l'Investitore Accorto

Per capire i mercati finanziari e imparare a investire dai grandi maestri

L’Amore (di sé) e il Potere

Mi sono chiesto quale necessità spinga la Rai a proporre in tutti i suoi programmi d’intrattenimento (o forse sarebbe meglio dire di “trattenimento”) Bruno Vespa che presenta la sua ultima fatica letteraria. Scrupolo informativo al cospetto di una grande opera? Non direi. L’Amore e il Potere, nonostante il titolo impegnativo e la promessa ancor più onerosa di svelare non i retroscena della politica ma quelli dell’anima, non è Guerra e Pace. Non siamo in presenza del caso letterario dell’anno, né tanto meno di un nuovo Tolstoj.

Si tratta allora di una forma di indennizzo per un accesso indebitamente negato al piccolo schermo? Ipotesi surreale. Vespa, col suo Porta a Porta, anche senza i libri è già una presenza ossessiva e straripante.

Non resta che pensare che si tratti di una manifestazione di ossequio, eccessiva come ogni servilismo, a un giornalista potente e, all’apparenza, vanitoso. Una storia, volgare, che verrebbe spontaneo titolare L’Amore di sé e il Potere. Una esibizione, modesta, di illiberalità con cui la Rai ci rammenta che, pur essendo pubblica, non appartiene a noi.

L’Italia crepuscolare dei partiti pret-à-porter

Italia nella “poltiglia”, come scrive il Censis? O Italia “depressa” come racconta il New York Times? Per la verità c’è un’Italia che resta, almeno in apparenza, vitale e dinamica, capace di attrarre (o forse, più spesso, carpire) cospicui investimenti e fucina di nuove iniziative: penso, naturalmente, all’industria dei partiti politici. Denunciati come “intoccabili” nel libro la Casta di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, sbeffeggiati come “abusivi” nel V-day di Beppe Grillo, i partiti si sono messi lestamente al lavoro.

Passata, a fine settembre, la settimana della moda milanese, sono stati loro a salire sulla catwalk e a dare il via a una serie di mirabili, e ben propagandate, sfilate (nella foto).

La prossima stagione non vestiremo più Democratici di Sinistra o Margherita, Forza Italia o Alleanza Nazionale, Verdi o Comunisti, in versione italiana o rifondata, UDC, Udeur o altre mise democristiane. No, dalle sfilate abbiamo appreso che questi partiti sono out.

Il 2008 sarà l’anno dei Democratici e del Popolo della Libertà, di Alleanza per l’Italia e di Sinistra l’Arcobaleno, senza tralasciare l’intrigante gioco di evanescenze e trasparenze della Cosa Bianca.

La moda, si sa, è fatta di linguaggi seducenti e altisonanti. Nella sua vacua volubilità si ammanta di simbolici riferimenti all’universale e al necessario.

Come scriveva Georg Simmel in un classico e raffinato saggio del 1895, “la moda è contemporaneamente essere e non essere”.

Da un lato, se il suo potere sulle coscienze è così vasto è perché si sono indebolite “le convinzioni grandi, tenaci, incontestabili” mentre uno spazio sempre più grande è occupato dagli “elementi effimeri e mutevoli della vita.”

Dall’altro, facendo leva sugli impulsi universali all’eguaglianza e all’individualità, “la moda innalza l’insignificante facendone il rappresentante di una collettività, l’incarnazione particolare di uno spirito collettivo.”

Ogni singola moda finisce così per avere “la mirabile proprietà di presentarsi come se volesse vivere in eterno.”

E così è anche per i partiti pret-à-porter. Ascoltiamoli: i messaggi dalla catwalk quasi evocano il trascendente.

Scrive, ad esempio, il comitato dei saggi nel manifesto per il Partito Democratico:

“Con la trasformazione dell’Ulivo in un partito superiamo definitivamente la prima lunga stagione della vita repubblicana e creiamo un soggetto destinato a segnare il profilo della politica italiana ed europea nel secolo che è appena iniziato. Abbattiamo definitivamente i muri ideologici del novecento e cominciamo a costruire ponti, tra culture politiche e settori della società italiana, tra i generi e le generazioni.”

E Forza Italia, nel suo “supergazebo online” per raccogliere adesioni “Verso il nuovo partito”, scrive così:

“La nostra è una svolta epocale, quasi una rivoluzione… Vogliamo rovesciare quella che noi consideriamo la piramide del potere con al vertice i responsabili, i proprietari, i leader dei partiti. […] Al vertice ci sono i cittadini e c’è la gente, il popolo della libertà e dalle decisioni di questo popolo verranno fuori i rappresentanti, i leader di questa nuova iniziativa.”

La “Carta d’intenti” costitutiva di Sinistra L’Arcobaleno parla invece di un “nuovo soggetto unitario, plurale, federativo” che punta alla costruzione di una “sinistra politica rinnovata”, una sorta di divinità trinitaria, solo che qui le entità “unitarie” sono addirittura quattro: Rifondazione Comunista, Partito dei Comunisti Italiani, Sinistra Democratica e Verdi.Un soggetto uno e quattrino, dunque, un mistero per credenti e non credenti, che nell’Italia del 2008 verrà ad affermare i principi di “uguaglianza, giustizia, libertà”, ma anche “pace, dialogo di civiltà, valore del lavoro e del sapere, centralità dell’ambiente” e ancora “laicità dello stato” e “critica dei modelli patriarcali e maschilisti“.

