l'Investitore Accorto

Per capire i mercati finanziari e imparare a investire dai grandi maestri

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Pagine e-lette: Fiducia nell’avere fiducia

Diversi lettori mi chiedono consiglio su qualche buona lettura che sia d’ispirazione per diventare investitori migliori. Proverò a venire loro incontro con questa rubrica, dove di tanto in tanto intendo presentare delle pagine di libri che in me hanno lasciato il segno. Per giustificare in partenza le preferenze a volte eccentriche che, immagino, andrò a fare dico subito che per me i mercati finanziari sono una realtà molto complessa. Mi affascinano per questo, perché – in fondo – ci assomigliano. Prima dei tecnicismi, prima della capacità di decifrare un bilancio, prima dell’abilità nell’applicare i modelli valutativi della finanza, penso che per affrontarli con successo conti una certa comprensione degli uomini e della loro storia. Non è un caso, mi pare, se il più ammirato investitore dell’ultimo mezzo secolo, Warren Buffett, è diventato noto come “il saggio di Omaha.” Negli investimenti ci vuole, per l’appunto, saggezza.

La pagina di oggi è presa da un libro del 2005 a cura di John Brockman, What we believe but cannot prove, che è stato tradotto e pubblicato da poche settimane in Italia col titolo di Non è vero ma ci credo.

Con gli investimenti, la finanza e l’economia il libro, direttamente, non ha molto a che fare. Si tratta infatti di una collezione di brevi scritti di oltre cento tra i più eminenti intellettuali, scienziati e filosofi contemporanei, ognuno dei quali, sollecitato dal sito Edge.org, emanazione della Edge Foundation, ha cercato di rispondere alla domanda: “In che cosa credi, anche se non puoi provarlo?”

Il risultato è una sorta di Big Bang di idee, un’esplosione di creatività, un’eccitante espansione dei limiti entro cui tendiamo a confinare la nostra visione del mondo. Il metodo che, tra le righe, uno può assimilare penso sia della massima utilità anche per un investitore.

La pagina che vado a proporre è di Tor Norretranders, docente di filosofia della scienza alla Business School di Copenhagen e autore di libri famosi (ma, spero di sbagliarmi, non tradotti in italiano). Si tratta di un inno all’importanza della fiducia. In che cosa? Nell’avere fiducia, e dunque “in noi stessi, negli altri, nella vita stessa”.

Questi sono tempi dominati dalla paura e dal pessimismo, nei mercati finanziari come un po’ dovunque, e in Italia più che altrove. Gli italiani, infatti, si sono ritrovati sprofondati nell’attuale crisi finanziaria ed economica dopo decenni di un lento ma debilitante declino nazionale, che ha corroso la naturale tendenza a sperare in un futuro migliore. Non c’è sondaggio che non metta in luce quanto gli italiani siano oggi sfiduciati e quasi rassegnati alla deriva in corso nel paese.

Un problema di fondo, mi pare, è che nella nostra storia c’è stata e rimane la diffusa tendenza a credere ora a questo ora a quello – credenze spesso poco plausibili, arbitrarie, irrazionali e in ultima istanza destinate a deludere e fare danno – ma a non credere abbastanza “in noi stessi, negli altri, nella vita stessa”. I due fenomeni, temo, sono l’uno il riflesso dell’altro. Le credenze irrazionali, a volte alimentate in forme autoritarie, finiscono per creare un ambiente ostile a quella fede che è invece vitale e creativa.

Abbandonarsi al pessimismo, nella storia, ha spesso aperto la strada alle ideologie peggiori e a esiti violenti e catastrofici. Per cambiare in meglio, in Italia penso occorra mutare atteggiamento nei confronti della fede e imparare a nutrire più fiducia nell’avere fiducia, come ci insegna Norretranders. Quella che segue è la sua riflessione, ripresa da Non è vero ma ci credo.

Io credo nel credere, o meglio, ho fede nell’avere fede. Però sono ateo (o un “illuminato”, come direbbero alcuni), e allora com’è possibile?

