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La terza via italiana alla verità: l’arabesco

Sto leggendo un interessante libro di Richard Nisbett intitolato Il Tao e Aristotele, che analizza il diverso modo di pensare di asiatici e occidentali. Racconta Nisbett – per lunghi anni docente di psicologia sociale alle Università di Yale e del Michigan – che la sua indagine nacque, casualmente, dall’osservazione fatta un giorno da uno dei suoi studenti più brillanti, di origine cinese: “Sa, la differenza tra lei e me è che per me il mondo è un cerchio e per lei una linea”.

Tra il perplesso e l’incuriosito, Nisbett cominciò una lunga ricerca che lo ha portato a chiedersi perché, in effetti, tra quel miliardo di persone che sono in qualche modo eredi della cultura dell’antica Grecia prevalga una visione fondata sull’individualismo e l’importanza dell’agire, la divisione degli oggetti in categorie e gli aut aut logici, un pensiero lineare dove esistono cause e conseguenze.

E perché tra i due miliardi di persone eredi della tradizione confuciana, taoista e buddista prevalga invece una visione che esalta l’armonia, l’importanza delle relazioni e della collettività, l’inevitabilità delle contraddizioni, il senso del mutamento e l’attenzione al contesto, la ricerca morale del giusto mezzo, un pensiero olistico intessuto di risonanze, ritorni, circolarità.

Mi è capitato alla fine di domandarmi: ma l’Italia dove sta? Linea o cerchio? Né l’una né l’altro, mi sono detto.

Foto di Dictyostelium discoideum, una muffa mucillaginosa
Fonte: Zoologisches Institut, Muenchen

Ho pensato – come non farlo in questi giorni di martellamento mediatico? – allo sconnesso iter di riforma della legge elettorale.

Eravamo stati ancorati a un sistema proporzionale puro per 45 anni. Poi, nel 1993, un referendum popolare sancì con un voto plebiscitario la transizione al maggioritario. Ma dalla fucina del Parlamento uscì il Mattarellum, un artificioso fritto misto per tre quarti maggioritario e un quarto proporzionale.

Venne poi la Commissione Bicamerale, che stufa della bizantina e inutile ricercatezza del Mattarellum, si divise a lungo tra maggioritario puro, alla britannica, o doppio turno, alla francese.

Il risultato? Lì per lì un nulla di fatto, ma qualche anno dopo il Porcellum, una “porcata” approvata in fretta e furia in finale di legislatura per cercare di impedire il formarsi di maggioranze stabili (l’opposizione di centro-sinistra sembrava allora strasicura della vittoria) e garantire l’elezione di candidati “discutibili” (o meglio indagati, prescritti e pregiudicati) privando gli elettori del diritto di esprimere preferenze.

A quasi 15 anni dall’accensione di questa centrifuga, siamo ora all’ennesimo “risciacquo” (che sia l’ultimo non mi sento proprio di dirlo). Il Porcellum, indegno di un paese civile, ha già fatto il suo tempo. E quale strada si è aperta? Quella di un sistema proporzionale alla tedesca, con sbarramento.

Visti i precedenti, c’è da temere che, pescando nella tradizione tedesca, si finisca per scegliere il peggio per applicarvi poi, in sovrappiù, i nostri fumosi adattamenti.

Potremo così avere, chessò, il Kappium. E penso a Wolfgang Kapp, un burocrate prussiano fondatore del Partito della Patria, che nel 1920, alla guida dei freikorps (corpi della libertà) diede vita a un tentativo di putsch, il primo di tanti colpi di mano e atti di destabilizzazione che portarono al collasso la Repubblica di Weimar, consegnando infine la Germania al Nazismo.

Per tornare al nostro tema, escluso che l’Italia si ispiri a una cultura della “linea” o del “cerchio”, al razionalismo greco o al pragmatismo confuciano, mi pare che non ci resti che Ennio Flaiano (nella foto in alto). Fu questo scrittore di raffinato intuito a scrivere, già qualche decennio fa:

“L’età mi ha portato la certezza che niente si può chiarire: in questo paese che amo non esiste semplicemente la verità. Paesi molto più piccoli e importanti del nostro hanno una loro verità, noi ne abbiamo infinite versioni.”

