sotto il peso di un debito sistemico mai raggiunto prima da nessun altra nazione evoluta, ma ha permesso che questo debito venisse finanziato/costruito in maniera impropria, ovvero dando a garanzia assets dai piedi d’argilla, come gli immobili e le azioni stesse. Siamo giunti in sostanza alla resa dei conti. E purtroppo siamo solo agli inizi di un processo di “debt&asset deflation” che durerà anni. Vi ricordo che storicamente gli unici lunghi periodi che vedono il real total return dei bonds eccedere il real total return delle stocks sono proprio quelli di prolungata “debt&asset deflation”. Per tutti coloro che si accingono ad entrare nei mercati con un’ottica di lungo termine, suggerirei di sfruttarre appieno i bear market rallies che si presenteranno, in quanto la tendenza di fondo resta quella di un trend ribassista di lungo termine. Il pattern di riferimento è sicuramente più il Nikkei degli ultimi decenni che l’ S&P 500 post ’29.

  8. Fabris in ha detto:

    A Bruno vorrei dire che i sistemi trend-following sono i migliori di sempre, purchè applicati in mercati caratterizzati da basso rumore di fondo e buona direzionalità. In sostanza, in mercati che si sviluppano nel tempo seguendo un percorso il più “pulito possibile” e generando escursioni di trend significative. Il loro successo, quindi, è legato al comportamento del mercato di riferimento. Al riguardo, provate a vedere come ha performato un semplice trading system dato dalla sovrapposizione della media mobile a 12 su S&P 500 quotato su base monthly.
    Scoprireste che vi avrebbe fatto sfruttare al massimo tutti i trend degli ultimi 15 anni: Tech Bubble, Bear Market Aftermath, Debt Bubble, Bear Market Aftermath. La domanda è: continuerà l’S&P 500 a comportarsi in modo così pulito e direzionale anche in futuro?

  9. Vinello in ha detto:

    Bruno: “Peccato che il tanto osannato Buffet, da quando ha iniziato a investire ha “usufruito” di un colossale e prolungato mercato toro.”

    Ha iniziato ad investire all’incirca negli anni 50.
    Suppogo che da quel periodo sino ad oggi ci siano state sia orsi sia tori per tutti gli investitori.
    Alcuni sono andati avanti, altri hanno perso tutti, pochi sono i più ricchi al mondo.
    Non dimostra nulla, ma “sempre meglio di niente”.

    Bruno, non crederai che il tuo sia l’unico metodo d’investimento al mondo? Se ti poni in maniera rispettosa verso chi ne usa uno differente dal tuo è possibile un confronto. Differentemente ci si scorna solamente.

  10. MarcoDC in ha detto:

    Ciao,
    ho letto con attenzione tutte le analisi e i commenti a riguardo. Molti di questi sono assolutamente condivisibili e supportati da dati e informazioni inappuntabili.

    Ora io non so come andranno le cose, ma vorrei far notare a tutti che in questo momento vale anche in positivo un aspetto che invece sembra essere considerato solo negativo: la globalizzazione.

    Mai si è visto un coordinamento globale di questo tipo; se i governi delle nazioni più sviluppate riusciranno a mettere in pratica le decisioni e i propositi fin qui espressi, ogni paragone con il passato risulterà inevitabilmente semplicistico e inadeguato.

    A noi non resta che sperarlo… a meno di non essere terribilmente corti…. 🙂 e un sorriso da mettere in fondo a ogni post non fa(rà) mai male.

  11. Daniele in ha detto:

    E’ assolutamente vero ciò che dice Marco. Mai la globalizzazione è stata così forte e integrata: ed infatti mai si era visto un ministro degli esteri USA andare in Cina e dire pubblicamente: “se non continuate a comprare i nostri Treasury voi cadrete insieme a noi” http://www.bloomberg.com/apps/news?pid=20601110&sid=aSxg.KO40Sk4.
    A parte l’ironia, è un continuo susseguirsi di G7, G20, Davos, etc. etc., ma il risultato dov’è? Sarebbe istruttivo andarsi a leggere i discorsi ufficiali di Putin e del premier cinese a Davos soltanto poche settimane orsono.

    In effetti vengono comunque adottate misure che sono davvero imponenti da parte dei Paesi. Il problema è che MAI nella storia economica la finanza strutturata ha posto problemi della mole di quelli attuali. Il sorriso non deve mai mancare, ma neppure la consapevolezza.

    Forse non appare chiaro cosa significhi dover “salvare” una banca il cui attivo patrimoniale è pari all’intero PIL annuale di un Paese, soprattutto se le perdite relative a questi assets detenuti sono pari al 15-20% a fronte di mezzi propri che rappresentano una frazione del 2% del predetto attivo (leva 50, 60 o peggio). Suggerirei di provare a dare un’occhiata ai conti di UBS (se vogliamo assumere un esempio neutro, non UE e neppure USA).

    Per questi motivi il nostro buon Tremonti ha affermato che il debito non si cura con il debito. Può permetterselo, anche perchè i nostri istituti di credito hanno problemi diversi rispetto a quelli della finanza strutturata OTC.

    Tornando alla questione di fondo: quello che conta sono i numeri e le tendenze. Le petizioni di principio vanno poi sottoposte alla prova dei fatti. Inutile affermare urbi et orbi che si farà questo e quello se poi si varano clausole protezionistiche come “buy american”.

    Non vorrei in ogni caso essere equivocato: la speranza è un sentimento nobile ed anche necessario tanto quanto sono indispensabili la comprensione e l’intelligenza della realtà. Per tutti noi occorre sperare e capire…
    Daniele

  12. San Siro in ha detto:

    x MarcoDoc

    Globalizzazione è una parola che significa tutto e nulla. Keynes quando ha messo in piedi l’architettura di Bretton Woods pensava alla globalizzazione, ma aveva in mente degli obiettivi ben precisi e delle regole per ottenerli. Una logica completamente diversa e opposta al processo di globalizzazione portato avanti dalle aziende, quello cioè che viviamo attualmente. Questo processo si fonda su squilibri così profondi che se ne accorgerebbe anche un cieco. Eppure, gli economisti, tranne rare eccezioni, si sono voltati dall’altra parte, hanno fatto finta che tutto funzionasse a dovere. Ma a che pro denunciarlo? Tutto si risolverà, se si risolverà, con una gigantesca rapina stile europa dell’est. Ha senso stupirsi? Avete presente l’affaire Skype? Skype protegge i mafiosi e la criminalità organizzata impedendo alla magistratura di intercettare le comunicazioni fra boss. E questi bravi ragazzi di Skype si permettono di irridere le autorità, fissando loro i luoghi degli appuntamenti e abbandonando le riunioni a metà. Ma è tutto normale. Oggi va così.

  13. MarcoDC in ha detto:

    Ciao.

    Daniele, non penso che mettere un sorriso alla fine di un post possa bastare per farmi considerare uno sprovveduto (“Il sorriso non deve mai mancare, ma neppure la consapevolezza”) o ancor di più una sorta di inconsapevole babbeo.

