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Il tesoretto e il governo dei peggiori

Soffro di una grave forma di intolleranza e sto cercando di curarmi. Scrivere un post forse mi aiuterà. Non riesco a leggere neanche solo mezza riga o ad ascoltare mezza frase che riporti l’espressione il tesoretto quando si parla di conti pubblici italiani. Non so dunque chi l’abbia messa in giro, se una mente alienata o un dilettante del genere humor noir, dotato di particolare cattivo gusto. Nell’uno e nell’altro caso si tratta di individui che una collettività sana avrebbe ignorato, anziché fare a gara a imitarli.

In un paese che ha, emerso, un debito pubblico superiore al 105% del PIL e, sommerso, un dissesto clamoroso dei conti pensionistici (se non altro in termini di equità tra le generazioni, concetto estraneo a una cultura che sembra fondarsi sul principio “scordiamoci il futuro, arraffi chi può”), in un tale paese, dicevo, non c’è nessun “tesoretto” ma solo una voragine enorme di passività, buchi e ammanchi.

Chi parla dunque di “tesoretto” o ignora o irride (forse perché ha già molto arraffato) una realtà che è e sarà causa di sofferenza per molti italiani. E occupa pure una posizione pubblica di rilievo.

In senso lato (mi riferisco in genere al ceto dirigente che detta l’agenda del paese e crea anche buona parte del suo linguaggio) la storia del “tesoretto” mi sembra un’altra espressione di quel “governo dei peggiori”, la kakistocrazia, di cui aveva parlato Michelangelo Bovero in un suo libro di qualche anno fa.

E’ possibile, per favore, voltare pagina?

P.S.: Che una kakistocrazia di irridenti arraffoni si sia da tempo installata al potere in Italia è indubbio. Un suo variopinto e verace ritratto si può trovare nel libro La casta di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella. E’ un lavoro che ha meritatamente venduto più di mezzo milione di copie in appena due mesi, e che invito a leggere. Per cambiare in meglio.

Eureka! Ho una proposta di riforma elettorale

Stamani, mentre ero in bagno seduto sulla tazza, ho avuto un’idea. Stringevo tra le mani il libro di Massimo Salvadori, Italia divisa, la coscienza tormentata di una nazione. Ne fissavo la copertina, che riproduce, oltre al titolo travagliato ma stimolante, un dipinto di Felice Casorati: Donne chine sulle carte da gioco. Senza capire il perché (anche se ora mi è chiaro) ho cominciato a pensare al dibattito sulla riforma della legge elettorale, che impegna, da 15 anni e con risultati mostruosi, il tempo prezioso dei nostri politici. Ho pensato che non ci possiamo più permettere di buttare via così gli anni e i decenni, cercando risposte improbabili a problemi che il resto del mondo non considera più tali perché le soluzioni sono state trovate da tempo. Mi è venuto allora in mente (senza che lì per lì il nesso mi fosse evidente, anche se ora lo è) di fare una proposta attraverso il mio blog.

Eccola. Si prendano le tre o quattro leggi elettorali che funzionano bene nel mondo civile e che sono in qualche modo compatibili con quel che resta della nostra Costituzione. Le si copi tali quali, redigendo così dei progetti di legge elettorale “fotocopia” e inemendabili. Si organizzi un grande referendum popolare/lotteria di Capodanno, con biglietti abbinati a ognuno dei tre o quattro progetti di legge.

Agli italiani immagino che piacerà l’idea di affidare il destino del paese alla buona sorte più che alla loro scelta, o, peggio, a quella dei politici. Li allieterà inoltre la speranza di poterci guadagnare sopra. Le casse dello stato, sempre bisognose, ne beneficeranno. E sarà un modo per riavvicinare i cittadini al democratico ma logoro istituto del referendum (arricchito dall’eccitante variante della casualità)

Nella calza della Befana del 2008 troveremo una nuova legge elettorale. E questa volta funzionerà.

P.S.: l’idea forse piacerà anche a Giovanni Sartori, di cui ho cominciato a sfogliare, con grande godimento, la nuova edizione aggiornata del classico Democrazia, cosa è. Il capitolo undicesimo, Liberalismo democrazia e socialismo (quanto mai attuale per l’Italia) è introdotto da una citazione di un pensatore che amo molto, Bertrand Russell. Dice: “Come possiamo combinare assieme il grado di iniziativa individuale necessario al progresso con il grado di coesione sociale necessario alla sopravvivenza?”. Qui da noi, penso, con lo strumento del referendum/lotteria. E non nascondo un certo orgoglio per aver trovato la risposta a una domanda di un genio come Russell.

P.S. 2: qualche critico pignolo dirà che non è del tutto chiaro come funzioni, in pratica, il meccanismo del referendum/lotteria. La risposta è: non importa. Quel che conta è che si combinino assieme tre ingredienti: scelta individuale (anche soltanto di partecipare comprando i biglietti); casualità del risultato; incentivo (possibilmente irrazionale, com’è l’attesa improbabile di guadagnare in una lotteria, ignorando la certezza della perdita).

P.S. 3: sono uscito dal bagno con la piacevole sensazione di avere un corpo sano e una mente sana, capace di generare, al primo stimolo, idee utili alla collettività. La giornata è cominciata bene.

Internet, i media e l’imprevedibile futuro III

Eccomi alla terza e ultima parte di questa mia estemporanea riflessione su Internet e il futuro dei media. Chiudevo la seconda parte citando le conclusioni del libro di Vittorio Sabadin, L’ultima copia del New York Times. Le definivo minimaliste e riduttive a dispetto di un lavoro che presenta un ventaglio ricco e interessante di problemi e possibili soluzioni.

Tra gli aspetti della rivoluzione digitale che Sabadin tratta, o a volte solo lambisce, questi sono per me i più centrali: la caduta delle barriere (tra i media, tra produttori e consumatori, tra professionisti dell’informazione e semplici cittadini) e l’emergere tumultuoso del cosiddetto user-generated content (UGC): wikis, social networks, comunità e scambi informativi che si auto-organizzano dal basso (online communities).

Visioni contrastanti di Internet

Ripeto, sono punti che Sabadin tocca ma dove spesso, a mio avviso, finisce inconsapevolmente per contraddirsi.

A volte emergono dal suo libro sprazzi di una visione ampia delle potenzialità di Internet, come quando scrive che “saranno i singoli individui a dominare il mondo dell’informazione”, o parla dei blog come campioni di credibilità e autorevolezza, destinati in questo a superare già nell’immediato futuro i media tradizionali.

Ma altre volte la sua visione è sorprendentemente ristretta. Scrive, ad esempio, che sempre più persone trovano in Internet un modo “più economico, rapido e divertente” di informarsi.

Solo questo? Sembra all’improvviso ignorare che la Rete è arrivata a noi tutti dall’ambito scientifico, uscita dai laboratori del CERN di Ginevra. Internet è anche profonda, vasta, ricca e molteplice. “Divertente” sì, ma più nel senso della intelligente originalità che dello svago frettoloso e un po’ cheap.

L’idea della rapidità e dell’essenzialità (che rischia di essere superficiale) rispunta spesso nei pensieri di Sabadin. Scrive infatti: “Sul web il linguaggio deve essere molto più stringato, poiché nessuno legge lunghi articoli al computer.”

Oppure, in risposta alle osservazioni di Steve Outing, “il futurologo più ascoltato del mondo dei media”, il quale sostiene che le redini dei giornali dovrebbero essere date in mano ai giornalisti dell’online dato che “gli staff dirigenti delle edizioni su carta non sanno e forse non possono comprendere le entità dei cambiamenti” necessari, Sabadin osserva: “Non è facile mettere insieme uno sprinter (ndr: l’online) e un maratoneta e pretendere che se la cavino bene ognuno nella specialità dell’altro, o anche solo che riescano a capirsi”.

Ma questo abbacinamento, questa sbandata per la velocità di Internet è fuorviante. Io, per esempio, ho trovato nella Rete soprattutto un modo di informarmi (e formarmi, e comunicare) più esteso, polifonico, profondo, stimolante.

Non esistono solo i brevi filmati, le notizie scarne o le chat dove passano centinaia di messaggi al minuto e le persone riescono a mala pena a chiedersi ripetitivamente: “che fai?”, “quanti anni hai?”, “da dove chatti?”

