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L’Italia, le lobby e l’interesse generale

Vorrei che i lettori del blog andassero a vedere l’intervista che Mario Monti ha rilasciato ieri su La Stampa, a cura di Mario Bastasin. Offre una delle più sintetiche e, a mio modesto avviso, più corrette interpretazioni del perché l’economia italiana è in crisi. Eccola:

“Molti italiani fanno sempre più fatica ad arrivare alla fine del mese perché l’Italia fa sempre più fatica ad essere competitiva nel mondo. La scarsa produttività riduce la quota di mercato di ciò che l’Italia produce e restringe il prodotto totale che essa è in grado di distribuire.”

“E quegli stessi fattori che frenano la produttività – privilegi, rendite, poteri di blocco di cui godono tante categorie – fanno sì che a pagare il conto della mancata crescita e della maggiore inflazione siano soprattutto le poche categorie non protette.”

E’ chiarissimo. Ma vale la pena ripeterlo. Se l’Italia va male, è perché i nostri prodotti e i nostri servizi, in un’economia sempre più globalizzata, vengono rimpiazzati da quelli di altri paesi dove si lavora meglio e a costi più bassi.

E se questo accade è perché noi siamo frenati da “privilegi, rendite, poteri di blocco di cui godono tante categorie.” I costi, naturalmente, ricadono su tutti ma in primo luogo sui più deboli.

Il paese delle tante caste

Le responsabilità sono dunque diffuse. Sono certamente a carico della politica, ma non solo. Denunciare la cattiva politica è giusto. Ma limitarsi a questo espone ad almeno due rischi. Vediamo quali, di nuovo nelle parole di Monti:

“L’insofferenza dei cittadini per i costi e le inefficienze della politica contiene una carica salutare. E’ positivo che i politici reagiscano, con le parole e, speriamo, con i fatti. Ma presenta anche, secondo me, due rischi insidiosi.”

“Il primo rischio è che i titolari del potere pubblico vengano presi da un sistematico ‘senso di colpa’, che quasi si scusino per l’esistenza dello Stato e che, per essere eletti, promettano di togliere qualcosa allo Stato per darlo agli elettori.”

“Il secondo rischio è che, all’opposto, la società civile tenda sistematicamente ad autoassolversi, a considerare lo Stato e le tasse come il male principale, a non vedere come un male le tutele corporative in cui ogni categoria si rinchiude a riccio”.

Transitare dunque, come accade, dalla polemica contro la “casta” dei politici all’insofferenza anti-Stato è un grave errore. Abbiamo bisogno sì di uno Stato meno invadente, ma anche più efficiente e forte.

In secondo luogo, non esiste solo la casta dei politici. Il nostro è il paese delle “tante caste”, e fare finta di non vederlo ci priva della possibilità di risolvere il problema della scarsa produttività del sistema.

Un bel programma di governo

Quale potrebbe essere, pertanto, la soluzione? Sentiamo Monti:

“A mio parere occorre certo uno Stato più leggero ed efficiente. Ma uno Stato più forte, senza complessi. Uno Stato che, proprio perché crede nel mercato, ne disciplini rigorosamente il funzionamento, ne punisca le devianze.”

“Uno Stato che sappia imporre a noi cittadini, a tutte le nostre organizzazioni e corporazioni, un disarmo della foresta di protezioni e rendite. Una foresta che si è ampliata a dismisura nei decenni proprio con la complicità di uno Stato debole. Per acquisire consensi, ha introdotto norme che riparano dalla concorrenza e ha eretto le organizzazioni delle categorie in protagonisti ufficiali delle decisioni di politica economica.”

“Speriamo che sia possibile ridurre la pressione fiscale. Ma perché non dare priorità massima alla riduzione della ‘fiscalità’ da rendite? Ogni privilegio crea una rendita. Ogni rendita ha gli effetti di una tassa: determina prezzi più alti, minore crescita, minore occupazione. Eliminare le rendite è come ridurre le tasse, ma senza gravare sul bilancio dello Stato”.

Questo sì che è un bel programma di governo!

– Stato leggero, efficiente e forte.
– Stato che crede nel mercato e lo disciplina rigorosamente.
– Stato che impone a tutti un “disarmo”: basta con le protezioni e i privilegi.
– Stato che, così facendo, abbatte la “fiscalità” impropria che davvero soffoca il paese: quella delle rendite (per alcuni o per molti) che si traducono in vere e proprie tasse (per tutti).

Bravo Monti! Avresti il mio voto.