    Non penso che le mie idee, che tra l’altro non ho espresso in questo post ma che una lettura superficiale ha etichettato come di ottuso ottimismo (“la speranza è un SENTIMENTO NOBILE ed anche necessario tanto quanto sono indispensabili la comprensione e l’INTELLIGENZA della realtà. Per tutti noi occorre sperare e CAPIRE…”), possano essere prese ad occasione per una sorta di lezione di economia e visione del mondo (per curiosità cosa sarebbe “l’intelligenza della realtà”?)

    In genere, quando trovo più di 5 persone che pensano solo ed esattamente allo stesso modo sento una specie di repulsione. Cerco una versione diversa della loro realtà; ora, nel bel mezzo di una gara al massacro dove molti giocano con queste notizie, io, pur consapevole della gravità della situazione, mi permetto di guardare oltre.

    Che le cose non vadano bene è ovvio; non mi sembra sia indispensabile che tu, Daniele, ce lo venga a ricordare con affermazioni tipo “Forse non appare chiaro cosa significhi dover “salvare” una banca” A chi non appare chiaro ? A noi ? A Bernanke ? A Trichet ?. Daniele, se non appare chiaro a me poco male, poco male anche se non dovesse apparire chiaro a te (immagino), mi sembra alquanto improbabile che non appaia chiaro a Bernanke Trichet Geithner. Che ne dici ?

    Riusciranno a salvare le cose ? Io non lo so. Tu ? Io lo spero e continuo ad essere consapevolmente ottimista, non perchè mi crogioli nell’innocenza del bambino, ma perchè se così non fosse, se tutti assumessimo la tua posizione (almeno a me appare così dal tuo messaggio che spero non aver malinterpretato), allora le cose andrebbero sì veramente a rotoli.

    Poi, per quanto mi riguarda potrei essere io investito corto e guadagnare ad ogni seduta come quella di oggi: ma sono due cose del tutto separate.

    Spero di non averti mancato di rispetto e nel caso tu abbia inteso qualcosa del mio post come poco educato, sii certo che dipende dallo scritto e non dalle intenzioni.
    🙂

  14. MarcoDC in ha detto:

    SanSiro,
    quanto scrivi tu può essere vero. Ma di cose che ognuno vede ingiuste (e che non sono sempre le stesse) ce ne sono veramente molte, forse troppe, chissà.

    Internet e la globalizzazione sono due delle cose che hanno cambiato il mondo; non è un concetto astratto, è terribilmente concreto.

    Internet ha cambiato tutto quanto, dalle tue comodità nella vita di tutti i giorni, alla finanza, alla velocità del mondo, ai rapporti tra i governi.

    E la globalizzazione non è un concetto astratto: la globalizzazione penalizza chi non è dentro essa. Dire che la globalizzazione è stato un male per il mondo è come dire che l’Euro è stato un male per l’Italia.

    Dire che Skype permette ai boss mafiosi di scambiarsi informazioni significa affermare quello che si è sempre detto di qualsiasi cosa importante: dipende come la si usa. Se mi dici che permette ai boss di mafia di comunicare senza essere intercettati (io questo non lo so, lo riprendo dal tuo post), posso dirti che costringere Skype a rendere pubbliche informazioni che transitano sul loro protocollo rischierebbe di portarci a distorsioni come quelle del regime cinese dove dietro una pervenza di difesa degli interessi della nazione, c’è, come sanno tutti, repressione e censura.

    Quindi farebbe bene Skype ad agevolare dei boss mafiosi in nome della NON censura ? Ovviamente no.

    Ma temo che sia un prezzo da pagare, sperando che i sistemi di intelligence siano più attrezzati dei protoolli di rete.

    Ciao

  15. San Siro in ha detto:

    Caro MarcoDc,

    le affermazioni sui pretesi successi della globalizzazione sono completamente false.
    Da quando si è avviato il processo di globalizzazione all’interno del paradigma neo-liberale, cioè a partire dagli anni ’80, le economie crescono di meno.
    E’ un fatto. Un dato reale. Ci sono i numeri lì a dimostrarlo. Ed è un fatto noto e arcinoto, di cui tutti gli economisti sono consapevoli, ma non si può dire.
    Comunque, se vai a vederti i tassi di crescita dell’America Latina nel periodo di “sostituzione delle importazioni” vedrai che erano dei tassi impensabili: oggi molti di quegli stessi paesi farebbero i salti di gioia se potessero crescere la metà di allora.
    Nel periodo post coloniale, i PVS crescevano a un tasso del 2,7% all’anno. Poi sono arrivati il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, con le politiche neo-liberali e i programmi di aggiustamento strutturale: addio crescita economica.
    Prima della cura Sachs, il Pil della Russia era il doppio di quello cinese, dopo la cura si è in pratica dimezzato. E Sachs è ancora lì a pontificare su tutto e su tutti; l’unico inconveniente è che forse non gli daranno il premio Nobel.
    Gli unici paesi che funzionano sono quelli dell’est asiatico. Quelli che hanno fatto da sé, quelli che non hanno adottato le ricette neo-liberali.
    Si parla tanto della Cina, ma dire che la Cina cresce grazie alla “globalizzazione” significa non conoscere neanche i rudimenti di come funziona la crescita economica.
    La Corea del Nord negli anni ’70, cioè quando la globalizzazione non c’era, cresceva a ritmi del 25% all’anno.
    Comunque, se riesci a trovare un lavoro scientifico che dimostri che la globalizzazione ha accelerato il tasso di crescita economica, bene.
    Però credo che avrai delle difficoltà, perché un lavoro del genere non esiste. Hanno cominciato Sachs e Warner nel 1995, ma non ha funzionato. E tutti i tentativi successivi contenevano errori metodologici che ne inficiavano le conclusioni.
    Questo tipo di letteratura, per la cronaca, è definitivamente morto. E dopo questa crisi non penso che ci saranno altri tentativi almeno per i prossimi 10 anni.
    Certo, uno può sempre basarsi su ciò che scrivono i vari Rampini, Turani e compagnia. Ma in questo caso sarebbe più rigoroso e fruttuoso parlare di calcio.

  16. Vinello in ha detto:

    MarcoDC: “posso dirti che costringere Skype a rendere pubbliche informazioni che transitano sul loro protocollo rischierebbe di portarci a distorsioni come quelle del regime cinese dove dietro una pervenza di difesa degli interessi della nazione, c’è, come sanno tutti, repressione e censura.”

    Non credo che il punto in questione siano le informazioni che transitano. Per quelle dovrebbe decidere un giudice (se avviene tutto all’interno dello stesso Stato).

    Le intercettazioni le fanno pure negli Usa, che non è esattamente la Cina o l’URSS 😀

    Se il server sta in uno Stato A, la prima persona da intercettare nello Stato B e la seconda nello Stato C suppongo che le cose si complichino dal punto di vista burocratico 😀

  17. MarcoDC in ha detto:

    San Siro,
    io non sostengo la bontà della globalizzazione o le sue distorte conseguenze (rispetto alle intenzioni).

    Possiamo stare a discutere se sia (stato) un bene o meno ma sarebbe pura accademia. Non penso sia stato merito o colpa di uno o di pochi.

    Ci sono processi globali che si innescano da altri processi e non è possibile scegliere. Questo è stato quanto è accaduto con la globalizzazione; non è stato possibile decidere.