C’è anche la ricerca dell’Università di Harvard, disponibile al pubblico, o, per me che mi occupo di finanza, blog come quelli di Nouriel Roubini e di Barry Ritholtz, ricchi in partenza ma trasformati in vibranti comunità intellettuali dai contributi di una schiera partecipe e perspicace di lettori; o ancora il sito dell’Economist, dove per poco più di un dollaro alla settimana si può accedere a un universo di informazioni (comprensivo di 10 anni di archivio) che è incommensurabilmente più ricco di quanto non si possa leggere, per un euro al giorno, su un qualsiasi giornale stampato.

L’informazione unidirezionale e dall’alto è in agonia

Le obiezioni di Sabadin mi sembrano le foglie di fico di chi, istintivamente e comprensibilmente, non può cedere su tutta la linea e riconoscere che, da qualsiasi parte si vogliano vedere le cose, Internet ha potenzialità troppo superiori al vecchio giornale di carta.

Nessuno legge lunghi articoli al computer”? Io li leggo, e non vedo dove sia il problema, se non nella disponibilità di un computer e nell’abitudine.

E comunque, una delle ragioni per cui a me risulta sempre più difficile leggere i giornali di carta, di qualsiasi lunghezza, persino i free press distribuiti alle stazioni della metropolitana, è che da Internet io stampo pile di testi (di cui spesso archivio una copia digitale), che accumulo e porto con me in borsa dovunque vado e la cui lettura resta sempre un piacere incompiuto perché supera le mie limitate disponibilità di tempo.

La consuetudine con Internet, in verità, ha prodotto un profondo cambiamento delle mie abitudini e delle mie letture. Le ha rese più libere, più personali, più connesse, più profonde, in una parola più mie.

E’ proprio quello che scrive Preta quando parla della personal media revolution, e che già richiamavo nella prima parte di questa riflessione.

“L’utente Internet ha abbandonato il tradizionale modello di consumo di informazione e intrattenimento: i consumatori oggi ricavano le proprie idee, desideri, interessi e prodotti da un’amplissima gamma di fonti di informazione. Il loro comportamento non è più lineare, ma segue un percorso personale, nel momento e sul mezzo che essi ritengono appropriato. […] I media personali permettono a chiunque di scegliere o creare la propria comunità, secondo un modello di comunicazione non lineare per eccellenza.”

Prima (o, meglio, nel secolo scorso), quando passavo più tempo a leggere i giornali o a guardare la TV, mi trovavo spesso a chiedermi, a posteriori: “Ma perché ho letto questo articolo? Perché ho guardato questo programma o questo servizio di telegiornale?” “Che me ne importa?” Ora no. Se qualcosa mi lascia indifferente, passo rapidamente oltre. E i miei interessi si sono affinati assieme alla mia capacità di essere attivo e di esplorare la Rete.

Praticamente ogni giorno raccolgo il mio giornale personale: testi, foto, filmati, pensieri che sono la storia dal mio punto di vista. Li archivio nel mio hard disk portatile: centinaia di giga di memoria in una scatolina grande quanto un pacchetto di sigarette, facile da trasportare, facile da cercare e da utilizzare. Mi sento una cellula neurale in una rete infinitamente più vasta di me, ma una cellula pulsante. Ed è una bella sensazione.

Per questo mi è parso davvero infelice il commento che Sabadin fa dopo aver citato l’esempio del Ventura County Star, un piccolo quotidiano della California che permette ai suoi lettori di partecipare alle riunioni di redazione in cui vengono decise le notizie da pubblicare.

Dice Sabadin:

Se un metodo simile fosse adottato in Italia, probabilmente i lettori ci direbbero che non ne possono più di dover leggere ogni giorno pagine e pagine sul portavoce di Silvio Berlusconi che replica a Pier Ferdinando Casini o a Fausto Bertinotti e chiederebbero di affrontare temi più legati alla loro vita quotidiana: l’educazione dei figli, la salute, l’economia domestica, il tempo libero, le nuove tecnologie.”

“Tutti i direttori lo sanno, ma sono anche giustamente convinti di avere un ruolo di tipo etico nella società e, come i professori a scuola, sono spesso costretti a parlare agli allievi di cose che sembrano noiose o inutili, ma la cui importanza sarà più chiara in futuro.”

I lettori, penso, andranno altrove e si rifiuteranno di essere trattati perennemente come degli alunni un po’ sciocchi e immaturi, cui deve essere spiegato quanto importanti sono le diatribe e i conciliaboli tra il palafreniere di Silvio e i sempre loquaci Pierferdinando e Fausto.

Dematerializzazione e disintermediazione dei media

Qui c’è l’altro aspetto cruciale, a mio avviso, della rivoluzione di Internet. Non solo l’individuo acquisisce il controllo sui contenuti dematerializzati dei media. Ma si auto-organizza in comunità che nascono dal basso e che diventano oltre che luoghi di socialità e realizzazione personale anche produttori essi stessi di contenuti, in un processo di disintermediazione dei media.

Nasce così quella creative industry, che, come ricorda Preta, è stata anche chiamata, con un efficace paradosso, industria dei “media senza media.”

Nel campo giornalistico, lo stesso Sabadin cita due esempi interessanti, sorti, non a caso, fuori dall’alveo tradizionale.

“I giornali sono ancora restii a utilizzare il contributo dei cittadini, ma c’è chi li sta battendo in velocità e lo fa con successo. Due siti sono diventati catalizzatori del citizen journalism e non appartengono a gruppi editoriali. Yahoo! ha lanciato YouWitnessNews, un portale, e poi c’è NowPublic.com, che ha arruolato 60.000 cittadini reporter in 140 città del mondo.”

Nel campo del sapere, c’è lo straordinario caso di Wikipedia, l’enciclopedia online nata nel 2001 per iniziativa di Jimmy Wales (nella foto in alto), un giovane e visionario analista finanziario e trader dell’Alabama che ha così spiegato il suo progetto:

“Immaginate un mondo in cui ogni singolo individuo abbia la possibilità di avere libero accesso alla somma di tutta la conoscenza umana. Questo è quello che stiamo facendo.”

Interamente realizzata da volontari, senza fini di lucro, l’enciclopedia conta oggi oltre 7 milioni di articoli in 200 lingue e, secondo Alexa, è al nono posto tra i siti Internet più visitati al mondo.

Ma l’aspetto ancora più straordinario è un altro. Wales, agli inizi del suo progetto, era terrorizzato per i rischi di vandalismo, visto che chiunque può accedere all’enciclopedia, emendandola o aggiungendo nuove voci. Ma i problemi, a 6 anni dall’avvio, si sono rivelati molto meno minacciosi del temuto.

Uno studio dell’IBM è arrivato a determinare che le informazioni false, su Wikipedia, hanno una vita media di soli cinque minuti.

Come spiega Sabadin, “Il filtro della gente comune si presta a qualche inconveniente, ma alla lunga risulta […] più affidabile di quello dei professionisti. […] L’enciclopedia online dimostra che nel mondo ci sono migliaia di persone disposte a contribuire volontariamente e con serietà a un progetto comune utilizzando la propria esperienza e le proprie conoscenza. Le informazioni inesatte, inserite per incompetenza o per vandalismo, vengono regolarmente corrette da utenti responsabili, che sono la grande maggioranza […].”

L’informazione e la comunicazione del futuro

Penso che wikis, blogs, social networks, online communities e, in genere, tutte le forme personali, creative e partecipative di utilizzo di Internet continueranno a fiorire.

Mi è capitata sottomano in questi giorni una ricerca di Bear Stearns, dove si dice che lo user-generated content conta già per il 13% del traffico di Internet ed è in continua crescita. Non solo. E’ la categoria di contenuti più popolare tra gli utenti giovani (18-34 anni), e la seconda più popolare tra la totalità dei navigatori della Rete.

Se le due direzioni principali della rivoluzione in corso sono il trasferimento di poteri dai produttori/distributori(le aziende editoriali)ai consumatori finali (gli individui) e la maggiore centralità dei contenuti rispetto ai contenitori, è evidente – come ho cercato di dire fin qui – che per gli individui c’è tutto da guadagnare. Avranno contenuti più ricchi, di maggiore qualità, a prezzi più bassi, e in più la possibilità di diventare essi stessi produttori/distributori nei campi più diversi.

