l'Investitore Accorto

Per capire i mercati finanziari e imparare a investire dai grandi maestri

I benefici del lungo periodo

Si sente spesso dire che il bravo investitore ignora le fluttuazioni di breve periodo e bada ai risultati di lungo periodo. Ma non sempre è chiaro il perché. E si finisce per fare il contrario, cercando il rapido profitto o battendo in ritirata al primo rovescio di mercato. Esistono dunque i benefici del lungo periodo? E quali sono?

Chi prova a spiegarli si concentra di solito sul più evidente, il fattore costi. E’ indubbio che la compravendita frequente di titoli, sulla spinta delle continue oscillazioni dei mercati, comporta costi di intermediazione, spread e tasse la cui incidenza può essere notevole, nell’ordine di diversi punti percentuali all’anno.

Pensare di poter recuperare questo handicap con la superiore performance dei titoli di nuovo acquisto, rispetto a quelli venduti, si dimostra nella stragrande maggioranza dei casi un atto di eccessiva fiducia nelle proprie capacità, un errore di overconfidence.

C’è però anche un altro, più sottile e profondo vantaggio, e sta nel migliore profilo di rischio/rendimento del mercato azionario all’allungarsi dell’orizzonte temporale, come nota ad esempio Centrosim nella sezione del suo sito riservata alla formazione degli investitori.

Il day trader, che opera nell’arco di una giornata, si condanna a “giocare” in un mercato dove, in partenza, le probabilità di guadagno sono molto vicine al 50%, come nel lancio di una moneta.

L’investitore paziente, che può e sa concedersi il lusso di aspettare 10 anni prima di valutare i risultati del suo investimento azionario, ha aspettative di guadagno che sono invece prossime al 100%.

All’abbattimento del rischio percepito consegue la possibilità di aumentare l’esposizione in portafoglio verso un asset che, proprio per l’elevata volatilità di breve periodo, offre, nel lungo periodo, i migliori rendimenti.

E’, questo, un filone che merita di essere approfondito, e lo farò attingendo alle riflessioni di Michael Mauboussin (nella foto in alto) nel libro More than you know , a loro volta ispirate, almeno in parte, da un ottimo articolo di William Bernstein, corredato di illuminanti grafici.

L’enigma del premio di rischio

Si potrebbe pensare, da quanto detto sin qui, che i benefici del “lungo periodo” nell’investimento azionario dovrebbero essere abbastanza evidenti da guidare il comportamento di una buona parte degli investitori, per lo meno di quelli meno ingenui come i professionali.

Ma le cose non stanno così. A metà degli anni ’90, due studiosi americani, Shlomo Benartzi e Richard Thaler, investigarono un problema noto agli economisti come “l’enigma del premio di rischio azionario”, e cioè come mai, nel corso di 70 anni ben documentati di storia dei mercati finanziari, le azioni avessero avuto rendimenti reali medi superiori del 6% ai titoli di stato a breve termine (7% per le prime, 1% soltanto per i secondi). Si tratta di un’enormità. E appariva incomprensibile, irrazionale.

La risposta trovata da Benartzi e Thaler fu che gli investitori soffrono, collettivamente, di “avversione alle perdite miopica”. Sono cioè due volte più sensibili alle perdite che ai guadagni (come già dimostrato sperimentalmente da Daniel Kahneman e Amos Tversky, i fondatori della finanza comportamentale, quasi 15 anni prima) e sono affetti da “miopia” nel valutare i rendimenti dei portafogli sulla base di orizzonti temporali troppo brevi.

Un premio di rischio azionario del 6%, secondo i calcoli dei due studiosi, implica un orizzonte temporale non superiore a un anno.

L’inefficienza delle gestioni professionali

Se si guarda all’esperienza dei fondi comuni, osserva Mauboussin, i conti di Benartzi e Thaler tornano senz’altro.

In America, dove c’è da tempo l’abitudine di misurare i mercati finanziari in tutti i modi, più di quanto si faccia da noi per le candidate di Miss Italia, esistono diversi studi che mostrano come il turnover di portafoglio, o tasso di movimentazione, dei fondi azionari è superiore in media al 100% annuo (in Italia le statistiche sono recenti e poco affidabili, come spiega questo articolo del Sole 24 Ore, ma la media è ancora più alta).

E siccome il turnover indica con buona approssimazione l’orizzonte temporale del gestore, ecco che si arriva anche per questa strada alla conclusione che tale orizzonte, per gli investitori professionali, non va oltre l’anno.

Qual è il motivo, se la teoria insegna che un simile comportamento è irrazionale e inefficiente, e le statistiche confermano che sono i fondi con il turnover più basso a performare meglio?

Mauboussin sottolinea alcuni dei noti limiti delle gestioni professionali. I manager sono valutati sulla base di indici di performance di breve termine. Se sottoperformano i benchmark rischiano di subire deflussi nelle masse amministrate, e, in ultima istanza, la perdita del posto di lavoro.

Sono pertanto incentivati a minimizzare il tracking error nei confronti del benchmark e a coltivare comportamenti gregari. Si spiegherebbero così, almeno in parte, le reazioni eccessive dei mercati, in perenne oscillazione tra euforia e depressione.

E’ possibile a questo punto capire perché, per il piccolo investitore, la scelta dell’orizzonte di lungo periodo offra anche un terzo grande vantaggio, oltre alla riduzione dei costi e al miglioramento del profilo di rischio/rendimento dell’investimento azionario.

Il lungo periodo rende di più perché sono in pochi a sceglierlo. Gli investitori professionali, spesso, non se lo possono permettere. E questo spalanca al piccolo, ma accorto investitore l’opportunità di approfittare dei comportamenti irrazionali e delle inefficienze create dalla competizione dei grandi attorno ai benchmark di corto respiro.

P. S.: Questo atteggiamento di distacco rispetto alle bizzarre evoluzioni del mercato nel breve periodo è, in definitiva, la condizione psicologica che fa da supporto al value investing, così come predicato e praticato da Benjamin Graham prima e poi dal suo allievo Warren Buffett.

C’è un brano molto noto, del 1987, in cui Buffett ricorda la lezione di Graham sull’attitudine mentale da tenere nei confronti delle fluttuazioni di Borsa, condensata nella storia di “Mr. Market” e nel famoso detto: “In the short run, the market is a voting machine but in the long run it is a weighing machine” (nel breve periodo il mercato è una macchina che vota, ma nel lungo periodo è una macchina che pesa).

In uno dei prossimi post mi propongo di riprendere i passaggi più memorabili di quel testo, che aiuta più in concreto a capire come l’investitore intelligente può approfittare dell’irrazionalità di chi insegue gli alti e bassi delle Borse. (clicca qui)

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2 pensieri su “I benefici del lungo periodo

  1. complimenti per la lucidità ed indipendenza delle posizioni via via assunte.- Spero che l’atteggiamento venga mantenuto anche in futuro.-
    Pino

  2. Pingback: La Borsa secondo Graham e Buffett: Mr. Market « l'Investitore Accorto

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