    Allora bisogna conviverci cercandone i risvolti migliori, minimizzando i problemi e, secondo me, coinvolgendo tutti nel processo.

    Chi ne resta fuori viene ulteriormente penalizzato.

    Tu sai cosa sarebbe successo se non ci fosse stata ? Io no, e magari sarebbe stato ancora peggio.

    Ciao

  18. Daniele in ha detto:

    Caro Marco,
    premetto che non voglio assolutamente fare polemica. Nemmeno vorrei che le mie parole dei precedenti commenti si potessero prestare all’equivoco di una supponente “lezione”. Non sono in grado di darne, dal momento sono il primo a dover imparare. Penso che questo blog sia contrassegnato dall’elevata qualità del lavoro che il dott. Bertoncello, che ci ospita, profonde gratuitamente. Ritengo personalmente che lo stimolo sia quello di ricercare insieme l’emergenza di ogni dato che ci renda maggiormente consapevoli di quanto avviene nello scenario economico. Dunque nessun sprovveduto e nessun babbeo…soltanto lettori che vogliono capire e ragionare e che provano ad esporre le proprie osservazioni.

    In questo senso “l’intelligenza della realtà” potrebbe essere quella di provare a trarre ragionamenti dagli elementi di valutazione che, in mezzo a molto rumore, peraltro spesso creato ad arte, possano condurre a meditate riflessioni. Il tutto senza avere nè la pretesa di detenere una verità che probabilmente nessuno ha, ma anche senza pregiudizi e luoghi comuni. In questo senso mi associo (parzialmente) a Marco, che quando trova “più di 5 persone che pensano solo ed esattamente allo stesso modo” sente una specie di repulsione. Più che repulsione a volte si potrebbe provare compassione…

    Premesso questo, è assolutamente evidente che Trichet, Bernanke e chi ha responsabilità di vertice sa molto bene cosa significa “salvare le banche”. Probabilmente lo sanno molto meno molti politici che pare soltanto ora prendeano coscienza della situazione. Il punto non è comunque questo. La mia domanda retorica traeva spunto da quello che si vuole che venga visto e compreso dai comuni mortali. E’ chiaro che non conviene a nessuno che si diffonda una consapevolezza piena di come stiano le cose. Altrimenti tutto andrebbe anche peggio…
    Però mi si permetta di scherzare dicendo che la situazione è grave ma non è seria.
    Si potrebbe riempire un intero libro di citazioni e di discorsi di questi signori dell’economia:
    “Le nostre banche sono fondamentalmente solide”
    “Poggiamo su un oceano di liquidità”
    “I nostri asset sono assolutamente solidi”
    “Il mercato immobiliare è in corso di stabilizzazione”
    Non sto parlando di decerebrati, ma di Bernanke (nell’estate del 2007 e a primavera del 2008), del Presidente di AIG, della situazione di Fannie Mae e di Freddie Mac qualche mese orsono.
    Ma non si faccia “dietrologia”, guardiamo avanti o per lo meno al presente:
    nel fine settimana la Clinton si è recata in Cina a batter cassa e, il giorno dopo Obama ha dichiarato che per la fine del 2013 prevede di dimezzare il deficit statale. Sono letteralmente ammaliato da tanta capacità previsiva.

    http://www.bloomberg.com/apps/news?pid=newsarchive&sid=atVV2FPHWlH4

    Ecco, Marco, forse non è chiaro cosa significa che Obama preveda che nel 2013 il deficit si sarà dimezzato…. Non è chiaro a me: spero che qualcuno me lo spieghi.
    Spero tanto che qualcuno mi spieghi perchè questi signori che dovrebbero sapere tutto invece continuano a toppare…
    Spero anche che qualcuno possa dar conto anche di quella buona fede (di chi comanda) che in questo tempo sembra merce rara tanto quanto si accinge ad esserlo la fiducia in chi obbedisce….

    Non sono investito nè corto nè lungo: sono soltanto una persona che cerca di capire e di usare quel tanto o poco cervello che ha (senza peraltro mai rinunziare a usarlo) ed è felice se qualcuno è in grado di spiegare….
    Daniele

  19. Daniele in ha detto:

    Scusate, un aggiornamento da Bloomberg:

    “Bernanke Sees 2010 Economic Recovery `Only If’ Markets, Banks Stabilize”
    http://www.bloomberg.com/apps/news?pid=20601087&sid=apuPjf3aW_H8&refer=home

    Qualche big inizia a mettere le mani avanti….
    Daniele

  20. MarcoDC in ha detto:

    Daniele, direi che ho capito quanto hai e avevi espresso in precedenza.

    I politici sono al governo per meriti… politici; questo non significa siano capaci. Alcuni governi, anzi, direi quasti tutti, scelgono i ministri in base all’appartenenza politica e solo successivamente alla capacità; spesso anche all’interno dell’appartenenza politica, le scelte hanno fondamento clientelare.

    Questo secondo me spiega la qualità di certuni personaggi; per il resto ritengo ci sia poco da capire; sono persone che si trovano a prendere delle decisioni difficili, in mezzo a dispute politico-demagogiche. La crisi parte da lontano, il vecchio Greenspan ha fatto del suo meglio e a me sembra esserci riuscito alla grande; non so se Bernanke avrebbe fatto diversamente ma mi sembra fuor di dubbio che l’accoppiata Bush-Greenspan non sia stata tra le più felici degli ultimi anni.

    Insomma, mi ripeto… io speriamo che me la cavo (ma nel frattempo mi fido poco di quello che sento e leggo).
    🙂

  21. MarcoDC in ha detto:

    Daniele,
    ho letto l’articolo di Bloomberg. Grazie.

    A me sembra che Bernanke stia facendo quanto nelle sue possibilità “tecniche”; l’eredità di Greenspan e la sua collaborzione con Paulson diciamo che non gli hanno certo agevolato la vita; due persnaggi che alla lunga si sono dimostrati poco capaci di gestire una situazione che richiedeva capacità probabilmente al di sopra delle loro.

    Ovviamente la mia è una critica a posteriori, facile si potrebbe dire, ma quello era il loro mestiere, il mio è un altro.

    Bernanke però nell’articolo dice due cose:

    – la prima esposta anche nel titolo è che se la situazione bancaria non dovesse stabilizzarsi la recessione si protrarrà anche all’anno prossimo, differentemente vede la fine quest’anno. Non mi sembra una gran novità, chi la pensava diversamente ?

    – la seconda è che userà tutti gli strumenti utilizzabili per stabilizzare la situazione bancaria; anche questa potrebbe non sembrare una gran cosa ma è meglio di un calcio in bocca. Almeno cerca di infondere fiducia nel fatto che le autorità americane stanno e continueranno a lavorare. E’ un po’ di quella fiducia e ottimismo che spero diventi contagioso, perchè alla fin fine, non è uno spot dire che molto dell’uscita dalla crisi dipenderà dai consumatori.