Per le aziende editoriali si preparano tempi duri, come peraltro penso sia loro evidente se interpreto bene il rifiuto, qui in Italia, persino di sedersi al tavolo della trattativa per il rinnovo del contratto nazionale dei giornalisti, scaduto da oltre due anni.

Ogni giorno che passa spuntano nuove minacce all’orizzonte, dai punti più strani del pianeta. Il processo di convergenza, già ben avviato, e quello di disintermediazione, allo stato nascente, produrranno una deflagrazione degli assetti oggi esistenti (come è già evidente in America).

Molte aziende scompariranno, altre saranno costrette a fondersi e reinventarsi. Cadranno le barriere nazionali. Cadranno le barriere tra i vari media. Sarà logorata, almeno in una certa misura, la nozione stessa di media.

Ci sarà chi invocherà l’aiuto dei difensori pubblici del passato, chi cercherà scampo nei baluardi dell’informazione locale o dell’informazione free press rivolta prevalentemente alle vittime del digital divide – gli esclusi, spesso anziani, della rivoluzione digitale – ma sarà solo un prendere tempo.

Alla ribalta muoveranno nuovi, originali produttori di contenuti. I produttori migliori andranno per la loro strada, individualmente, a gruppi, in progetti partecipativi. Tutto sarà possibile in una enorme flessibilità che vedrà forse emergere pochi protagonisti globali e molti specialisti in un campo dell’informazione e della comunicazione che sarà sempre più esteso, ma anche sempre più variegato e popolato di concorrenti.

E cosa succederà ai professionisti dell’informazione? Se l’individuo e i contenuti sono le due stelle polari, penso che ogni giornalista dovrà fare affidamento su di sé e sulla capacità di generare contenuti di qualità, che incontrino l’interesse di un pubblico. Nulla di nuovo, in fondo.

Un bagno di flessibilità e il Meccano da smontare

Ma sarà una ricerca dove i giornalisti si muoveranno in un universo più fluido e più vasto, con le spalle spesso meno coperte da “appartenenze istituzionali”, in maggiore concorrenza tra di loro e con comunicatori non professionali, e a caccia di un pubblico che sarà più vario, mutevole ed esigente, perché meglio in grado di valutare l’effettiva qualità del prodotto giornalistico.

Rispetto alle abitudini che molti giornalisti hanno acquisito in Italia, ci sarà da fare un bagno di flessibilità. E penso che sarà salutare.

Vale anche per l’industria editoriale e per i giornalisti (senza contratto nazionale da 857 giorni, ricorda la Federazione Nazionale della Stampa Italiana, e che contratto! 116 pagine in formato PDF, pari a 1,8 mega scaricabili con un attimo di pazienza se si ha la banda larga…) vale, dicevo, quello che Francesco Giavazzi scrive nell’introduzione del suo libro Lobby d’Italia:

“Questo nostro Paese assomiglia a un bellissimo Meccano. Purtroppo è montato male. Ci sono qua e là negli ingranaggi dei sassi che ne bloccano i movimenti; il risultato è che il Meccano brilla ma non si muove e se cerchi di spingerlo si capovolge. Non c’è altro da fare che smontarlo, e poi rimontarlo pezzo per pezzo.”

E così ho finito. Mi sono tolto un peso di dosso (o qualche sasso dagli ingranaggi). E di questi temi, in un blog che in fondo è dedicato ad altro, non parlerò più per diverso tempo.

Internet, i media e l’imprevedibile futuro II

Scrivevo nella prima parte di questa riflessione sui media e il giornalismo nella nuova era digitale che siamo in presenza di una di quelle trasformazioni tecnologiche – l’aggettivo di solito usato è disruptive – che segnano improvvise cesure nella storia. Il futuro sarà diverso da come ce lo aspettiamo. L’iPhone di Apple, che citavo, è solo un esempio. Rivela che in periodi di discontinuità fa premio la creatività, la capacità di rischiare (e intendo, con questo, la capacità di assumere e gestire il rischio: rischiare per il puro gusto di rischiare è una follia). Forse annuncia anche che le pressioni competitive, nella convergenza tra telecomunicazioni, media e computer, sono tali per cui i cambiamenti finiranno per accadere a un ritmo più convulso di quanto ci ostiniamo a pensare.

Mi richiamavo al bel libro di Augusto Preta, Economia dei contenuti. Ci dice qual è il senso della rivoluzione in corso. Si va verso la flessibilità, la differenziazione, la personalizzazione, la dematerializzazione, la liberazione dei contenuti dai contenitori, e, probabilmente, la nascita di un’industria dei contenuti al posto di un’industria dei media.

La rivoluzione digitale e il bello della differenza

Questo è quanto appare oggi. Ma non ci dice ancora come sarà il domani, quali ne saranno gli attori. Il mondo ha già sperimentato un lungo periodo di tumultuosa ed entusiasmante innovazione tecnologica accompagnata alla poderosa globalizzazione dei mercati. Finì in due guerre mondiali, un esito non previsto dai protagonisti della Belle Epoque.

Questa volta, dobbiamo sperare, andrà diversamente. Non ci possiamo permettere altri conflitti. Lo diceva già Albert Einstein: “Io non so con quali armi sarà combattuta la Terza Guerra Mondiale, ma so che la Quarta sarà combattuta con pietre e bastoni.”

Forse la chiave di tutto starà nel pieno riconoscimento di uno degli aspetti per me più fondamentali dei processi in corso, e nella comprensione delle sue potenzialità: ci muoviamo verso la differenza e la differenza ci può rendere migliori.

Un libro straordinario, a questo proposito, è The difference dell’economista Scott Page (spero che qualcuno lo traduca e lo divulghi presto in italiano, ne abbiamo bisogno per liberarci di assortiti e primitivi integralismi, settarismi, leghismi).

Dimostra, tra l’altro, che nella soluzione dei problemi conta di più la diversità dei punti di vista che l’eccellenza dei singoli. E si apre con una suggestiva citazione di Herbert Spencer:

“Dalle prime rintracciabili mutazioni cosmiche fino ai più recenti risultati della civilizzazionetroveremo che la trasformazione dell’omogeneo nell’eterogeneo è ciò in cui consiste il progresso”.

Vecchi e nuovi media: le rivoluzioni creano e distruggono

Nel mio post precedente finivo per chiedermi come stanno reagendo i media tradizionali al cambiamento. Con difficoltà, mi veniva da pensare guardando alle classifiche di Alexa sui siti Internet più visitati in Italia.

Ma all’estero le cose non vanno diversamente. Limitando un rapido esame ai paesi del G7 più la Spagna risulta che solo la BBC in Gran Bretagna (sesta), Spiegel in Germania (settimo) ed El Mundo in Spagna (ottavo) riescono a classificarsi nella Top 10 dei siti più visti.

C’è un’interessante divaricazione tra un “modello” anglosassone, dove i media più seguiti su Internet sono le TV e un “modello” europeo continentale, dove il ruolo guida spetta invece ai giornali. Spicca la grande crisi dei media francesi, dove il primo sito è quello del quotidiano sportivo l’Equipe al 41° posto. Ma nel complesso il dato di fondo è che i media tradizionali sono relegati in seconda fila, se non peggio.

Al vertice o comunque in posizione emergente si trova una miriade di nuovi player, nati con Internet o in seno ai processi di convergenza digitale.

Si conferma una regola delle grandi rivoluzioni tecnologiche. I portabandiera del nuovo finiscono per surclassare gli eredi del vecchio, che si ritrovano frenati dai gravami di una transizione troppo complicata da gestire. Sono pochi quelli che riescono a sopravvivere. Si assiste esterrefatti al crollo o comunque al declino di aziende storiche, di grandi e venerati marchi.

Nel 1955, le prime dieci società quotate americane, in base alla capitalizzazione, erano: AT&T, Amoco, Betlehem Steel, Chevron, Dow Chemical, du Pont, Eastman Kodak, General Electric, General Motors, Gulf. A poco più di 50 anni di distanza oggi sono: Exxon Mobil, General Electric, Microsoft, AT&T, Citigroup, Bank of America, Wal-Mart, Procter & Gamble, AIG, Chevron. Nelle posizioni di rincalzo ieri c’erano International Paper, Kennecott, Usx-Marathon. Oggi ci sono Cisco, Intel, Google.

