l'Investitore Accorto

Per capire i mercati finanziari e imparare a investire dai grandi maestri

Pagine e-lette: Fiducia nell’avere fiducia

Diversi lettori mi chiedono consiglio su qualche buona lettura che sia d’ispirazione per diventare investitori migliori. Proverò a venire loro incontro con questa rubrica, dove di tanto in tanto intendo presentare delle pagine di libri che in me hanno lasciato il segno. Per giustificare in partenza le preferenze a volte eccentriche che, immagino, andrò a fare dico subito che per me i mercati finanziari sono una realtà molto complessa. Mi affascinano per questo, perché – in fondo – ci assomigliano. Prima dei tecnicismi, prima della capacità di decifrare un bilancio, prima dell’abilità nell’applicare i modelli valutativi della finanza, penso che per affrontarli con successo conti una certa comprensione degli uomini e della loro storia. Non è un caso, mi pare, se il più ammirato investitore dell’ultimo mezzo secolo, Warren Buffett, è diventato noto come “il saggio di Omaha.” Negli investimenti ci vuole, per l’appunto, saggezza.

La pagina di oggi è presa da un libro del 2005 a cura di John Brockman, What we believe but cannot prove, che è stato tradotto e pubblicato da poche settimane in Italia col titolo di Non è vero ma ci credo.

Con gli investimenti, la finanza e l’economia il libro, direttamente, non ha molto a che fare. Si tratta infatti di una collezione di brevi scritti di oltre cento tra i più eminenti intellettuali, scienziati e filosofi contemporanei, ognuno dei quali, sollecitato dal sito Edge.org, emanazione della Edge Foundation, ha cercato di rispondere alla domanda: “In che cosa credi, anche se non puoi provarlo?”

Il risultato è una sorta di Big Bang di idee, un’esplosione di creatività, un’eccitante espansione dei limiti entro cui tendiamo a confinare la nostra visione del mondo. Il metodo che, tra le righe, uno può assimilare penso sia della massima utilità anche per un investitore.

La pagina che vado a proporre è di Tor Norretranders, docente di filosofia della scienza alla Business School di Copenhagen e autore di libri famosi (ma, spero di sbagliarmi, non tradotti in italiano). Si tratta di un inno all’importanza della fiducia. In che cosa? Nell’avere fiducia, e dunque “in noi stessi, negli altri, nella vita stessa”.

Questi sono tempi dominati dalla paura e dal pessimismo, nei mercati finanziari come un po’ dovunque, e in Italia più che altrove. Gli italiani, infatti, si sono ritrovati sprofondati nell’attuale crisi finanziaria ed economica dopo decenni di un lento ma debilitante declino nazionale, che ha corroso la naturale tendenza a sperare in un futuro migliore. Non c’è sondaggio che non metta in luce quanto gli italiani siano oggi sfiduciati e quasi rassegnati alla deriva in corso nel paese.

Un problema di fondo, mi pare, è che nella nostra storia c’è stata e rimane la diffusa tendenza a credere ora a questo ora a quello – credenze spesso poco plausibili, arbitrarie, irrazionali e in ultima istanza destinate a deludere e fare danno – ma a non credere abbastanza “in noi stessi, negli altri, nella vita stessa”. I due fenomeni, temo, sono l’uno il riflesso dell’altro. Le credenze irrazionali, a volte alimentate in forme autoritarie, finiscono per creare un ambiente ostile a quella fede che è invece vitale e creativa.

Abbandonarsi al pessimismo, nella storia, ha spesso aperto la strada alle ideologie peggiori e a esiti violenti e catastrofici. Per cambiare in meglio, in Italia penso occorra mutare atteggiamento nei confronti della fede e imparare a nutrire più fiducia nell’avere fiducia, come ci insegna Norretranders. Quella che segue è la sua riflessione, ripresa da Non è vero ma ci credo.

Io credo nel credere, o meglio, ho fede nell’avere fede. Però sono ateo (o un “illuminato”, come direbbero alcuni), e allora com’è possibile?

E’ importante avere fede, ma non necessariamente in Dio. La fede è importante ben oltre il campo della religione: avere fede in se stessi, negli altri, nell’esistenza della verità e della giustizia. Esiste un continuum della fede, dalla semplice fiducia quotidiana negli altri alla profonda devozione verso esseri divini.

