l'Investitore Accorto

Per capire i mercati finanziari e imparare a investire dai grandi maestri

Preti pedofili e Provvidenza

Per un laico padre di famiglia, come me, a leggere le cronache sui preti pedofili non c’è proprio nulla di cui rallegrarsi. Dal mio punto di vista, comunque la si racconti, è una storiaccia, compreso il coinvolgimento della gerarchia cattolica, che forse per illimitata fiducia nella giustizia divina ha fatto di tutto per sottrarsi a quella umana. E qui potrei chiudere il mio post. C’è però, come sempre, almeno un altro punto di vista. Subito non ci avevo pensato. Ma poi ho avuto una specie di illuminazione.

E a posteriori devo dire che a sforzarsi di considerarli, questi diversi punti di vista, qualcosa di interessante, se non addirittura di stupefacente, si finisce per capirlo. Vediamo cosa.

La diocesi di Los Angeles pagherà 660 milioni di dollari per risarcire 508 vittime degli ultimi 40 anni. E questo fa lievitare il totale degli indennizzi cui finora la chiesa americana è stata condannata a 1,5 miliardi di dollari. Non sono ancora cifre da bancarotta. Ma poco ci manca.

Per esempio, per saldare questo conto la diocesi di Los Angeles, una delle più ricche, dovrà dismettere parte di un patrimonio che, se le stime che ho visto sono corrette, ammonta a 4 miliardi di dollari. Se ne va dunque, in un colpo solo, oltre il 15% di un gruzzolo cospicuo, che i fedeli – immagino – saranno ora restii a rimpinguare.

E poi c’è da provvedere al presente e all’avvenire (penso a quello reale, denso di incognite, e non a quello di carta, più incline alle certezze). Il maxi-risarcimento copre le cause intentate fino a due anni fa. Ma è improbabile che i casi di pedofilia tra i preti si chiudano qui.

Per capirlo basta vedere i numeri. Si parla sinora di diverse migliaia di casi di abusi (c’è chi dice che 10 mila siano una stima per difetto) per un clero, quello statunitense, che conta 46 mila membri. Il rapporto membri/abusi è impressionante: quasi come se ci fosse un caso di pedofilia per ogni famiglia italiana.

Ho letto, a questo proposito, un’intervista di monsignor Rino Fisichella (nella foto in alto) al Corriere della Sera, in cui esponeva, tra gli altri “ragionamenti” (monsignor Fisichella ha bazzicato i Gesuiti e ha la tendenza a ragionare molto, a volte, forse, fin troppo), anche la considerazione che gli atti di pedofilia, pur “esecrabili”, “vengono registrati, e in modo anche più frequente, anche dentro altre categorie sociali.”

Della pedofilia molto mi sfugge. Non so dunque a chi si riferisca monsignor Fisichella (giornalisti, politici, galeotti? O quale altra feccia?). Lui è però uno bene informato. Avrà le sue fonti e su questo punto, per la verità alquanto spuntato, non ho difficoltà a dargli credito: la pedofilia non è una prerogativa solo dei preti.

Resta però il fatto che, come l’atteggiamento di monsignor Fisichella lascia intendere e i numeri comprovano, i preti sono soggetti a rischio che operano in contesti ambientali a rischio. Un po’ come degli alcolisti che facciano uso assiduo dell’auto. Gli incidenti si ripeteranno. E proporre, a titolo di sanzione, il sequestro del “mezzo” è nel caso dei preti pedofili più facile a dirsi che a farsi.

Leggo che diverse diocesi si sono assicurate. Ma quanto costeranno ora i premi? Non so se queste polizze contemplino la formula bonus/malus. Se così fosse, il declassamento alla classe di merito più onerosa mi pare inevitabile. Insomma, per le diocesi, c’è da scommetterlo, i salassi sono appena cominciati.

Vabbé, dirà qualcuno. Sono, siamo nei guai. E il diverso punto di vista, che annunciavo all’inizio, dove sta? E’ che tra tutta questa melma potrebbe farsi strada un progetto della divina Provvidenza.

Sia chiaro, io non posso dire d’intendermene. Non oso neppure ipotizzare di cosa Essa si occupi. E ho l’impressione che chi si proclama esperto tiri spesso a indovinare. Ma vedo ora, dopo un’improvvisa illuminazione, due esiti di questa storiaccia, che, lo dico sommessamente, a me sembrano entrambi provvidenziali.

O la Chiesa sarà finalmente ridotta a quella evangelica povertà, che in due millenni ha sempre detto di voler cercare senza mai trovarla; oppure ai preti, a conclusione di un’estenuante e perdente lotta contro natura, sarà consentito di vivere la sessualità in modi un po’ meno perversi e, per la Chiesa, meno dispendiosi.

Delle due, quest’ultima è senz’altro la soluzione più agevole. Col sesso, dopo tutto, è facile divertirsi in modo salutare senza spendere grosse cifre. Mentre per la povertà evangelica non vedo un’autentica vocazione, soprattutto in una gerarchia cattolica che a volte sembra credere, come ricordava il compianto Montanelli, in un Dio “non solo Uno e Trino, ma anche Quattrino.”

Ma sarebbe stolto cercare di porre limiti alla Provvidenza. Comunque vada, quella che uscirà dallo scandalaccio dei preti pedofili dovrebbe essere una Chiesa migliore. Ne abbiamo bisogno. Deo gratias!

Calcio, coca e cellulari: i primati dell’Italia

Leggo che l’Italia è seconda in Europa per consumo di coca, dietro alla Spagna e alla pari con la Gran Bretagna. Sarà un caso, ma mi sembra la Champions League, dove otto delle ultime dieci edizioni sono state vinte da squadre di questi stessi paesi. Nel calcio e nella coca siamo ai vertici, un collettivo davvero da sballo. Ma non sono questi gli unici primati che possiamo vantare. Continua a leggere…

Il tesoretto e il governo dei peggiori

Soffro di una grave forma di intolleranza e sto cercando di curarmi. Scrivere un post forse mi aiuterà. Non riesco a leggere neanche solo mezza riga o ad ascoltare mezza frase che riporti l’espressione il tesoretto quando si parla di conti pubblici italiani. Non so dunque chi l’abbia messa in giro, se una mente alienata o un dilettante del genere humor noir, dotato di particolare cattivo gusto. Nell’uno e nell’altro caso si tratta di individui che una collettività sana avrebbe ignorato, anziché fare a gara a imitarli.

In un paese che ha, emerso, un debito pubblico superiore al 105% del PIL e, sommerso, un dissesto clamoroso dei conti pensionistici (se non altro in termini di equità tra le generazioni, concetto estraneo a una cultura che sembra fondarsi sul principio “scordiamoci il futuro, arraffi chi può”), in un tale paese, dicevo, non c’è nessun “tesoretto” ma solo una voragine enorme di passività, buchi e ammanchi.

Chi parla dunque di “tesoretto” o ignora o irride (forse perché ha già molto arraffato) una realtà che è e sarà causa di sofferenza per molti italiani. E occupa pure una posizione pubblica di rilievo.

In senso lato (mi riferisco in genere al ceto dirigente che detta l’agenda del paese e crea anche buona parte del suo linguaggio) la storia del “tesoretto” mi sembra un’altra espressione di quel “governo dei peggiori”, la kakistocrazia, di cui aveva parlato Michelangelo Bovero in un suo libro di qualche anno fa.

E’ possibile, per favore, voltare pagina?

P.S.: Che una kakistocrazia di irridenti arraffoni si sia da tempo installata al potere in Italia è indubbio. Un suo variopinto e verace ritratto si può trovare nel libro La casta di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella. E’ un lavoro che ha meritatamente venduto più di mezzo milione di copie in appena due mesi, e che invito a leggere. Per cambiare in meglio.

Classifiche dei fondi: come evitare le trappole

Lunedì scorso la sezione Patrimoni&Finanza del CorrierEconomia, il supplemento settimanale del Corriere della Sera, si apriva con un articolo a tutta pagina che discorreva, in avvio di semestre, di cosa potrà fare la Borsa da qui a fine anno. Giusto per andare sul sicuro, le autrici del pezzo, Giuditta Marvelli e Francesca Monti (che non conosco e che sono istintivamente portato a ritenere brave e in ottima buona fede) si erano premurate di stilare una classifica dei “magnifici 20”, e cioè dei fondi azionari italiani “più brillanti e costanti negli ultimi 5 anni”.

A cinque manager tra i venti “campioni” avevano poi fatto sette domande: cosa farà il mercato, quale sarà il titolo migliore, quale sarà il settore migliore, etc. etc. L’articolo era un resoconto delle risposte.

In sé, questo tipo di prodotto giornalistico è molto comune nell’informazione finanziaria, e non solo in Italia. Si fanno delle classifiche di performance. Si individuano gli “esperti” che sembrano più bravi degli altri. E si chiede loro di dare indicazioni semplici e puntuali (preferibilmente numeriche, in modo che la loro “attendibilità” risulti più persuasiva).

I lettori, ahimé, sono di solito attratti da questi servizi come le mosche dal miele (mi piacerebbe essere più generoso nei loro confronti: sono i veri datori di lavoro di ogni giornalista. Ma sento il dovere di dire che purtroppo, come vedremo, la metafora di Esopo è in questa circostanza la più accurata).

Se la pagina del CorrierEconomia ha catturato la mia attenzione è stato dunque non per l’originalità o la bontà dell’idea ma per due altri motivi.

In primo luogo, spiccava la cura non comune nel compilare la classifica, che era ponderata in base alle performance a sei mesi, a un anno, a tre anni e a cinque anni (il “lungo periodo”, secondo l’articolo). Da ciò derivava l’ambizione dichiarata di mettere in evidenza i fondi non solo “più brillanti” ma anche “più costanti”.

E poi mi ha colpito il ventaglio molto ristretto delle previsioni dei cinque “campioni” prescelti, schierati “a testuggine”, come un sol uomo.

Il guadagno atteso a fine anno per il Mibtel veniva posto a +3% da Giordano Beani di BNL azioni Italia Pmi, a +7% da Alessandro Pacchiani di Oyster italian value, a +6% da Fausto Artoni di Azimut trend Italia, a +8% da Luca Mori di Capitalia small cap Italy e a +7% da Francesco Agnès di Fondersel Pmi.