Per generazioni ci eravamo abituati ad assistere a grandi ondate di cambiamento nei vari settori dell’industria. Ma ora la rivoluzione tecnologica investe i servizi, si dilata a tutta l’economia, non risparmia nessuno e ha il suo epicentro nel triangolo della convergenza digitale, tra computer, telecomunicazioni e media.

Il nuovo visto dal vecchio: la rivoluzione digitale secondo Sabadin

Siccome gli sforzi migliori per cercare di interpretare il nuovo a partire dal vecchio sono venuti in Italia dal settore della carta stampata (dove la competizione è più accesa; il duopolio non fa certo bene a Mediaset e RAI), ho cercato di capirne di più andando a leggere un libro apparso di recente, coronato da un meritato successo, e scritto da una figura in vista tra quanti hanno fatto i giornali in Italia nell’ultimo ventennio: si tratta de L’ultima copia del New York Times di Vittorio Sabadin, dal 1986 caporedattore centrale e poi vicedirettore de La Stampa.

Non conosco Sabadin e ho letto il libro senza prevenzioni e con interesse. E’ pieno di storie gustose e di confronti con realtà internazionali. Si capisce che è scritto da uno che è da anni in prima linea nel cercare di rinnovare la carta stampata in Italia. E si sforza di farlo con equilibrio. Sabadin esprime pochi giudizi. Presenta invece una sfilza di problemi e di tentativi di soluzione, tra loro anche molto diversi.

Il titolo del libro nasce da una recente dichiarazione dell’editore del New York Times, Arthur Sulzberger jr. (nella foto in alto), secondo il quale entro 5 anni il giornale cesserà di essere stampato e venduto in edicola per continuare ad esistere solo sul web (dove già oggi ha più lettori).

Viene dato spazio anche a pareri targati come “brutali” dall’autore, su tutti quello di Warren Buffett: “Se c’è una novità, è che il declino sta accelerando. I lettori di giornali stanno andando verso il cimitero, e i non lettori stanno appena uscendo dal college.”

Ma le conclusioni di Sabadin sono più possibiliste e all’insegna della fiducia: “Può darsi che i giornali su carta scompaiano. Ma il buon giornalismo sarà sempre un bisogno fondamentale di ogni società democratica e civile, e troverà il modo di adattarsi e di sopravvivere.”

La mia critica, per amore della differenza

Concordo. Ma per amore della “differenza”, intesa alla Scott Page, vorrei concentrarmi sui punti che hanno sollecitato il mio spirito critico, dove il libro di Sabadin mi è parso più radicato nel vecchio che sensibile al nuovo.

Il passaggio chiave è forse proprio la pagina conclusiva, in cui Sabadin raccoglie quelle che suonano come le sue raccomandazioni essenziali perché giornali e giornalisti riescano a transitare con successo nel futuro.

“I giornali hanno davanti a loro ancora pochi anni per prepararsi a gestire il cambiamento più rivoluzionario ed epocale che abbia riguardato il mondo dei media. Dovranno inventarsi nuove organizzazioni del lavoro che sostituiscano le vecchie e obsolete strutture redazionali, adeguandole alle nuove necessità e ai mutamenti delle abitudini dei lettori, utilizzando tutti gli strumenti a disposizione per combattere i nuovi nemici tecnologici sul loro stesso terreno.”

“I mutamenti nell’organizzazione del lavoro che attendono i giornalisti hanno l’aspetto di un incubo, ma sono l’unica via di salvezza per tutti. Dovranno lavorare in redazioni multimediali, impadronirsi del linguaggio del web, imparare in molti casi a usare telecamere e macchine fotografiche digitali, preparare articoli più lunghi per l’edizione stampata e più brevi per quella online, inseguire i mercati di nicchia, apparire in video e confezionare contemporaneamente giornali su carta che abbiano un forte impatto emotivo e coinvolgente senza rinunciare alla qualità e all’approfondimento. E, cosa ancora più dura da accettare, dovranno probabilmente farlo per più o meno lo stesso stipendio che ricevono adesso.”

Posso dirlo? Mi è sembrata una conclusione riduttiva, minimalista. Organizzazione del lavoro, multimedialità, mercati di nicchia? E’ possibile che le sfide epocali siano tutte qui? E poi quel riferimento, un po’ troppo luddista, ai “nuovi nemici tecnologici” e all’”incubo” dei mutamenti alle porte!

Il futuro di Sabadin è già passato

A strapparmi un sorriso è stato il fatto che la visione del futuro, tratteggiata da Sabadin, è un ritratto preciso di quanto io, assieme a svariate centinaia di colleghi, facevo alla Bridge News 10 anni fa. E’ il mio passato, non penso possa essere anche il futuro.

Bridge fu una luminosa meteora degli anni ’90. Creata attraverso una serie di acquisizioni e fusioni da Welsh, Carson, Anderson & Stowe, uno dei maggiori gruppi di venture capital americani, divenne in breve il primo information provider nel settore finanziario in America, e il secondo al mondo, dietro a Reuters.

Deflagrò nello scoppio della bolla azionaria e nella recessione del 2001 non per la mancanza di qualità dei suoi prodotti, che erano anzi di assoluta eccellenza (e finirono in gran parte in mano a Reuters, oggi a sua volta in via di acquisizione da parte della multinazionale canadese Thomson), ma per le inadeguatezze della gestione amministrativa e la voracità della proprietà.

Bridge News, il ramo giornalistico, era la derivazione diretta di un’altra grande agenzia finanziaria precedentemente di proprietà del gruppo Knight-Ridder. Arrivò ad avere oltre 800 giornalisti in più di 60 paesi. Grazie alle innovative caratteristiche della infrastruttura IT su cui operavamo (e che faceva capo a una società del gruppo, Savvis, quotata dal 2000 al Nasdaq), e allo spirito pionieristico che caratterizzava management e staff, il nostro lavoro evolse rapidamente, già dal 1996-1997.

I giornalisti erano tutti collegati tra loro in tempo reale attraverso una rete IRC (Internet Relay Chat) che consentiva scambi di informazione istantanei e flessibili. Se accadeva qualcosa di nuovo e importante in qualsiasi parte del mondo, veniva subito aperta una “stanza” tematica dove poteva intervenire chiunque avesse qualcosa da contribuire, da Tokyo come da Washington o Francoforte o un’altra qualsiasi delle redazioni.

Scrivevamo già allora pezzi che erano popolati di link al nostro ricco database e all’Internet pubblica. I pezzi erano di diversi formati e venivano destinati a diverse piattaforme: dal notiziario standard venivano estratti in automatico i lead che servivano per compilare sommari, brevi, flash, etc. (utilizzati nei posti più disparati, dai billboard di Times square a New York, ai maggiori aeroporti internazionali o al nostro sito pubblico); gruppi di editor selezionavano materiali per newsletter tematiche che venivano inviate agli abbonati via email; altri gruppi di editor rielaboravano il materiale di agenzia per la pubblicazione sui giornali (New York Times, International Herald Tribune, etc). Avevamo una nostra WebTV, a cui contribuivano regolarmente i giornalisti delle varie redazioni.

Bloomberg, Reuters, Dow Jones, che erano i nostri concorrenti di allora e dove molti miei colleghi della Bridge hanno trovato lavoro, da anni operano allo stesso modo. Flessibilità dell’organizzazione, tempo reale associato ad approfondimento e analisi, molteplicità dei prodotti, multimedialità non sono il futuro.

Per diverse realtà giornalistiche sono il presente e, in una certa misura, anche il passato. Non solo: nella mia esperienza si tratta di passi non difficili da realizzare, e, anzi, per molti versi entusiasmanti. La multimedialità e l’universo multiforme di Internet sono ricchi e divertenti, non sono incubi!

Dove stanno allora le nuove, vere sfide? Ne parlerò nella terza parte di questa mia riflessione.