    Ciao

  22. San Siro in ha detto:

    x MarcoDc

    Evidentemente la tua conoscenza del fenomeno della globalizzazione è avvenuta attraverso la lettura dei quotidiani o della pubblicistica corrente.
    Ma si tratta di un resoconto storicamente falso.
    La globalizzazione è un fenomeno al 100% politico: esso dipende da regole precise, che sono le regole che reggono gli attuali rapporti internazionali. Il Fondo Monetario Internazionale funziona secondo determinati obiettivi e tali obiettivi vengono fissati da alcuni paesi, i paesi ricchi, gli altri devono obbedire.
    Chi conosce un minimo la storia economica degli ultimi 25 anni sa ad esempio che il 100% dei processi di liberalizzazione commerciale intrapresi dai paesi in via di sviluppo sono stati adottati su imposizione del Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale all’interno di pacchetti di riforme economiche imposti in cambio del sostegno economico in fasi di crisi.
    Il concetto che chi è rimasto fuori dalla globalizzazione ci ha rimesso è un falso colossale.
    Ci sono paesi che hanno degli indici di libertà economica superiori a quelli degli Stati Uniti e sono alla canna del gas.
    Gli unici paesi che sono cresciuti a tassi sostenuti sono stati quelli che NON hanno adottato le politiche neo-liberali imposte dai paesi ricchi al mondo in via di sviluppo.
    Se il mondo nel suo complesso fosse andato avanti con le vecchie regole anche in questo ultimi 30 anni, tutto sarebbe continuato come prima e la crescita economica sarebbe stata superiore, specialmente per i Paesi in via di Sviluppo, che nel periodo post coloniale avevano tassi di sviluppo del 2,7% annuo.
    E’ bastato che le multinazionali dicessero “noi lavoriamo per i paesi poveri”, per fare sì che questi dati, ufficiali e facilmente reperibili da chiunque, diventassero tabù, e che i vari pennivendoli che da una vita scrivono sotto dettatura, raccontassero le balle della magnifiche sorti progressive della lotta alla povertà e altre simili stupidaggini.

  23. Alessandro in ha detto:

    Salve Bertoncello, vorrei sapere cosa ne pensa di questo articolo apparso sul sito WSI che, una volta tanto (e non è cosa frequente di questi tempi), esce dal coro di quelli che “il peggio deve ancora arrivare… ecc ecc” e sembra far intravedere una luce in fondo al tunnel.
    http://www.wallstreetitalia.com/articolo.aspx?art_id=668658

  24. MarcoDC in ha detto:

    San Siro,
    non condivido la tua idea ma la rispetto. Mi piacerebbe che anche tu mantenessi il beneficio del dubbio riguardo le tue idee e senza definirmi succube della pubblicistica, considerazione assolutamente sminuente per la mia persona.

    Ma questo è un mio desiderio che resta tale e non vuole essere imposto.

    Per il resto dissento, anche se solo in parte, dalle tue idee.

    Internet ha dato un impulso decisivo a un processo che, magari con altri mezzi e in altri modi, comunque ci sarebbe stato… a partire dal basso.

    Forse le leggi e la politica che l’hanno “aiutato” avrebbero potuto “disincentivarlo” ma questa è l’accademia di cui ti accennavo nel mio post precedente.

    Possiamo parlarne, ma a che pro ? Ormai ci siamo… cerchiamo di adeguarci e balliamo.

    Ciao.

  25. San Siro in ha detto:

    x MarcoDc

    Ammetto di essermi espresso in modo crudo.
    Il punto, però, è che i dati sulla crescita economica pre e post globalizzazione sono abbastanza chiari e coloro che scrivono di questi argomenti non fanno un buon servizio nascondendoli.
    L’altro aspetto, quello dell’inevitabilità del processo di globalizzazione, che mi sembra tu sostenga, francamente non lo capisco.
    Prima c’erano delle barriere tariffarie. Poi si prende la decisione di eliminare tali barriere.
    Uno può essere d’accordo o no con questa decisione, ma non capisco cosa c’entri Internet o le nuove tecnologie.
    Stessa cosa con il movimento dei capitali.
    Anche questa è una decisione che si poteva prendere o non prendere. Internet agevola ovviamente certi tipi di scambi, ma la decisione se conviene o no liberalizzare certi settori e certe operazioni è al 100% politica.

  26. MarcoDC in ha detto:

    San Siro, ammesso siano un politica condivisibile (e per me non lo sono), valgono quando lo scambio avviene principalmente mediante merci “fisiche”.

    L’avvento di Internet, avvicinando il mondo, ha dato l’accesso a uno status di benessere potenziale che molti popoli, specialmente dell’Asia, non sapevano poter raggiungere, talvolta neanche immaginavano se non a prezzo di sacrifici spesso difficilmente sostenibili (emigrazione).

    Ha nello stesso modo dato la possibilità a molte aziende di fornire servizi che neanche loro immaginavano di poter fornire.

    Un esemio che accomuna entrambi gli scenari è il seguente: faccio una lastra in America oggi, per avere l’esito dovrei attendere almeno domani sera quando un medico dell’ospedale dove mi sono recato avrà avuto il tempo di guardarla, studiarla e stilare il referto. Viene invece inviata in India, dove un medico (che magari ha studiato in America ma se ne è poi tornato nel paese che preferisce) la vede e la mattina successiva ho il referto.

    Da qui si può trarre un modo nuovo di gestire il lavoro, i servizi, modo da cui scaturiscono molte possibilità per persone fisicamente lontane.

    Ma chiaramente molti altri settori ne sono stati influenzati, dalla finanza, all’informatica, ai servizi end user.

    Quando è inevitabile questo processo, come lo è stato, devi regolamentarlo. Come puoi fare ? Stablisci barriere all’import di prodotti e non ai servizi ? Come puoi impedire che un medico a Bangalore faccia il referto di una lastra ? Quale barriera tariffaria puoi apporre ?

    Voglio dire, e ribadisco, ci sono state diverse distorsioni nel processo; c’è sempre chi invece di cogliere un’opportunità sfrutta la situazione ma questo, in questi anni, è stato indiscriminatamente fatto da est e ovest, da Cina e Usa.

    Le barriere tariffarie limitano lo scambio commerciale e impoveriscono tutti, tutti quelli che non sono “autosufficienti”, almeno. Inevitabilmente il mercato si restringe perchè nessuno è disposto solo a subire barriere tariffarie.

    Ciao

  27. MarcoDC in ha detto:

    .. mi sono perso un pezzo di messaggio all’inizio, il soggetto era “le barriere tariffarie”
    🙂

  28. San Siro in ha detto:

    x MarcoDC

    Le bariere tariffare rendono tutti più poveri. OK, va bene. Ma parte che si potrebbe rovesciare l’espressione e al posto di “più poveri” dire “meno ricchi” (ma l’espressione “più poveri” è quella che si è imposta sostanzialmente per colpire le persone sul piano emotivo e far passare un certo concetto) a questo punto mi devi dire di QUANTO si diventa più poveri.
    Altrimenti il discorso resta campato in aria.

    Rendiamo la domanda più precisa.
    Caso A.
    Prospettato da Krugman nel 1990. Stati Uniti, Europa e Giappone erigono dazi del 100% sulle merci provenienti dall’esterno e questo porta a un dimezzamento del totale degli scambi. Di quanto scende in termini di percentuale di Pil il volume dei beni prodotti a causa della peggiore allocazione delle risorse?