Che valore informativo può avere tutto questo? In estrema sintesi, dovendo scegliere una sola parola, direi: nullo. Ma per chi abbia il piacere di analizzare un po’ le cose, le lezioni da trarre sono diverse e, forse, sorprendenti.

Vediamole, ordinate in tre parti: il valore delle previsioni, il valore delle classifiche, il valore del consenso.

Il valore delle previsioni

Ricordo bene che la prima volta che mi misi a riflettere davvero sul valore delle previsioni degli esperti fu nel 2001, quando incappai in un monumentale studio della banca centrale svedese, la Riksbank, intitolato How good is the forecasting performance of major institutions?
Lo studio analizzava 52 mila previsioni a un anno (dunque a breve termine) di 250 importanti istituzioni, relative a Pil e inflazione in 6 paesi nell’arco di un decennio (1991-2000). In breve, i risultati erano i seguenti:

a) Le previsioni erano poco accurate. L’errore medio era di 1,1 punti percentuali per il Pil e 0,6 per l’inflazione: di più per il PIL forse perché è una misura più complessa, intrinsecamente più difficile da prevedere; e di meno per l’inflazione forse perché le banche centrali hanno acquisito esperienza e autorevolezza nel guidare le aspettative degli operatori economici verso dei target prefissati, che anche per questo, almeno nello scorso decennio, non sono poi stati mancati di molto.

b) Emergeva una tendenza a comportamenti gregari che spingeva chi faceva previsioni a gravitare verso il consenso; tuttavia tra chi esibiva una sistematica tendenza a fare meglio della media era frequente la capacità di andare contro il consenso, o comunque di ignorarlo.

c) Erano le istituzioni meno note che in genere registravano i risultati migliori. Le istituzioni più importanti e più note all’opinione pubblica, come il Fondo Monetario Internazionale o l’Ocse, facevano sistematicamente peggio della media (forse perché, per il loro ruolo e le loro dimensioni, seguono procedure più complesse che portano alla pubblicazione di previsioni meno tempestive e aggiornate).

Questi risultati erano davvero interessanti, perché, dal punto di vista dell’opinione pubblica e dei media che l’informano, erano del tutto controintuitivi. Io, a essere sincero, non fui tanto sconvolto.

Nel 2001 avevo quasi dieci anni di esperienza come reporter economico-finanziario. Avevo seguito la pubblicazione di decine di importanti studi previsionali di banche centrali, governi, Ocse, FMI, etc. etc. e scritto centinaia di pezzi di analisi basati sulle stime e le valutazioni dei migliori economisti delle grandi istituzioni finanziarie.

Erano tutte fonti molto informate, perspicaci, brillanti, supportate da raffinati uffici studi e modelli macroeconomici. I risultati, in termini di accuratezza, erano mediocri e a volte fallimentari (anche se nei ragionamenti e nei modelli c’è una ricchezza enorme, che va al di là del valore delle previsioni…ma di questo, magari, parlerò un’altra volta).

Ho cominciato poi a occuparmi sempre di più di finanza e investimenti. E siccome è evidente anche a un profano che i mercati finanziari sono molto più volatili e balzani delle variabili macroeconomiche, mi sono stupito ancor meno nel verificare che se nel campo economico le previsioni erano spesso mediocri e talvolta fallimentari, nei mercati finanziari erano talvolta mediocri e molto più spesso fallimentari.

I veri guru non fanno previsioni

Col tempo ho anche imparato che, nel campo degli investimenti, i veri guru non fanno previsioni, e se proprio le fanno, non se ne servono poi molto nelle loro strategie. E per questo mi piace la citazione di Lao Tzu (nell’immagine in alto), che ho già riportato su questo blog:

“Quelli che hanno la conoscenza non fanno previsioni. Quelli che fanno previsioni non hanno la conoscenza.”
E’ uno scampolo di saggezza antica che resta più che mai attuale.

Per dimostrare quanto affermo, senza dilungarmi troppo, mi limiterò a un paio di brani tratti dalle lettere annuali agli investitori del più grande (e più saggio, tanto da essere soprannominato l’Oracolo di Omaha) tra gli investitori degli ultimi 40 anni, e cioè Warren Buffett.

Il primo è del 1986, pochi mesi prima del terribile crash dell’ottobre 1987.

“Occasionali epidemie di queste due contagiosissime malattie, paura e avidità, torneranno sempre a esplodere nella comunità degli investitori. La loro tempistica sarà imprevedibile. E le aberrazioni di mercato che produrranno saranno ugualmente imprevedibili, sia in termini di durata che di intensità.”

“Di conseguenza, noi (ndr: Buffett e Charlie Munger, il suo partner da una vita) non cerchiamo mai di anticipare l’arrivo o la dipartita dell’una o dell’altra malattia. Il nostro obiettivo è più modesto: ci sforziamo semplicemente di essere timorosi quando gli altri sono avidi e di essere avidi solo quando gli altri sono timorosi.”

Il secondo brano è del 1994.

“Continueremo a ignorare le previsioni politiche ed economiche, che sono una costosa distrazione per molti investitori e uomini d’affari. Trent’anni fa nessuno avrebbe potuto prevedere l’enorme espansione della guerra in Vietnam, i controlli dei prezzi e dei salari, i due shock petroliferi, le dimissioni di un presidente (ndr: Nixon), la dissoluzione dell’Unione Sovietica, il crollo del Dow di 508 punti in un giorno (ndr: il 19 ottobre del 1987), o le fluttuazioni dei rendimenti a breve dei titoli del Tesoro dal 2,8% al 17,4%.” […]

“Una serie diversa di grandi shock accadrà di sicuro anche nel corso dei prossimi 30 anni. E di nuovo non cercheremo né di prevederli né di approfittarne. Se riusciremo a identificare società simili a quelle che abbiamo acquistato in passato, le sorprese esterne avranno effetti di poco conto sui nostri risultati di lungo periodo.”

Potrei fare una sfilza di altri esempi. Ma Warren Buffett dovrebbe bastare. I veri guru non fanno affidamento sulla illusoria capacità di prevedere dove andrà il mercato nei prossimi mesi o nel prossimo anno.

Il problema dell’induzione

Chi lo sa cosa potrà accadere, e come centinaia di milioni di investitori potranno reagire a quello che accadrà? Non lo sappiamo e nessuno lo può sapere (neanche i “campioni” della classifica di CorrierEconomia). E per costruire delle strategie intelligenti ed efficaci (come quella di Buffett) è indispensabile avere ben presenti i limiti della nostra conoscenza. Quello che non sappiamo, se ignorato, diventa molto più importante di quello che sappiamo.

Generalizzando, abbiamo qui a che fare con il problema dell’induzione, ovvero, nella spassosa trattazione che ne fa Nassim Nicholas Taleb nel suo The Black Swan, il “problema del tacchino induttivista”, che vorrei qui appena accennare.

Seguiamo il racconto di Taleb (che riprende i ragionamenti del filosofo Bertrand Russell) e immaginiamo un tacchino che viene ben nutrito giorno dopo giorno. Ogni nuova razione di cibo rafforzerà il suo convincimento che una delle regole generali dell’esistenza è di essere sfamato ogni giorno da un amichevole membro della razza umana, attento agli interessi del pennuto.

Ma il mercoledì pomeriggio prima della festa del Ringraziamento (il Thanksgiving, in cui è tradizione che ogni famiglia americana mangi il tacchino) qualcosa di inatteso accade. L’animale, mentre viene spennato, è costretto a rivedere le sue convinzioni.

Il valore delle classifiche

Va bene, dirà a questo punto qualcuno. Lasciamo perdere l’aspetto puntuale delle previsioni degli “esperti.” Ma l’articolo di CorrierEconomia ci fa capire altre due cose utili, e cioè a) quali sono i fondi migliori su cui puntare; e b) che un campione di gestori di questi fondi è unanime nel valutare con moderato ottimismo le prospettive del mercato azionario per il resto dell’anno (il 6-7% atteso nel 2007 è un po’ inferiore a quel 10% che è stato il rendimento annuo delle azioni nell’ultimo secolo).

Vediamo il primo di questi punti, e cioè il valore della classifica. Ho detto all’inizio che la meticolosità con cui la tabella di CorrierEconomia era compilata è stato uno dei due aspetti che hanno attirato la mia attenzione. Peccato che lo sforzo delle colleghe Marvelli e Monti, di per sé meritevole, sia andato in una direzione inutile, anzi dannosa.

Cinque anni, per valutare l’andamento del mercato azionario o la performance di un fondo, non sono il lungo periodo. Tanto più che i cinque anni qui considerati coincidono, quasi in toto, con il bull market iniziato in America nell’autunno del 2002 e in Europa nel marzo del 2003.

E’ stata una fase di mercato caratterizzata dalla persistenza non solo del trend rialzista delle borse di tutto il mondo, ma anche di altri tratti specifici come la sovraperformance dei mercati emergenti, delle small cap e dei titoli value.

Alcuni stili e settori, cioè, hanno fatto costantemente da leader, proprio come i titoli tecnologici, dei media e delle telecomunicazioni (TMT) avevano fatto da lepri (e che lepri!) nel bull market della seconda metà degli anni ’90.

Sappiamo poi com’è finita per quella massa di ingenui investitori (o tacchini induttivisti) che si sono buttati a capofitto ad acquistare titoli e fondi TMT tra il 1999 e il 2000. Le luminose stelle di una fase di mercato si sono trasformate nelle cadenti meteore della fase successiva (il bear market del 2000-2002).

La regressione verso la media

In tutto questo c’è una logica e ci sono delle costanti, che però non possono essere percepite se si pensa che il lungo periodo sia fatto di 5 brevissimi anni. Le epidemie di paura e di euforia, di cui parla Buffett, non riguardano solo i mercati finanziari nel loro complesso, ma anche singoli settori e stili del mercato.

Riflettono fluttuazioni della psicologia degli investitori e comportamenti gregari che si vanno a sovrapporre ai cicli dell’economia reale e che, nel lungo periodo, finiscono per essere governati (forse, ma non complichiamo troppo il discorso…) da una legge, comune a tanti fenomeni naturali e scoperta nel 1886 da Francis Galton: la regressione verso la media.