E’ importante avere fede, ma non necessariamente in Dio. La fede è importante ben oltre il campo della religione: avere fede in se stessi, negli altri, nell’esistenza della verità e della giustizia. Esiste un continuum della fede, dalla semplice fiducia quotidiana negli altri alla profonda devozione verso esseri divini.

Recenti progressi nella scienza comportamentale, come l’economia sperimentale e la teoria dei giochi, dimostrano che avere fede è un atteggiamento normale e umano verso il mondo. La fede è vitale nelle interazioni umane; non è una coincidenza che il comportamento di chi sceglie di rischiare di credere sia enfatizzato in sistemi di pensiero diversi come il cristianesimo esistenzialista di Soeren Kierkegaard e le teorie moderne di strategie negoziali nelle interazioni economiche. Entrambi sottolineano l’importanza che alla base dell’azione vi sia una convinzione profonda e soggettiva, una sensazione di calore interiore. Mi si potrebbe obiettare che la moderna scienza comportamentale sta riscoprendo l’importanza della fede, che le religioni conoscono da moltissimo tempo. Io risponderei che questa riscoperta ci mostra che avere fede non significa necessariamente avere fede in un’entità divina.

Quindi ecco in cosa ho fede io: c’è una mano che ci protegge, non una preveggenza o un controllo divino, ma il fatto semplicissimo e concreto che siamo tutti dei sopravvissuti. Siamo il risultato di una lunga genealogia di superstiti, che hanno vissuto tanto da riprodursi. Amebe, rettili, mammiferi. Quindi possiamo essere certi della nostra abilità di sopravvivere. Abbiamo una competenza interiore ereditata da milioni di generazioni di animali ed esseri umani: la capacità di continuare a vivere. Questo non implica affatto che qualcuno pianifichi o preveda il futuro per nostro conto. Significa soltanto che facciamo bene a fidarci della nostra capacità di affrontare tutte le sfide che ci si presentano. E’ qualcosa che abbiamo ereditato.

Non abbiamo alcuna garanzia di conquistare la vita eterna, anzi. L’enigma della morte è ancora lì, impossibile da sradicare. Ma il fatto fondamentale, che siamo ancora qui nonostante i serpenti, la stupidità e le armi nucleari, ci autorizza ad avere fiducia in noi stessi e negli altri, a fidarci degli altri, a fidarci della vita stessa. Ad avere fede. Siamo qui, e quindi è giusto avere fede nell’avere fede.

Obama e i mercati

All’inizio di ogni semestre la rivista americana Barron’s organizza una tavola rotonda tra una decina di grandi investitori allo scopo di sondare le loro aspettative sui mercati finanziari, riportandone poi un ampio resoconto. Nell’ultima, pubblicata in queste settimane, Felix Zulauf descrive tra l’altro Barack Obama come “pericoloso per il mercato”, nel senso – si affretta a chiarire –  che “le aspettative che possa cambiare il mondo sono troppo elevate.” Alla fine, aggiunge, “il mercato resterà deluso del fatto che non ce la farà a cambiare le cose così in fretta e così a fondo quanto la gente spera.”

Come si sarà intuito, la tavola rotonda si è svolta ai primi di gennaio, quando Zulauf poteva ancora parlare del “rally della speranza in Obama.” Quel rally, partito dai minimi di fine novembre, si è poi subito spento. E dal 7 gennaio i mercati hanno ripreso a scendere in picchiata facendo mutare il quadro così in fretta da fare invecchiare precocemente l’analisi del noto investitore svizzero.

Ha riportato oggi Bloomberg che tra il giorno delle elezioni presidenziali, il 4 novembre, e l’odierna inaugurazione l’indice Dow Jones ha perso il 14%. Si tratta di un record. Nella storia americana un calo di Borsa così ampio tra elezione e inaugurazione di un nuovo presidente non si era mai verificato. L’Obama hope rally non c’è più, non c’è mai stato. Verrebbe quasi il dubbio che già si possa parlare di un Obama disillusion crash.