Internet, i media e l’imprevedibile futuro I

Mi è capitato di pensare al futuro dei media nell’età di Internet e di considerare, di riflesso, anche le prospettive della mia professione, il giornalismo: un campo minato, sia perché mi tocca troppo da vicino, sia perché le dimensioni dei cambiamenti in corso sono sconvolgenti. Ho provato a eliminare questo improvvido post dalla mia testa. Ma non ce l’ho fatta. Me ne devo liberare pubblicandolo, in qualche modo. E forse l’unico modo possibile è procedere per cenni: rapidi pensieri, citazioni, associazioni di idee.

Il futuro è imprevedibile e gli esperti non lo sanno

Mi sforzerò di cercare un senso alle novità del presente per scrutare nel futuro. Serve allora una premessa metodologica, ed è quella contenuta nelle due citazioni che seguono:

“Quelli che hanno la conoscenza non fanno previsioni. Quelli che fanno previsioni non hanno la conoscenza.” (Lao Tzu)

“Fare previsioni è molto difficile, soprattutto quando riguardano il futuro.” (Niels Bohr)

Il futuro ancora non esiste e dunque non è conoscibile. La storia procede per salti e discontinuità. I cosiddetti esperti ne sanno (poco) quanto noi. A proposito, un bellissimo libro che analizza i fallimenti degli esperti è Expert political judgment di Philip Tetlock. In tre parole, il senso del libro è sintetizzato così in una recensione di Louis Menand per il New Yorker, ripresa sul retro di copertina: “Think for yourself” (“pensa per te”).

Si tratta di un’ottima massima anche per l’investitore accorto alle prese con le previsioni dei guru della finanza e mi è venuta in mente grazie allo sciopero di ieri dei giornalisti italiani (su cui, volente o nolente, tornerò).

Per dare una scorsa alle notizie del giorno sono andato, come peraltro faccio spesso, sul sito della BBC . Lì ho letto anche della brillante vittoria di Valentino Rossi ad Assen. Siccome il sito è ben curato e ricco di contenuti, la cronaca della gara conteneva diversi link, tra cui due riguardavano le previsioni, fatte prima dell’inizio del campionato, dallo stesso Rossi e da un panel di 4 esperti della BBC.

Quali erano i favoriti di Rossi? I 5 ai vertici della scorsa stagione, i “migliori motociclisti” del momento, e cioè Pedrosa, Hayden, Capirossi, Melandri e, ovviamente, lo stesso Rossi. E i favoriti del panel di esperti della BBC? La previsione unanime era che la stagione si sarebbe ridotta a un duello tra Rossi e Pedrosa, con scarse possibilità, per gli altri, di inserirsi (anche se in un momento di illuminata autocritica, uno degli esperti ricordava come l’anno scorso nessuno avesse inserito Hayden, poi vincitore, tra i pretendenti al titolo).

Sappiamo come sono andate le cose: sin qui ha dominato Casey Stoner, l’outsider, anche se ad Assen Rossi ha lasciato immaginare che la seconda parte della stagione potrà essere diversa.

“Del futuro non v’è certezza”, e i giudizi degli esperti sono altrettanto inaffidabili dei nostri: sono queste le premesse metodologiche di ogni discorso sul futuro. Ma adesso partiamo col mio treno di pensieri (sperando di arrivare da qualche parte).

La rivoluzione di iPhone

Tutto è nato dal solito giro tra i miei siti preferiti, che mi ha portato sul blog The Big Picture di Barry Ritholtz. Qui ho trovato un commento al nuovo iPhone di Apple, che ha debuttato venerdì sul mercato americano. C’era una recensione entusiastica dell’esperto di personal technology del Wall Street Journal, Walt Mossberg, e un video, che ho guardato.

Wow! Io non sono un patito di gadget elettronici. Me ne servo, di solito, con quel distacco che trovo naturale per degli attrezzi. Però l’iPhone mi ha colpito. Molto innovativo, bello e facile da usare, renderà piacevole e dunque sempre più diffusa l’esperienza di essere online & mobile.Quali sono le osservazioni che fa Ritholtz sull’iPhone? E’ un prodotto che nasce dalla scelta di lasciare briglia sciolta ai creativi, piuttosto che governare un’azienda per comitati e decisioni calate dall’alto. E’ il risultato di un’estrema attenzione ai consumatori (l’interfaccia dell’iPhone è straordinario), e del riconoscimento dell’importanza prioritaria degli investimenti in ricerca e sviluppo. Nota Ritholtz: chi ha puntato sull’R&D, come Apple, Google, Toyota o Nintendo, in questi anni ha sbaragliato il campo.

Ricerca, sviluppo, creatività, attenzione ai consumatori: cosa ci può insegnare tutto questo? Beh, intanto che in tempi di discontinuità bisogna imparare a rischiare (a tutti i livelli, dal singolo lavoratore al sistema paese). Chi si attarda a difendere o rimpiangere il passato è perduto (e non si gode la vita!).

La rivoluzione digitale e il futuro dei media

Che poi questi siano tempi rivoluzionari per quanti sono coinvolti nel mondo dei media (e in un modo o nell’altro lo siamo tutti) lo spiega bene Augusto Preta, nel libro Economia dei contenuti.

In una densa pagina introduttiva, Preta identifica il senso del cambiamento in corso. Ne riprendo, a mo’ di indice, solo le parole-chiave:

– innovazione tecnologica: digitalizzazione, protocollo Internet, larga banda;
globalizzazione dei mercati;
convergenza tra industria informatica, telecomunicazioni e media;
competizione “verso terreni ignoti o poco frequentati da attori nazionali, abituati a operare in una dimensione prevalentemente locale e spesso protetta da insormontabili barriere all’entrata (monopoli/oligopoli legali e/o naturali)”;
– radicale trasformazione delle strutture d’impresa;
– flessibilità e moltiplicazione dell’offerta, differenziazione dei prodotti;
personalizzazione dei servizi;
dematerializzazione dei contenuti;
– affrancamento del contenuto dal suo contenitore: il contenuto diventa il vero driver della convergenza;
– il digitale più che essere un’evoluzione dell’analogico porta l’industria dei media a trasformarsi in “industria dei contenuti.”

I contenuti dunque diventano sovrani (il rovesciamento di quanto diceva Marshall McLuhan con il suo “the medium is the message“, il mezzo è il messaggio). E allora vediamoli un po’ meglio, questi contenuti, analizzati nei loro tratti innovativi in un altro capitolo del libro di Preta dedicato alla creative industry:

– i consumatori non sono interessati alle piattaforme distributive quanto al contenuto in sé;
– con Internet i consumatori decidono quando e cosa desiderano guardare indipendentemente dalle scelte dell’emittente;
– i consumatori diventano anche produttori e distributori di contenuti multimediali: siamo tutti prosumer (produttori/consumatori);
– i consumatori si servono di un’amplissima gamma di fonti di informazione e seguono percorsi personali, non lineari: è la personal media revolution, che, in ultima istanza, “permette a chiunque di scegliere o creare la propria comunità.”
– è questo il senso del successo dei social networks, dei siti di user generated content (blog, wikis), delle online communities (MySpace, YouTube), e poi dell’instant messaging, chatting, podcasting;
– conclude Preta: “I consumatori di Internet dunque non sono più utenti passivi, ma al contrario sono soggetti attivi nella catena del valore dei contenuti. La diffusione di media basati sulla condivisione – software open source, P2P, siti collaborativi, i cosiddetti wikis, social networks – permette la collaborazione sociale e la condivisione, che spesso si dimostra essere più efficiente e affidabile del mercato tradizionale. Il segreto della popolarità dei media partecipativi è la capacità di rivolgersi più direttamente alle persone, essendo più economici e più accessibili, e talvolta anche più creativi.”

La mia personal media revolution

Mi ritrovo in questo quadro che fa Preta? Un po’ con la sensazione di essere a metà del guado, ma certo che mi ci ritrovo.

Da un paio di mesi scrivo il mio blog, ed è un’esperienza che mi entusiasma. Lo scorso anno ho partecipato intensamente alla campagna elettorale discutendo per ore e ore sul forum de Il termometro politico. Mi informo attingendo da centinaia di preferiti in una crescente indifferenza all’esistenza di confini nazionali e gestendo con efficienza la molteplicità di fonti grazie a feed e web aggregator. Mi aiuta, anche, il fatto di saper leggere in cinque lingue. Ma le differenze linguistiche sono destinate a scemare d’importanza grazie all’evoluzione dei traduttori automatici.