E’ proprio puntando su questo principio che il bravo investitore, come Buffett, cerca di essere euforico quando gli altri sono timorosi e timoroso quando gli altri sono euforici, oppure va a caccia di titoli interessanti tra quelli che sono ignorati dai più nei settori meno in voga, diffidando invece dei nomi sulla bocca di tutti, che popolano le pagine dei giornali.

Sono andato a controllare la classifica dei 20 campioni di CorrierEconomia, “i fondi azionari Italia più brillanti e costanti negli ultimi cinque anni”, sospettando che avrei trovato una selezione di specialisti dei titoli a piccola e media capitalizzazione e dello stile value (i settori di moda nell’ultimo quinquennio).

Cosa ho verificato, dopo una rapida ricerca su Morningstar? Che ai primi 9 posti ci sono solo specialisti delle mid e small cap.

Al decimo posto c’è il primo fondo classificato da Morningstar nella categoria large cap, e cioè Azimut trend Italia, che è anche il solo assieme a Schroder Italian equity (14° nella classifica di CorrierEconomia) ad avere la distinzione di battere – seppur di poco – il mercato in un orizzonte a 5 anni non essendo uno specialista dei titoli a piccola e media capitalizzazione.

I pochi altri fondi che investono in blue chip sono in coda alla classifica di CorrierEconomia, e, nonostante la qualifica di “campioni”, sono accomunati dalla caratteristica di avere performato peggio del mercato italiano sia a tre che a cinque anni.

Ultima annotazione: nella classifica non c’è nessun specialista dello stile growth.

Quali conclusioni si possono trarre da questa semplice analisi? La prima e più importante è che l’investitore accorto dovrebbe evitare come la peste le interpretazioni semplicistiche di graduatorie come quella di CorrierEconomia.

La strategia contrarian

Proprio perché i titoli a piccola capitalizzazione hanno performato così bene negli ultimi anni, è in questo settore del mercato che sono concentrati i peggiori eccessi di sopravvalutazione. Chi punti oggi sulle small cap otterrà probabilmente risultati molto deludenti nei prossimi anni.

Il fatto, d’altra parte, che ai vertici della classifica di CorrierEconomia ci siano pochi fondi che investono in blue chip e nessuno che investe nello stile growth ci dice che lì probabilmente vanno cercati i “campioni” della prossima fase di mercato, i leader del prossimo futuro.

C’è qualcosa di nuovo e sconvolgente in questa lettura controintuitiva e contrarian dell’articolo di CorrierEconomia?

Non per chi abbia letto un testo classico, che ha teorizzato forse meglio di ogni altro i benefici dell’”andare contro la folla”, come Contrarian Investment Strategies di David Dreman; o per chi abbia gustato un altro eccellente libro, Navigate the noise, investing in the new age of media and hype, di Richard Bernstein, che insegna con maestria a difendersi dal “rumore” così spesso diffuso, in campo finanziario, dai mezzi di comunicazione di massa (lettura obbligatoria, quest’ultima, per un giornalista finanziario che non si accontenti di fare, spesso senza saperlo, il venditore di fumo).

Cosa dice Dreman? Tra le 40 regole in cui sintetizza gli aspetti salienti del suo studio, la regola 23 afferma:

“Non farti influenzare dalla performance di breve periodo di un money manager, broker, analista, o consulente, a prescindere da quanto impressionante possa essere”.

Il motivo? Spesso chi eccelle per periodi che possono anche estendersi per degli anni ci riesce perché “gioca aggressivamente” a cavalcare i trend più in voga. Tipicamente, questo tipo di performance non viene sostenuta nel tempo e finisce anzi in colossali passi falsi.

La stessa regola viene confermata empiricamente nel lavoro di Bernstein, oggi chief US strategist di Merrill Lynch e al momento della pubblicazione del suo libro (2001) chief quantitative strategist della stessa banca d’investimenti.

Bernstein analizza 40 stili d’investimento nel periodo dal 1987 al 1999 e si chiede quali siano i risultati nel triennio successivo di quegli stili di investimento che sovraperformano o sottoperformano il mercato nel triennio precedente. Si conferma la legge della regressione verso la media, per cui la maggioranza di chi sovraperforma in un periodo finisce per sottoperformare nel periodo successivo, e viceversa.

Le tabelle di performance, ingenuamente pubblicate da molti media, e spesso ancor più ingenuamente interpretate dai lettori, finiscono per spingere molti piccoli investitori ad acquistare i “campioni” del passato quando sono a fine corsa e si accingono a diventare – non tanto per demerito dei singoli gestori quanto per la specializzazione dei fondi e le rotazioni settoriali del mercato – i “brocchi” del prossimo futuro.

Il valore del consenso

Concludo con qualche considerazione su come si possa interpretare il consenso molto asfittico dei cinque money manager intervistati da CorrierEconomia.

Calcola Crestmont research di Ed Easterling che, nei 106 anni dal 1901, l’indice Dow Jones ha oscillato tra -16% e +16% nel 50% dei casi, mentre nel rimanente 50% ha avuto ritorni annuali superiori a +16% o inferiori a -16%. Oppure, applicando una diversa griglia, solo nel 31% dei casi (meno di un anno ogni tre) la performance è caduta nella forchetta tra -10% e +10%. Nel 48% degli anni (quasi uno ogni due) ha superato il +10% mentre nel 21% dei casi (poco più di un anno ogni cinque) è stata inferiore a -10%.

La volatilità delle Borse è dunque elevata e spesso molto lontana dal rendimento medio di lungo periodo (+10%). Che i nostri cinque gestori prevedano ritorni per il Mibtel del +3%, +6%, +7%, +7% e +8% appare dunque anomalo e sospetto, ed è questo, come dicevo, il secondo elemento che ha attirato la mia attenzione sul paginone di CorrierEconomia.

Cinque previsioni sono troppo poche per sapere se siano in qualche modo rappresentative del consenso di mercato. Ne possiamo aggiungere altre, di prima qualità, tratte dal numero di Barron’s del 18 giugno.

Come ogni semestre, Barron’s ha sondato, in un lungo e dettagliato report (il cui valore sta nelle analisi e non nelle previsioni), le opinioni del suo panel di esperti, composto da 12 famosi investitori: Bill Gross, Mario Gabelli, Meryl Witmer, Fred Hickey, Art Samberg, Felix Zulauf, Archie MacAllaster, Scott Black, John Neff, Marc Faber, Oscar Schafer e Abby Joseph Cohen.

Il responso? Alcuni non hanno indicato stime per l’S&P 500 nell’anno in corso. Ma tra chi l’ha fatto, Gabelli ha detto +5%, Hickey ha detto di aspettarsi un crollo, Samberg ha indicato +10%, Zulauf ha previsto “un decente rialzo”, Black +7%, Neff +8%, Faber -10%, Schafer “non molto per il resto dell’anno” e dunque un risultato finale attorno a +5/10%, Cohen +13%.

Su nove previsioni, due sono dunque negative, una è superiore alla media, le altre sei sono raccolte nello stesso ristretto ventaglio dei cinque gestori di CorrierEconomia.

La mancanza di diversità è una patologia da temere

Non c’è unanimità di vedute, ma c’è meno diversità di quanto non sia normale riscontrare. Vuol dire che ci si può fidare? No, al contrario. I mercati finanziari operano come efficienti macchine di sconto quando riflettono le fisiologiche diversità di opinioni della moltitudine degli investitori.

Quando le opinioni cominciano a cristallizzarsi in un consenso sempre più ristretto (come accadde ad esempio tra il 1999 e l’inizio del 2000) è segno che bisogna stare in guardia.

Punti di vista sempre più omogenei sono un segnale di inefficienza, che precede traumatici aggiustamenti (al rialzo come al ribasso). Insomma, quando tutti prevedono le stesse cose – che proprio perché sono previste sono anche già scontate dal mercato – vuol dire che sta per accadere l’inaspettato.

Un investitore che ha trasformato in un’arte la sistematica e spesso vincente scommessa contro il convergere delle previsioni degli “esperti” è Ken Fisher, che spiega bene la sua tecnica in due articoli apparsi su Forbes nel 2000 e nel 2003.

Cosa prevede Fisher per l’anno in corso? Come mostrano i due altri articoli a cui rinvio, è molto ottimista sia a livello macroeconomico che di mercato. La sua stima è di guadagni per l’indice azionario mondiale tra il 10% e il 40%.

Dubito che questo accadrà. Ma ho finito per parlare forse troppo di previsioni. La mia opinione resta, con Buffett, che gli investitori migliori non fanno affidamento sulle previsioni da un anno all’altro per investire bene.

Se uno però vuole proprio togliersi lo sfizio, senza per questo farvi dipendere la sua strategia di portafoglio, meglio, molto meglio utilizzare la tecnica di Fisher: quello che è previsto da molti è improbabile che accada perché è già stato scontato dal mercato.

Avevo detto in avvio che, in estrema sintesi, l’articolo di CorrierEconomia andava considerato inutile.

Ma con un po’ di analisi è stato possibile estrarne un paio di utili lezioni “contrarie”: diffidare del consenso degli “esperti” e, soprattutto, tenere bene a mente che le classifiche di performance di breve termine, che riflettono al massimo una fase di mercato senza coprire neppure un ciclo completo, sono delle trappole. Esaltano quei vincitori di ieri che finiranno spesso per essere i perdenti di domani.

Spero che Giordano Beani, Alessandro Pacchiani, Fausto Artoni, Luca Mori e Francesco Agnès, se dovessero mai leggere questo articolo, non se ne abbiano a male. Io non so se siano dei bravi investitori, degli investitori baciati dalla sorte o un misto delle due cose.

Ho solo voluto dire che l’articolo e i dati pubblicati da CorrierEconomia non consentono di saperlo. Ed essere consapevoli di quello che non sappiamo è importante. Ci aiuta a evitare gli errori più gravi.