Spero e penso di no. Un precedente storico, per quel che può valere, ci viene in soccorso. Come nota l’articolo di Bloomberg, il secondo peggior calo di mercato tra Election Day e Inauguration Day fu quello del 13% registrato a cavallo tra il 1932 e il 1933, quando a prendere possesso della Casa Bianca fu Franklin Delano Roosevelt. Dopo la sua inaugurazione, il mercato cambiò direzione e non si guardò più indietro, producendosi in un rally del 75% nel corso del resto dell’anno.

Si tratta più che altro di una curiosità e mi guardo bene dall’attribuirvi particolari significati. A prescindere dall’aneddotica storica e al contrario di Zulauf, io sono però convinto che Obama possa far bene ai mercati. Il fatto che il culmine della crisi finanziaria abbia coinciso con gli ultimi giorni di una confusa, spenta e impopolare presidenza Bush e poi con la transizione ai vertici del potere politico americano è stato in questi mesi un enorme handicap.

Leadership e speranza

Obama ha in grande misura la dote che per Napoleone caratterizzava la leadership, e cioè la capacità di infondere speranza. E oggi l’ha di nuovo dimostrato in un commovente discorso inaugurale in cui non ha mancato di sottolineare – riecheggiando i toni del primo discorso da presidente di John Fitzgerald Kennedy – che, con lui, “l’America ha scelto la speranza al posto della paura.”

Del bene immateriale della fiducia c’è oggi estremo bisogno, come ricordava Warren Buffett in un’intervista di un paio di giorni fa, in cui analizzava nelle seguenti, scarne e lucide parole il senso dell’attuale crisi: “Quel che sta accadendo è un ciclo di feedback negativi. C’è paura, che induce la gente a non voler spendere e a non voler investire. E ciò genera altra paura.”

Tutto qua. Al di là dei tanti e reali problemi che stanno squassando il mondo della finanza, la questione più di fondo è quella individuata da Buffett. E per affrontarla Obama, con il suo carisma, è – come sostiene sempre Buffett – “il migliore dei comandanti in capo.”

Seguendo alla BBC la cerimonia dell’inaugurazione del 44° presidente degli Stati Uniti, ho pensato che il radicamento nella storia e la capacità di cambiare sono le due grandi forze di quel grande paese. Entrambe, oggi, erano in piena evidenza. A ogni passo, la cerimonia e i discorsi hanno evocato i migliori momenti e le più nobili figure della storia americana. Questa coscienza del passato è una consapevolezza di sé che dà forza. Quanto alla capacità di cambiamento, necessaria per essere all’altezza di sfide sempre nuove, bastava Obama. Simbolo più eloquente non c’è.

Mi è venuta in mente una citazione di Johann Wolfgang Goethe, che dice: “Sono due le cose che i bambini dovrebbero ricevere dai loro genitori: radici e ali.” Radici e ali, radicamento nella storia e capacità di cambiamento: quello che serve a un bimbo, dopotutto, serve anche a un popolo e a un paese – collettività umane in perenne evoluzione. L’America li ha, e visto il ruolo che l’America svolge nel mondo, l’idea mi rassicura.

Io sono ottimista. E penso a questa crisi e alle nostre vite. Oggi, dei mercati, non m’importa.

Auguri di buone feste

Ai lettori dell’Investitore Accorto invio di cuore i migliori auguri di buone feste. Il 2008 si chiude, per la gran parte degli investitori, in un clima dimesso. Spero che il mio blog, nel corso dell’anno, sia stato utile e abbia magari consentito a qualcuno di evitare gli errori peggiori.

A chi è stato travolto dalla brutalità dei mercati l’invito è a non disperare. Avranno modo di rifarsi, soprattutto se analizzeranno a mente serena le ragioni dei loro passi falsi. In questo, spero, potremo continuare ad esserci di reciproco aiuto anche nel corso del 2009.

