l'Investitore Accorto

Per capire i mercati finanziari e imparare a investire dai grandi maestri

Blogger in autoanalisi

Questo blog è appena agli inizi e nutro la ragionevole speranza che, col tempo, possa migliorare. La premessa da cui parto è che investire bene è un’attività di valore per l’individuo e la società. Ci può affrancare, in una certa misura, dalla necessità economica, liberando tempo ed energie per coltivare la nostra umanità, e contribuisce ad allocare con efficienza il risparmio con ricadute benefiche per la collettività intera.

La visione che ho dei mercati finanziari è dunque fondamentalmente positiva. Sono prima di tutto uno straordinario strumento di sviluppo economico. Solo in subordine è giusto soffermarsi a considerarne gli eccessi speculativi, le possibilità di abuso e di frode, soprattutto laddove siano male regolati.

Ma partire dal preconcetto negativo che i mercati finanziari siano covi di speculatori, trappole per il piccolo risparmiatore o casinò, è sbagliato.

Ci impedisce di valorizzarli per quello che sono o che possono diventare, ci dissuade dall’acquisire una cultura finanziaria al passo coi tempi, lascia campo libero a chi, da posizioni di potere e privilegio, ha tutto l’interesse a farci subire un “capitalismo infelice” (come è stato definito il “modello” italiano in una recente ricerca di Deutsche Bank) perché sregolato e sottosviluppato.

Il capitalismo, per me, è un sistema di mezzi, non di fini. E va pertanto assoggettato a criteri di giudizio pratici. Demonizzarlo non ha senso. Bisogna cercare di farlo funzionare e di renderlo utile, come può essere.

Obiettivi del blog

Posta questa premessa, gli obiettivi che mi prefiggo sono due: chiarirmi le idee su come si investa bene, ed essere di aiuto ad altri nel fare altrettanto. In relazione a questi obiettivi valuterò i miei progressi e i miei fallimenti.

A questo riguardo, c’è un cruccio che mi accompagna dai primi giorni in cui ho cominciato a mettere assieme il blog. Nel selezionare i link da inserire, ho fatto una lunga scrematura dei miei “favoriti”. Mi sono subito reso conto che di pagine italiane ce n’erano troppo poche. Mi sono allora messo a cercare. Ma di materiale online che io ritenessi utile per un investitore non ho trovato granché, ed è per questo che, nonostante gli sforzi, i link italiani del mio blog sono, per il momento, appena il 9% del totale.

Senza dubbio mi sarà sfuggito qualcosa e cercherò di rimediare nelle prossime settimane. Ma l’impressione che ho tratto sinora dalle mie ricerche è che la gran parte di quanto si pubblica online in Italia in ambito finanziario siano notizie e rapidi commenti, da un lato, e informazioni o dati per il trading e l’analisi tecnica dall’altro.

Sull’utilità di tutto questo materiale sono alquanto scettico. In mancanza di una griglia interpretativa più fondamentale e di un più evoluto e sistematico approccio ai mercati, le notizie e gli studi grafici offrono un’illusione di conoscenza ma sono in realtà commodities, materiale universalmente diffuso, di facile reperibilità e scarso significato.

Come diceva Bernard Baruch, “qualcosa che tutti conoscono non vale la pena di essere conosciuto.”

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2 pensieri su “Blogger in autoanalisi

  1. San Siro in ha detto:

    Sul fatto che il capitalismo sia un sistema di mezzi e non di fini si può dissentire.Il “dissenso” si basa su due concetti:a) tra capitalismo e società – di cui lasciamo in sospeso la definizione – c’è una continua interazione;b) esistono molte forme di capitalismo con enormi differenze sia per quanto riguarda le regole che, evidentemente, gli esiti: capitalismo anglosassone, capitalismo renano, capitalismo scandinavo.Scegliere una forma di capitalismo piuttosto che un’altra non è una decisione innocente.Nell’attuale fase storica si sta cercando di spostare l’Italia verso un capitalismo di tipo anglosassone: l’idea – o il desiderio – è smantellare lo stato sociale ed eliminare le forme di protezione dei più deboli.Naturalmente, il programma viene presentato come un insieme di misure tecniche necessarie a far riguadagnare al paese la competitività perduta.Il discorso sarebbe lungo, chiudo solo con un’osservazione: negli ultimi ampi strati della popolazione accusano una rilevante diminuzione del loro livello di vita rispetto a 10-15 anni fa.Un dato da spiegare, visto che il Pil nel frattempo è cresciuto poco, ma non è certo diminuito.Un paio di settimane fa, dalle colonne di Internazionale, un noto economista italiano (per di più in quota al centro sinistra) ha detto che la storia degli aumenti di prezzi è una illusione e che gli stipendi con basso potere d’acquisto sono tali perché i loro percettori non sono stati capaci di aumentare la produttività.Come no. Ma questo può spiegare la stagnazione, ma non l’abbassamento del livello di vita.La realtà è che, passando da un sistema di capitalismo “socialdemocratico” ad uno di tipo “neoliberale”, le disuguaglianze sono destinate a crescere.Se uno ha sempre vissuto nel sistema anglosassone, può trovare tutto questo normale o comunque più accettabile.L’ethos europeo si basa invece su principi del tutto diversi.Molti pensatori sono infatti preoccupati proprio di questo, e cioè la capacità delle società europee attuali di riuscire a mantenere quella coesione indispensabile al funzionamento della vita civile anche in presenza di un deterioramento senza precedenti nel tenore di vita di milioni di persone.Un esempio è il premio Nobel per l’Economia Maurice Allais (Nouveaux Combats pour l’Europe 1995-2002, Clément Juglar, Parigi 2002).Da sottolinare: Allais non è di sinistra ma di destra, uno di quelli bollato per essere un “fondamentalista” del mercato. Però Allais parte da dati reali: aumento della disoccupazione (di cui individua 5 cause e non solo 2 come si fa si solito) e diminuzione dei livelli di vita e di sicurezza per ampie masse di persone nell’attuale mondo sviluppato. Un dato che nessun economista “mainstream”, e per conseguenza nessun uomo politico, né di centro-destra né di centro-sinistra, ammetterà mai. Armando