Eureka! Ho una proposta di riforma elettorale

Stamani, mentre ero in bagno seduto sulla tazza, ho avuto un’idea. Stringevo tra le mani il libro di Massimo Salvadori, Italia divisa, la coscienza tormentata di una nazione. Ne fissavo la copertina, che riproduce, oltre al titolo travagliato ma stimolante, un dipinto di Felice Casorati: Donne chine sulle carte da gioco. Senza capire il perché (anche se ora mi è chiaro) ho cominciato a pensare al dibattito sulla riforma della legge elettorale, che impegna, da 15 anni e con risultati mostruosi, il tempo prezioso dei nostri politici. Ho pensato che non ci possiamo più permettere di buttare via così gli anni e i decenni, cercando risposte improbabili a problemi che il resto del mondo non considera più tali perché le soluzioni sono state trovate da tempo. Mi è venuto allora in mente (senza che lì per lì il nesso mi fosse evidente, anche se ora lo è) di fare una proposta attraverso il mio blog.

Eccola. Si prendano le tre o quattro leggi elettorali che funzionano bene nel mondo civile e che sono in qualche modo compatibili con quel che resta della nostra Costituzione. Le si copi tali quali, redigendo così dei progetti di legge elettorale “fotocopia” e inemendabili. Si organizzi un grande referendum popolare/lotteria di Capodanno, con biglietti abbinati a ognuno dei tre o quattro progetti di legge.

Agli italiani immagino che piacerà l’idea di affidare il destino del paese alla buona sorte più che alla loro scelta, o, peggio, a quella dei politici. Li allieterà inoltre la speranza di poterci guadagnare sopra. Le casse dello stato, sempre bisognose, ne beneficeranno. E sarà un modo per riavvicinare i cittadini al democratico ma logoro istituto del referendum (arricchito dall’eccitante variante della casualità)

Nella calza della Befana del 2008 troveremo una nuova legge elettorale. E questa volta funzionerà.

P.S.: l’idea forse piacerà anche a Giovanni Sartori, di cui ho cominciato a sfogliare, con grande godimento, la nuova edizione aggiornata del classico Democrazia, cosa è. Il capitolo undicesimo, Liberalismo democrazia e socialismo (quanto mai attuale per l’Italia) è introdotto da una citazione di un pensatore che amo molto, Bertrand Russell. Dice: “Come possiamo combinare assieme il grado di iniziativa individuale necessario al progresso con il grado di coesione sociale necessario alla sopravvivenza?”. Qui da noi, penso, con lo strumento del referendum/lotteria. E non nascondo un certo orgoglio per aver trovato la risposta a una domanda di un genio come Russell.

P.S. 2: qualche critico pignolo dirà che non è del tutto chiaro come funzioni, in pratica, il meccanismo del referendum/lotteria. La risposta è: non importa. Quel che conta è che si combinino assieme tre ingredienti: scelta individuale (anche soltanto di partecipare comprando i biglietti); casualità del risultato; incentivo (possibilmente irrazionale, com’è l’attesa improbabile di guadagnare in una lotteria, ignorando la certezza della perdita).

P.S. 3: sono uscito dal bagno con la piacevole sensazione di avere un corpo sano e una mente sana, capace di generare, al primo stimolo, idee utili alla collettività. La giornata è cominciata bene.

Internet, i media e l’imprevedibile futuro III

Eccomi alla terza e ultima parte di questa mia estemporanea riflessione su Internet e il futuro dei media. Chiudevo la seconda parte citando le conclusioni del libro di Vittorio Sabadin, L’ultima copia del New York Times. Le definivo minimaliste e riduttive a dispetto di un lavoro che presenta un ventaglio ricco e interessante di problemi e possibili soluzioni.

Tra gli aspetti della rivoluzione digitale che Sabadin tratta, o a volte solo lambisce, questi sono per me i più centrali: la caduta delle barriere (tra i media, tra produttori e consumatori, tra professionisti dell’informazione e semplici cittadini) e l’emergere tumultuoso del cosiddetto user-generated content (UGC): wikis, social networks, comunità e scambi informativi che si auto-organizzano dal basso (online communities).

Visioni contrastanti di Internet

Ripeto, sono punti che Sabadin tocca ma dove spesso, a mio avviso, finisce inconsapevolmente per contraddirsi.

A volte emergono dal suo libro sprazzi di una visione ampia delle potenzialità di Internet, come quando scrive che “saranno i singoli individui a dominare il mondo dell’informazione”, o parla dei blog come campioni di credibilità e autorevolezza, destinati in questo a superare già nell’immediato futuro i media tradizionali.

Ma altre volte la sua visione è sorprendentemente ristretta. Scrive, ad esempio, che sempre più persone trovano in Internet un modo “più economico, rapido e divertente” di informarsi.

Solo questo? Sembra all’improvviso ignorare che la Rete è arrivata a noi tutti dall’ambito scientifico, uscita dai laboratori del CERN di Ginevra. Internet è anche profonda, vasta, ricca e molteplice. “Divertente” sì, ma più nel senso della intelligente originalità che dello svago frettoloso e un po’ cheap.

L’idea della rapidità e dell’essenzialità (che rischia di essere superficiale) rispunta spesso nei pensieri di Sabadin. Scrive infatti: “Sul web il linguaggio deve essere molto più stringato, poiché nessuno legge lunghi articoli al computer.”

Oppure, in risposta alle osservazioni di Steve Outing, “il futurologo più ascoltato del mondo dei media”, il quale sostiene che le redini dei giornali dovrebbero essere date in mano ai giornalisti dell’online dato che “gli staff dirigenti delle edizioni su carta non sanno e forse non possono comprendere le entità dei cambiamenti” necessari, Sabadin osserva: “Non è facile mettere insieme uno sprinter (ndr: l’online) e un maratoneta e pretendere che se la cavino bene ognuno nella specialità dell’altro, o anche solo che riescano a capirsi”.

Ma questo abbacinamento, questa sbandata per la velocità di Internet è fuorviante. Io, per esempio, ho trovato nella Rete soprattutto un modo di informarmi (e formarmi, e comunicare) più esteso, polifonico, profondo, stimolante.

Non esistono solo i brevi filmati, le notizie scarne o le chat dove passano centinaia di messaggi al minuto e le persone riescono a mala pena a chiedersi ripetitivamente: “che fai?”, “quanti anni hai?”, “da dove chatti?”

C’è anche la ricerca dell’Università di Harvard, disponibile al pubblico, o, per me che mi occupo di finanza, blog come quelli di Nouriel Roubini e di Barry Ritholtz, ricchi in partenza ma trasformati in vibranti comunità intellettuali dai contributi di una schiera partecipe e perspicace di lettori; o ancora il sito dell’Economist, dove per poco più di un dollaro alla settimana si può accedere a un universo di informazioni (comprensivo di 10 anni di archivio) che è incommensurabilmente più ricco di quanto non si possa leggere, per un euro al giorno, su un qualsiasi giornale stampato.

L’informazione unidirezionale e dall’alto è in agonia

Le obiezioni di Sabadin mi sembrano le foglie di fico di chi, istintivamente e comprensibilmente, non può cedere su tutta la linea e riconoscere che, da qualsiasi parte si vogliano vedere le cose, Internet ha potenzialità troppo superiori al vecchio giornale di carta.

Nessuno legge lunghi articoli al computer”? Io li leggo, e non vedo dove sia il problema, se non nella disponibilità di un computer e nell’abitudine.

E comunque, una delle ragioni per cui a me risulta sempre più difficile leggere i giornali di carta, di qualsiasi lunghezza, persino i free press distribuiti alle stazioni della metropolitana, è che da Internet io stampo pile di testi (di cui spesso archivio una copia digitale), che accumulo e porto con me in borsa dovunque vado e la cui lettura resta sempre un piacere incompiuto perché supera le mie limitate disponibilità di tempo.

La consuetudine con Internet, in verità, ha prodotto un profondo cambiamento delle mie abitudini e delle mie letture. Le ha rese più libere, più personali, più connesse, più profonde, in una parola più mie.

E’ proprio quello che scrive Preta quando parla della personal media revolution, e che già richiamavo nella prima parte di questa riflessione.

“L’utente Internet ha abbandonato il tradizionale modello di consumo di informazione e intrattenimento: i consumatori oggi ricavano le proprie idee, desideri, interessi e prodotti da un’amplissima gamma di fonti di informazione. Il loro comportamento non è più lineare, ma segue un percorso personale, nel momento e sul mezzo che essi ritengono appropriato. […] I media personali permettono a chiunque di scegliere o creare la propria comunità, secondo un modello di comunicazione non lineare per eccellenza.”

Prima (o, meglio, nel secolo scorso), quando passavo più tempo a leggere i giornali o a guardare la TV, mi trovavo spesso a chiedermi, a posteriori: “Ma perché ho letto questo articolo? Perché ho guardato questo programma o questo servizio di telegiornale?” “Che me ne importa?” Ora no. Se qualcosa mi lascia indifferente, passo rapidamente oltre. E i miei interessi si sono affinati assieme alla mia capacità di essere attivo e di esplorare la Rete.

Praticamente ogni giorno raccolgo il mio giornale personale: testi, foto, filmati, pensieri che sono la storia dal mio punto di vista. Li archivio nel mio hard disk portatile: centinaia di giga di memoria in una scatolina grande quanto un pacchetto di sigarette, facile da trasportare, facile da cercare e da utilizzare. Mi sento una cellula neurale in una rete infinitamente più vasta di me, ma una cellula pulsante. Ed è una bella sensazione.

Per questo mi è parso davvero infelice il commento che Sabadin fa dopo aver citato l’esempio del Ventura County Star, un piccolo quotidiano della California che permette ai suoi lettori di partecipare alle riunioni di redazione in cui vengono decise le notizie da pubblicare.

Dice Sabadin:

Se un metodo simile fosse adottato in Italia, probabilmente i lettori ci direbbero che non ne possono più di dover leggere ogni giorno pagine e pagine sul portavoce di Silvio Berlusconi che replica a Pier Ferdinando Casini o a Fausto Bertinotti e chiederebbero di affrontare temi più legati alla loro vita quotidiana: l’educazione dei figli, la salute, l’economia domestica, il tempo libero, le nuove tecnologie.”

“Tutti i direttori lo sanno, ma sono anche giustamente convinti di avere un ruolo di tipo etico nella società e, come i professori a scuola, sono spesso costretti a parlare agli allievi di cose che sembrano noiose o inutili, ma la cui importanza sarà più chiara in futuro.”