A chi sereno, al momento, non si senta, dedico il mio pensiero conclusivo, rinnovando a tutti gli auguri più cordiali.

“Che gli uccelli dell’ansia e della preoccupazione volino sulla vostra testa, non potete impedirlo; ma potete evitare che vi costruiscano un nido”
(proverbio cinese)

 

Berlusconi IV, nella giungla c’è anche “Tarzan”

Del Berlusconi IV non vorrei per ora occuparmi. Lo fanno già in tanti. E alla fine parleranno i fatti. Però un articolo di Filippo Ceccarelli sulla Repubblica di oggi mi preme segnalarlo. E’ dedicato al “nuovo” sottosegretario agli Esteri Enzo “Tarzan” Scotti, così soprannominato – ai tempi delle beghe correntizie all’interno della vecchia DC“per la spiccata attitudine a librarsi sulla temibile giungla dello scudo crociato usando appunto le correnti come liane”.

Alla Farnesina Enzo Scotti già mise piede – come ministro – nell’estate del 1992. Ci restò poco, 25 giorni. Era la fine di un’era politica, il capolinea di una lunga carriera.

Ora, 16 anni dopo, ci ritorna settantaquattrenne da sottosegretario.

Scrive Ceccarelli: “Come capita spesso in Italia non si capisce se è una cosa buffa, o triste, o tutte e due le cose insieme.” Purtroppo, è così.

La settimana enigmistica del Sole 24 Ore

Un mese e mezzo fa, con l’indice S&P 500 a 1350 punti, la rubrica Settimana finanziaria del Sole 24 Ore, a firma di Walter Riolfi, propose un’analisi della congiuntura economica e delle prospettive dei mercati azionari che attirò la mia attenzione. A ogni passo l’autore vedeva “spiragli di ottimismo”, al punto da abbandonarsi alla confessione che una recessione negli Usa era uno scenario che lo lasciava “poco convinto”. Per le Borse, secondo lui, “un buon recupero” era da mettere in conto.

Quell’articolo mi parve così lontano dalla realtà, così fondato su elementi di analisi parziali o distorti da indurmi a scrivere un post alquanto critico dal titolo Recessione, Borse e ottimismo al Sole 24 Ore.

Cinque settimane dopo, alla vigilia di Pasqua, mi sono di nuovo imbattuto nella rubrica di Riolfi. Continua a leggere…

Il neoliberismo, il Dalai Lama e io

Un lettore ha criticato il mio ultimo post L’Italia, le lobby e l’interesse generale, perché sosterrebbe posizioni neoliberiste che finirebbero solo per aumentare le disuguaglianze. Ma come, ho pensato. Mi dichiaro a favore del “disarmo” delle “tante caste che irrigidiscono e segmentano la nostra società, erigendo barriere e creando discriminazioni tra i cittadini, e mi si obietta che così facendo le disparità crescerebbero? Mi è sembrato un nonsenso.

Il lettore si era peraltro espresso in modi civili, argomentati, pienamente legittimi. Meritava tutto il mio rispetto. Ho così risposto, cercando tra l’altro di mettere in evidenza come quei paesi che già applicano – in qualche modo, ma comunque più e meglio di noi – le ricette proposte da Mario Monti, e da me sostenute, siano meno diseguali del nostro.

Neoliberista, io?

Quanto ho scritto, nella mia risposta, mi è sembrato persuasivo. Ma mi è rimasto un dubbio, di natura più personale. Com’è possibile che io, che neoliberista non sono mai stato (qualsiasi sia l’interpretazione che si vuol dare del termine neoliberismo), venga percepito come tale?

Della propria immagine pubblica penso sia giusto occuparsi, per far sì che ci sia sufficiente armonia (nell’inevitabile differenza dei punti di vista) tra la nostra percezione di noi stessi e quella che ne hanno gli altri.

