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L’Italia, le lobby e l’interesse generale

Vorrei che i lettori del blog andassero a vedere l’intervista che Mario Monti ha rilasciato ieri su La Stampa, a cura di Mario Bastasin. Offre una delle più sintetiche e, a mio modesto avviso, più corrette interpretazioni del perché l’economia italiana è in crisi. Eccola:

“Molti italiani fanno sempre più fatica ad arrivare alla fine del mese perché l’Italia fa sempre più fatica ad essere competitiva nel mondo. La scarsa produttività riduce la quota di mercato di ciò che l’Italia produce e restringe il prodotto totale che essa è in grado di distribuire.”

“E quegli stessi fattori che frenano la produttività – privilegi, rendite, poteri di blocco di cui godono tante categorie – fanno sì che a pagare il conto della mancata crescita e della maggiore inflazione siano soprattutto le poche categorie non protette.”

E’ chiarissimo. Ma vale la pena ripeterlo. Se l’Italia va male, è perché i nostri prodotti e i nostri servizi, in un’economia sempre più globalizzata, vengono rimpiazzati da quelli di altri paesi dove si lavora meglio e a costi più bassi.

E se questo accade è perché noi siamo frenati da “privilegi, rendite, poteri di blocco di cui godono tante categorie.” I costi, naturalmente, ricadono su tutti ma in primo luogo sui più deboli.

Il paese delle tante caste

Le responsabilità sono dunque diffuse. Sono certamente a carico della politica, ma non solo. Denunciare la cattiva politica è giusto. Ma limitarsi a questo espone ad almeno due rischi. Vediamo quali, di nuovo nelle parole di Monti:

“L’insofferenza dei cittadini per i costi e le inefficienze della politica contiene una carica salutare. E’ positivo che i politici reagiscano, con le parole e, speriamo, con i fatti. Ma presenta anche, secondo me, due rischi insidiosi.”

“Il primo rischio è che i titolari del potere pubblico vengano presi da un sistematico ‘senso di colpa’, che quasi si scusino per l’esistenza dello Stato e che, per essere eletti, promettano di togliere qualcosa allo Stato per darlo agli elettori.”

“Il secondo rischio è che, all’opposto, la società civile tenda sistematicamente ad autoassolversi, a considerare lo Stato e le tasse come il male principale, a non vedere come un male le tutele corporative in cui ogni categoria si rinchiude a riccio”.

Transitare dunque, come accade, dalla polemica contro la “casta” dei politici all’insofferenza anti-Stato è un grave errore. Abbiamo bisogno sì di uno Stato meno invadente, ma anche più efficiente e forte.

In secondo luogo, non esiste solo la casta dei politici. Il nostro è il paese delle “tante caste”, e fare finta di non vederlo ci priva della possibilità di risolvere il problema della scarsa produttività del sistema.

Un bel programma di governo

Quale potrebbe essere, pertanto, la soluzione? Sentiamo Monti:

“A mio parere occorre certo uno Stato più leggero ed efficiente. Ma uno Stato più forte, senza complessi. Uno Stato che, proprio perché crede nel mercato, ne disciplini rigorosamente il funzionamento, ne punisca le devianze.”

“Uno Stato che sappia imporre a noi cittadini, a tutte le nostre organizzazioni e corporazioni, un disarmo della foresta di protezioni e rendite. Una foresta che si è ampliata a dismisura nei decenni proprio con la complicità di uno Stato debole. Per acquisire consensi, ha introdotto norme che riparano dalla concorrenza e ha eretto le organizzazioni delle categorie in protagonisti ufficiali delle decisioni di politica economica.”

“Speriamo che sia possibile ridurre la pressione fiscale. Ma perché non dare priorità massima alla riduzione della ‘fiscalità’ da rendite? Ogni privilegio crea una rendita. Ogni rendita ha gli effetti di una tassa: determina prezzi più alti, minore crescita, minore occupazione. Eliminare le rendite è come ridurre le tasse, ma senza gravare sul bilancio dello Stato”.