I lettori, penso, andranno altrove e si rifiuteranno di essere trattati perennemente come degli alunni un po’ sciocchi e immaturi, cui deve essere spiegato quanto importanti sono le diatribe e i conciliaboli tra il palafreniere di Silvio e i sempre loquaci Pierferdinando e Fausto.

Dematerializzazione e disintermediazione dei media

Qui c’è l’altro aspetto cruciale, a mio avviso, della rivoluzione di Internet. Non solo l’individuo acquisisce il controllo sui contenuti dematerializzati dei media. Ma si auto-organizza in comunità che nascono dal basso e che diventano oltre che luoghi di socialità e realizzazione personale anche produttori essi stessi di contenuti, in un processo di disintermediazione dei media.

Nasce così quella creative industry, che, come ricorda Preta, è stata anche chiamata, con un efficace paradosso, industria dei “media senza media.”

Nel campo giornalistico, lo stesso Sabadin cita due esempi interessanti, sorti, non a caso, fuori dall’alveo tradizionale.

“I giornali sono ancora restii a utilizzare il contributo dei cittadini, ma c’è chi li sta battendo in velocità e lo fa con successo. Due siti sono diventati catalizzatori del citizen journalism e non appartengono a gruppi editoriali. Yahoo! ha lanciato YouWitnessNews, un portale, e poi c’è NowPublic.com, che ha arruolato 60.000 cittadini reporter in 140 città del mondo.”

Nel campo del sapere, c’è lo straordinario caso di Wikipedia, l’enciclopedia online nata nel 2001 per iniziativa di Jimmy Wales (nella foto in alto), un giovane e visionario analista finanziario e trader dell’Alabama che ha così spiegato il suo progetto:

“Immaginate un mondo in cui ogni singolo individuo abbia la possibilità di avere libero accesso alla somma di tutta la conoscenza umana. Questo è quello che stiamo facendo.”

Interamente realizzata da volontari, senza fini di lucro, l’enciclopedia conta oggi oltre 7 milioni di articoli in 200 lingue e, secondo Alexa, è al nono posto tra i siti Internet più visitati al mondo.

Ma l’aspetto ancora più straordinario è un altro. Wales, agli inizi del suo progetto, era terrorizzato per i rischi di vandalismo, visto che chiunque può accedere all’enciclopedia, emendandola o aggiungendo nuove voci. Ma i problemi, a 6 anni dall’avvio, si sono rivelati molto meno minacciosi del temuto.

Uno studio dell’IBM è arrivato a determinare che le informazioni false, su Wikipedia, hanno una vita media di soli cinque minuti.

Come spiega Sabadin, “Il filtro della gente comune si presta a qualche inconveniente, ma alla lunga risulta […] più affidabile di quello dei professionisti. […] L’enciclopedia online dimostra che nel mondo ci sono migliaia di persone disposte a contribuire volontariamente e con serietà a un progetto comune utilizzando la propria esperienza e le proprie conoscenza. Le informazioni inesatte, inserite per incompetenza o per vandalismo, vengono regolarmente corrette da utenti responsabili, che sono la grande maggioranza […].”

L’informazione e la comunicazione del futuro

Penso che wikis, blogs, social networks, online communities e, in genere, tutte le forme personali, creative e partecipative di utilizzo di Internet continueranno a fiorire.

Mi è capitata sottomano in questi giorni una ricerca di Bear Stearns, dove si dice che lo user-generated content conta già per il 13% del traffico di Internet ed è in continua crescita. Non solo. E’ la categoria di contenuti più popolare tra gli utenti giovani (18-34 anni), e la seconda più popolare tra la totalità dei navigatori della Rete.

Se le due direzioni principali della rivoluzione in corso sono il trasferimento di poteri dai produttori/distributori(le aziende editoriali)ai consumatori finali (gli individui) e la maggiore centralità dei contenuti rispetto ai contenitori, è evidente – come ho cercato di dire fin qui – che per gli individui c’è tutto da guadagnare. Avranno contenuti più ricchi, di maggiore qualità, a prezzi più bassi, e in più la possibilità di diventare essi stessi produttori/distributori nei campi più diversi.

Per le aziende editoriali si preparano tempi duri, come peraltro penso sia loro evidente se interpreto bene il rifiuto, qui in Italia, persino di sedersi al tavolo della trattativa per il rinnovo del contratto nazionale dei giornalisti, scaduto da oltre due anni.

Ogni giorno che passa spuntano nuove minacce all’orizzonte, dai punti più strani del pianeta. Il processo di convergenza, già ben avviato, e quello di disintermediazione, allo stato nascente, produrranno una deflagrazione degli assetti oggi esistenti (come è già evidente in America).

Molte aziende scompariranno, altre saranno costrette a fondersi e reinventarsi. Cadranno le barriere nazionali. Cadranno le barriere tra i vari media. Sarà logorata, almeno in una certa misura, la nozione stessa di media.

Ci sarà chi invocherà l’aiuto dei difensori pubblici del passato, chi cercherà scampo nei baluardi dell’informazione locale o dell’informazione free press rivolta prevalentemente alle vittime del digital divide – gli esclusi, spesso anziani, della rivoluzione digitale – ma sarà solo un prendere tempo.

Alla ribalta muoveranno nuovi, originali produttori di contenuti. I produttori migliori andranno per la loro strada, individualmente, a gruppi, in progetti partecipativi. Tutto sarà possibile in una enorme flessibilità che vedrà forse emergere pochi protagonisti globali e molti specialisti in un campo dell’informazione e della comunicazione che sarà sempre più esteso, ma anche sempre più variegato e popolato di concorrenti.

E cosa succederà ai professionisti dell’informazione? Se l’individuo e i contenuti sono le due stelle polari, penso che ogni giornalista dovrà fare affidamento su di sé e sulla capacità di generare contenuti di qualità, che incontrino l’interesse di un pubblico. Nulla di nuovo, in fondo.

Un bagno di flessibilità e il Meccano da smontare

Ma sarà una ricerca dove i giornalisti si muoveranno in un universo più fluido e più vasto, con le spalle spesso meno coperte da “appartenenze istituzionali”, in maggiore concorrenza tra di loro e con comunicatori non professionali, e a caccia di un pubblico che sarà più vario, mutevole ed esigente, perché meglio in grado di valutare l’effettiva qualità del prodotto giornalistico.

Rispetto alle abitudini che molti giornalisti hanno acquisito in Italia, ci sarà da fare un bagno di flessibilità. E penso che sarà salutare.

Vale anche per l’industria editoriale e per i giornalisti (senza contratto nazionale da 857 giorni, ricorda la Federazione Nazionale della Stampa Italiana, e che contratto! 116 pagine in formato PDF, pari a 1,8 mega scaricabili con un attimo di pazienza se si ha la banda larga…) vale, dicevo, quello che Francesco Giavazzi scrive nell’introduzione del suo libro Lobby d’Italia:

“Questo nostro Paese assomiglia a un bellissimo Meccano. Purtroppo è montato male. Ci sono qua e là negli ingranaggi dei sassi che ne bloccano i movimenti; il risultato è che il Meccano brilla ma non si muove e se cerchi di spingerlo si capovolge. Non c’è altro da fare che smontarlo, e poi rimontarlo pezzo per pezzo.”

E così ho finito. Mi sono tolto un peso di dosso (o qualche sasso dagli ingranaggi). E di questi temi, in un blog che in fondo è dedicato ad altro, non parlerò più per diverso tempo.

Internet, i media e l’imprevedibile futuro II

Scrivevo nella prima parte di questa riflessione sui media e il giornalismo nella nuova era digitale che siamo in presenza di una di quelle trasformazioni tecnologiche – l’aggettivo di solito usato è disruptive – che segnano improvvise cesure nella storia. Il futuro sarà diverso da come ce lo aspettiamo. L’iPhone di Apple, che citavo, è solo un esempio. Rivela che in periodi di discontinuità fa premio la creatività, la capacità di rischiare (e intendo, con questo, la capacità di assumere e gestire il rischio: rischiare per il puro gusto di rischiare è una follia). Forse annuncia anche che le pressioni competitive, nella convergenza tra telecomunicazioni, media e computer, sono tali per cui i cambiamenti finiranno per accadere a un ritmo più convulso di quanto ci ostiniamo a pensare.

Mi richiamavo al bel libro di Augusto Preta, Economia dei contenuti. Ci dice qual è il senso della rivoluzione in corso. Si va verso la flessibilità, la differenziazione, la personalizzazione, la dematerializzazione, la liberazione dei contenuti dai contenitori, e, probabilmente, la nascita di un’industria dei contenuti al posto di un’industria dei media.

La rivoluzione digitale e il bello della differenza

Questo è quanto appare oggi. Ma non ci dice ancora come sarà il domani, quali ne saranno gli attori. Il mondo ha già sperimentato un lungo periodo di tumultuosa ed entusiasmante innovazione tecnologica accompagnata alla poderosa globalizzazione dei mercati. Finì in due guerre mondiali, un esito non previsto dai protagonisti della Belle Epoque.

Questa volta, dobbiamo sperare, andrà diversamente. Non ci possiamo permettere altri conflitti. Lo diceva già Albert Einstein: “Io non so con quali armi sarà combattuta la Terza Guerra Mondiale, ma so che la Quarta sarà combattuta con pietre e bastoni.”

Forse la chiave di tutto starà nel pieno riconoscimento di uno degli aspetti per me più fondamentali dei processi in corso, e nella comprensione delle sue potenzialità: ci muoviamo verso la differenza e la differenza ci può rendere migliori.

Un libro straordinario, a questo proposito, è The difference dell’economista Scott Page (spero che qualcuno lo traduca e lo divulghi presto in italiano, ne abbiamo bisogno per liberarci di assortiti e primitivi integralismi, settarismi, leghismi).

Dimostra, tra l’altro, che nella soluzione dei problemi conta di più la diversità dei punti di vista che l’eccellenza dei singoli. E si apre con una suggestiva citazione di Herbert Spencer:

“Dalle prime rintracciabili mutazioni cosmiche fino ai più recenti risultati della civilizzazionetroveremo che la trasformazione dell’omogeneo nell’eterogeneo è ciò in cui consiste il progresso”.