La nostra identità si sviluppa grazie alla rete delle nostre relazioni. Se non ci sono strappi e cesure tra l’idea che abbiamo di noi stessi e quella che ne hanno gli altri, il nostro “io” sarà più equilibrato e forte. E maggiore sarà il benessere che trarremo dallo stare in compagnia di noi stessi, e che presumibilmente gli altri trarranno dallo stare con noi.

Inoltre, e più semplicemente, siccome scrivo un blog che ha un suo pubblico, mi sta a cuore che i miei lettori – anche quelli occasionali – capiscano senza troppe difficoltà con chi hanno a che fare.

Con queste motivazioni, sono tornato a chiedermi: com’è che qualcuno pensa che quello che scrivo è da neoliberista?

Un test per capire la politica

Per capirlo, ho fatto un test, liberamente accessibile sul sito The Political Compass. Si tratta di una sessantina di domande, che sondano gli atteggiamenti nei confronti dello stato, l’economia, la società, la religione, il sesso al fine di determinare l’orientamento politico complessivo di una persona.

Vi invito a provarlo. E’ anonimo. E’ solo in inglese, purtroppo, anche se basta una limitata conoscenza della lingua per riuscire a districarsi.

Ecco il mio risultato:

Sono, secondo il test, un libertario di sinistra. Siccome la scala va da 0 a 10, tra chi sta nella metà di sinistra, io, con il mio punteggio di 3,50, risulto un moderato. Tra quanti invece sono classificati come libertari, con il punteggio di 5,59 mi colloco appena oltre la media. E’ una descrizione calzante? Direi di sì. Una conferma dell’affidabilità del test l’ho trovata nella pagina di analisi disponibile su The Political Compass (analisi che è comunque opportuno leggere solo dopo aver fatto il test).

Lì appare il seguente grafico, che raffigura la posizione politica di alcune personalità. Il questionario, per loro, è stato compilato da un panel di esperti sulla base dell’esame di pubbliche dichiarazioni.

La figura più vicina – quasi coincidente – al mio risultato è il Dalai Lama, la più lontana è George W. Bush (assieme a Robert Mugabe, Bashar al-Asad e Hu Jintao). Si tratta, in effetti, di una rappresentazione accurata di quanto penso. Tra le personalità del grafico, il Dalai Lama è quella che mi piace di più, Mugabe, al-Asad, Hu Jintao e Bush quelle che mi piacciono di meno. Il neoliberismo alla Bush, in particolare, come quello di Reagan o della Thatcher prima di lui, è agli antipodi della mia visione politica.

Un problema di assi

Cos’è allora che ha tratto in inganno il mio lettore? Non lo so. Ma sarebbe interessante se anche lui facesse il test e condividesse i risultati. Avanzo un’ipotesi. Da quanto ha scritto, sono portato a pensare che il mio lettore sia più di sinistra ma soprattutto meno libertario di me.

E’ evidente che ha avvertito, nel mio post, una distanza. Ha pensato che fosse rappresentabile soltanto nei termini di destra e sinistra: lui, di sinistra, io, neoliberista. Si trattava, piuttosto, della distanza che separa un autoritario da un libertario.

Io, le barriere, per quanto possibile le voglio abbattere – in un “disarmo” multilaterale e generalizzato. Ma per il mio lettore almeno alcune di queste barriere restano, se non sbaglio, essenziali per costruire una società più giusta. Non sono d’accordo. Ma, sempre se il mio lettore conferma la mia ipotesi, avremmo individuato meglio cosa ci differenzia. E capito che il neoliberismo – un concetto spesso imbracciato come un’arma nella polemica di sinistra – c’entra ben poco.

Meno male che Silvio c’è

Silvio Berlusconi, si sa, non sopporta di essere secondo a nessuno. Così, in questi giorni, prima ha accusato il Partito Democratico di Walter Veltroni di “copiare la sua ricetta liberale” per l’Italia. Poi si è affrettato a competere persino sulla questione morale. A pochi giorni dall’approvazione del codice etico del Partito Democratico, ha annunciato, per bocca del fido Sandro Bondi (nella foto), che anche il Popolo della Libertà si doterà di una regola che garantisca l’irreprensibilità delle candidature.