Ottimismo della volontà e giochi della ragione

Arrivati a questo punto, dovrebbe essere chiaro come l’origine dei nostri problemi economici non è economica ma culturale e morale.

Vale allora la pena chiedersi: cos’è che fa sì che noi italiani, oltre a essere – com’è naturale – attaccati ai nostri interessi particolari siamo anche, spesso, così poco capaci di organizzarci in società in modo da far sì che ci sia chi, a beneficio di tutti, è preposto in primo luogo a perseguire l’interesse generale?

E’ un tema che in questo blog ho già toccato, a esempio nel post Il “particulare” e lo Stato di diritto.

Lì citavo Francesco Guicciardini e il suo invito alla cura del “particulare,” che tanta influenza ha avuto nella nostra storia nazionale.

Dicevo:

Mentre il Rinascimento era al suo canto del cigno e le città italiane, in balia di eserciti stranieri, perdevano una dopo l’altra la loro libertà, Guicciardini scriveva: “Gli uomini che conducono bene i loro affari sono quelli che tengono fisso lo sguardo sul proprio interesse privato e misurano tutte le loro azioni in base alle sue necessità.”

Questa cura del “particulare”, da allora, è rimasta purtroppo una chiave privilegiata per interpretare il carattere degli italiani e la storia politica del nostro paese.

Forse bisognerebbe partire dalla considerazione che la “lezione” di Guicciardini nasceva in tempi di decadenza. Era impregnata del pessimismo di una società che aveva perso la libertà e, con essa, ogni possibilità di autogoverno.

Ma in un paese libero, come l’Italia di oggi, adoperarsi a tutti i livelli per un governo migliore della cosa pubblica è l’unico atteggiamento ragionevole, oltre che giusto e doveroso.

Così facendo, non solo è possibile conquistarlo, quel governo migliore, ma si tutela il bene sommo della libertà.

Sono infatti il pessimismo e il cinismo, applicati alla vita pubblica, che portano all’esclusiva cura del “particulare” come via d’uscita dai conflitti, e da qui alla decadenza, poi all’imbarbarimento, fino, in ultima istanza, alla perdita della libertà stessa.

I termini di questo discorso sono morali. Ma sono al tempo stesso razionali, come ci ha permesso di capire, ad esempio, il matematico e Premio Nobel John Nash con la sua teoria dei giochi.

Molti ricorderanno la scena del film A beautiful mind, in cui il giovane Nash, studente a Princeton, si trova con quattro amici che si accingono a corteggiare un gruppo di cinque ragazze, tutte carine ma tra cui una – l’unica bionda – spicca per il suo fascino.

Nash spiega loro che l’unico comportamento razionale, che può assicurare il successo di tutti, è che ognuno dei quattro si concentri su una della quattro ragazze more, lasciando perdere la bellissima bionda.

Tornando a noi, all’intervista di Monti, e all’imminente appuntamento elettorale, cosa ci insegna la soluzione ottimale di Nash al gioco del corteggiamento?

Ci fa capire che il risultato migliore l’otterremo non se ognuno cerca soltanto di massimizzare la propria utilità (voto chi mi abbassa di più le tasse o chi garantisce il massimo vantaggio alla mia corporazione di appartenenza) ma se ognuno farà in modo di scegliere, al tempo stesso, ciò che è meglio per sé e per la collettività intera.

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7 pensieri su “L’Italia, le lobby e l’interesse generale