    Caso B.
    Più attuale, si riferisce a un lavoro del 2001 e prende in considerazione l’economia mondiale. Nel caso di una completa eliminazione delle barriere tariffarie relative alle merci, di quando aumenterà, in termini di percentuale del Pil mondiale, la produzioni di beni grazie a una migliore allocazione delle risorse?

    Per inciso, il caso da te ricordato della lettura delle lastre del medico indiano è mal scelto: in questo caso, infatti, lo scambio avviene non in base ai costi comparati, ma ai costi assoluti. Questo significa che anziché produrre ricchezza, questo tipo di scambio la distrugge. E’ implicito nel modello Heckscher-Ohlin: il fattore relativamente più scarso (il medico indiano rispetto al contadino) deve guadagnare di meno con l’apertura degli scambi, mentre il fattore più abbondante, cioè il contadino, deve migliorare la propria posizione. Ma invece, nel caso da te indicato, avviene il contrario: il medico guadagna di più, perché aumenta la domanda della sua prestazione, mentre il contadino guadagna di meno perché pagherà di più la lettura delle lastre. L’assurdo spreco di ricchezza balza agli occhi solo considerando quando sia costoso formare un medico in India rispetto agli Usa. E’ un tipo di scambio insensato e totalmente indifendibile.

  29. MarcoDC in ha detto:

    San Siro,
    concordo sul fatto che è meglio, molto meglio, dire “meno ricchi” che “più poveri”. Su questo sfondi una porta aperta.

    Riguardo la prima ipotesi, questa penalizzerebbe maggiormente i paesi poveri, quelli dove la domanda interna non è abbastanza elevata da garantire occupazione. Penalizzerebbe anche i paesi ricchi ma rendendoli solo “meno ricchi”. Da qui le mie considerazioni sul fatto che chi resta fuori alla globalizzazione ha da rimetterci: sono i paesi più poveri che traggono vantaggi dall’apertura del mercato dove poter sfogare la propria produzione a prezzi più bassi di quelli dei paesi sviluppati.

    Poi si pongono questioni morali, di qualità della vita lavorativa, di diritto dei lavoratori, di costo delle importazioni (ma per (fare) prodotti prima inesistenti su quel mercato), aspetti che mi trovano sensibile ma sono su un piano diverso da quello della nostra discussione attuale.

    E’ in corso, come immagino saprai, un ritorno di un gran numero di ex contadini cinesi verso le campagne in seguito alla crisi attuale; gente che evidentemente aveva trovato nella globalizzazione, che traina(va) l’economia del loro paese, un’occasione. E non è certo un caso che fin dalla fine dell’anno scorso, e anche prima, il governo cinese avesse avviato una politica atta a sostenere i consumi interni e il benessere, diciamo così, dei propri connazionali. Certo il motivo probabilmente non è stato proprio “umanitario”, probabilmente solo di ordine sociale, ma tant’è, io non penso che fosse meglio quando i contadini cinesi non sapevano di poter stare meglio di come stessero.

    Riguardo le tue osservazioni sul mio esempio del medico indiano; qui torniamo a un punto per me cruciale: le persone. Perchè QUEL medico del mio esempio, avendo studiato in America (o essendo al livello di un medico americano, ammesso poi che in India non si possano ottenere specializzazioni migliori), dicevo il medico indiano, lavorando al suo paese con la competenza di un medico dei paesi più sviluppati, potrà mettere al servizio dei propri connazionali la sua capacità ed esperienza a un prezzo adeguato dato che il guadagno lo trarrà dall’alta remunerazione che otterrà lavorando “per gli americani” i quali a loro volta lo potranno pagare meno di quanto pagherebbero un omologo connazionale, data l’evidente differenza di costo della vita. E’ chiaro che qui “indiano” si leggerà “di un paese in via di sviluppo” e “americano” come “di un paese sviluppato”.

    Ciao.

    Insomma, dietro alle più diverse opinioni ci sono sempre le PERSONE che fanno la differenza.

    Ciao.

  30. San Siro in ha detto:

    x MarcoDc

    Sgombriamo subito il campo dalla questione del medico indiano: la lettura delle lastre (o altri servizi medici) costerà di più agli indiani. Non c’è modo di sfuggire a questa realtà. Si può immaginare il caso di un singolo medico che pratichi prezzi politici perché gli americani gli garantiscono il necessario per vivere, ma non ci si può costruire una teoria sopra.

    Le risposte al caso A e al Caso B da me proposti sono rispettivamente 2,5% e 2%.
    La domanda che viene spontanea è: ma se si parla di percentuali così basse, perché il commercio viene presentato come il mezzo principale per far uscire dalla povertà interi paesi?
    E’ una questione puramente ideologica, infatti la teoria economica non attribuisce al commercio questo potere. Ad esempio, l’affermazione che nei paesi poveri “la domanda interna non è abbastanza elevata da garantire occupazione” non mi sembra rientri fra le teorie economiche riconosciute.

    Anche la questione dei contadini cinesi che avrebbero trovato nella globalizzazione “un’occasione” non ha molte pezze d’appoggio. La gente non si sposta di centinaia di chilometri per lavorare in cantieri dove dorme nelle tubazioni, e per un salario da fame, perché colgono in tutto questo la loro grande occasione. Basta conoscere un po’ di storia dell’industrializzazione per sapere che il trucco consiste nel deprimere i salari nelle campagne in modo da avere più gente che si sposta in città per lavorare nell’industria (e tenendo bassi i prezzi dei prodotti agricoli si tengono bassi anche i salari degli operai: il caso dell’abolizione delle Corn Laws inglesi ha fatto scuola.) Riepilogando: si prendono i poveri, li si impoverisce ancora di più e li si fa lavorare per meno. Poi si fanno i proclami trionfalistici sul numero di persone uscite dalla povertà (se da un salario di 1.08$ del 1993 al giorno passi a un salario di 1.10$ per le statistiche non sei più povero…)

    Ma tornando al tema principale – dazi, commercio e povertà – il punto cruciale è che le politiche fondate sulle esportazioni non sono recenti, ma datano già dagli anni ’80, e sono state promosse all’interno dei pacchetti di stabilizzazione e aggiustamento strutturale promossi in Africa e in America Latina dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, per cogliere i “vantaggi” della progressiva liberalizzazione degli scambi a livello internazionale.
    Tutti i paesi, tranne una o due eccezioni, che hanno seguito quese politiche hanno fallito miseramente.
    Per concludere, l’aspetto notevole, che desta davvero meraviglia, non è tanto il fatto che una teoria economica, dalle evidenti coloriture di destra, si sia imposta ormai a livello generale al punto da diventare senso comune, quanto il fatto che essa mantenga intatto il suo fascino nonostante abbia prodotto una impressionante catena di fallimenti.

  31. MarcoDC in ha detto:

    Ciao San Siro,
    piacevole discussione. Penso non sia il caso di “monopolizzare” oltre il blog.

    Grazie della chiacchierata virtuale.

    Mai parlato con uno stadio fino ad ora… o con un ippodromo ? 🙂

    Ciao

  32. MarcoDC in ha detto:

    Alessandro, mi ero perso l’articolo che hai messo nel tuo link…

    La fonte citata è MARKETWATCH, una fonte autorevole. Qui non si sa se l’articolo è una traduzione (spero vivamente di no) o una libera interpretazione con dati tratti da Marketwatch.