Eccola: “Eventuali procedimenti penali che riguardano nostri parlamentari o eventuali candidati, esclusi quelli che hanno un’origine politica, costituiscono un motivo sufficiente di esclusione dalle liste”.

Ora, questo sì che è un guazzabuglio degno del nostro funambolico Cavaliere. Comico, direi, al pari della canzone “Meno male che Silvio c’è” e della buffonesca interpretazione che molti hanno potuto gustare ieri a Striscia la Notizia.

Veltroni imita le nostre ricette liberali, si lamenta Berlusconi. E poi che fa? Corre a scopiazzare il codice deontologico del PD. Con una vistosa, illiberale variante.

Giudica i giudici e affossa il fondamentale principio liberale della separazione dei poteri, attribuendosi di fatto la facoltà di discriminare i procedimenti penali validi da quelli non validi.

Infatti, chi deciderà quali siano i processi macchiati da un vizio di così arbitraria e soggettiva definizione come “l’origine politica”? Bondi non lo dice, ma è difficile sbagliarsi se si suppone che, alla fin fine, arbitro della questione sarà proprio lui, il leader maximo del PDL, Silvio “Meno-male-che-c’è”.

La situazione è così ridicola che mi ha fatto venire in mente una storiella. L’ho trovata nel libro Platone e l’ornitorinco, a esemplificazione di un atteggiamento che, in filosofia, viene chiamato emotivismo etico: è buono quel che mi fa piacere e mi fa sentire bene. Ovvero, nella versione di “liberalismo all’amatriciana” che Berlusconi sembra preferire, “facciamo quel che ci pare.”

Dice la barzelletta:

Un uomo scrive una lettera all’ufficio imposte dicendo: “Non riesco a dormire perché vi ho mentito. Ho dichiarato un imponibile troppo basso. Pertanto, allego alla presente un assegno di centocinquanta euro. Se continuo a non riuscire a dormire vi farò avere il resto.”

P.S.: Lo so, la storiella si presta a una facile contestazione. Viene infatti dagli Stati Uniti, un paese dove succede spesso che la gente soffra d’insonnia per il timore di non aver pagato tutte le tasse.

Qui da noi, è molto più comune che si dorma sonni tranquilli. E l’emotivismo etico, anziché un vizio, è normale che sia percepito come una virtù: “flessibilità, capacità d’adattamento,” si dice.

Per questo temo che del principio “deontologico” del PDL, enunciato da Bondi, finiremo per vedere applicata la seguente, estensiva interpretazione: “Dicesi procedimento penale di origine politica quel procedimento che, per qualsiasi ragione, vada a colpire un candidato o un eletto nelle liste del PDL.”

E siccome esclusi dalle cause di esclusione sono i procedimenti penali di origine politica, quale sarà mai il candidato o eletto nelle liste del PDL a veder sollevata contro di sé una causa di esclusione? L’ipotesi non esiste, per definizione.

E questo è il punto, ci dirà sorridente e sornione Silvio “Meno-male-che-c’è”. Il codice “deontologico” del PDL, a differenza di quello sinistramente liberticida di Veltroni, è “liberale”: lascia libero ogni candidato ed eletto del partito di fare quel che gli pare.

Silvio li sceglie? La sua scelta sana ogni difetto. Il popolo li vota? Il voto sana ogni difetto. Il popolo è sovrano, e non c’è nessuno più sovrano del leader che il popolo ama: Silvio “Meno-male-che-c’è”. Ahimé.

Rialzati Italia

Amo il sabato. Mi posso dedicare ai figli, allo sport, agli svaghi in genere e anche alle amenità – come lo slogan che Silvio Berlusconi avrebbe scelto per la sua campagna elettorale: Rialzati Italia. Conoscendo la passione di Berlusconi per i miracoli e il  complesso di superiorità da cui è afflitto, immagino che lo slogan sia stato ispirato dall’episodio evangelico in cui Gesù guarisce un paralitico.