Recenti progressi nella scienza comportamentale, come l’economia sperimentale e la teoria dei giochi, dimostrano che avere fede è un atteggiamento normale e umano verso il mondo. La fede è vitale nelle interazioni umane; non è una coincidenza che il comportamento di chi sceglie di rischiare di credere sia enfatizzato in sistemi di pensiero diversi come il cristianesimo esistenzialista di Soeren Kierkegaard e le teorie moderne di strategie negoziali nelle interazioni economiche. Entrambi sottolineano l’importanza che alla base dell’azione vi sia una convinzione profonda e soggettiva, una sensazione di calore interiore. Mi si potrebbe obiettare che la moderna scienza comportamentale sta riscoprendo l’importanza della fede, che le religioni conoscono da moltissimo tempo. Io risponderei che questa riscoperta ci mostra che avere fede non significa necessariamente avere fede in un’entità divina.

Quindi ecco in cosa ho fede io: c’è una mano che ci protegge, non una preveggenza o un controllo divino, ma il fatto semplicissimo e concreto che siamo tutti dei sopravvissuti. Siamo il risultato di una lunga genealogia di superstiti, che hanno vissuto tanto da riprodursi. Amebe, rettili, mammiferi. Quindi possiamo essere certi della nostra abilità di sopravvivere. Abbiamo una competenza interiore ereditata da milioni di generazioni di animali ed esseri umani: la capacità di continuare a vivere. Questo non implica affatto che qualcuno pianifichi o preveda il futuro per nostro conto. Significa soltanto che facciamo bene a fidarci della nostra capacità di affrontare tutte le sfide che ci si presentano. E’ qualcosa che abbiamo ereditato.

Non abbiamo alcuna garanzia di conquistare la vita eterna, anzi. L’enigma della morte è ancora lì, impossibile da sradicare. Ma il fatto fondamentale, che siamo ancora qui nonostante i serpenti, la stupidità e le armi nucleari, ci autorizza ad avere fiducia in noi stessi e negli altri, a fidarci degli altri, a fidarci della vita stessa. Ad avere fede. Siamo qui, e quindi è giusto avere fede nell’avere fede.

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7 pensieri su “Pagine e-lette: Fiducia nell’avere fiducia

  1. suvretta in ha detto:

    Dott. Bertoncello
    qualche giorno addietro sono stato uno di coloro
    che le aveva chiesto “qualche titolo per capirne di più” Grazie per la puntualità.Un saluto cordiale.

  2. Gentile dott.Bertoncello,
    Mi associo ai ringraziamenti di suvretta.
    Grazie per il suo impegno!

  3. Mirko in ha detto:

    Salve,
    entro in punta di piedi in questo post per chiederle:
    Rivoterebbe Veltroni?
    Quale futuro avrà il Pd?
    Perchè in Italia non esiste una forza politica che rappresenti i padri che vogliono donare un futuro ad i loro bambini?
    Dichiarandole che ho votato e senza rammarico IDV,
    la considera una seria alternativa al Pd?

    Cordiali Saluti

    Mirko

  4. Potax in ha detto:

    ma il Pd è uguale al governo prodi con veltroni come leader:stessa zuppa…
    non vuol dire assolutamente ke il governo berlusconi sia accettabile…

  5. Andrea d'Amico in ha detto:

    Caro Bertoncello
    congratulazioni per il post – mi pare molto positivo che anche gli specialisti (di economia, o quant’altro) sappiano alzare lo sguardo su questioni piu’ generali e, direi quasi, filosofiche.
    D’altra parte osservo che l’autore da lei commentato caratterizza la fede come una cosa precipuamente “utile” – mentre invece mi pare che il punto sia se sia “vera”.
    Credere in Dio (o alla buonafede del macellaio all’angolo – visto che per Norretranders e’ quasi lo stesso) magari sara’ utilissimo, anzi lo e’ senz’altro. Solo che gli uomini credono le cose perche’ le ritengono vere, indipendentemente dall’aspetto pratico e utilitaristico…

  6. Gentile Mirko,

    alle questioni che lei pone io dedicai a suo tempo un post, che lei – suppongo – conosce: Perché voterò per il Partito Democratico.
    http://investitoreaccorto.investireoggi.it/perche-votero-per-il-partito-democratico.html

    Il suo commento mi ha indotto a rileggerlo. E ora le posso dire che, nella sostanza, lo riscriverei. Le riflessioni che lì espongo, cioè, continuano a sembrarmi persuasive.

    In risposta ai commenti, più ancora che nell’articolo in sè, citavo allora Norberto Bobbio e mettevo in chiaro quali sono i miei riferimenti ideali nella sfera politica. Penso che in Italia ci sia bisogno, al tempo stesso, di più rispetto per le libertà individuali, di più competizione nella sfera economica e di più solidarietà in quella sociale. Mi sento erede delle tradizioni liberale e socialdemocratica in un paese che è stato invece maggiormente segnato dal pensiero politico cattolico e comunista.