Vecchi e nuovi media: le rivoluzioni creano e distruggono

Nel mio post precedente finivo per chiedermi come stanno reagendo i media tradizionali al cambiamento. Con difficoltà, mi veniva da pensare guardando alle classifiche di Alexa sui siti Internet più visitati in Italia.

Ma all’estero le cose non vanno diversamente. Limitando un rapido esame ai paesi del G7 più la Spagna risulta che solo la BBC in Gran Bretagna (sesta), Spiegel in Germania (settimo) ed El Mundo in Spagna (ottavo) riescono a classificarsi nella Top 10 dei siti più visti.

C’è un’interessante divaricazione tra un “modello” anglosassone, dove i media più seguiti su Internet sono le TV e un “modello” europeo continentale, dove il ruolo guida spetta invece ai giornali. Spicca la grande crisi dei media francesi, dove il primo sito è quello del quotidiano sportivo l’Equipe al 41° posto. Ma nel complesso il dato di fondo è che i media tradizionali sono relegati in seconda fila, se non peggio.

Al vertice o comunque in posizione emergente si trova una miriade di nuovi player, nati con Internet o in seno ai processi di convergenza digitale.

Si conferma una regola delle grandi rivoluzioni tecnologiche. I portabandiera del nuovo finiscono per surclassare gli eredi del vecchio, che si ritrovano frenati dai gravami di una transizione troppo complicata da gestire. Sono pochi quelli che riescono a sopravvivere. Si assiste esterrefatti al crollo o comunque al declino di aziende storiche, di grandi e venerati marchi.

Nel 1955, le prime dieci società quotate americane, in base alla capitalizzazione, erano: AT&T, Amoco, Betlehem Steel, Chevron, Dow Chemical, du Pont, Eastman Kodak, General Electric, General Motors, Gulf. A poco più di 50 anni di distanza oggi sono: Exxon Mobil, General Electric, Microsoft, AT&T, Citigroup, Bank of America, Wal-Mart, Procter & Gamble, AIG, Chevron. Nelle posizioni di rincalzo ieri c’erano International Paper, Kennecott, Usx-Marathon. Oggi ci sono Cisco, Intel, Google.

Per generazioni ci eravamo abituati ad assistere a grandi ondate di cambiamento nei vari settori dell’industria. Ma ora la rivoluzione tecnologica investe i servizi, si dilata a tutta l’economia, non risparmia nessuno e ha il suo epicentro nel triangolo della convergenza digitale, tra computer, telecomunicazioni e media.

Il nuovo visto dal vecchio: la rivoluzione digitale secondo Sabadin

Siccome gli sforzi migliori per cercare di interpretare il nuovo a partire dal vecchio sono venuti in Italia dal settore della carta stampata (dove la competizione è più accesa; il duopolio non fa certo bene a Mediaset e RAI), ho cercato di capirne di più andando a leggere un libro apparso di recente, coronato da un meritato successo, e scritto da una figura in vista tra quanti hanno fatto i giornali in Italia nell’ultimo ventennio: si tratta de L’ultima copia del New York Times di Vittorio Sabadin, dal 1986 caporedattore centrale e poi vicedirettore de La Stampa.

Non conosco Sabadin e ho letto il libro senza prevenzioni e con interesse. E’ pieno di storie gustose e di confronti con realtà internazionali. Si capisce che è scritto da uno che è da anni in prima linea nel cercare di rinnovare la carta stampata in Italia. E si sforza di farlo con equilibrio. Sabadin esprime pochi giudizi. Presenta invece una sfilza di problemi e di tentativi di soluzione, tra loro anche molto diversi.

Il titolo del libro nasce da una recente dichiarazione dell’editore del New York Times, Arthur Sulzberger jr. (nella foto in alto), secondo il quale entro 5 anni il giornale cesserà di essere stampato e venduto in edicola per continuare ad esistere solo sul web (dove già oggi ha più lettori).

Viene dato spazio anche a pareri targati come “brutali” dall’autore, su tutti quello di Warren Buffett: “Se c’è una novità, è che il declino sta accelerando. I lettori di giornali stanno andando verso il cimitero, e i non lettori stanno appena uscendo dal college.”

Ma le conclusioni di Sabadin sono più possibiliste e all’insegna della fiducia: “Può darsi che i giornali su carta scompaiano. Ma il buon giornalismo sarà sempre un bisogno fondamentale di ogni società democratica e civile, e troverà il modo di adattarsi e di sopravvivere.”

La mia critica, per amore della differenza

Concordo. Ma per amore della “differenza”, intesa alla Scott Page, vorrei concentrarmi sui punti che hanno sollecitato il mio spirito critico, dove il libro di Sabadin mi è parso più radicato nel vecchio che sensibile al nuovo.

Il passaggio chiave è forse proprio la pagina conclusiva, in cui Sabadin raccoglie quelle che suonano come le sue raccomandazioni essenziali perché giornali e giornalisti riescano a transitare con successo nel futuro.

“I giornali hanno davanti a loro ancora pochi anni per prepararsi a gestire il cambiamento più rivoluzionario ed epocale che abbia riguardato il mondo dei media. Dovranno inventarsi nuove organizzazioni del lavoro che sostituiscano le vecchie e obsolete strutture redazionali, adeguandole alle nuove necessità e ai mutamenti delle abitudini dei lettori, utilizzando tutti gli strumenti a disposizione per combattere i nuovi nemici tecnologici sul loro stesso terreno.”

“I mutamenti nell’organizzazione del lavoro che attendono i giornalisti hanno l’aspetto di un incubo, ma sono l’unica via di salvezza per tutti. Dovranno lavorare in redazioni multimediali, impadronirsi del linguaggio del web, imparare in molti casi a usare telecamere e macchine fotografiche digitali, preparare articoli più lunghi per l’edizione stampata e più brevi per quella online, inseguire i mercati di nicchia, apparire in video e confezionare contemporaneamente giornali su carta che abbiano un forte impatto emotivo e coinvolgente senza rinunciare alla qualità e all’approfondimento. E, cosa ancora più dura da accettare, dovranno probabilmente farlo per più o meno lo stesso stipendio che ricevono adesso.”

Posso dirlo? Mi è sembrata una conclusione riduttiva, minimalista. Organizzazione del lavoro, multimedialità, mercati di nicchia? E’ possibile che le sfide epocali siano tutte qui? E poi quel riferimento, un po’ troppo luddista, ai “nuovi nemici tecnologici” e all’”incubo” dei mutamenti alle porte!

Il futuro di Sabadin è già passato

A strapparmi un sorriso è stato il fatto che la visione del futuro, tratteggiata da Sabadin, è un ritratto preciso di quanto io, assieme a svariate centinaia di colleghi, facevo alla Bridge News 10 anni fa. E’ il mio passato, non penso possa essere anche il futuro.

Bridge fu una luminosa meteora degli anni ’90. Creata attraverso una serie di acquisizioni e fusioni da Welsh, Carson, Anderson & Stowe, uno dei maggiori gruppi di venture capital americani, divenne in breve il primo information provider nel settore finanziario in America, e il secondo al mondo, dietro a Reuters.

Deflagrò nello scoppio della bolla azionaria e nella recessione del 2001 non per la mancanza di qualità dei suoi prodotti, che erano anzi di assoluta eccellenza (e finirono in gran parte in mano a Reuters, oggi a sua volta in via di acquisizione da parte della multinazionale canadese Thomson), ma per le inadeguatezze della gestione amministrativa e la voracità della proprietà.

Bridge News, il ramo giornalistico, era la derivazione diretta di un’altra grande agenzia finanziaria precedentemente di proprietà del gruppo Knight-Ridder. Arrivò ad avere oltre 800 giornalisti in più di 60 paesi. Grazie alle innovative caratteristiche della infrastruttura IT su cui operavamo (e che faceva capo a una società del gruppo, Savvis, quotata dal 2000 al Nasdaq), e allo spirito pionieristico che caratterizzava management e staff, il nostro lavoro evolse rapidamente, già dal 1996-1997.

I giornalisti erano tutti collegati tra loro in tempo reale attraverso una rete IRC (Internet Relay Chat) che consentiva scambi di informazione istantanei e flessibili. Se accadeva qualcosa di nuovo e importante in qualsiasi parte del mondo, veniva subito aperta una “stanza” tematica dove poteva intervenire chiunque avesse qualcosa da contribuire, da Tokyo come da Washington o Francoforte o un’altra qualsiasi delle redazioni.

Scrivevamo già allora pezzi che erano popolati di link al nostro ricco database e all’Internet pubblica. I pezzi erano di diversi formati e venivano destinati a diverse piattaforme: dal notiziario standard venivano estratti in automatico i lead che servivano per compilare sommari, brevi, flash, etc. (utilizzati nei posti più disparati, dai billboard di Times square a New York, ai maggiori aeroporti internazionali o al nostro sito pubblico); gruppi di editor selezionavano materiali per newsletter tematiche che venivano inviate agli abbonati via email; altri gruppi di editor rielaboravano il materiale di agenzia per la pubblicazione sui giornali (New York Times, International Herald Tribune, etc). Avevamo una nostra WebTV, a cui contribuivano regolarmente i giornalisti delle varie redazioni.

Bloomberg, Reuters, Dow Jones, che erano i nostri concorrenti di allora e dove molti miei colleghi della Bridge hanno trovato lavoro, da anni operano allo stesso modo. Flessibilità dell’organizzazione, tempo reale associato ad approfondimento e analisi, molteplicità dei prodotti, multimedialità non sono il futuro.

Per diverse realtà giornalistiche sono il presente e, in una certa misura, anche il passato. Non solo: nella mia esperienza si tratta di passi non difficili da realizzare, e, anzi, per molti versi entusiasmanti. La multimedialità e l’universo multiforme di Internet sono ricchi e divertenti, non sono incubi!

Dove stanno allora le nuove, vere sfide? Ne parlerò nella terza parte di questa mia riflessione.

Internet, i media e l’imprevedibile futuro I

Mi è capitato di pensare al futuro dei media nell’età di Internet e di considerare, di riflesso, anche le prospettive della mia professione, il giornalismo: un campo minato, sia perché mi tocca troppo da vicino, sia perché le dimensioni dei cambiamenti in corso sono sconvolgenti. Ho provato a eliminare questo improvvido post dalla mia testa. Ma non ce l’ho fatta. Me ne devo liberare pubblicandolo, in qualche modo. E forse l’unico modo possibile è procedere per cenni: rapidi pensieri, citazioni, associazioni di idee.