  1. San Siro in ha detto:

    Dissento.In un incontro organizzato dall’Ires un paio di anni fa sentii Cipolletta dire che la liberalizzazione dei servizi “valeva” un 6% di Pil.Facile, no? Fai una leggina e il Pil si alza del 6%.Ma di che si parlava in quell’incontro? Sostanzialmente del problema del declino dell’Italia. Allora c’era chi riprendeva esempi tratti dalla storia dell’economia secondo i quali lo Stato può giocare un ruolo importante nel contenere il declino attraverso attive politiche industriali – e solidaristiche -. Dall’altra c’era Giavazzi che diceva “vade retro”, bisogna lasciar fare al mercato, ecc.Oggi ci sono le analisi dei Monti, dei Boeri, ecc. secondo cui i lavoratori non sono stati capaci di diventare più produttivi, anche se non è colpa loro ma del “sistema”.E c’è chi, come Galloni, dice che il problema è un altro: i profitti hanno ricominciato a galoppare, mentre i salari dei lavoratori sono rimasti al palo, ad eccezione delle categorie professionali e dei lavoratori autonomi che hanno potuto rifarsi alzando i prezzi o con l’evasione fiscale. Io vorrei che queste differenti posizioni possano essere discusse, anche perché ritengo che le analisi dei Boeri, dei Giavazzi, dei Monti siano viziate dal risultato che vogliono ottenere, e cioè la realizzazione di una società pienamente liberale con qualche spruzzatina di stato sociale.E’ possibile discure di posizioni differenti e contrapposte sull’economia, oggi, in Italia (e non solo)?No. Credo che in nessun paese occidentale l’elettore sia messo davanti a programmi alternativi.Dunque si va a votare con due partiti, PdL e PD, che hanno lo stesso programma economico: nessun programma, se non quello di fare le riforme neoliberali spingendosi fin dove sarà possibile contrastare il malcontento popolare.(Perché, diciamolo, le politiche dei Monti aumenteranno le disuguaglianze e la marginalizzazione di ampi strati della popolazione, più ancora di quanto sta avvenendo oggi. Questo non lo dico io, ma le teorie economiche standard; le quali aggiungono che le maggiori risorse prodotte possono essere redistribuite attraverso vari canali, fra cui l’aumento o il miglioramento dei servizi dello Stato ai cittadini. Nella realtà si verifica l’esatto contrario, e cioè che l’elevata conflittualità sociale, la necessità di mantenersi competitivi, fanno sì che i guadagni di produttività beneficino solo determinate categorie sociali, quelle più capaci di influenza politica, che spingono poi le politiche economiche verso la riduzione delle tasse a tutto vantaggio dei ceti medio-alti.)Dunque: due partiti, zero differenze, governo che farà le riforme non in base alla loro utilità ma alla loro fattibilità e si fermerà quando le tensioni saranno troppo forti.Ci aspetta un neo-liberismo d’accatto.Poi c’è l’economia reale: se le aree e i settori industriali che si dedicano alle esportazioni tengono, se la bilancia degli scambi commerciali si limita a degli squilibri accettabili, allora tutto ok, e il nuovo governo potrà tronfiamente rivendicarne i meriti.Altrimenti ci saranno dei problemi, sulla cui natura e sui cui effetti sulla tenuta sociale e politica del paese è inutile pronunciarsi perché nessuno ha la sfera di cristallo.

  2. Giuseppe Bertoncello in ha detto:

    San Siro,è possibile oggi discutere di posizioni differenti? Nel mio blog sicuramente sì, e infatti la ringrazio per il suo commento.Lei mette molta carne al fuoco. Ma in sostanza mi sembra stabilire l’eguaglianza Monti = ricetta neoliberale = maggiori disuguaglianze. Siccome poi a proporre Monti, con entusiastico (e motivato) sostegno sono stato io, lei implicitamente mi sta dicendo: attenzione, caro Giuseppe, per la sua strada si arriva a quel “neo-liberismo d’accatto” che già in qualche modo promettono di servirci sia il PD che il PDL. Avremo più disuguaglianze.Mi permetta di dissentire, in primo luogo sul metodo. Mettere assieme troppe cose, utilizzando concetti troppo generici (ad es., cos’è il neoliberismo?), non aiuta nè l’analisi nè una costruttiva discussione. Non so se sia il suo caso. Ma in genere è questo il modo tipico di procedere di un pensiero ideologico – molto diffuso in Italia – che per me è una vera patologia: impedisce sia di capire che di dialogare.Ad es., io, che ho proposto le riflessioni di Monti, sono un “neo-liberista”? Per quel che questo termine può significare, penso proprio di NON esserlo. Le questioni di giustizia sociale, redistribuzione del reddito, inclusione, pari opportunità, etc. etc. mi stanno molto a cuore. Soffro perchè in Italia non vengono adeguatamente affrontate (neanche dalla sinistra).Ma la riflessione che ho proposto nel mio post riguardava, in modo puntuale, limitato, non ideologico, il problema della produzione della ricchezza. Non della sua redistribuzione. Le due questioni sono distinte. E confonderle non ci aiuta.Sulla questione della produzione, Monti (così come Giavazzi, che ho pure citato nel mio blog) per me ha ragione. Il nostro paese è da troppi anni ultimo in Europa per capacità di produrre ricchezza non perchè noi italiani siamo, individualmente considerati, degli inetti. Ma perchè siamo collettivamente organizzati in modo da ostacolarci nel farlo. La nostra è una competizione al contrario, a costruire blocchi e impedimenti.E’ così, e a me sembra il colmo della stupidità. Il “neo-liberismo” non c’entra.Dopodichè, c’è l’altra, distinta e altrettanto importante questione della redistribuzione e della coesione sociale. Nel mio post non ne ho parlato, perchè mettere assieme troppe cose porta solo alla confusione. Ma ne ho parlato in altre parti del mio blog.Io trovo scandalosa l’arretratezza del sistema di welfare italiano (che non ha ad esempio un sistema universale di assicurazione contro la disoccupazione), e trovo scandalose le divisioni che si sono create negli ultimi anni sul mercato del lavoro – dove ci sono, fianco a fianco, gli iperprotetti e i destituiti di ogni diritto. Non so se lo sa. Ma sul sito di Eurostat, alla voce indicatori strutturali, è possibile verificare come l’Italia sia uno dei paesi europei con le maggiori disuguaglianze nella distribuzione del reddito. Andiamo peggio della”neoliberista” Gran Bretagna. Solo Portogallo, Grecia e, tra i nuovi membri dell’Europa dell’Est, Polonia, Latvia e Lettonia sono più diseguali di noi.E noi siamo il paese dove i Comunisti sono al governo, dove il pensiero sociale della Chiesa è ampiamente divulgato e sostenuto in parlamento da più di un partito che cerca di rappresentare i cattolici, dove la Destra è una Destra sociale più che liberale.Tutte queste forze “solidali” sono state al governo. Anzi, si può dire che i nostri governi, da tempo immemorabile, si sono ispirati a ideologie politiche “solidaristiche.”Con quali risultati? Dovremmo essere un paese campione di egualitarismo. Invece siamo tra gli ultimi.Questa è la situazione. Altro che “neoliberismo”, concetto che, a mio avviso, in Italia non ci permette di capire quasi nulla. Siamo ultimi nella produzione perchè non pratichiamo la libertà. E siamo tra gli ultimi nell’uguaglianza o quanto meno nella coesione, perchè non pratichiamo la solidarietà.Questo è quello che penso, fatti alla mano.Cordiali saluti,Giuseppe B.