“Le cause? Lascio agli storici, ai sociologi, agli psicanalisti, alle tavole rotonde il compito di indicarci le cause, io ne subisco gli effetti. E con me pochi altri: perché quasi tutti hanno una soluzione da proporci: la loro verità, cioè qualcosa che non contrasti i loro interessi. Alla tavola rotonda bisognerà anche invitare uno storico dell’arte per fargli dire quale influenza può avere avuto il barocco sulla nostra psicologia.”

”In Italia infatti la linea più breve tra due punti è l’arabesco. Viviamo in una rete d’arabeschi”.

Ecco, né linea, né cerchio. Ma una rete d’arabeschi, variamente descritti: “colpi di genio”, superflue complicazioni, cavolate pazzesche. Questa era l’Italia di Flaiano e questa resta l’Italia di oggi.

Eureka! Ho una proposta di riforma elettorale

Stamani, mentre ero in bagno seduto sulla tazza, ho avuto un’idea. Stringevo tra le mani il libro di Massimo Salvadori, Italia divisa, la coscienza tormentata di una nazione. Ne fissavo la copertina, che riproduce, oltre al titolo travagliato ma stimolante, un dipinto di Felice Casorati: Donne chine sulle carte da gioco. Senza capire il perché (anche se ora mi è chiaro) ho cominciato a pensare al dibattito sulla riforma della legge elettorale, che impegna, da 15 anni e con risultati mostruosi, il tempo prezioso dei nostri politici. Ho pensato che non ci possiamo più permettere di buttare via così gli anni e i decenni, cercando risposte improbabili a problemi che il resto del mondo non considera più tali perché le soluzioni sono state trovate da tempo. Mi è venuto allora in mente (senza che lì per lì il nesso mi fosse evidente, anche se ora lo è) di fare una proposta attraverso il mio blog.

Eccola. Si prendano le tre o quattro leggi elettorali che funzionano bene nel mondo civile e che sono in qualche modo compatibili con quel che resta della nostra Costituzione. Le si copi tali quali, redigendo così dei progetti di legge elettorale “fotocopia” e inemendabili. Si organizzi un grande referendum popolare/lotteria di Capodanno, con biglietti abbinati a ognuno dei tre o quattro progetti di legge.

Agli italiani immagino che piacerà l’idea di affidare il destino del paese alla buona sorte più che alla loro scelta, o, peggio, a quella dei politici. Li allieterà inoltre la speranza di poterci guadagnare sopra. Le casse dello stato, sempre bisognose, ne beneficeranno. E sarà un modo per riavvicinare i cittadini al democratico ma logoro istituto del referendum (arricchito dall’eccitante variante della casualità)

Nella calza della Befana del 2008 troveremo una nuova legge elettorale. E questa volta funzionerà.

P.S.: l’idea forse piacerà anche a Giovanni Sartori, di cui ho cominciato a sfogliare, con grande godimento, la nuova edizione aggiornata del classico Democrazia, cosa è. Il capitolo undicesimo, Liberalismo democrazia e socialismo (quanto mai attuale per l’Italia) è introdotto da una citazione di un pensatore che amo molto, Bertrand Russell. Dice: “Come possiamo combinare assieme il grado di iniziativa individuale necessario al progresso con il grado di coesione sociale necessario alla sopravvivenza?”. Qui da noi, penso, con lo strumento del referendum/lotteria. E non nascondo un certo orgoglio per aver trovato la risposta a una domanda di un genio come Russell.

P.S. 2: qualche critico pignolo dirà che non è del tutto chiaro come funzioni, in pratica, il meccanismo del referendum/lotteria. La risposta è: non importa. Quel che conta è che si combinino assieme tre ingredienti: scelta individuale (anche soltanto di partecipare comprando i biglietti); casualità del risultato; incentivo (possibilmente irrazionale, com’è l’attesa improbabile di guadagnare in una lotteria, ignorando la certezza della perdita).

P.S. 3: sono uscito dal bagno con la piacevole sensazione di avere un corpo sano e una mente sana, capace di generare, al primo stimolo, idee utili alla collettività. La giornata è cominciata bene.

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