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Lezioni americane

Ho scelto di fare il giornalista perché sono curioso delle cose del mondo e mi piace costruire microcosmi di parole. Ma ogni volta che scrivo finisco per chiedermi: “Come si scrive?” La risposta più bella penso che l’abbia data Italo Calvino (nella foto) con le sue Lezioni americane, da cui voglio riprendere qui alcuni spunti, giusto per invogliarmi a tornare spesso a gustare quel libro. Leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità e molteplicità sono le qualità su cui Calvino riflette (ce n’era una sesta, “consistency”, di cui ha purtroppo lasciato solo il titolo).

La leggerezza scaturisce dalla natura della realtà, è un uso della parola “come inseguimento perpetuo delle cose, adeguamento alla loro varietà infinita.” Ma è anche necessità antropologica, “levitazione desiderata” in risposta alle privazioni sofferte, “reazione al peso di vivere.”

La leggerezza, per Calvino, “si associa con la precisione e la determinazione, non con la vaghezza e l’abbandono al caso.” E’ quella descritta da Paul Valéry nella frase: “Il faut etre léger comme l’oiseau, et non comme la plume.”

La rapidità è piacere. Come dice Leopardi nello Zibaldone, “la rapidità e la concisione dello stile piace perchè presenta all’animo una folla d’idee così rapidamente succedentisi, che paiono simultanee, e fanno ondeggiar l’anima in una tale abbondanza di pensieri, o d’immagini e sensazioni spirituali, ch’ella o non è capace di abbracciarle tutte, e pienamente ciascuna, o non ha tempo di restare in ozio, e priva di sensazioni. La forza dello stile poetico, che in gran parte è tutt’uno colla rapidità, non è piacevole per altro che per questi effetti, e non consiste in altro.”

Per parte sua, Galileo si interessa, nel Saggiatore, della forza del ragionamento deduttivo. Anche per lui, “il discorrere è come il correre.” La rapidità, l’agilità del ragionamento, l’economia degli argomenti, ma anche la fantasia degli esempi sono per Galileo qualità decisive del pensar bene.

Quanto a sé, Calvino dice che il suo lavoro di scrittore è stato teso a “inseguire il fulmineo percorso dei circuiti mentali che catturano e collegano punti lontani dello spazio e del tempo…la riuscita sta nella felicità dell’espressione verbale…che di regola vuol dire una paziente ricerca del mot juste, della frase in cui ogni parola è insostituibile.”

Scrivere, dunque, è per Calvino “ricerca di un’espressione necessaria, unica, densa, concisa, memorabile.”

L’esempio migliore è quello offerto da una storia cinese.

Tra le molte virtù di Chuang-Tzu c’era l’abilità nel disegno. Il re gli chiese il disegno di un granchio. Chuang-Tzu disse che aveva bisogno di cinque anni di tempo e d’una villa con dodici servitori. Dopo cinque anni il disegno non era ancora cominciato. ‘Ho bisogno di altri cinque anni’ disse Chuang-Tzu. Il re glieli accordò. Allo scadere dei dieci anni, Chuang-Tzu prese il pennello e in un istante, con un solo gesto, disegnò un granchio, il più perfetto granchio che si fosse mai visto.”

L’esattezza è per Calvino un disegno dell’opera ben definito e ben calcolato; l’evocazione d’immagini visuali nitide, incisive, memorabili, icastiche; un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e dell’immaginazione. E’ Maat, la dea egizia della bilancia, rappresentata da una piuma che serviva da peso sul piatto della bilancia dove si pesano le anime.

L’esattezza è cura contro “l’epidemia pestilenziale” che ha colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta “come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze.”

E’ una peste che “colpisce anche la vita delle persone e la storia delle nazioni, rende tutte le storie informi, casuali, confuse, senza principio né fine.”

La visibilità è il frutto dell’immaginazione, che Calvino definisce come “repertorio del potenziale, dell’ipotetico, di ciò che non è né è stato né forse sarà ma che avrebbe potuto essere.” Quello spiritus phantasticus che Giordano Bruno descriveva come “mundus quidem et sinus inexplebilis formarum et specierum.”

Dice Calvino.”Ecco, io credo che attingere a questo golfo della molteplicità potenziale sia indispensabile per ogni forma di conoscenza. La mente del poeta e in qualche momento decisivo la mente dello scienziato funzionano secondo un procedimento d’associazioni d’immagini che è il sistema più veloce di collegare e scegliere tra le infinite forme del possibile e dell’impossibile.”

Come scrive Dante nel Purgatorio, “Poi piovve dentro a l’alta fantasia.”

La molteplicità è quella del racconto come grande rete che lega ogni cosa. E’ il tema della Recherche di Proust, dove la rete è fatta di punti spazio-temporali occupati successivamente da ogni essere, il che comporta una moltiplicazione infinita delle dimensioni dello spazio e del tempo. Il mondo si dilata fino a diventare inafferrabile, e per Proust la conoscenza passa attraverso la sofferenza di questa inafferrabilità.

Osserva Calvino: “Qualcuno potrà obiettare che più l’opera tende alla moltiplicazione dei possibili più s’allontana da quell’unicum che è il self di chi scrive, la sincerità interiore, la scoperta della propria verità. Al contrario, rispondo, chi siamo noi, chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni? Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili.”

Dalla domanda sui valori da preservare nella scrittura Calvino mi ha condotto per mano a una possibile risposta al perchè ho cominciato a scrivere questo blog. E così questo piccolo cerchio per oggi si chiude.

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