    Perchè è un’assurda accozzaglia di imprecise e indefinite informazioni. Mi evito di farne il copia/incolla e commentarle ma, così giusto per dare l’idea

    “Il Baltic Dry Index, che misura il costo dei materiali chiave come rame, ferro e acciaio, e’ piu’ che raddoppiato rispetto ai minimi toccati di recente”
    Il BDI non misura il costo dei materiali ecc. bensi dei noli marittimi per il trasporto dei materiali secchi, il che non è la stessa cosa. Cioè ? Un conto è il costo dei materiali, un conto è il costo dei noli per i mezzi che li trasportano. Che aumenti il costo dei noli può significare che c’è maggiore richiesta di materiali per un aumento della domanda o per la ricostruzione delle scorte. Che non è la stessa cosa.

    “Uno degli indici che misura le aspettative dei consumatori e’ aumentato in gennaio.”
    UNO DEGLI INDICI ?? Cioè ? Quale indice, quello della mano sinistra o della mano destra ?

    “I prezzi dei CDS (Credit Default Swap) delle banche stanno scendendo dalle punte massime toccate di recente.”
    Poco poco dipende dal fatto che sono garantite (almeno a parole) dagli stati ? Purtroppo l’itraxx è ancora su livelli elevati.

    Dai, addirittura da NEW YORK. Ma chi ha scritto questa roba ? Topolino… ops Mickey Mouse ?
    🙂

  33. buffett in ha detto:

    Sono a sciare e vorrei continuare per altri tre giorni. Ho letto l’articolo e quasi tutti i commenti. Possibile che a nessuno sia venuto in mente di verificare il price/earning del Giappone nel periodo considerato? Se non sbaglio superava 250, solo pochi anni fa era ancora sopra 50, mi sembra che molti presupposti considerati non tengano conto di questo fattore che eliminerebbe molte risposte. Torno in vacanza.

  34. Gianni in ha detto:

    Il nuovo debito previsto dal sistema Usa per il 2009 sembra essere pari al 500% del risparmio mondiale (800 miliardi di dollari). Penso che l’unico modo per sottoscriverlo possa essere la stampa di nuova moneta. Un aumento di capitale che automaticamente fa perdere valore alle quote già presenti sul mercato (inflazione). Qualcuno ha idee diverse su chi sottoscriverà i 4 trilioni tra deficit statale, dei privati e delle aziende?

  35. enea in ha detto:

    X GIUSEPPE BERTONCELLO
    “In America, l’epicentro dell’attuale crisi, i debiti del settore finanziario sono passati dal 22% del PIL nel 1981 al 117% attuale. Quelli delle famiglie sono saliti dal 48% al 100%. Meno dissennate si sono dimostrate solo le aziende, le cui passività ammontano al 76% del PIL rispetto al 53% del 1981. Nel complesso, l’indebitamento del settore privato, in meno di tre decenni, è aumentato in rapporto al PIL di quasi due volte e mezzo, dal 123% al 293%.”

    non son riuscito a comprendere come si sia arrivati alle percentuali medie ultime del 123% e 293%, partendo da numeri ben più bassi… 22,48, 76 e 117,100 e 76%… può cortesemente spiegarmi?
    grazie

  36. gianni in ha detto:

    Mi permetto di rispondere io :

    22 + 48 + 53 = 123

    117 + 100 + 76 = 293

  37. enea in ha detto:

    grazie

  38. Mink in ha detto:

    Qualcosa mi sfugge; probabilmente la finanza non è il mio forte.
    Ma non riesco esattamente a capire quanto tempo servirà ad un “cassettista” o, per meglio dire “investitore di lungo periodo” per rivedere il denaro investito, e quali performance saranno necessarie in termini percentuali.
    Questo per andare a pareggio, senza tener conto dell’erosione in termini reali.

  39. MarcoDC in ha detto:

    Qualcosa mi sfugge, probabilmente l’italiano non è il mio forte, Mink qual’è lo scopo delle tue 5 righe ? Alla tua domanda, ovviamente ironica dato che scrivi solo quando le borse mettono a segno un minimo (e questo è di ottimo auspicio 🙂 ), l’ovvia risposta è : la domanda, se privata del sarcasmo, è senza senso e quindi senza risposta.

    Ho vinto qualcosa ?

  40. Alessandro in ha detto:

    Bertoncello, è scomparso? E’ un po’ che non si fa sentire, dica qualcosa!
    Purtroppo girano certi personaggi supponenti e insopportabili su altri Blog (certo/a La Saggezza per non fare nomi) che ha, pensate, l’arroganza di aver già fissato il target preciso della discesa dello Spoore (582,75!!). Perchè qualcuno non toglie di mezzo questa gentaccia, per favore? Arroganti, presuntuosi, spocchiosi, infami e mi fermo qui per non essere denunciato. Spero che il Padreterno (forse l’unico a detenere la vera saggezza…) li punirà a dovere un bel giorno. Poi ci faremo due risate, con tanta saggezza.

  41. Alessandro in ha detto:

    Per Bertoncello: cosa ne pensa di questa analisi scritta solo pochi giorni fa? Si parla di soglie già abbondantemente oltrepassate…

    (WSI) – Il buon giorno questa volta non si è visto dal mattino. Dopo un 2009 iniziato in maniera positiva, gli indici mondiali hanno ripreso decisamente la strada del ribasso. I timidi guadagni dei primi giorni di gennaio si sono velocemente annullati e le perdite delle principali borse internazionali hanno raggiunto il 10%. E così gli indici si sono portati di nuovo ai minimi del 2008 e, in alcuni casi, li hanno anche superati. Ma il ribasso non sembra essere destinato ad esaurirsi almeno sino a quando non saranno raggiunte soglie psicologiche importanti poste tra il 7% e il 10% al di sotto dei livelli attuali.

    Ai minimi

    Una linea Maginot che passa dai massimi degli anni ’90 e che oggi invece potrebbe fare da base per un recupero, o almeno un rimbalzo, delle Borse. Troppo poco per parlate di inversione di tendenza, ma abbastanza per mantenere un briciolo di fiducia: i titoli di Stato a lunga scadenza sono rimasti piatti, come il petrolio e molte materie prime. E, a parte l’euro che ha perso oltre il 5 per cento sul dollaro, anche le principali divise si sono mantenute in relativo equilibrio.

    «Graficamente — spiega Enrico Nicoloso responsabile dell’analisi tecnica di Websim. it — i principali indici internazionali sono ormai ad un passo dai minimi della banda di oscillazione descritta negli ultimi 4 mesi. La Borsa italiana, in cui pesano molto i finanziari, è scesa addirittura sotto tale soglia. Ora, l’elevato ipervenduto di breve potrebbe far scattare in qualsiasi momento violente ricoperture. Tuttavia, la continua e reiterata vulnerabilità non sembra destinata ad essere riassorbita in tempi brevi». Tra gli indici settoriali europei spiccano le perdite dei bancari (-20%), degli assicurativi (-15%) e delle auto e degli industriali (-10%). Mentre si sono salvati per ora i classici «difensivi» (alimentari, farmaceutici).