“’Alzati – disse allora Gesù al paralitico – prendi il tuo letto e va’ a casa tua’. Ed egli si alzò e andò a casa sua. A quella vista, la folla fu presa da timore e rese gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini.” (Matteo 9, 6-8)

L’immagine evoca messaggi che qualche effetto forse l’avranno nell’imminente campagna elettorale: l’Italia in paralisi, interventi dall’alto che sbloccano la situazione, un potere grande finalmente dalla parte della gente.

Dove però fatico di più a capire la scelta di Berlusconi è nell’implicita presunzione che un’Italia che si rialzi sia pronta a vedere in lui il suo salvatore.

Su questo ho dei dubbi. Mi pare infatti più probabile che un’Italia di nuovo in movimento dica a lui, come ad altri che hanno presieduto al declino italiano dell’ultimo quindicennio: “prendi la tua poltrona e va’ a casa tua.”

Fare qualche conto, per un’Italia non più paralizzata, sarebbe facile.

Da quel 26 gennaio 1994, che nei proclami di Berlusconi doveva segnare – con la sua “discesa in campo” – l’avvio del miracolo” italiano, sono trascorsi 5127 giorni di progressivo declino.

Con qualche alto e basso, naturalmente. Ma la direzione è stata quella.

E chi sono stati, per così dire, gli azionisti di riferimento di un lungo periodo di stasi che minaccia di portare alla necrosi?

Ecco le quote:

Berlusconi ha passato 2054 giorni come Presidente del Consiglio, pari al 40,1% del tempo trascorso dalla “discesa in campo.”
Prodi: 1518 giorni, pari al 29,6%
D’Alema: 552 giorni, pari al 10,8%
Dini: 487 giorni, pari al 9,5%
Amato: 412 giorni, pari all’8,0%
Ciampi: 104 giorni, pari al 2,0%.

Dopo De Gasperi, Andreotti e Moro, Berlusconi è il politico che ha più a lungo occupato la carica di capo del governo nell’Italia repubblicana.

Ha 71 anni, 5 figli e 3 nipoti. Potrebbe fare il nonno, occupazione a cui il suo rivale Prodi ha già detto di volersi dedicare a tempo pieno.In alternativa, se si sente ancora troppo pieno di energie e di progetti, perchè non torna a guidare le sue aziende? Ne hanno bisogno.

Mi sono permesso di fare qualche conto in tasca a Berlusconi. E sono preoccupato. Le sue ricchezze, negli ultimi anni, si sono quasi dimezzate. Il suo impero rischia di andare in malora.

Passi per il Milan, che è quinto in classifica a 20 punti dall’Inter. Ma Mediaset, Mediolanum e Mondadori, a giudicare dalle quotazioni di Borsa, sono alla deriva.

Ecco i grafici degli ultimi tre anni (tratti dal sito di Borsa Italiana), confrontati all’andamento dell’indice S&P/Mib:



Per un azionista qualunque c’è di che strapparsi i capelli.

Berlusconi, ora che i capelli li ha, non si abbandoni però ai gesti di sconforto. E’ padrone e vuole essere salvatore? Torni dunque alle sue aziende. Dia fondo ai suoi poteri taumaturgici. Le faccia rialzare. Sono loro, e non certo l’Italia, ad avere bisogno di lui.

Corsi e ricorsi di una noiosa crisi politica

Stamani ho aperto i giornali e un aforisma di Ennio Flaiano mi è balenato nella mente, venendomi in soccorso: “Certi vizi sono più noiosi della stessa virtù. Soltanto per questo la virtù spesso trionfa”. Chissà, mi sono detto, forse per noia l’Italia alla fine ce la farà a uscire dalla palude in cui la politica l’ha sospinta.

Su La Repubblica campeggiava questo titolo: “Berlusconi: al voto o in piazza”.

