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Internet, i media e l’imprevedibile futuro II

Scrivevo nella prima parte di questa riflessione sui media e il giornalismo nella nuova era digitale che siamo in presenza di una di quelle trasformazioni tecnologiche – l’aggettivo di solito usato è disruptive – che segnano improvvise cesure nella storia. Il futuro sarà diverso da come ce lo aspettiamo. L’iPhone di Apple, che citavo, è solo un esempio. Rivela che in periodi di discontinuità fa premio la creatività, la capacità di rischiare (e intendo, con questo, la capacità di assumere e gestire il rischio: rischiare per il puro gusto di rischiare è una follia). Forse annuncia anche che le pressioni competitive, nella convergenza tra telecomunicazioni, media e computer, sono tali per cui i cambiamenti finiranno per accadere a un ritmo più convulso di quanto ci ostiniamo a pensare.

Mi richiamavo al bel libro di Augusto Preta, Economia dei contenuti. Ci dice qual è il senso della rivoluzione in corso. Si va verso la flessibilità, la differenziazione, la personalizzazione, la dematerializzazione, la liberazione dei contenuti dai contenitori, e, probabilmente, la nascita di un’industria dei contenuti al posto di un’industria dei media.

La rivoluzione digitale e il bello della differenza

Questo è quanto appare oggi. Ma non ci dice ancora come sarà il domani, quali ne saranno gli attori. Il mondo ha già sperimentato un lungo periodo di tumultuosa ed entusiasmante innovazione tecnologica accompagnata alla poderosa globalizzazione dei mercati. Finì in due guerre mondiali, un esito non previsto dai protagonisti della Belle Epoque.

Questa volta, dobbiamo sperare, andrà diversamente. Non ci possiamo permettere altri conflitti. Lo diceva già Albert Einstein: “Io non so con quali armi sarà combattuta la Terza Guerra Mondiale, ma so che la Quarta sarà combattuta con pietre e bastoni.”

Forse la chiave di tutto starà nel pieno riconoscimento di uno degli aspetti per me più fondamentali dei processi in corso, e nella comprensione delle sue potenzialità: ci muoviamo verso la differenza e la differenza ci può rendere migliori.

Un libro straordinario, a questo proposito, è The difference dell’economista Scott Page (spero che qualcuno lo traduca e lo divulghi presto in italiano, ne abbiamo bisogno per liberarci di assortiti e primitivi integralismi, settarismi, leghismi).

Dimostra, tra l’altro, che nella soluzione dei problemi conta di più la diversità dei punti di vista che l’eccellenza dei singoli. E si apre con una suggestiva citazione di Herbert Spencer:

“Dalle prime rintracciabili mutazioni cosmiche fino ai più recenti risultati della civilizzazionetroveremo che la trasformazione dell’omogeneo nell’eterogeneo è ciò in cui consiste il progresso”.

Vecchi e nuovi media: le rivoluzioni creano e distruggono

Nel mio post precedente finivo per chiedermi come stanno reagendo i media tradizionali al cambiamento. Con difficoltà, mi veniva da pensare guardando alle classifiche di Alexa sui siti Internet più visitati in Italia.

Ma all’estero le cose non vanno diversamente. Limitando un rapido esame ai paesi del G7 più la Spagna risulta che solo la BBC in Gran Bretagna (sesta), Spiegel in Germania (settimo) ed El Mundo in Spagna (ottavo) riescono a classificarsi nella Top 10 dei siti più visti.

C’è un’interessante divaricazione tra un “modello” anglosassone, dove i media più seguiti su Internet sono le TV e un “modello” europeo continentale, dove il ruolo guida spetta invece ai giornali. Spicca la grande crisi dei media francesi, dove il primo sito è quello del quotidiano sportivo l’Equipe al 41° posto. Ma nel complesso il dato di fondo è che i media tradizionali sono relegati in seconda fila, se non peggio.

Al vertice o comunque in posizione emergente si trova una miriade di nuovi player, nati con Internet o in seno ai processi di convergenza digitale.

Si conferma una regola delle grandi rivoluzioni tecnologiche. I portabandiera del nuovo finiscono per surclassare gli eredi del vecchio, che si ritrovano frenati dai gravami di una transizione troppo complicata da gestire. Sono pochi quelli che riescono a sopravvivere. Si assiste esterrefatti al crollo o comunque al declino di aziende storiche, di grandi e venerati marchi.