  3. San Siro in ha detto:

    Chiedo scusa. Non mi sono spiegato bene, ho mischiato risentimento ad analisi politica.Cerco di chiarire il mio pensiero.Visto che siamo in periodo pre-elettorale, partiamo da un problema concreto, la sindrome della quarta settimana.Io penso che il problema esista e lo interpreto come l’espressione di un incremento delle disuguaglianze.Non mi sembra che la cosa si possa spiegare con un ristagno della produttività del lavoro, come ho visto fare da Boeri e molti altri. Se il Pil è rimasto negli ultimi anni costante o è cresciuto molto poco, queste nuove disuguaglianze si possono spiegare solo con il peggioramento relativo di certi lavoratori rispetto ad altri.Le cause?Non saprei. Probabilmente un mix di diversi fattori: l’esposizione di alcuni settori alla concorrenza internazionale, l’avanzamento tecnologico che danneggia certe categorie di lavoratori, forse – come sostiene Nino Galloni – il fatto che le aziende riescono a trattenere una quota maggiore di profitti. Che alcune categorie di produttori siano esenti da questi problemi – o perché al riparo dalla concorrenza internazionale o perché protetti da particolari barriere e regolazioni – o, come i precari, sopportino in misura sproporzionata i costi di adattamento delle imprese, accentua evidentemente il problema.Ora arriviamo al punto nodale.Lei dice che occorre separare la produzione della ricchezza dalla sua distribuzione.Non sono d’accordo perché è proprio da lì che nascono i problemi.Noi, intendendo con noi i paesi occidentali, siamo passati da un sistema economico post bellico che coniugava elevati tassi di crescita economica ad una distribuzione relativamente egualitaria della ricchezza a un nuovo sistema, dove le economie sono molto più aperte e integrate, con caratteristiche e modalità di funzionamento molto diverse, anche perché una parte consistente delle regolazioni del mercato del lavoro che contraddistinguevano la fase precedente sono state attenuate o abolite.Questo nuovo sistema ha prodotto maggiori disuguaglianze di reddito e di ricchezza, specialmente nei paesi dove il cambiamento è avvenuto prima e modo più profondo come gli Usa e il Regno Unito.Ora il discorso richiederebbe pagine e pagine per essere non dico approfondito ma anche solo messo a fuoco (lei mi citava dei dati secondo cui l’Italia sarebbe più diseguale della liberale Gran Bretagna, mi informerò e magari tornerò in un successivo intervento su questo punto).Per tornare al nocciolo del problema e semplificando al massimo, vi sono economisti che ritengono che il “vecchio sistema” non era sostenibile, altri che invece è stato gestito male, alcuni considerano il “nuovo sistema” il migliore per promuovere la creazione di ricchezza, altri dicono che ha dei limiti intrinseci perché produce troppe disuguaglianze, altri invece dicono che l’aumento delle disuguaglianze non è causato dalla maggiore integrazione economica fra paesi ma dipende da cause sostanzialmente macro-economiche legate a un insufficiente sostegno della domanda. (Esiste poi un filone di ragionamento, che io condivido e che potremmo definire extra-economico, che sottolinea l’inefficacia di una maggiore crescita economica, dati i limiti ecologici del pianeta. Già il nostro livello attuale di consumi è insostenibile se esteso a tutti gli abitanti del pianeta. E però dobbiamo continuare ad incrementarlo – di quanto? Basta il 30%, o ci vuole il 50%, o il 100%? – per aiutare coloro che sono rimasti indietro.)Allora, per venire ai motivi del mio risentimento, la maggior parte degli economisti che oggi, in Italia, ha accesso ai media ritiene che il “nuovo sistema” è buono (o né buono né cattivo preso in sé stesso): la colpa è nostra che non siamo stati capaci di adattarci, e propongono quindi una serie di riforme liberalizzatrici.Da questo punto di vista, non vedo differenze fra quello che dicono gli economisti del centro-destra e quelli del centro-sinistra.Mi si potrà obiettare che la differenza esiste, è rilevante e sta proprio nell’altro “corno” della riforme, quelle cioè tese alla redistribuzione della ricchezza prodotta, dove è possibile pensare a un ampio ventaglio di interventi.Io penso che questi interventi “redistributivi” non si faranno mai semplicemente perché non si possono fare, e per due ordini di motivi: uno politico e uno strutturale.Il motivo politico è che stiamo andando da una società dove i concetti di solidarietà, aiuto, patto fra le generazioni avevano un senso a una società di soggetti