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Internet, i media e l’imprevedibile futuro III

Eccomi alla terza e ultima parte di questa mia estemporanea riflessione su Internet e il futuro dei media. Chiudevo la seconda parte citando le conclusioni del libro di Vittorio Sabadin, L’ultima copia del New York Times. Le definivo minimaliste e riduttive a dispetto di un lavoro che presenta un ventaglio ricco e interessante di problemi e possibili soluzioni.

Tra gli aspetti della rivoluzione digitale che Sabadin tratta, o a volte solo lambisce, questi sono per me i più centrali: la caduta delle barriere (tra i media, tra produttori e consumatori, tra professionisti dell’informazione e semplici cittadini) e l’emergere tumultuoso del cosiddetto user-generated content (UGC): wikis, social networks, comunità e scambi informativi che si auto-organizzano dal basso (online communities).

Visioni contrastanti di Internet

Ripeto, sono punti che Sabadin tocca ma dove spesso, a mio avviso, finisce inconsapevolmente per contraddirsi.

A volte emergono dal suo libro sprazzi di una visione ampia delle potenzialità di Internet, come quando scrive che “saranno i singoli individui a dominare il mondo dell’informazione”, o parla dei blog come campioni di credibilità e autorevolezza, destinati in questo a superare già nell’immediato futuro i media tradizionali.

Ma altre volte la sua visione è sorprendentemente ristretta. Scrive, ad esempio, che sempre più persone trovano in Internet un modo “più economico, rapido e divertente” di informarsi.

Solo questo? Sembra all’improvviso ignorare che la Rete è arrivata a noi tutti dall’ambito scientifico, uscita dai laboratori del CERN di Ginevra. Internet è anche profonda, vasta, ricca e molteplice. “Divertente” sì, ma più nel senso della intelligente originalità che dello svago frettoloso e un po’ cheap.

L’idea della rapidità e dell’essenzialità (che rischia di essere superficiale) rispunta spesso nei pensieri di Sabadin. Scrive infatti: “Sul web il linguaggio deve essere molto più stringato, poiché nessuno legge lunghi articoli al computer.”

Oppure, in risposta alle osservazioni di Steve Outing, “il futurologo più ascoltato del mondo dei media”, il quale sostiene che le redini dei giornali dovrebbero essere date in mano ai giornalisti dell’online dato che “gli staff dirigenti delle edizioni su carta non sanno e forse non possono comprendere le entità dei cambiamenti” necessari, Sabadin osserva: “Non è facile mettere insieme uno sprinter (ndr: l’online) e un maratoneta e pretendere che se la cavino bene ognuno nella specialità dell’altro, o anche solo che riescano a capirsi”.

Ma questo abbacinamento, questa sbandata per la velocità di Internet è fuorviante. Io, per esempio, ho trovato nella Rete soprattutto un modo di informarmi (e formarmi, e comunicare) più esteso, polifonico, profondo, stimolante.

Non esistono solo i brevi filmati, le notizie scarne o le chat dove passano centinaia di messaggi al minuto e le persone riescono a mala pena a chiedersi ripetitivamente: “che fai?”, “quanti anni hai?”, “da dove chatti?”

C’è anche la ricerca dell’Università di Harvard, disponibile al pubblico, o, per me che mi occupo di finanza, blog come quelli di Nouriel Roubini e di Barry Ritholtz, ricchi in partenza ma trasformati in vibranti comunità intellettuali dai contributi di una schiera partecipe e perspicace di lettori; o ancora il sito dell’Economist, dove per poco più di un dollaro alla settimana si può accedere a un universo di informazioni (comprensivo di 10 anni di archivio) che è incommensurabilmente più ricco di quanto non si possa leggere, per un euro al giorno, su un qualsiasi giornale stampato.

L’informazione unidirezionale e dall’alto è in agonia

Le obiezioni di Sabadin mi sembrano le foglie di fico di chi, istintivamente e comprensibilmente, non può cedere su tutta la linea e riconoscere che, da qualsiasi parte si vogliano vedere le cose, Internet ha potenzialità troppo superiori al vecchio giornale di carta.

Nessuno legge lunghi articoli al computer”? Io li leggo, e non vedo dove sia il problema, se non nella disponibilità di un computer e nell’abitudine.

E comunque, una delle ragioni per cui a me risulta sempre più difficile leggere i giornali di carta, di qualsiasi lunghezza, persino i free press distribuiti alle stazioni della metropolitana, è che da Internet io stampo pile di testi (di cui spesso archivio una copia digitale), che accumulo e porto con me in borsa dovunque vado e la cui lettura resta sempre un piacere incompiuto perché supera le mie limitate disponibilità di tempo.

La consuetudine con Internet, in verità, ha prodotto un profondo cambiamento delle mie abitudini e delle mie letture. Le ha rese più libere, più personali, più connesse, più profonde, in una parola più mie.

E’ proprio quello che scrive Preta quando parla della personal media revolution, e che già richiamavo nella prima parte di questa riflessione.