    Per uno come me, gli spazi partitici a cui guardare non sono molti e si collocano nell’area di centrosinistra. Lei mi propone l’IDV come un’alternativa al PD. Ma io penso che siano due forze contigue che, nell’interesse dell’Italia, dovrebbero imparare a moderare le rivalità e a valorizzare le collaborazioni.

    Quale sarà, infine, il destino del PD non lo so affatto dire. Spero che sappia ispirarsi a quel che c’è di meglio nel riformismo europeo e contribuisca a tenere ancorata l’Italia all’Europa.

    Cordiali saluti,

    Giuseppe B.

  7. Gentile Andrea d’Amico,

    la ringrazio per il commento. Mi ha ispirato una serie di riflessioni che, temo, non avrò ora il tempo di sviluppare. Ci saranno, spero, altre occasioni (ho buttato giù di getto degli appunti che prima o poi troverò il modo di utilizzare).

    Dirò solo questo. Sostenere, come lei fa, che una fede si qualifichi per il suo grado di “verità” mi pare assai pericoloso, perchè ci porta rapidamente al pensiero di tipo “ideologico” dove – almeno per la definizione che ne dò io – i piani del credere e del sapere sono confusi ed è il credere, in definitiva, che impone i suoi diktat spacciandoli per autentico sapere.

    Io penso invece che noi crediamo in ciò che NON sappiamo. Ed è importante che ce ne rendiamo conto. In ciò che sappiamo essere vero, non abbiamo infatti alcun bisogno di credere. Ne facciamo oggetto di conoscenza, razionalmente dimostrabile, empiricamente verificabile.

    E’ da qui che è scaturito il mio apprezzamento per la riflessione di Norretranders. Credere è necessario. Se ci dovessimo affidare solo a ciò che sappiamo, saremmo di continuo costretti alla paralisi. D’altra parte, crediamo in cose della cui verità non possiamo essere affatto sicuri. Credere, dunque, presenta dei rischi. Potremmo finire per credere in cose del tutto arbitrarie, irrazionali, autolesionistiche o socialmente pericolose.

    Nel nostro paese si parla spesso dei limiti della conoscenza scientifica. E’ comune fare o ascoltare riflessioni sui valori etici che precedono e debbono dare un orizzonte di senso alle scoperte scientifiche e alle loro applicazioni tecniche(ne scriveva anche Francesco Alberoni sulla prima pagina del Corriere della Sera qualche giorno fa). Si cita spesso la bomba atomica come esempio potenzialmente catastrofico di un’applicazione del “sapere” privo di moralità. Il campo della ricerca genetica viene regolarmente evocato.

    Ciò di cui non si parla mai è se esista, oltre a un’etica che regola il sapere, anche un’etica che deve regolare il credere. Incuriosito, ho fatto una rapida ricerca su Google. All’interrogazione “ethics of belief”, in lingua inglese, ho trovato diverso materiale e anche un libro pubblicato nel 2008, ma alla domanda “etica del credere” ho trovato un unico riferimento alla riflessione di un teologo cattolico che, naturalmente, disquisisce sulla fede (cattolica) come “atto che trascende l’etica”.

    Io penso che un’etica del credere sia necessaria, e in un paese come il nostro anche urgente. Ed è una convinzione che nasce da una riflessione storica prima ancora che filosofica: le grandi tragedie, nella storia umana, sono nate non da quello che gli uomini “sapevano” ma da ciò in cui credevano, e dalla sua irrazionalità.

    Sul processo a Galileo, per fare un esempio, in Italia non si è mai riflettuto abbastanza. L’arroganza di quel “credere” che metteva a tacere e imprigionava il “sapere” era la stessa arroganza di un credere che giustificava le caccie alle streghe, le crociate, le torture dell’Inquisizione.

    E’ l’arroganza di un “credere” che pretende sempre anche di “sapere” e di poter esprimere delle verità sui temi più disparati – ieri, sulla natura del cosmo, oggi, per fare un esempio, sull’inizio e la fine della vita umana.

    Un’etica del credere, a mio avviso, dovrebbe indurci a essere “umili”, a limitare la portata e le ambizioni dei nostri “credo”, a elaborare delle credenze che siano rispettose degli altri.

    Insomma, proprio perchè non possiamo sapere se le nostre credenze sono vere, abbiamo la responsabilità di renderle umane e razionali, in modo da scongiurare, per quanto possibile, quegli esiti nefasti a cui il “credere” tanto spesso in passato ha dimostrato di poter condurre.

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