isolati, anzi atomizzati (a questo proposito c’è un famoso motto attribuito a Margaret Thatcher “La società non esiste”), per i quali avrà senso solo la propria sopravvivenza o tutt’al più quella del proprio ristretto nucleo familiare (per il periodo che resterà unito…).In sostanza, i “vincenti” rifiuteranno di indennizzare i “perdenti” per dei motivi razionali e condivisibili: non siamo più in un contesto economico prevedibile e protetto come nel passato. Il vincente di oggi potrà essere il perdente di domani e quindi non è affatto disponibile a cedere neanche la più piccola parte del surplus prodotto, conscio che potrà averne bisogno in futuro.Così si innescherà la corsa ai tagli delle tasse, la crisi fiscale dello stato e la spirale di servizi in declino, servizi privati sostitutivi, richiesta di nuovi tagli delle tasse per pagarsi i servizi privati, ecc.Il motivo strutturale è che questi interventi presuppongono di essere finanziati con le tasse e richiedono una elevata capacità gestionale. Da un lato abbiamo quindi un intervento distorsivo rappresentato dalle tasse, a cui si sommano elevati costi amministrativi e gestionali. In sostanza, se prima nel “vecchio sistema” le inefficienze erano a monte, con il “nuovo sistema” dobbiamo sostituirle con inefficienze a valle. Dov’è il guadagno?Per concludere, il motivo di risentimento nasce dal fatto che:1) la politica non esiste più, è stata sostituita dall’economia;2) fra gli economisti si è costituito un consenso attorno ad alcune tesi e teorie altamente contestabili e tutti coloro che non le condividono vengono irrisi a mezzo stampa.Un esempio? Andatevi a leggere un libello di Paul Krugman intitolato “Un’ossessione pericolosa”. E’ una continua irrisione, dalla prima all’ultima pagina, di coloro che avanzano dubbi sugli effetti delle politiche commerciali sui lavoratori meno qualificati. Krugman è uno dei massimi esperti mondiali della materia. Sa benissimo che i vantaggi assicurati dal commercio internazionale implicano una serie di presupposti (fra cui ad esempio la piena occupazione. Questo fatto non viene mai ricordato, ma se manca questo presupposto i benefici del commercio vengono decisamente sminuiti o possono addirittura assumere un segno negativo. E’ il caso di sottolinearlo, perché il dato che viene riportato a proposito della disoccupazione Usa, e non solo Usa, è U-5, che non corrisponde alla disoccupazione reale. Ad esempio, nel settembre del 2004 l’U-5 era pari al 5,4%, mentre la disoccupazione reale – non entro nel dettaglio per ragioni di spazio – era stimabile intorno all’11,6%).Eppure, nel suo libello Krugman afferma che i lavoratori meno qualificati ci guadagneranno comunque perché beneficeranno di merci con prezzi più bassi e questo compenserà, per DEFINZIONE, la riduzione dei loro salari dovuti al commercio. Inoltre, i paesi in via di sviluppo sono contraddistinti da bilance dei pagamenti in perpetuo passivo.Naturalmente c’era fior di economisti seri che affermava cose del tutto diverse (ad esempio Cline), ma qui entra il fattore mediatico: oggi c’è posto per UNA sola posizione.Poi si sa come è andata. Quando Krugman scriveva il suo libello gli scambi con i PVS, Cina in primis, non erano così importanti, come lo saranno diventati negli anni a seguire, con molti PVS che hanno finito con il registrare enormi ATTIVI della bilancia dei pagamenti, un evento che, secondo Krugman, per DEFINZIONE non poteva verificarsi.Infatti più di 10 anni dop
    o Krugman ha fatto mea culpa. In un articolo, apparso anche sulla Stampa, credo del 27-6-2007, intitolato “Se gli scambi aumentano l’ingiustizia”, ammette che sull’impatto che il commercio esercita sui lavoratori meno qualificati si era sbagliato su tutta la linea e spiega il perché con un’analisi molto dettagliata.Ecco le conclusioni di Krugman: “Tutto ciò porta alla conclusione che non è possibile affermare, come facevamo qualche anno fa, che gli effetti del libero commercio sulla distribuzione del reddito nei Paesi ricchi sono sostanzialmente minimi. Al contrario, si può sostenere che sono notevoli e crescenti. Ciò non significa che ho intenzione di abbracciare le tesi del protezionismo. Significa, però, che i fautori del libero commercio devono trovare risposte migliori alle ansie di coloro che molto probabilmente si troveranno dalla parte perdente della globalizzazione.”Tradotto in italiano: io non posso dire né fare nulla, altrimenti mi becco del “protezionista”. Ci pensino ” i fautori del libero commercio”!