“L’utente Internet ha abbandonato il tradizionale modello di consumo di informazione e intrattenimento: i consumatori oggi ricavano le proprie idee, desideri, interessi e prodotti da un’amplissima gamma di fonti di informazione. Il loro comportamento non è più lineare, ma segue un percorso personale, nel momento e sul mezzo che essi ritengono appropriato. […] I media personali permettono a chiunque di scegliere o creare la propria comunità, secondo un modello di comunicazione non lineare per eccellenza.”

Prima (o, meglio, nel secolo scorso), quando passavo più tempo a leggere i giornali o a guardare la TV, mi trovavo spesso a chiedermi, a posteriori: “Ma perché ho letto questo articolo? Perché ho guardato questo programma o questo servizio di telegiornale?” “Che me ne importa?” Ora no. Se qualcosa mi lascia indifferente, passo rapidamente oltre. E i miei interessi si sono affinati assieme alla mia capacità di essere attivo e di esplorare la Rete.

Praticamente ogni giorno raccolgo il mio giornale personale: testi, foto, filmati, pensieri che sono la storia dal mio punto di vista. Li archivio nel mio hard disk portatile: centinaia di giga di memoria in una scatolina grande quanto un pacchetto di sigarette, facile da trasportare, facile da cercare e da utilizzare. Mi sento una cellula neurale in una rete infinitamente più vasta di me, ma una cellula pulsante. Ed è una bella sensazione.

Per questo mi è parso davvero infelice il commento che Sabadin fa dopo aver citato l’esempio del Ventura County Star, un piccolo quotidiano della California che permette ai suoi lettori di partecipare alle riunioni di redazione in cui vengono decise le notizie da pubblicare.

Dice Sabadin:

Se un metodo simile fosse adottato in Italia, probabilmente i lettori ci direbbero che non ne possono più di dover leggere ogni giorno pagine e pagine sul portavoce di Silvio Berlusconi che replica a Pier Ferdinando Casini o a Fausto Bertinotti e chiederebbero di affrontare temi più legati alla loro vita quotidiana: l’educazione dei figli, la salute, l’economia domestica, il tempo libero, le nuove tecnologie.”

“Tutti i direttori lo sanno, ma sono anche giustamente convinti di avere un ruolo di tipo etico nella società e, come i professori a scuola, sono spesso costretti a parlare agli allievi di cose che sembrano noiose o inutili, ma la cui importanza sarà più chiara in futuro.”

I lettori, penso, andranno altrove e si rifiuteranno di essere trattati perennemente come degli alunni un po’ sciocchi e immaturi, cui deve essere spiegato quanto importanti sono le diatribe e i conciliaboli tra il palafreniere di Silvio e i sempre loquaci Pierferdinando e Fausto.

Dematerializzazione e disintermediazione dei media

Qui c’è l’altro aspetto cruciale, a mio avviso, della rivoluzione di Internet. Non solo l’individuo acquisisce il controllo sui contenuti dematerializzati dei media. Ma si auto-organizza in comunità che nascono dal basso e che diventano oltre che luoghi di socialità e realizzazione personale anche produttori essi stessi di contenuti, in un processo di disintermediazione dei media.

Nasce così quella creative industry, che, come ricorda Preta, è stata anche chiamata, con un efficace paradosso, industria dei “media senza media.”

Nel campo giornalistico, lo stesso Sabadin cita due esempi interessanti, sorti, non a caso, fuori dall’alveo tradizionale.

“I giornali sono ancora restii a utilizzare il contributo dei cittadini, ma c’è chi li sta battendo in velocità e lo fa con successo. Due siti sono diventati catalizzatori del citizen journalism e non appartengono a gruppi editoriali. Yahoo! ha lanciato YouWitnessNews, un portale, e poi c’è NowPublic.com, che ha arruolato 60.000 cittadini reporter in 140 città del mondo.”

Nel campo del sapere, c’è lo straordinario caso di Wikipedia, l’enciclopedia online nata nel 2001 per iniziativa di Jimmy Wales (nella foto in alto), un giovane e visionario analista finanziario e trader dell’Alabama che ha così spiegato il suo progetto:

“Immaginate un mondo in cui ogni singolo individuo abbia la possibilità di avere libero accesso alla somma di tutta la conoscenza umana. Questo è quello che stiamo facendo.”

Interamente realizzata da volontari, senza fini di lucro, l’enciclopedia conta oggi oltre 7 milioni di articoli in 200 lingue e, secondo Alexa, è al nono posto tra i siti Internet più visitati al mondo.

Ma l’aspetto ancora più straordinario è un altro. Wales, agli inizi del suo progetto, era terrorizzato per i rischi di vandalismo, visto che chiunque può accedere all’enciclopedia, emendandola o aggiungendo nuove voci. Ma i problemi, a 6 anni dall’avvio, si sono rivelati molto meno minacciosi del temuto.

Uno studio dell’IBM è arrivato a determinare che le informazioni false, su Wikipedia, hanno una vita media di soli cinque minuti.