Da anni, sia al lavoro che a casa, utilizzo un collegamento a Internet in banda larga 24×7, e trovo inconcepibile farne a meno: i costi sono contenuti e il 90% della mia comunicazione che non sia interpersonale e diretta (fisica) passa da lì.

Ho praticamente smesso di guardare la TV, se non per eventi sportivi o qualche occasionale programma di grande interesse (mi sembra ormai un mezzo primitivo), compro poco i giornali di carta (e quando li compro, mio figlio Valerio, di 6 anni, mi chiede, come ha fatto la scorsa settimana, lasciandomi di sale: “Papà, ma perché li compri? Tanto non li leggi”).

Sono abbonato ai siti di Economist, Wall Street Journal, Financial Times e Barron’s, e trovo che pagare poco più di un dollaro la settimana per avere accesso ai contenuti ricchissimi di un sito come, ad esempio, quello dell’Economist sia un affare incredibile. Compro molti libri su Amazon.com (a prezzi stracciati, anche grazie al dollaro debole).

Le difficoltà dei media tradizionali

Ma a parte me, che non rappresento nessuno e potrei anche essere un caso bizzarro, gli italiani che frequentano Internet (un terzo del totale, ma in crescita) come si comportano? Ho rifatto un giochino simile a quello che mi aveva ispirato il post Gli italiani e l’informazione finanziaria online, e sono andato a controllare su Alexa la classifica dei siti più visitati in Italia.

Fa una certa impressione. Nel top 10 ce n’è solo uno di italiano (ma per quanto tempo ancora?), ed è Alice.it di Telecom Italia, al nono posto. Ai primi sei posti ci sono siti di proprietà di Google, Microsoft e Yahoo!, al settimo posto c’è Libero.it, ora della Orascom dell’egiziano Naguib Sawiris, all’ottavo c’è EBay, al decimo MySpace, fresca acquisizione della NewsCorp. di Murdoch.
All’undicesimo posto si trova Wikipedia e, finalmente, al dodicesimo posto c’è il primo tra i gruppi editoriali italiani, che è stato storicamente anche il più attivo nel campo dei nuovi media: Repubblica.it.

E gli altri? Tra i primi 100 siti italiani, ce ne sono solo nove che fanno capo a media tradizionali. Dopo la Repubblica seguono Corriere della Sera, Mediaset, Gazzetta dello Sport, Rai (al 34° posto, solo tre piazze più avanti di Giorgiotave.it), Kataweb, ANSA, Stampa, Sole 24 Ore.

Cercherò di mettere a fuoco, in una seconda parte di questa riflessione, cosa questo può significare per i media e il giornalismo in Italia.

Ma la classifica di Alexa non lascia dubbi sul fatto che la grande editoria italiana – quella nei cui consigli d’amministrazione, trasformati in “salotti buoni”, molti ricchi e potenti d’Italia siedono o vorrebbero sedere per moltiplicare le loro capacità di condizionare la vita pubblica del paese – tanto in salute non è.

Blog e fondamenti del giornalismo

L’investitore accorto è un blog ossia un semplice bloc-notes, dove appunto in modo occasionale delle riflessioni sull’arte d’investire e dei pensieri laterali, ossia libere associazioni in qualche modo originate dai miei interessi professionali. Non è dunque un giornale. Ma si tratta comunque del divertimento, del passatempo, del giocattolo di un giornalista (il bloc-notes, per un giornalista, è anche un luogo ludico dove intrattenersi con parole e storie). E siccome i panni del giornalista mi piace indossarli e mi attardo a volte a osservarli mentre li porto o mentre altri li portano, mi ha fatto piacere scoprire ieri, un po’ per caso durante una visita in libreria, un bel libro su I fondamenti del giornalismo, di Bill Kovach e Tom Rosenstiel.

Il lavoro è stato pubblicato negli Usa nel 2001, ma mi era sfuggito. Fortunatamente, un piccolo editore torinese, Lindau, specializzato in testi di saggistica cinematografica, spiritualità, discipline orientali, esoterismo e sciamanesimo (e ora anche giornalismo…sui nessi ci si potrebbe sbizzarrire) ne ha da poco curato l’edizione italiana.

Ho cominciato a sfogliarlo e mi sembra un’opera notevole, frutto di un progetto ambizioso.

Sul finire degli anni ’90 un gruppo di professionisti americani dell’informazione cominciò a riunirsi all’Harvard Faculty Group, motivato da una preoccupazione: “l’informazione stava diventando intrattenimento e l’intrattenimento informazione.” E questa commistione stava fagocitando il giornalismo per sostituirlo con qualcosa di diverso, che “non si capiva bene se fosse pubblicità, intrattenimento, e-commerce, propaganda o cos’altro.”

Per due anni il gruppo, rinominatosi Committee of Concerned Journalists (Comitato dei giornalisti preoccupati), fece decine di assemblee pubbliche, incontrando migliaia di persone e centinaia di professionisti dell’informazione, realizzò sondaggi e ricerche col supporto di centri universitari, lanciò un Project for Excellence in Journalism che curò decine di studi sull’informazione in America, e alla fine partorì il nostro libro.

I nove principi fondamentali del giornalismo

L’opera contiene un’analisi dei principi che il processo di ricerca aveva individuato come i fondamenti del giornalismo, tanto dal punto di vista dei professionisti dell’informazione che dei suoi fruitori finali, e cioè i cittadini.

Si tratta di nove principi, i seguenti:

1. Il primo obbligo del giornalismo è nei confronti della verità.
2. La sua prima lealtà è verso i cittadini.
3.
La sua essenza è la regola della verifica.
4. Chi lo pratica deve mantenere l’indipendenza dai soggetti trattati.
5.
Deve fungere da osservatore indipendente del potere.
6.
Deve fornire un forum per le critiche del pubblico e l’intermediazione.
7. Deve aspirare a rendere interessante e rilevante ciò che è significativo.
8.
Deve fornire informazioni complete e proporzionate.
9.
Chi lo pratica deve poterlo fare secondo la propria coscienza.

Elencati così, in estrema sintesi, i principi offrono ampia materia di discussione. E infatti il libro, dopo averli enunciati, dedica 280 pagine a illustrarli e discuterli. Sono pagine che leggerò con cura. Ma, di primo acchito, sono nove fondamenti che mi piacciono, che condivido.

E che mi hanno spinto a chiedermi: come si misura il mio blog con questi principi?

Il mio blog e i fondamenti del giornalismo

L’investitore accorto ha visto la luce da poche settimane. E’ un divertimento allo stato nascente e dall’identità ancora confusa (sia perché, appunto, è allo stato larvale, sia perché una certa confusione creativa è sempre tipica dei bloc-notes). Ma metterlo a confronto con i nove principi mi pare comunque utile. E, in fondo, non posso farne a meno. Non riesco a scrivere senza sentirmi addosso i panni del giornalista. Ecco, allora, alcune iniziali riflessioni.

Verità e lealtà. Il blog è nato da uno sforzo di verità e lealtà nei miei confronti. Risponde a uno sforzo di chiarificazione personale. E questo per un fine di utilità. Superare confusioni, ignoranza, inganni e autoinganni è essenziale per investire con successo. Quella verità e lealtà che devo a me stesso, se voglio imparare a investire bene, le offro anche agli altri. Questo mio bloc-notes è pubblico, è un blog proprio per questo: penso che il mio sforzo possa essere utile anche ad altri e si possa arricchire se da altri viene condiviso.

Le mie intenzioni sono dunque ispirate da un desiderio di verità e lealtà. Anche se sono consapevole che quando uno sforzo diventa pubblico nascono altre ambizioni, come quella di essere riconosciuti, di essere apprezzati, di avere successo. Ma non voglio che questa sfera di sentimenti finisca per prevalere sulla prima. Vigilerò. So bene che il bravo investitore va per la sua strada, non si fa dominare dall’impulso di appartenere alla folla. E la mia strada, in questo blog, è appunto quella di imparare a essere un bravo investitore, di fare investor education in primo luogo rivolta a me.