  4. Libertyfirst in ha detto:

    Ho scritto un post a riguardo del Neoliberismo,che secondo me non è mai esistito, come pratica politica, e dico purtroppo perchè sono liberista sfrenato.Nel post focalizzo l’attenzione sulla storia macroeconomica USA degli ultimi venti anni, e l’argomento è fondamentale perchè in pratica è alla radice di tutte le discussioni su paesi in via di sviluppo, WTO, globalizzazione, Washington Consensus, eccetera.L’articolo è:http://2909.splinder.com/post/16135251/

  5. Giacomo in ha detto:

    Sì: siamo un paese “castigato” dalle molte caste e condannato all’inefficienza anche dalla presenza di rendite di posizione di discutibile sostenibilità.Ma la nostra società già così poco coesa è davvero pronta a sostenere una rivoluzione contro le diseconomie e i parassitismi?Che facciamo fare ai commercialisti (e ai CUP) il giorno dopo aver introdotto una modulistica semplificata, magari liofilizzata come altrove in Europa, per la dichiarazione dei redditi?Il personale dell’Università che cosa si inventa dopo l’abolizione del valore legale del titolo di studio?E gli statali? I notai? I ministeriali? Alcune nostre rappresentanze diplomatiche? Tutte realtà non sempre ipotrofiche…Vogliamo parlare (a scelta) del sindacalismo, delle rendite da posizione nell’area finanziaria o del contrappasso giudiziario da giungla legislativa? Il problema è che il recupero di efficienza, almeno nel breve, costa. Se la macchina non funziona bene e ha bisogno di manutenzione, nel frattempo per un po’ devo andare a piedi…Quindi, pur condividendo in pieno lo scenario e la proposta, temo che senza un solidissimo patto sociale e senza una forte, diffusa e paziente fiducia nella “mission”, l’esito sia quanto meno incerto.E purtroppo l’onanismo della nostra politica, pur condito di clangori mediatici a metà strada tra “Grand Guignol” e dramma satiresco, non è certo il miglior enzima.

  6. Giacomo in ha detto:

    Scusate il lapsus calami (CUP anzichè CAF)…

  7. Pingback: Il neoliberismo, il Dalai Lama e io « l'Investitore Accorto

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