  2. Giuseppe Bertoncello in ha detto:

    Armando,la ringrazio del suo post. Lei mette molta carne al fuoco, sollevando diverse questioni interessanti e complesse, a cui non posso pensare di replicare in poche parole.Più che risponderle, vorrei limitarmi a fare qualche osservazione. 1) la questione dei redditi. Non c’è dubbio che, a livello generale, ha a che fare con la scarsa produttività del sistema Italia. E la scarsa produttività ha molto a che fare con l’eccessiva rigidità della nostra organizzazione economica. Viviamo in un’epoca di grandi cambiamenti a cui l’Italia, nel complesso, non riesce a far fronte perchè è un paese bloccato, dove le imprese decotte, che bruciano ricchezza, non muoiono, e quelle nuove, che la potrebbero creare, non nascono.2) la questione dei redditi ha anche a che fare con un problema di giustizia sociale. Le statistiche dicono, se non sbaglio, che l’Italia ha, con il Portogallo, la più iniqua distribuzione del reddito di tutti i paesi europei. Perchè? Non certo perchè qui da noi, come lei sembra pensare, c’è il neoliberismo (che non c’è). Piuttosto, perchè qui da noi ci sono i potenti e gli esclusi, le corporazioni iperprotette e i lavoratori precari e sfruttati, i tassati e gli evasori, le mafie e le vittime delle mafie, etc etc. Insomma, da un lato esiste un sistema fiscale progressivo, che dovrebbe garantire un’ampia redistribuzione. Ma poi nei fatti c’è un’illegalità e ci sono privilegi così diffusi (l’antitesi del liberalismo) da produrre ineguaglianze senza pari nel resto d’Europa.3) la questione dei redditi di certe fasce di lavoratori particolarmente esposti alla concorrenza asiatica è comune a tutto l’Occidente. Solo che altrove viene affrontata attraverso ristrutturazioni, mobilità, sussidi di disoccupazione, formazione, educazione permanente. Da noi no. Se un miliardo di nuovi lavoratori a basso costo, dalla Cina e dall’India, si affacciano sui mercati internazionali, è inevitabile che le ripercussioni sulle imprese e i lavoratori meno qualificati o comunque più esposti nei paesi occidentali ci siano. Non possiamo, nè sarebbe vantaggioso, risospingere Cina e India là da dove vengono. Dovremmo governare il cambiamento, offrendo intanto sostegno a chi ne ha bisogno. In Italia non lo facciamo (ma non perchè c’è il neoliberismo, che non c’è, ma semplicemente perchè siamo chiusi a riccio nelle nostre inerzie, bloccati dai veti incrociati delle corporazioni, nel complesso una società molto egoista senza una visione del futuro).4) la questione del capitalismo e della (presunta) transizione dal sistema socialdemocratico a quello neoliberale. Sul capitalismo come sistema di mezzi, resto del mio parere. Nella vita, i fini sono ben altri che la questione dell’organizzazione dei modi di produzione. Quanto alle versioni socialdemocratica o neoliberale, la mia convinzione è che l’Italia sia sempre più lontana tanto dall’una che dall’altra. Il nostro è un sistema segmentato, corporativo, diseguale, caotico (così agli antipodi di quello anglosassone da creare proprio in quei paesi lo scandalo maggiore). Alle vecchie regole, andate in frantumi perchè logorate dal tempo, dall’incuria e dagli oltraggi, si sono sostituiti opportunismi vari e una sostanziale prepotenza. Ci sono ormai poche tracce sia di quell’impianto solidale e cooperativo che dovrebbe contraddistinguere un capitalismo socialdemocratico, sia di quella libera e regolata concorrenza in mercati ben organizzati e trasparenti che dovrebbe distinguere il capitalismo nella versione neoliberale. Siamo in una fase di preoccupante deriva morale, ideale e culturale in una società presidiata da arroganti gruppi di potere, che si muovono nel caos come squali in un mare popolato di prede. Uno spettacolo allarmante a cui ognuno di noi, per la sua parte, dovrebbe cercare di reagire.

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