Il futuro è imprevedibile e gli esperti non lo sanno

Mi sforzerò di cercare un senso alle novità del presente per scrutare nel futuro. Serve allora una premessa metodologica, ed è quella contenuta nelle due citazioni che seguono:

“Quelli che hanno la conoscenza non fanno previsioni. Quelli che fanno previsioni non hanno la conoscenza.” (Lao Tzu)

“Fare previsioni è molto difficile, soprattutto quando riguardano il futuro.” (Niels Bohr)

Il futuro ancora non esiste e dunque non è conoscibile. La storia procede per salti e discontinuità. I cosiddetti esperti ne sanno (poco) quanto noi. A proposito, un bellissimo libro che analizza i fallimenti degli esperti è Expert political judgment di Philip Tetlock. In tre parole, il senso del libro è sintetizzato così in una recensione di Louis Menand per il New Yorker, ripresa sul retro di copertina: “Think for yourself” (“pensa per te”).

Si tratta di un’ottima massima anche per l’investitore accorto alle prese con le previsioni dei guru della finanza e mi è venuta in mente grazie allo sciopero di ieri dei giornalisti italiani (su cui, volente o nolente, tornerò).

Per dare una scorsa alle notizie del giorno sono andato, come peraltro faccio spesso, sul sito della BBC . Lì ho letto anche della brillante vittoria di Valentino Rossi ad Assen. Siccome il sito è ben curato e ricco di contenuti, la cronaca della gara conteneva diversi link, tra cui due riguardavano le previsioni, fatte prima dell’inizio del campionato, dallo stesso Rossi e da un panel di 4 esperti della BBC.

Quali erano i favoriti di Rossi? I 5 ai vertici della scorsa stagione, i “migliori motociclisti” del momento, e cioè Pedrosa, Hayden, Capirossi, Melandri e, ovviamente, lo stesso Rossi. E i favoriti del panel di esperti della BBC? La previsione unanime era che la stagione si sarebbe ridotta a un duello tra Rossi e Pedrosa, con scarse possibilità, per gli altri, di inserirsi (anche se in un momento di illuminata autocritica, uno degli esperti ricordava come l’anno scorso nessuno avesse inserito Hayden, poi vincitore, tra i pretendenti al titolo).

Sappiamo come sono andate le cose: sin qui ha dominato Casey Stoner, l’outsider, anche se ad Assen Rossi ha lasciato immaginare che la seconda parte della stagione potrà essere diversa.

“Del futuro non v’è certezza”, e i giudizi degli esperti sono altrettanto inaffidabili dei nostri: sono queste le premesse metodologiche di ogni discorso sul futuro. Ma adesso partiamo col mio treno di pensieri (sperando di arrivare da qualche parte).

La rivoluzione di iPhone

Tutto è nato dal solito giro tra i miei siti preferiti, che mi ha portato sul blog The Big Picture di Barry Ritholtz. Qui ho trovato un commento al nuovo iPhone di Apple, che ha debuttato venerdì sul mercato americano. C’era una recensione entusiastica dell’esperto di personal technology del Wall Street Journal, Walt Mossberg, e un video, che ho guardato.

Wow! Io non sono un patito di gadget elettronici. Me ne servo, di solito, con quel distacco che trovo naturale per degli attrezzi. Però l’iPhone mi ha colpito. Molto innovativo, bello e facile da usare, renderà piacevole e dunque sempre più diffusa l’esperienza di essere online & mobile.Quali sono le osservazioni che fa Ritholtz sull’iPhone? E’ un prodotto che nasce dalla scelta di lasciare briglia sciolta ai creativi, piuttosto che governare un’azienda per comitati e decisioni calate dall’alto. E’ il risultato di un’estrema attenzione ai consumatori (l’interfaccia dell’iPhone è straordinario), e del riconoscimento dell’importanza prioritaria degli investimenti in ricerca e sviluppo. Nota Ritholtz: chi ha puntato sull’R&D, come Apple, Google, Toyota o Nintendo, in questi anni ha sbaragliato il campo.

Ricerca, sviluppo, creatività, attenzione ai consumatori: cosa ci può insegnare tutto questo? Beh, intanto che in tempi di discontinuità bisogna imparare a rischiare (a tutti i livelli, dal singolo lavoratore al sistema paese). Chi si attarda a difendere o rimpiangere il passato è perduto (e non si gode la vita!).

La rivoluzione digitale e il futuro dei media

Che poi questi siano tempi rivoluzionari per quanti sono coinvolti nel mondo dei media (e in un modo o nell’altro lo siamo tutti) lo spiega bene Augusto Preta, nel libro Economia dei contenuti.

In una densa pagina introduttiva, Preta identifica il senso del cambiamento in corso. Ne riprendo, a mo’ di indice, solo le parole-chiave:

– innovazione tecnologica: digitalizzazione, protocollo Internet, larga banda;
globalizzazione dei mercati;
convergenza tra industria informatica, telecomunicazioni e media;
competizione “verso terreni ignoti o poco frequentati da attori nazionali, abituati a operare in una dimensione prevalentemente locale e spesso protetta da insormontabili barriere all’entrata (monopoli/oligopoli legali e/o naturali)”;
– radicale trasformazione delle strutture d’impresa;
– flessibilità e moltiplicazione dell’offerta, differenziazione dei prodotti;
personalizzazione dei servizi;
dematerializzazione dei contenuti;
– affrancamento del contenuto dal suo contenitore: il contenuto diventa il vero driver della convergenza;
– il digitale più che essere un’evoluzione dell’analogico porta l’industria dei media a trasformarsi in “industria dei contenuti.”

I contenuti dunque diventano sovrani (il rovesciamento di quanto diceva Marshall McLuhan con il suo “the medium is the message“, il mezzo è il messaggio). E allora vediamoli un po’ meglio, questi contenuti, analizzati nei loro tratti innovativi in un altro capitolo del libro di Preta dedicato alla creative industry:

– i consumatori non sono interessati alle piattaforme distributive quanto al contenuto in sé;
– con Internet i consumatori decidono quando e cosa desiderano guardare indipendentemente dalle scelte dell’emittente;
– i consumatori diventano anche produttori e distributori di contenuti multimediali: siamo tutti prosumer (produttori/consumatori);
– i consumatori si servono di un’amplissima gamma di fonti di informazione e seguono percorsi personali, non lineari: è la personal media revolution, che, in ultima istanza, “permette a chiunque di scegliere o creare la propria comunità.”
– è questo il senso del successo dei social networks, dei siti di user generated content (blog, wikis), delle online communities (MySpace, YouTube), e poi dell’instant messaging, chatting, podcasting;
– conclude Preta: “I consumatori di Internet dunque non sono più utenti passivi, ma al contrario sono soggetti attivi nella catena del valore dei contenuti. La diffusione di media basati sulla condivisione – software open source, P2P, siti collaborativi, i cosiddetti wikis, social networks – permette la collaborazione sociale e la condivisione, che spesso si dimostra essere più efficiente e affidabile del mercato tradizionale. Il segreto della popolarità dei media partecipativi è la capacità di rivolgersi più direttamente alle persone, essendo più economici e più accessibili, e talvolta anche più creativi.”

La mia personal media revolution

Mi ritrovo in questo quadro che fa Preta? Un po’ con la sensazione di essere a metà del guado, ma certo che mi ci ritrovo.

Da un paio di mesi scrivo il mio blog, ed è un’esperienza che mi entusiasma. Lo scorso anno ho partecipato intensamente alla campagna elettorale discutendo per ore e ore sul forum de Il termometro politico. Mi informo attingendo da centinaia di preferiti in una crescente indifferenza all’esistenza di confini nazionali e gestendo con efficienza la molteplicità di fonti grazie a feed e web aggregator. Mi aiuta, anche, il fatto di saper leggere in cinque lingue. Ma le differenze linguistiche sono destinate a scemare d’importanza grazie all’evoluzione dei traduttori automatici.

Da anni, sia al lavoro che a casa, utilizzo un collegamento a Internet in banda larga 24×7, e trovo inconcepibile farne a meno: i costi sono contenuti e il 90% della mia comunicazione che non sia interpersonale e diretta (fisica) passa da lì.

Ho praticamente smesso di guardare la TV, se non per eventi sportivi o qualche occasionale programma di grande interesse (mi sembra ormai un mezzo primitivo), compro poco i giornali di carta (e quando li compro, mio figlio Valerio, di 6 anni, mi chiede, come ha fatto la scorsa settimana, lasciandomi di sale: “Papà, ma perché li compri? Tanto non li leggi”).

Sono abbonato ai siti di Economist, Wall Street Journal, Financial Times e Barron’s, e trovo che pagare poco più di un dollaro la settimana per avere accesso ai contenuti ricchissimi di un sito come, ad esempio, quello dell’Economist sia un affare incredibile. Compro molti libri su Amazon.com (a prezzi stracciati, anche grazie al dollaro debole).

Le difficoltà dei media tradizionali

Ma a parte me, che non rappresento nessuno e potrei anche essere un caso bizzarro, gli italiani che frequentano Internet (un terzo del totale, ma in crescita) come si comportano? Ho rifatto un giochino simile a quello che mi aveva ispirato il post Gli italiani e l’informazione finanziaria online, e sono andato a controllare su Alexa la classifica dei siti più visitati in Italia.

Fa una certa impressione. Nel top 10 ce n’è solo uno di italiano (ma per quanto tempo ancora?), ed è Alice.it di Telecom Italia, al nono posto. Ai primi sei posti ci sono siti di proprietà di Google, Microsoft e Yahoo!, al settimo posto c’è Libero.it, ora della Orascom dell’egiziano Naguib Sawiris, all’ottavo c’è EBay, al decimo MySpace, fresca acquisizione della NewsCorp. di Murdoch.
All’undicesimo posto si trova Wikipedia e, finalmente, al dodicesimo posto c’è il primo tra i gruppi editoriali italiani, che è stato storicamente anche il più attivo nel campo dei nuovi media: Repubblica.it.