Eccoci tornati al 1995,” ho pensato, quando Bill Clinton e Boris Yeltsin erano nella fase ascendente della loro parabola presidenziale, l’Inghilterra viveva nel cono d’ombra dell’era Thatcher e l’età di Blair non era nemmeno iniziata, e in Italia Berlusconi già riempiva le cronache con i suoi piagnistei per il tradimento di Dini e il “ribaltone.”

All’interno, un’intervista a tutta pagina col settantaseienne Nicola Mancino alimentava il senso di trito déjà vu: “Non è il ’92, ma per la politica è emergenza”.

Tra uno sbadiglio e un dubbio (“si riferisce anche lui al secolo scorso?”) sono passato al Corriere della Sera.

Qui un’intervista all’ottantaduenne Don Baget Bozzo spiegava, da destra, che il modello politico francese non è applicabile all’Italia; e un’altra intervista all’ottantacinquenne regista Carlo Lizzani chiariva, da sinistra, che “la sinistra continua a farsi del male.”

“Grazie, non me n’ero accorto,” ho biascicato, voltando svogliatamente pagina.

Sono così incappato in uno “scenario” del collega Francesco Verderami, in cui si raccontava che “la soluzione (alla crisi) è un esecutivo a termine che vari solo la riforma elettorale e porti il Paese alle urne in giugno.”

Questa è nuova,” ho chiosato. E’ dal 1993 che si fanno e si disfano riforme elettorali.

E chi sarebbe il traghettatore? L’ottantaduenne Presidente Napolitano sembrerebbe intenzionato a puntare sul quasi settantacinquenne Franco Marini (nella foto in alto).

Ho ricordato i giorni dell’incarico ad Antonio Maccanico, nel febbraio 1996, quando noi reporter, per tastare il polso alla crisi, andavamo ad aspettarlo sotto casa, dopo la pennichella pomeridiana. Maccanico fallì. Ma di anni, allora, ne aveva solo 71. Forse scontò la giovane età e un pizzico d’inesperienza.

Con Marini la noia sarà assicurata,” mi sono detto rinfrancato, riandando con la mente a Flaiano. E oppressa dalla noia, la gente deciderà forse che ne ha abbastanza, che è ora di tornare a vivere.

Millenovecentonovantadue, millenovecentonovantatre, millenovecentonovantaquattro, millenovecentonovantacinque, millenovecentonovantasei…

Altra epoca: non ero sposato, i miei figli non c’erano ancora, l’Internet pubblica cominciava a muovere i primi passi ed era lungi dal nascere Google, che ha poi rivoluzionato il mio modo di lavorare.

Per la politica italiana siamo però ancora lì: sospesi in una bolla fuori dal tempo, lontani dalla storia.

L’Amore (di sé) e il Potere

Mi sono chiesto quale necessità spinga la Rai a proporre in tutti i suoi programmi d’intrattenimento (o forse sarebbe meglio dire di “trattenimento”) Bruno Vespa che presenta la sua ultima fatica letteraria. Scrupolo informativo al cospetto di una grande opera? Non direi. L’Amore e il Potere, nonostante il titolo impegnativo e la promessa ancor più onerosa di svelare non i retroscena della politica ma quelli dell’anima, non è Guerra e Pace. Non siamo in presenza del caso letterario dell’anno, né tanto meno di un nuovo Tolstoj.

Si tratta allora di una forma di indennizzo per un accesso indebitamente negato al piccolo schermo? Ipotesi surreale. Vespa, col suo Porta a Porta, anche senza i libri è già una presenza ossessiva e straripante.

Non resta che pensare che si tratti di una manifestazione di ossequio, eccessiva come ogni servilismo, a un giornalista potente e, all’apparenza, vanitoso. Una storia, volgare, che verrebbe spontaneo titolare L’Amore di sé e il Potere. Una esibizione, modesta, di illiberalità con cui la Rai ci rammenta che, pur essendo pubblica, non appartiene a noi.

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