Nel 1955, le prime dieci società quotate americane, in base alla capitalizzazione, erano: AT&T, Amoco, Betlehem Steel, Chevron, Dow Chemical, du Pont, Eastman Kodak, General Electric, General Motors, Gulf. A poco più di 50 anni di distanza oggi sono: Exxon Mobil, General Electric, Microsoft, AT&T, Citigroup, Bank of America, Wal-Mart, Procter & Gamble, AIG, Chevron. Nelle posizioni di rincalzo ieri c’erano International Paper, Kennecott, Usx-Marathon. Oggi ci sono Cisco, Intel, Google.

Per generazioni ci eravamo abituati ad assistere a grandi ondate di cambiamento nei vari settori dell’industria. Ma ora la rivoluzione tecnologica investe i servizi, si dilata a tutta l’economia, non risparmia nessuno e ha il suo epicentro nel triangolo della convergenza digitale, tra computer, telecomunicazioni e media.

Il nuovo visto dal vecchio: la rivoluzione digitale secondo Sabadin

Siccome gli sforzi migliori per cercare di interpretare il nuovo a partire dal vecchio sono venuti in Italia dal settore della carta stampata (dove la competizione è più accesa; il duopolio non fa certo bene a Mediaset e RAI), ho cercato di capirne di più andando a leggere un libro apparso di recente, coronato da un meritato successo, e scritto da una figura in vista tra quanti hanno fatto i giornali in Italia nell’ultimo ventennio: si tratta de L’ultima copia del New York Times di Vittorio Sabadin, dal 1986 caporedattore centrale e poi vicedirettore de La Stampa.

Non conosco Sabadin e ho letto il libro senza prevenzioni e con interesse. E’ pieno di storie gustose e di confronti con realtà internazionali. Si capisce che è scritto da uno che è da anni in prima linea nel cercare di rinnovare la carta stampata in Italia. E si sforza di farlo con equilibrio. Sabadin esprime pochi giudizi. Presenta invece una sfilza di problemi e di tentativi di soluzione, tra loro anche molto diversi.

Il titolo del libro nasce da una recente dichiarazione dell’editore del New York Times, Arthur Sulzberger jr. (nella foto in alto), secondo il quale entro 5 anni il giornale cesserà di essere stampato e venduto in edicola per continuare ad esistere solo sul web (dove già oggi ha più lettori).

Viene dato spazio anche a pareri targati come “brutali” dall’autore, su tutti quello di Warren Buffett: “Se c’è una novità, è che il declino sta accelerando. I lettori di giornali stanno andando verso il cimitero, e i non lettori stanno appena uscendo dal college.”

Ma le conclusioni di Sabadin sono più possibiliste e all’insegna della fiducia: “Può darsi che i giornali su carta scompaiano. Ma il buon giornalismo sarà sempre un bisogno fondamentale di ogni società democratica e civile, e troverà il modo di adattarsi e di sopravvivere.”

La mia critica, per amore della differenza

Concordo. Ma per amore della “differenza”, intesa alla Scott Page, vorrei concentrarmi sui punti che hanno sollecitato il mio spirito critico, dove il libro di Sabadin mi è parso più radicato nel vecchio che sensibile al nuovo.

Il passaggio chiave è forse proprio la pagina conclusiva, in cui Sabadin raccoglie quelle che suonano come le sue raccomandazioni essenziali perché giornali e giornalisti riescano a transitare con successo nel futuro.

“I giornali hanno davanti a loro ancora pochi anni per prepararsi a gestire il cambiamento più rivoluzionario ed epocale che abbia riguardato il mondo dei media. Dovranno inventarsi nuove organizzazioni del lavoro che sostituiscano le vecchie e obsolete strutture redazionali, adeguandole alle nuove necessità e ai mutamenti delle abitudini dei lettori, utilizzando tutti gli strumenti a disposizione per combattere i nuovi nemici tecnologici sul loro stesso terreno.”