E gli altri? Tra i primi 100 siti italiani, ce ne sono solo nove che fanno capo a media tradizionali. Dopo la Repubblica seguono Corriere della Sera, Mediaset, Gazzetta dello Sport, Rai (al 34° posto, solo tre piazze più avanti di Giorgiotave.it), Kataweb, ANSA, Stampa, Sole 24 Ore.

Cercherò di mettere a fuoco, in una seconda parte di questa riflessione, cosa questo può significare per i media e il giornalismo in Italia.

Ma la classifica di Alexa non lascia dubbi sul fatto che la grande editoria italiana – quella nei cui consigli d’amministrazione, trasformati in “salotti buoni”, molti ricchi e potenti d’Italia siedono o vorrebbero sedere per moltiplicare le loro capacità di condizionare la vita pubblica del paese – tanto in salute non è.

Asset allocation: una fugace premessa

Ho deciso di scrivere di asset allocation da quando, oltre una settimana fa, nel mettere assieme il mio post Investor education, l’Italia a confronto, sono incappato nella ricerca di Borsa Italiana su Investitori retail e Borsa. Una parte che allora non ho citato riguarda la diversificazione (o meglio, la mancanza di diversificazione) nei portafogli degli italiani.

Dice il rapporto:

“Complessivamente, il 19,7% delle famiglie (italiane, ndr) nel corso del triennio 2001-2003 ha detenuto, acquistato o venduto strumenti azionari.”[…]

“Più della metà degli intervistati si ritiene a vario titolo un investitore ‘conservatore’”.[…]

“La detenzione diretta di azioni, in gran parte domestiche, assorbe circa un quarto della ricchezza finanziaria complessiva” (considerando anche l’investimento azionario indiretto attraverso fondi la detenzione di equity raggiunge il 31,7%, e risulta la seconda asset class per peso relativo in portafoglio dopo la liquidità). […]

“I dati di dettaglio rivelano come tale quota sia raggiunta investendo in un numero ridotto di titoli, attraverso portafogli molto concentrati. Il 93,5% degli investitori in azioni italiane possiede meno di 5 titoli, e 3 su 4 circa ne possiedono al massimo due.” (Queste azioni sono per l’84,1% Blue Chip, per il 7,2% mid & small caps, e per l’8,7% azioni dell’ex-Nuovo Mercato, una percentuale che pur essendo scesa di molto rispetto al 2001, resta nettamente sopra la sua quota di capitalizzazione complessiva, pari all’1,7%).

Purtroppo, e in una parola, si tratta di una gestione dei portafogli dissennata: troppo concentrati, troppo italiani, troppo sovrappesati sulle rischiosissime micro-cap dell’ex-Nuovo mercato.

E c’è pure una metà e passa del campione che si considera un investitore “conservatore”. Per certi versi conservatori lo sono sin troppo, nel senso che la preferenza per la liquidità è in genere eccessiva. Ma per la parte di investimento azionario, è evidente che molti non hanno ideadei rischi che corrono.

C’è dunque un bisogno enorme di parlare di asset allocation, di capire cos’è, a cosa serve, e come si fa.

Il libro migliore che io abbia letto a questo proposito è The Intelligent Asset Allocator di William Bernstein, un lavoro di grande valore divulgativo e giustamente famoso negli Usa, ma, temo, sconosciuto o quasi da noi.

Pubblicato 6 anni fa, non è mai stato tradotto in italiano. Ed è anche assente, per quel che ho potuto verificare, dai cataloghi di editori italiani che vendono opere in lingua inglese. E’ disponibile, su CDbox.it, la versione CD del libro, ma a un prezzo che sconsiglio. Molto meglio approfittare del dollaro debole e della ben più economica offerta di Amazon.com.

Ritornerò dunque quanto prima al libro di Bernstein per riflettere sulle sue lezioni più importanti e capire come si può diventare un “allocatore intelligente”.

P.S.:  Clicca qui per leggere l’articolo in cui ho poi approfondito la questione.

TFR o previdenza integrativa?

Per 11 milioni di lavoratori dipendenti del settore privato siamo alla stretta finale: entro la fine del mese devono decidere cosa fare del TFR, se mantenerlo in azienda o destinarlo alla previdenza integrativa. Siccome tutti ne parlano, io non lo farò. O, almeno, non lo farò con la cura e il dettaglio che l’argomento merita. Voglio soltanto segnalare tre utili e sintetiche letture, tra loro complementari: TFR e fondi pensione di Riccardo Cesari, Il gioco delle pensioni: rien ne va plus? di Giuliano Amato e Mauro Marè, e La pensione tradita di Beppe Scienza.

Il libro di Cesari spiega bene l’evoluzione del sistema pensionistico italiano, la genesi e le finalità del nuovo pilastro della previdenza complementare, il funzionamento di un fondo pensione e come dovrebbe essere gestito (e valutato nella sua performance) dal punto di vista finanziario.

Amato e Marè ragionano sulla previdenza complementare ponendo l’accento sui problemi di sostenibilità di lungo periodo del nostro sistema pensionistico in un’analisi ricca di confronti internazionali.

Scienza, infine, prende posizione, senza mezzi termini, a favore del mantenimento, per ora, del TFR in azienda, denunciando le inefficienze del nostro sistema dei fondi (fondi comuni e fondi pensione).

Dai tre libri vorrei trarre solo dei brevi assaggi, giusto per invogliare a leggerli.

Scrive nelle conclusioni Riccardo Cesari: “Le riforme del 1995 e del 2005 hanno avviato in Italia un’opera di correzione degli squilibri precedenti, rendendo più articolato e flessibile l’intero sistema previdenziale. Pilastro centrale del nuovo sistema sono i fondi pensione, uno strumento che può rivelarsi, per chi lo saprà sfruttare, un’adeguata contropartita al taglio delle prestazioni pubbliche.”

Vero in teoria, ma in pratica? Un limite del libro di Cesari, mi pare, è che opera confronti quantitativi sulla base di scenari ipotetici, prendendo come riferimento i rendimenti di mercato. Questo è utile a dimostrare la fondatezza teorica delle scelte che anche in Italia, come in molti altri paesi, si sta cercando di fare. E’ necessario al fine di illustrare le opportunità implicite in un nuovo modo di organizzare il sistema previdenziale. Ma poi, in pratica, nell’esperienza italiana, i rendimenti di mercato sono quelli effettivamente ottenuti dai fondi?

Beppe Scienza ci dice di no, facendo ricorso alle meticolose analisi del centro studi di Mediobanca, che ogni anno fa le pulci all’industria italiana del risparmio gestito.

Osserva Scienza: a gestire la previdenza integrativa saranno in sostanza gli stessi soggetti che già da 20 anni danno prova di sé con i fondi comuni. Con quali risultati? Dati di Mediobanca alla mano, Scienza dimostra che per ogni orizzonte temporale (5, 10, 15, 20 anni) fondi comuni e sicav italiani hanno reso meno dei Bot.

Una prima conclusione, legittima, è la seguente: “Ora c’è il rischio che la storia si ripeta: come i fondi comuni hanno fatto peggio dei Bot, così non stupirebbe che i fondi pensione facciano peggio del TFR.”

Ma c’è dell’altro. Nelle varie categorie (obbligazionari, azionari, azionari specializzati, etc.) i fondi italiani hanno in genere la sconsolante caratteristica di offrire rendimenti medi che sono inferiori al benchmark per una percentuale superiore ai costi (o, almeno, ai costi dichiarati).

Nota di nuovo Scienza: “uno scimmione che avesse scelto i titoli a casaccio avrebbe ottenuto risultati allineati a quelli di mercato, ossia un minus di gestione limitato alle commissioni dichiarate. E’ infatti ormai assodato che scegliendo con criteri casuali si ottengono alla lunga performance pari a quelle medie del settore.”

Come mai i fondi italiani fanno mediamente peggio delloscimmione che investe a casaccio? La risposta di Scienza è che purtroppo non si sa.

Non si può – e probabilmente non si potrà mai – appurare se i minus di gestione sono provocati da gestori incapaci o ladri o da chissà cos’altro. Il livello di trasparenza dei fondi comuni d’investimento italiani è infatti vicino allo zero. Ma se la cosa può consolare, quello dei fondi pensione si prospetta ancora inferiore.”

Il problema, per ciascuno di noi, comunque resta. La pensione pubblica sarà in futuro inadeguata a garantire una vecchiaia decorosa. E il TFR offre sì rendimenti sicuri, ma bassi, di poco superiori al tasso d’inflazione e dunque insufficienti ad accumulare nel tempo una rendita soddisfacente.

I mercati finanziari, se correttamente sfruttati, possono offrire di più. Ci vuole una migliore educazione finanziaria degli individui e delle famiglie e un sistema di gestori professionali più aperto, competitivo, trasparente.

Lo dicono con chiarezza Amato e Marè nelle conclusioni del loro libro: “Lo sviluppo di un vero mercato richiede che sia realizzata una genuina equiparazione delle diverse forme di previdenza complementare; che esse siano messe su un piano omogeneo di regole e di vincoli, così da permettere l’affermarsi di una vera concorrenza tra di esse.”

Purtroppo, come ho già scritto nel post Fondi chiusi e spirito dell’illuminismo, citando un bell’articolo di Andrea Moro, le scelte del legislatore italiano, condizionate dagli interessi delle parti sociali a scapito di quelli dei lavoratori, sono state a tal fine troppo timide e pasticciate.

Malauguratamente, non c’è più tempo per mezze riforme o per riforme mancate.

Come ci ricordano sempre Amato e Marè, “il gioco delle pensioni si avvicina al punto di non ritorno. L’invecchiamento della popolazione e l’approssimarsi della generazione del baby boom riducono la soglia di intervento, il margine per possibili riforme, ci avvicinano al punto della ‘fine della riforma’. L’innalzarsi dell’età dell’elettore mediano può avere come effetto quello che nessun governo possa avere in futuro, per molti anni, il capitale politico per introdurre misure di riequilibrio del sistema pensionistico e soprattutto per ripartire in maniera più equa tra le generazioni il costo dell’offerta delle prestazioni.”

“Perciò, ci stiamo avvicinando al rien ne va plus del gioco delle pensioni ed è opportuno fare scelte sagge e responsabili.”

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