Come spiega Sabadin, “Il filtro della gente comune si presta a qualche inconveniente, ma alla lunga risulta […] più affidabile di quello dei professionisti. […] L’enciclopedia online dimostra che nel mondo ci sono migliaia di persone disposte a contribuire volontariamente e con serietà a un progetto comune utilizzando la propria esperienza e le proprie conoscenza. Le informazioni inesatte, inserite per incompetenza o per vandalismo, vengono regolarmente corrette da utenti responsabili, che sono la grande maggioranza […].”

L’informazione e la comunicazione del futuro

Penso che wikis, blogs, social networks, online communities e, in genere, tutte le forme personali, creative e partecipative di utilizzo di Internet continueranno a fiorire.

Mi è capitata sottomano in questi giorni una ricerca di Bear Stearns, dove si dice che lo user-generated content conta già per il 13% del traffico di Internet ed è in continua crescita. Non solo. E’ la categoria di contenuti più popolare tra gli utenti giovani (18-34 anni), e la seconda più popolare tra la totalità dei navigatori della Rete.

Se le due direzioni principali della rivoluzione in corso sono il trasferimento di poteri dai produttori/distributori(le aziende editoriali)ai consumatori finali (gli individui) e la maggiore centralità dei contenuti rispetto ai contenitori, è evidente – come ho cercato di dire fin qui – che per gli individui c’è tutto da guadagnare. Avranno contenuti più ricchi, di maggiore qualità, a prezzi più bassi, e in più la possibilità di diventare essi stessi produttori/distributori nei campi più diversi.

Per le aziende editoriali si preparano tempi duri, come peraltro penso sia loro evidente se interpreto bene il rifiuto, qui in Italia, persino di sedersi al tavolo della trattativa per il rinnovo del contratto nazionale dei giornalisti, scaduto da oltre due anni.

Ogni giorno che passa spuntano nuove minacce all’orizzonte, dai punti più strani del pianeta. Il processo di convergenza, già ben avviato, e quello di disintermediazione, allo stato nascente, produrranno una deflagrazione degli assetti oggi esistenti (come è già evidente in America).

Molte aziende scompariranno, altre saranno costrette a fondersi e reinventarsi. Cadranno le barriere nazionali. Cadranno le barriere tra i vari media. Sarà logorata, almeno in una certa misura, la nozione stessa di media.

Ci sarà chi invocherà l’aiuto dei difensori pubblici del passato, chi cercherà scampo nei baluardi dell’informazione locale o dell’informazione free press rivolta prevalentemente alle vittime del digital divide – gli esclusi, spesso anziani, della rivoluzione digitale – ma sarà solo un prendere tempo.

Alla ribalta muoveranno nuovi, originali produttori di contenuti. I produttori migliori andranno per la loro strada, individualmente, a gruppi, in progetti partecipativi. Tutto sarà possibile in una enorme flessibilità che vedrà forse emergere pochi protagonisti globali e molti specialisti in un campo dell’informazione e della comunicazione che sarà sempre più esteso, ma anche sempre più variegato e popolato di concorrenti.

E cosa succederà ai professionisti dell’informazione? Se l’individuo e i contenuti sono le due stelle polari, penso che ogni giornalista dovrà fare affidamento su di sé e sulla capacità di generare contenuti di qualità, che incontrino l’interesse di un pubblico. Nulla di nuovo, in fondo.

Un bagno di flessibilità e il Meccano da smontare

Ma sarà una ricerca dove i giornalisti si muoveranno in un universo più fluido e più vasto, con le spalle spesso meno coperte da “appartenenze istituzionali”, in maggiore concorrenza tra di loro e con comunicatori non professionali, e a caccia di un pubblico che sarà più vario, mutevole ed esigente, perché meglio in grado di valutare l’effettiva qualità del prodotto giornalistico.

Rispetto alle abitudini che molti giornalisti hanno acquisito in Italia, ci sarà da fare un bagno di flessibilità. E penso che sarà salutare.

Vale anche per l’industria editoriale e per i giornalisti (senza contratto nazionale da 857 giorni, ricorda la Federazione Nazionale della Stampa Italiana, e che contratto! 116 pagine in formato PDF, pari a 1,8 mega scaricabili con un attimo di pazienza se si ha la banda larga…) vale, dicevo, quello che Francesco Giavazzi scrive nell’introduzione del suo libro Lobby d’Italia:

“Questo nostro Paese assomiglia a un bellissimo Meccano. Purtroppo è montato male. Ci sono qua e là negli ingranaggi dei sassi che ne bloccano i movimenti; il risultato è che il Meccano brilla ma non si muove e se cerchi di spingerlo si capovolge. Non c’è altro da fare che smontarlo, e poi rimontarlo pezzo per pezzo.”

E così ho finito. Mi sono tolto un peso di dosso (o qualche sasso dagli ingranaggi). E di questi temi, in un blog che in fondo è dedicato ad altro, non parlerò più per diverso tempo.

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