    Una situazione che desta preoccupazioni anche per Lorenzo Marconi, consulente di Intra Private Banking: «Ci sono livelli tecnici che vanno monitorati con grande attenzione: 16 mila punti per l’S&P Mib, oggi poco sopra i 17 mila; 730 punti per l’S&P 500, oggi a 820 e 7.350 per il Dow Jones oggi 8.120. Se queste soglie dovessero essere violate, e nel caso di Piazza Affari siamo davvero molto vicini, allora si aprirebbero spazi di ribasso che potrebbero estendersi sino al 30 per cento».

    La crisi attuale, che ormai in molti mettono sullo stesso piano del crac degli anni Trenta, impone quindi un’analisi storica che per la Borsa di Milano parte dall’indice Mibtel. «In questo scenario — continua Nicoloso — è tecnicamente plausibile per il Mibtel la ricerca di una nuova base intorno ai 13.000/12.500 punti, ovvero in corrispondenza dei massimi raggiunti nel periodo 1987-1997. Eventuali rally, assumerebbero consistenza e sostenibilità soltanto sopra area 16 mila. Se invece l’area 13 mila non dovesse tenere il target per un mercato Orso sarebbe posto a 9 mila punti, il 45 per cento sotto i prezzi attuali».

    Anni Trenta

    Solo con un balzo all’indietro di 20 anni gli indici possono dunque ripartire? «Sono scenari impressionanti — prosegue Marconi — ma se guardiamo il sottostante degli indici, ovvero le società, allora la situazione appare meno preoccupante. Se da un lato continuiamo a consigliare di stare fuori dai finanziari, non vanno invece trascurate aziende che vantano un forte posizionamento competitivo: Buzzi Unicem, Bulgari, Prysmian, Enel». Marconi segnala anche Fiat, che a un prezzo di 3,4 euro, ovvero sotto i valori toccati nell’era pre-Marchionne, si presenta molto sottovalutata: «La notizia dell’alleanza con Chrysler che, a costo zero, aprirà il mercato Usa, non ha cambiato di una virgola l’umore del mercato. Si tratta di una situazione molto simile a quella della bolla del 2000 quanto tutti rincorrevano i prezzi. Ieri al rialzo e oggi al ribasso».

    I livelli da monitorare sono i 13mila punti del Mibtel e i 16.000 dell’S&P Mib. Se vengono sfondati allora suonerà l’allarme rosso.

  42. CG in ha detto:

    Gentile Bertoncello e gentili visitatori, da qualche tempo leggo con interesse questo blog, anche perché mi sono ritrovato in alcune considerazioni che qui ho potuto leggere.
    Dopo il crash di ottobre 2008, e dopo aver aspettato pazientemente quasi 2 anni che le borse si sgonfiassero, ho iniziato ad accumulare azioni italiane di vari settori, arrivando ad oggi con un’esposizione del 50-55% del capitale (non ho intenzione di andare oltre). Volevo creare e mantenere un portafoglio per il medio-lungo termine. Questo perché, sebbene io abbia conoscenze di analisi tecnica, non ho comunque la possibilità di operare con trading giornaliero (svolgo un lavoro fuori casa).
    Fino a 2 settimane fa ero anche in lieve guadagno ma gli ultimi 15 giorni, con la rottura al ribasso degli indici internazionali, hanno letteralmente messo in ginocchio il mio portafogli e minato non poco la mia iniziale fiducia nel sistema. In 2 mesi da 21000 punti a meno di 14000 è un crollo che non è da meno di quello di ottobre e ancora, così pare, non abbiamo assistito a quello che di solito si presenta nei bottom… il tremendo sell-off finale.
    Avendo deciso di mantenere per ottica di lungo, cerco di non vedere le fluttuazioni di breve periodo, ma onestamente mi trovo ora nel dubbio che questa non sia una crisi come tutte le altre. Per le modalità e il tempo limitatissimo che sta impiegando a distruggere capitalizzazione non ha eguali nemmeno se confrontata con il crash del 1929 e la bolla giapponese a confronto fu decisamente più “morbida”… entrambe presentarono rimbalzi, e i livelli di ipervenduto mensile non arrivarono mai a valori così estremi. Che sia la crisi finale di un capitalismo incapace di nuove crescite ed espansioni, piegato da debiti ormai insostenibili? O ce lo stanno facendo credere e stiamo assistendo solo ad una bolla speculativa al ribasso, secondo il classico ciclo descritto da Dow?
    Sono posizionato ad un livello tra 17000 e 18000, ma se l’indice, come da molti pronosticato, scendesse a 8/9000 punti… forse certi livelli di prezzo appariranno irraggiungibili.
    Ora la mia domanda per i più esperti è: non è possibile che questi ribassi così forti e concentrati nel tempo siano frutto di speculazione al ribasso attuata con short in leva in un mercato che, non presentando compratori per via delle pessime condizioni finanziarie globali, si avvita su se stesso? In tal caso, essendo posizioni scoperte che andranno ricoperte con acquisti di pari portata, potrebbe succedere che questa “bolla short” si giri violentemente al contrario ai primi segnali positivi dell’economia?
    Leggo sempre più spesso che tutti si stanno girando short, guadagnare con posizioni corte è diventato facilissimo (troppo), mi ricorda i periodi in cui la gente comprava e guadagnava facilmente perché tutto saliva… ma qui il gioco se dura ancora un po’ potrebbe costare il default del sistema economico.
    Grazie per l’attenzione, saluti a tutti

  43. gianni in ha detto:

    Penso che il momento che stiamo vivendo sia unico, perchè somma alla fine dell’impero americano la fine di un sistema economico, almeno come forza propulsiva. Il capitalismo ha terminato la sua funzione una ventina di anni fa, avendo saturato agricoltura, industria, servizi, è poi sopravvissuto con la globalizzazione e la megabolla. Quindi ogni analisi basata sul passato è errata, è vero che la crisi degli anni ’30 ha visto il sorgere della potenza imperiale statunitense a sostituire quella inglese ormai in crisi dalla fine dell’800, ma allora il capitalismo aveva ancora molto da fare per soddisfare i bisogni del mondo occidentale.

  44. Fabris in ha detto:

    Per CG e gianni: non siamo alla fine del capitalismo. Siamo solo in una fase, purtroppo molto lunga ancora, di debt&asset deflation, che fa seguito, e corregge, una fase, ancora più lunga, di debt&asset inflation. Tutto qua.
    Guardate il Nikkei dal 70 al 90: rendimento annuo composto + 16.5%. Guardate l’S&P 500 dall’80 al 00: identico rendimento annuo composto. Il futuro prossimo dell’S&P 500 come sarà secondo voi?

  45. Gianni in ha detto:

    Per Fabris : quale sarà la spinta che tornerà a dare potere di acquisto agli stipendi? Le uniche possibilità proponibili trovo che siano i consumi interni cinesi (e indiani) o i debiti degli stati. Produzione industriale penso siano tutti daccordo che non se ne parla (produrre più auto?). I servizi sono saturi (più spese per la vendita tipo pubblicità e marketing? E chi le paga, con gli stipendi che valgono sempre meno?). Delocalizzazione, che però vuol dire anche gonfiare gli assets per far comprare qualcosa con la valuta che diamo in cambio? E che assets gonfiamo? Gli Usa chiedono per il 2009 il 500% del risparmio mondiale per finanziare il nuovo deficit. Mica poco, direi. Se partono i consumi cinesi per qualche anno ce la caviamo, poi lo scontro sarà sulle materie prime e sulla sostenibiltà dello sviluppo da parte del pianeta che ci ospita. Tutto nasce, si sviluppa, finisce. Tutto a parte il capitalismo? Perché?