“I mutamenti nell’organizzazione del lavoro che attendono i giornalisti hanno l’aspetto di un incubo, ma sono l’unica via di salvezza per tutti. Dovranno lavorare in redazioni multimediali, impadronirsi del linguaggio del web, imparare in molti casi a usare telecamere e macchine fotografiche digitali, preparare articoli più lunghi per l’edizione stampata e più brevi per quella online, inseguire i mercati di nicchia, apparire in video e confezionare contemporaneamente giornali su carta che abbiano un forte impatto emotivo e coinvolgente senza rinunciare alla qualità e all’approfondimento. E, cosa ancora più dura da accettare, dovranno probabilmente farlo per più o meno lo stesso stipendio che ricevono adesso.”

Posso dirlo? Mi è sembrata una conclusione riduttiva, minimalista. Organizzazione del lavoro, multimedialità, mercati di nicchia? E’ possibile che le sfide epocali siano tutte qui? E poi quel riferimento, un po’ troppo luddista, ai “nuovi nemici tecnologici” e all’”incubo” dei mutamenti alle porte!

Il futuro di Sabadin è già passato

A strapparmi un sorriso è stato il fatto che la visione del futuro, tratteggiata da Sabadin, è un ritratto preciso di quanto io, assieme a svariate centinaia di colleghi, facevo alla Bridge News 10 anni fa. E’ il mio passato, non penso possa essere anche il futuro.

Bridge fu una luminosa meteora degli anni ’90. Creata attraverso una serie di acquisizioni e fusioni da Welsh, Carson, Anderson & Stowe, uno dei maggiori gruppi di venture capital americani, divenne in breve il primo information provider nel settore finanziario in America, e il secondo al mondo, dietro a Reuters.

Deflagrò nello scoppio della bolla azionaria e nella recessione del 2001 non per la mancanza di qualità dei suoi prodotti, che erano anzi di assoluta eccellenza (e finirono in gran parte in mano a Reuters, oggi a sua volta in via di acquisizione da parte della multinazionale canadese Thomson), ma per le inadeguatezze della gestione amministrativa e la voracità della proprietà.

Bridge News, il ramo giornalistico, era la derivazione diretta di un’altra grande agenzia finanziaria precedentemente di proprietà del gruppo Knight-Ridder. Arrivò ad avere oltre 800 giornalisti in più di 60 paesi. Grazie alle innovative caratteristiche della infrastruttura IT su cui operavamo (e che faceva capo a una società del gruppo, Savvis, quotata dal 2000 al Nasdaq), e allo spirito pionieristico che caratterizzava management e staff, il nostro lavoro evolse rapidamente, già dal 1996-1997.

I giornalisti erano tutti collegati tra loro in tempo reale attraverso una rete IRC (Internet Relay Chat) che consentiva scambi di informazione istantanei e flessibili. Se accadeva qualcosa di nuovo e importante in qualsiasi parte del mondo, veniva subito aperta una “stanza” tematica dove poteva intervenire chiunque avesse qualcosa da contribuire, da Tokyo come da Washington o Francoforte o un’altra qualsiasi delle redazioni.

Scrivevamo già allora pezzi che erano popolati di link al nostro ricco database e all’Internet pubblica. I pezzi erano di diversi formati e venivano destinati a diverse piattaforme: dal notiziario standard venivano estratti in automatico i lead che servivano per compilare sommari, brevi, flash, etc. (utilizzati nei posti più disparati, dai billboard di Times square a New York, ai maggiori aeroporti internazionali o al nostro sito pubblico); gruppi di editor selezionavano materiali per newsletter tematiche che venivano inviate agli abbonati via email; altri gruppi di editor rielaboravano il materiale di agenzia per la pubblicazione sui giornali (New York Times, International Herald Tribune, etc). Avevamo una nostra WebTV, a cui contribuivano regolarmente i giornalisti delle varie redazioni.

Bloomberg, Reuters, Dow Jones, che erano i nostri concorrenti di allora e dove molti miei colleghi della Bridge hanno trovato lavoro, da anni operano allo stesso modo. Flessibilità dell’organizzazione, tempo reale associato ad approfondimento e analisi, molteplicità dei prodotti, multimedialità non sono il futuro.

Per diverse realtà giornalistiche sono il presente e, in una certa misura, anche il passato. Non solo: nella mia esperienza si tratta di passi non difficili da realizzare, e, anzi, per molti versi entusiasmanti. La multimedialità e l’universo multiforme di Internet sono ricchi e divertenti, non sono incubi!

Dove stanno allora le nuove, vere sfide? Ne parlerò nella terza parte di questa mia riflessione.

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