Questo sì che è un bel programma di governo!

– Stato leggero, efficiente e forte.
– Stato che crede nel mercato e lo disciplina rigorosamente.
– Stato che impone a tutti un “disarmo”: basta con le protezioni e i privilegi.
– Stato che, così facendo, abbatte la “fiscalità” impropria che davvero soffoca il paese: quella delle rendite (per alcuni o per molti) che si traducono in vere e proprie tasse (per tutti).

Bravo Monti! Avresti il mio voto.

Ottimismo della volontà e giochi della ragione

Arrivati a questo punto, dovrebbe essere chiaro come l’origine dei nostri problemi economici non è economica ma culturale e morale.

Vale allora la pena chiedersi: cos’è che fa sì che noi italiani, oltre a essere – com’è naturale – attaccati ai nostri interessi particolari siamo anche, spesso, così poco capaci di organizzarci in società in modo da far sì che ci sia chi, a beneficio di tutti, è preposto in primo luogo a perseguire l’interesse generale?

E’ un tema che in questo blog ho già toccato, a esempio nel post Il “particulare” e lo Stato di diritto.

Lì citavo Francesco Guicciardini e il suo invito alla cura del “particulare,” che tanta influenza ha avuto nella nostra storia nazionale.

Dicevo:

Mentre il Rinascimento era al suo canto del cigno e le città italiane, in balia di eserciti stranieri, perdevano una dopo l’altra la loro libertà, Guicciardini scriveva: “Gli uomini che conducono bene i loro affari sono quelli che tengono fisso lo sguardo sul proprio interesse privato e misurano tutte le loro azioni in base alle sue necessità.”

Questa cura del “particulare”, da allora, è rimasta purtroppo una chiave privilegiata per interpretare il carattere degli italiani e la storia politica del nostro paese.

Forse bisognerebbe partire dalla considerazione che la “lezione” di Guicciardini nasceva in tempi di decadenza. Era impregnata del pessimismo di una società che aveva perso la libertà e, con essa, ogni possibilità di autogoverno.

Ma in un paese libero, come l’Italia di oggi, adoperarsi a tutti i livelli per un governo migliore della cosa pubblica è l’unico atteggiamento ragionevole, oltre che giusto e doveroso.

Così facendo, non solo è possibile conquistarlo, quel governo migliore, ma si tutela il bene sommo della libertà.

Sono infatti il pessimismo e il cinismo, applicati alla vita pubblica, che portano all’esclusiva cura del “particulare” come via d’uscita dai conflitti, e da qui alla decadenza, poi all’imbarbarimento, fino, in ultima istanza, alla perdita della libertà stessa.

I termini di questo discorso sono morali. Ma sono al tempo stesso razionali, come ci ha permesso di capire, ad esempio, il matematico e Premio Nobel John Nash con la sua teoria dei giochi.

Molti ricorderanno la scena del film A beautiful mind, in cui il giovane Nash, studente a Princeton, si trova con quattro amici che si accingono a corteggiare un gruppo di cinque ragazze, tutte carine ma tra cui una – l’unica bionda – spicca per il suo fascino.

Nash spiega loro che l’unico comportamento razionale, che può assicurare il successo di tutti, è che ognuno dei quattro si concentri su una della quattro ragazze more, lasciando perdere la bellissima bionda.

Tornando a noi, all’intervista di Monti, e all’imminente appuntamento elettorale, cosa ci insegna la soluzione ottimale di Nash al gioco del corteggiamento?

Ci fa capire che il risultato migliore l’otterremo non se ognuno cerca soltanto di massimizzare la propria utilità (voto chi mi abbassa di più le tasse o chi garantisce il massimo vantaggio alla mia corporazione di appartenenza) ma se ognuno farà in modo di scegliere, al tempo stesso, ciò che è meglio per sé e per la collettività intera.

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