Verifica. E’ un obiettivo ambizioso, faticoso, perché le verifiche non sono mai finite. E qualsiasi cosa ci arrischiamo a dire o a scrivere, soprattutto su temi complessi come è anche il soggetto di questo blog, corre sempre il rischio di essere smentita. Però penso che il mio sforzo vada in questo senso.

Cerco i grandi maestri, mi ispiro a loro, e li metto a confronto. Se ci sono aporie e difficoltà, magari soltanto nella mia comprensione, le espongo. Mi sforzo di documentare, arricchisco i miei testi di link. Un blog, in questo senso, aiuta perché si muove nell’universo ricco e interattivo di Internet, dove è naturale intessere incontri e confronti, realizzare verifiche. Gli algoritmi di Google, a tal fine, sono un grande passo avanti per ciascuno di noi.

Indipendenza dai soggetti trattati e dal potere. Sul primo punto ho da farmi degli appunti e capisco ora di dover essere più accorto. Ci sono dei grandi investitori che apprezzo più di altri, e nei confronti dei quali rischio di “appassionarmi” troppo. Sarebbe un errore. Un certo distacco e uno sguardo critico va conservato anche verso di loro.

Quanto all’indipendenza dal potere, mi sento più ferrato. Il potere, nel campo degli investimenti, sono in primo luogo le grandi banche, i grandi broker che hanno prodotti e servizi da vendere. E per vendere prodotti e servizi, finiscono per vendere “storie d’investimento” (raccomandazioni, analisi, etc etc). E’ un fiume di parole che travolge, che inonda i media finanziari e da lì si riversa nelle menti degli investitori, grandi e piccoli – ma soprattutto piccoli (e, spesso, sprovveduti).

Si tratta, spesso, di marketing con un valore di conoscenza periferico, e a volte inesistente. Ho visto troppi rating di “Buy” emessi entusiasticamente da grandi banche d’investimento nell’imminenza di importanti offerte pubbliche o sottoscrizioni di azioni, di cui le stesse banche erano lead manager, per non sapere che da queste raccomandazioni bisogna guardarsi.

Non mancano gli spunti utili, le informazioni interessanti, le analisi perspicaci, ma il grano e l’oglio (del conflitto d’interessi in cui le banche sono avviluppate) restano spesso confusi. Delle conclusioni di queste analisi è giusto dunque essere scettici. E infatti, nella scelta dei link per il mio blog, ho escluso in partenza i siti della ricerca sell-side delle banche d’investimento.

Ci sono, ovviamente, delle eccezioni. Due, in particolare, vorrei citarle subito: il gruppo di analisti che fa capo a Stephen Roach a Morgan Stanley e quello che fa capo a James Montier a Dresdner Kleinwort . I loro studi sono spesso controcorrente e sempre stimolanti.

Forum e intermediazione. I nuovi media nascono strutturalmente predisposti per questo: l’interattività. E il mio blog non vuole essere diverso. Sono convinto del valore del confronto con gli altri e non mi sfuggono (almeno non del tutto) le potenzialità della Rete. Sono però anche consapevole che nell’esaltare il carattere aperto delle nuove forme di comunicazione online si nasconde una possibile trappola.

Il webmaster o l’autore di blog è padrone dei suoi spazi. E ha gli strumenti, se vuole, per censurare il pubblico dibattito che in quegli spazi si svolge. Il sottile inganno dei nuovi media può essere allora quello di veicolare un’impressione di libertà che non corrisponda alla realtà. Una via d’uscita, come vedo fare in diversi blog di qualità, è dichiarare esplicitamente quali sono le regole che l’autore si impegna a far rispettare negli spazi di dibattito e commento del suo blog. E attenervisi, pena il pubblico discredito.

Rendere interessante e rilevante ciò che è significativo. E’ questo un altro punto delicato, di cui voglio leggere con cura la trattazione ne I fondamenti del giornalismo. Dedicare ampio spazio a questioni insignificanti può anche essere stata, fino a oggi, una via per conquistare facili ascolti. Ma il prezzo, alla lunga, è elevato, e sospetto che lo sarà sempre di più nella nostra era digitale.

Se Marshall McLuhan teorizzava, riferendosi alla vecchia televisione analogica, che “il mezzo è il messaggio”, oggi è forse possibile spingersi a pensare il contrario, e cioè che la prevalenza dei contenuti, almeno in prospettiva, diventa tale da far sì che “il messaggio è il mezzo”: messaggi poco significativi condannano anche il mezzo all’insignificanza, e sviliscono il lavoro dei giornalisti. Mentre un messaggio significativo ha la forza di imporsi da sé, senza sottostare alla dittatura del mezzo.

Rendere interessante e rilevante” ciò che è “significativo” resta comunque, anche nell’era digitale, non facile. Ci vuole cultura. Bisogna essere in grado di valutare cosa possa essere “significativo” (siamo nel campo del possibile, non del certo ed evidente) e cosa non lo sia. Siccome abbiamo la tendenza a ritenere importante quel poco che sappiamo, è facile cadere vittima di una sorta di “cortocircuito dell’anti-cultura”: quello che so è significativo, quello che non so è irrilevante. Essere consapevoli di questo rischio è un bel passo avanti. Ci sollecita a rimanere aperti e critici.

Per il resto, rendere interessante e rilevante ciò che può essere nuovo, complesso, sorprendente, in conflitto con l’opinione dominante, è una enorme fatica. Dei nove punti, lo confesso, è questo quello che mi mette più in difficoltà.

Informazioni complete e proporzionate. Per certi aspetti, siamo qui in presenza di una applicazione del principio di verità, e anche di quello di verifica. Per capire qualcosa abbiamo bisogno di stabilire relazioni e proporzioni, di confrontare punti di vista ben compresi e fedelmente riportati. E’ uno sforzo complesso, in cui è essenziale dare il meglio di sè anche se il risultato sarà sempre incompleto (un giornalista potrebbe lavorare tutta la vita nel tentativo di dare una sola notizia o scrivere un solo commento).

Per me vale quanto ho già scritto a proposito di verità e lealtà. Il mio impegno, in questo blog, è capire ed educarmi. E mi rendo conto che completezza e proporzionalità sono funzionali al mio scopo.

Secondo coscienza. Il blog offre a questo proposito una straordinaria opportunità. Sono l’editore di me stesso. Se ho una coscienza (e ce l’ho) questo è un luogo privilegiato dove coltivarla e farla crescere.

Gli italiani e l’informazione finanziaria online

Mi sono alzato stamani chiedendomi quale sia l’interesse degli italiani per l’informazione finanziaria online (è bizzarro, lo so, ma spero di non essere giudicato male). Non sapendo se esistano studi comparati affidabili e non volendo dedicare troppo tempo a questo mio assillo, ho imbastito un’estemporanea ricerca domenicale, giusto per ammazzare l’attesa per il ritorno di moglie, figli e suocera da una settimana di vacanza a Parigi.

Ho fatto dei confronti. La finanza è un fenomeno globale e la sua prima lingua è l’inglese. Sono così andato a vedere come si suddividano per nazionalità i lettori dei più prestigiosi siti di informazione finanziaria in lingua inglese: Bloomberg, Reuters, Wall Street Journal, Financial Times, Barron’s, The Economist. Continua a leggere…

Fondi chiusi e spirito dell’illuminismo

La riforma della previdenza complementare parte segnata da (almeno) due vizi che, in Italia, sono troppo comuni per essere casuali: l’insufficiente riconoscimento della libertà individuale e il difetto di concorrenza. Come ben argomenta Andrea Moro in un articolo pubblicato su La Voce , i fondi negoziali o chiusi, uno dei pilastri della riforma, sono troppo chiusi a causa dei vincoli imposti dagli accordi tra le parti sociali alla contribuzione del datore di lavoro.

Il risultato è che viene di fatto limitata la libertà di scelta del lavoratore e ridotta la concorrenzialità del sistema dei fondi previdenziali, con prevedibili ricadute negative su costi e rendimenti a danno degli interessi del lavoratore stesso. Continua a leggere…

Blogger in autoanalisi

Questo blog è appena agli inizi e nutro la ragionevole speranza che, col tempo, possa migliorare. La premessa da cui parto è che investire bene è un’attività di valore per l’individuo e la società. Ci può affrancare, in una certa misura, dalla necessità economica, liberando tempo ed energie per coltivare la nostra umanità, e contribuisce ad allocare con efficienza il risparmio con ricadute benefiche per la collettività intera.