  46. Fabris in ha detto:

    Gianni, il capitalismo è, con tutte le sue grandi storture e imperfezioni, la filosofia di vita che ha permesso all’uomo di fare progressi di benessere (soprattutto materiale), in pochi decenni, che non era stato in grado di fare in milioni di anni. Non morirà con la crisi in atto, semplicemente perchè tutte le recessioni e depressioni ne sono lo strumento essenziale che ne consente anzi la sopravvivenza nel tempo. Capitalismo significa esaltare la componente individuale che sussiste in ognuno di noi, a scapito del sociale. Quando questa componente viene storicamente troppo esaltata si hanno le bolle speculative (dei tulipani ieri, di internet qualche giorno fa, del debito oggi) che necessitano poi delle crisi/depressioni per esser corrette e curate. Se la bolla è piccola necessita di una recessione come rimedio, se è grande (come ora) avrà bisogno di una depressione. Recessioni e depressioni non fanno che riportare l’individualismo a livelli di compatibilità sociale, da livelli di totale antisocialità presenti nelle fasi speculative. Ci aspettano anni di stagdeflation, ovvero di consumi ridotti, crescita del risparmio, alta disoccupazione, distruzione di ricchezza finanziaria. Il tutto avrà fine solo quando la leva finanziaria sistemica sarà portata a livelli sostenibili. Quel che mi auguro è solo che l’America non ne esca così indebolita alla fine di tutto, da lasciar pensare ad altri paesi che sia giunto il momento di rovesciarne l’egemonia mondiale. Sbaglia chi crede che viviamo in pace perchè l’uomo oggi sa che la pace è meglio della guerra. La pace non esiste, esiste solo l’egemonia di un popolo su tutti gli altri. E tutte le grandi guerre affondano le loro radici nelle fasi storiche in cui la potenza egemone di turno inizia a tramontare.

  47. Gianni in ha detto:

    Il capitalismo è nato con una mission : migliorare le condizioni di vita della gente a partire dall’iniziativa privata. In tre settori : agricoltura (mangiare), industria (avere a disposizione beni di consumo), servizi che rendano al privato (migliorare la qualità della vita). Ha svolto benone la sua funzione, ora mangiamo tutti (parlo del mondo occidentale), sappiamo produrre tutto quello che ci può servire, abbiamo servizi di tutti i tipi. Ha terminato la sua missione circa 20 anni fa. Dopo si è inventato cose per sopravvivere : i servizi superflui (marketing, 1000 televisioni, qualità, finanza esasperata), la delocalizzazione, rifilando assets fasulli a cinesi e indiani, la bolla creditizia. Ora ci prova con le bolle statali. Ma è solo prolungare l’agonia. Quindi gloria al capitalismo per quallo che ha fatto, ma occorre studiare qualcosa che crei valore aggiunto. In poche parole, siamo nelle condizioni di non dover più dipendere dalla crescita del Pil per stare bene, prima lo capiamo e prima si riparte. Penso che in 10 anni ce la faremo.

  48. Fabris in ha detto:

    Il capitalismo è solo una filosofia di vita, una visione del mondo, che pone l’individuo al centro di tutto e vede nella “mano invisibile” del mercato il deus ex machina che indirizza l’azione individuale al bene collettivo. Il suo successo storico è connesso alla stessa natura umana, che è programmata per massimizzare il proprio utile individuale, come tutte le specie viventi, dal batterio alla balenottera azzurra. Vive e si alimenta di eccessi di “egoismo” e “individualismo”, che quando sono troppo esagerati si trasformano in elementi di dirompente autodistruzione sociale. Le crisi, leggere o profonde che siano, servono a raffreddare questi eccessi, ad arginarli entro limiti di benessere sociale. E’, a mio modesto avviso, quello che sta accadendo ora. Non credo si possa inventare una visione del mondo più congeniale all’uomo, almeno finchè l’uomo continui ad esser programmato dalla sua stessa natura per vivere con il solo obiettivo di massimizzare il proprio profitto (sociale, economico, sessuale etc..).

  49. Vinello in ha detto:

    La teoria dell’homo oeconomicus (massimizzatore del proprio individuale benessere) non è detto che sia destinata a restare in eterno, anch’essa viene messa in discussione.
    http://en.wikipedia.org/wiki/Homo_oeconomicus

    Alcuni animali (sociali), come l’uomo, vivono in gruppi.
    http://en.wikipedia.org/wiki/Social_animals

    Ho dei dubbi che la mano invisibile sia la situazione che genera il massimo profitto per tutti, infatti non mi dispiace l’esposizione nel film “A Beautiful Mind” della teoria dei giochi vista da John Forbes Nash.
    “Il miglior risultato si ottiene quando ogni componente del gruppo fa ciò che è meglio per sé e per il gruppo… Dinamiche dominanti, signori, dinamiche dominanti.” 😀
    http://it.wikipedia.org/wiki/A_Beautiful_Mind
    http://it.wikipedia.org/wiki/Teoria_dei_giochi

    A mio modesto parere in un mondo a somma diversa da zero (in grado di crescere, come di regredire, vedi la 4a guerra mondiale a suon di clave) è non è bene essere completamente individualisti o completamente per il gruppo: sia non farsi una guerra distruttiva a vicenda sia avere un grado di competitività porta dei vantaggi. Essere o bianco o nero porta solamente a perdere parte di un possibile guadagno e sviluppo, come combattere con un braccio legato.
    L’unico problema che vedo (se si escludono atteggiamenti negativi dell’essere umano) è il grado di informazione. Con una informazione si riuscirebbe (a seconda della situazione) a trovare la soluzione più vantaggiosa (totalmente competitiva, totalmente per il gruppo, mista). Quindi informazione, formazione e ricerca diventano fondamentali.

    Il Giappone pur perdendo un ventennio ha continuato a restare capitalista. Può essere che una crisi mondiale spazzi via il capitalismo, ma ritengo più probabile che questo sia un modo di vivere e pensare che si evolva a piccoli passi piuttosto che estinguersi di botto. Anche perché non penso si abbiamo a breve alternative valide da sovrapporre. Dunque tornano fondamentali l’informazione e la formazione (e valori per contrastare gli aspetti negativi dell’essere umano).
    Il “capitalismo sociale o europeo” potrebbe essere una evoluzione interessate a livello mondiale, anche se ha il problema degli alti costi sociali, come quello delle pensioni (così mi sembra lo chiamasse Alan Greenspan nel suo libro “Alan Greenspan L’era della turbolenza”).

    Sul Pil mi torna in mente Beppe Grillo: Se crolla un ponte siamo più ricchi o più poveri? Ma se lo ricostruiamo il Pil sale, siamo più ricchi o più poveri rispetto a prima (quando avevamo ancora il ponte e il capitale per ricostruirlo)?
    http://it.wikipedia.org/wiki/Pil

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