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A Silvio

Di Silvio Berlusconi è noto l’abbandono con cui si circonda di adoranti yes men. Volendo filosofeggiare (è sabato ed è tempo di pensieri in libertà), direi che ne esistono di due tipi: gli idealisti e i pragmatisti. I primi sono spesso preti, ex comunisti e militari o figli di militari: orfani di un qualche dio, idea o capo a cui prostrarsi. I secondi sono in prevalenza ricercatori del profitto e del potere: lucidi calcolatori del fatto che non c’è scorciatoia più sicura per perseguire il successo nella vita pubblica che ossequiare l’uomo più ricco e potente d’Italia.

Nell’uno o nell’altro caso, vorrei che qualcuno mettesse in guardia Silvio e il Popolo della Libertà (PdL) che attorno a lui si sta ammassando.

Come classe dirigente del costituendo PdL, non ci potrebbe infatti essere di peggio di questi bramosi yes men. E lo fa ben capire la definizione, insuperata, che del termine “liberale” diede Karl Popper:

“Per liberale non intendo una persona che simpatizzi per un qualche partito politico, ma semplicemente un uomo che dà importanza alla libertà individuale ed è consapevole dei pericoli inerenti a tutte le forme di potere e di autorità.”

Già di Silvio risulta difficile dire che sia cosciente di questi pericoli. Ne vede alcuni ma non altri. E, soprattutto, sembra operare di continuo nella beata inconsapevolezza della minaccia che proprio lui, prima di tutto lui, in quanto concentrato sommo di potere e di autorità, pone a ogni possibile attuazione dell’idea liberale. Ma più ancora, se ci si attiene alla definizione di Popper, sono gli yes men berlusconiani che non possono che fare ribrezzo a chi abbia a cuore tale idea.

Non hanno rispetto per la propria libertà, figurarsi se possono averne per quella degli altri. Quanto al potere e all’autorità, li venerano a tal punto da rendersene sudditi non potendoli conquistare da sè. Riusciranno mai a concepirli come i pericoli da cui guardarsi? Forse soltanto dopo una lunga ed efficace psicoterapia.

In assenza di cure, e in un paese meno incline alle turlupinature, questi yes men troverebbero posto solo tra le fila di un movimento autoritario di vecchio stampo, che, con il coraggio delle proprie convinzioni, sarebbe fiero di chiamarsi, chessò, l’Ordine degli Illiberali (OdI). Altro che Popolo della Libertà!

Anche come semplici collaboratori, gli yes men sono però la scelta più sconsiderata che Silvio potesse fare. Se c’è un qualche suo amico, vero, che mi legge, glielo dica. Gli riporti questa utile e acuta riflessione che ho trovato nel libro Confessioni e Anatemi di Emil Cioran:

“Nessuna difesa possibile contro un ossequioso. Non si può dargli ragione senza cadere nel ridicolo; men che meno si può maltrattarlo o voltargli le spalle. Ci si comporta come se dicesse il vero, ci si lascia incensare non sapendo come reagire. Lui vi prende per allocchi, crede di dominarvi, e assapora il trionfo senza che possiate disingannarlo. Il più spesso è un futuro nemico, che si vendicherà di essersi inchinato davanti a voi, un aggressore mascherato che medita i suoi colpi mentre snocciola le sue iperboli.”

Da Mussolini a Craxi la storia d’Italia offre più di un esempio recente di grandi leader popolari (ma illiberali) che hanno finito per essere annientati dallo scherno di chi si era prostrato davanti a loro. A Silvio, che è il più simpatico, e che è ormai a fine recita, auguro un diverso epilogo. Ma si dia una mano. E i suoi amici, quelli veri, gli offrano qualche buon consiglio. Qualcuno lo convinca a riscrivere il canovaccio, a lasciar perdere gli yes men e il Popolo della Libertà: impostori i primi e un’impostura il secondo.

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