La visione che ho dei mercati finanziari è dunque fondamentalmente positiva. Sono prima di tutto uno straordinario strumento di sviluppo economico. Solo in subordine è giusto soffermarsi a considerarne gli eccessi speculativi, le possibilità di abuso e di frode, soprattutto laddove siano male regolati.

Ma partire dal preconcetto negativo che i mercati finanziari siano covi di speculatori, trappole per il piccolo risparmiatore o casinò, è sbagliato.

Ci impedisce di valorizzarli per quello che sono o che possono diventare, ci dissuade dall’acquisire una cultura finanziaria al passo coi tempi, lascia campo libero a chi, da posizioni di potere e privilegio, ha tutto l’interesse a farci subire un “capitalismo infelice” (come è stato definito il “modello” italiano in una recente ricerca di Deutsche Bank) perché sregolato e sottosviluppato.

Il capitalismo, per me, è un sistema di mezzi, non di fini. E va pertanto assoggettato a criteri di giudizio pratici. Demonizzarlo non ha senso. Bisogna cercare di farlo funzionare e di renderlo utile, come può essere.

Obiettivi del blog

Posta questa premessa, gli obiettivi che mi prefiggo sono due: chiarirmi le idee su come si investa bene, ed essere di aiuto ad altri nel fare altrettanto. In relazione a questi obiettivi valuterò i miei progressi e i miei fallimenti.

A questo riguardo, c’è un cruccio che mi accompagna dai primi giorni in cui ho cominciato a mettere assieme il blog. Nel selezionare i link da inserire, ho fatto una lunga scrematura dei miei “favoriti”. Mi sono subito reso conto che di pagine italiane ce n’erano troppo poche. Mi sono allora messo a cercare. Ma di materiale online che io ritenessi utile per un investitore non ho trovato granché, ed è per questo che, nonostante gli sforzi, i link italiani del mio blog sono, per il momento, appena il 9% del totale.

Senza dubbio mi sarà sfuggito qualcosa e cercherò di rimediare nelle prossime settimane. Ma l’impressione che ho tratto sinora dalle mie ricerche è che la gran parte di quanto si pubblica online in Italia in ambito finanziario siano notizie e rapidi commenti, da un lato, e informazioni o dati per il trading e l’analisi tecnica dall’altro.

Sull’utilità di tutto questo materiale sono alquanto scettico. In mancanza di una griglia interpretativa più fondamentale e di un più evoluto e sistematico approccio ai mercati, le notizie e gli studi grafici offrono un’illusione di conoscenza ma sono in realtà commodities, materiale universalmente diffuso, di facile reperibilità e scarso significato.

Come diceva Bernard Baruch, “qualcosa che tutti conoscono non vale la pena di essere conosciuto.”

Lezioni americane

Ho scelto di fare il giornalista perché sono curioso delle cose del mondo e mi piace costruire microcosmi di parole. Ma ogni volta che scrivo finisco per chiedermi: “Come si scrive?” La risposta più bella penso che l’abbia data Italo Calvino (nella foto) con le sue Lezioni americane, da cui voglio riprendere qui alcuni spunti, giusto per invogliarmi a tornare spesso a gustare quel libro. Leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità e molteplicità sono le qualità su cui Calvino riflette (ce n’era una sesta, “consistency”, di cui ha purtroppo lasciato solo il titolo).

La leggerezza scaturisce dalla natura della realtà, è un uso della parola “come inseguimento perpetuo delle cose, adeguamento alla loro varietà infinita.” Ma è anche necessità antropologica, “levitazione desiderata” in risposta alle privazioni sofferte, “reazione al peso di vivere.”

La leggerezza, per Calvino, “si associa con la precisione e la determinazione, non con la vaghezza e l’abbandono al caso.” E’ quella descritta da Paul Valéry nella frase: “Il faut etre léger comme l’oiseau, et non comme la plume.”

La rapidità è piacere. Come dice Leopardi nello Zibaldone, “la rapidità e la concisione dello stile piace perchè presenta all’animo una folla d’idee così rapidamente succedentisi, che paiono simultanee, e fanno ondeggiar l’anima in una tale abbondanza di pensieri, o d’immagini e sensazioni spirituali, ch’ella o non è capace di abbracciarle tutte, e pienamente ciascuna, o non ha tempo di restare in ozio, e priva di sensazioni. La forza dello stile poetico, che in gran parte è tutt’uno colla rapidità, non è piacevole per altro che per questi effetti, e non consiste in altro.”

Per parte sua, Galileo si interessa, nel Saggiatore, della forza del ragionamento deduttivo. Anche per lui, “il discorrere è come il correre.” La rapidità, l’agilità del ragionamento, l’economia degli argomenti, ma anche la fantasia degli esempi sono per Galileo qualità decisive del pensar bene.

Quanto a sé, Calvino dice che il suo lavoro di scrittore è stato teso a “inseguire il fulmineo percorso dei circuiti mentali che catturano e collegano punti lontani dello spazio e del tempo…la riuscita sta nella felicità dell’espressione verbale…che di regola vuol dire una paziente ricerca del mot juste, della frase in cui ogni parola è insostituibile.”

Scrivere, dunque, è per Calvino “ricerca di un’espressione necessaria, unica, densa, concisa, memorabile.”

L’esempio migliore è quello offerto da una storia cinese.

Tra le molte virtù di Chuang-Tzu c’era l’abilità nel disegno. Il re gli chiese il disegno di un granchio. Chuang-Tzu disse che aveva bisogno di cinque anni di tempo e d’una villa con dodici servitori. Dopo cinque anni il disegno non era ancora cominciato. ‘Ho bisogno di altri cinque anni’ disse Chuang-Tzu. Il re glieli accordò. Allo scadere dei dieci anni, Chuang-Tzu prese il pennello e in un istante, con un solo gesto, disegnò un granchio, il più perfetto granchio che si fosse mai visto.”

L’esattezza è per Calvino un disegno dell’opera ben definito e ben calcolato; l’evocazione d’immagini visuali nitide, incisive, memorabili, icastiche; un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e dell’immaginazione. E’ Maat, la dea egizia della bilancia, rappresentata da una piuma che serviva da peso sul piatto della bilancia dove si pesano le anime.

L’esattezza è cura contro “l’epidemia pestilenziale” che ha colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta “come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze.”

E’ una peste che “colpisce anche la vita delle persone e la storia delle nazioni, rende tutte le storie informi, casuali, confuse, senza principio né fine.”

La visibilità è il frutto dell’immaginazione, che Calvino definisce come “repertorio del potenziale, dell’ipotetico, di ciò che non è né è stato né forse sarà ma che avrebbe potuto essere.” Quello spiritus phantasticus che Giordano Bruno descriveva come “mundus quidem et sinus inexplebilis formarum et specierum.”

Dice Calvino.”Ecco, io credo che attingere a questo golfo della molteplicità potenziale sia indispensabile per ogni forma di conoscenza. La mente del poeta e in qualche momento decisivo la mente dello scienziato funzionano secondo un procedimento d’associazioni d’immagini che è il sistema più veloce di collegare e scegliere tra le infinite forme del possibile e dell’impossibile.”

Come scrive Dante nel Purgatorio, “Poi piovve dentro a l’alta fantasia.”

La molteplicità è quella del racconto come grande rete che lega ogni cosa. E’ il tema della Recherche di Proust, dove la rete è fatta di punti spazio-temporali occupati successivamente da ogni essere, il che comporta una moltiplicazione infinita delle dimensioni dello spazio e del tempo. Il mondo si dilata fino a diventare inafferrabile, e per Proust la conoscenza passa attraverso la sofferenza di questa inafferrabilità.

Osserva Calvino: “Qualcuno potrà obiettare che più l’opera tende alla moltiplicazione dei possibili più s’allontana da quell’unicum che è il self di chi scrive, la sincerità interiore, la scoperta della propria verità. Al contrario, rispondo, chi siamo noi, chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni? Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili.”

Dalla domanda sui valori da preservare nella scrittura Calvino mi ha condotto per mano a una possibile risposta al perchè ho cominciato a scrivere questo blog. E così questo piccolo cerchio per oggi si chiude.

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