Si potrebbe continuare. E ci sarebbe da restare ammaliati. Ma a un cronista corre l’obbligo di non fermarsi solo a osservare la scena, per quanto godibile, ma ricercare il contesto, correre ad esempio a sbirciare anche quanto accade nel backstage, e riferire.

Dietro le quinte si incontra, tra gli altri, un Ignazio La Russa, che riflettendo sulle epocali novità che hanno messo fine all’alleanza di centro-destra, la Casa delle Libertà (Cdl), e sulle rivoluzionarie trasformazioni che ci porteranno, nel 2008, tempi nuovi e partiti nuovi, dice così:

“Fini non esclude in futuro una federazione tra il Partito della libertà, l’Alleanza per l’Italia e la Cosa bianca di Casini. Non è più la Cdl? Vorrà dire che la chiameremo il Castello delle libertà”.

La risata ghignosa non viene riportata, ma si può immaginare.

Oppure c’è un Adolfo Urso, che dall’alto di un pensatoio come la fondazione Farefuturo, offre questa pregnante spiegazione delle ragioni che porteranno Alleanza Nazionale a trasformarsi in Alleanza per l’Italia:

“A sinistra hanno fatto il Pd e la Cosa rossa, Berlusconi ha lanciato il Pdl e solo Fini dovrebbe restare fermo?”

In breve, nel backstage si pensa e si dice che quella dei partiti pret-a-porter è solo una messinscena.

Serve a qualcosa? Probabilmente a nascondere il vuoto di pensiero e a sopire il generale senso di frustrazione per l’incapacità di cambiare.

“Inventare parole nuove è il sintomo più sicuro della sterilità delle idee,” diceva Madame de Stael.

E se non ci sono idee, e viene a mancare l’ambizione e il coraggio di innovare, assumendo quei rischi che ciò comporta, per non essere scalzati dal potere non resta che fingere e occultare l’inanità di tanto costoso agitarsi sotto una coltre di fantasmagoriche, rutilanti apparenze.

Come osserva Tancredi, principe di Falconeri, nel Gattopardo: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.”

Machiavellismo apparentemente acuto, quello de Il Gattopardo, ma nella sostanza velleitario e fallimentare. Proprio come l’accattivante incedere sulle catwalk e l’ammuina nelle aule parlamentari dei partiti pret-à-porter in questo crepuscolo della seconda repubblica.

A Silvio

Di Silvio Berlusconi è noto l’abbandono con cui si circonda di adoranti yes men. Volendo filosofeggiare (è sabato ed è tempo di pensieri in libertà), direi che ne esistono di due tipi: gli idealisti e i pragmatisti. I primi sono spesso preti, ex comunisti e militari o figli di militari: orfani di un qualche dio, idea o capo a cui prostrarsi. I secondi sono in prevalenza ricercatori del profitto e del potere: lucidi calcolatori del fatto che non c’è scorciatoia più sicura per perseguire il successo nella vita pubblica che ossequiare l’uomo più ricco e potente d’Italia.

Nell’uno o nell’altro caso, vorrei che qualcuno mettesse in guardia Silvio e il Popolo della Libertà (PdL) che attorno a lui si sta ammassando.

Come classe dirigente del costituendo PdL, non ci potrebbe infatti essere di peggio di questi bramosi yes men. E lo fa ben capire la definizione, insuperata, che del termine “liberale” diede Karl Popper:

“Per liberale non intendo una persona che simpatizzi per un qualche partito politico, ma semplicemente un uomo che dà importanza alla libertà individuale ed è consapevole dei pericoli inerenti a tutte le forme di potere e di autorità.”

Già di Silvio risulta difficile dire che sia cosciente di questi pericoli. Ne vede alcuni ma non altri. E, soprattutto, sembra operare di continuo nella beata inconsapevolezza della minaccia che proprio lui, prima di tutto lui, in quanto concentrato sommo di potere e di autorità, pone a ogni possibile attuazione dell’idea liberale. Ma più ancora, se ci si attiene alla definizione di Popper, sono gli yes men berlusconiani che non possono che fare ribrezzo a chi abbia a cuore tale idea.

Non hanno rispetto per la propria libertà, figurarsi se possono averne per quella degli altri. Quanto al potere e all’autorità, li venerano a tal punto da rendersene sudditi non potendoli conquistare da sè. Riusciranno mai a concepirli come i pericoli da cui guardarsi? Forse soltanto dopo una lunga ed efficace psicoterapia.

In assenza di cure, e in un paese meno incline alle turlupinature, questi yes men troverebbero posto solo tra le fila di un movimento autoritario di vecchio stampo, che, con il coraggio delle proprie convinzioni, sarebbe fiero di chiamarsi, chessò, l’Ordine degli Illiberali (OdI). Altro che Popolo della Libertà!

Anche come semplici collaboratori, gli yes men sono però la scelta più sconsiderata che Silvio potesse fare. Se c’è un qualche suo amico, vero, che mi legge, glielo dica. Gli riporti questa utile e acuta riflessione che ho trovato nel libro Confessioni e Anatemi di Emil Cioran:

“Nessuna difesa possibile contro un ossequioso. Non si può dargli ragione senza cadere nel ridicolo; men che meno si può maltrattarlo o voltargli le spalle. Ci si comporta come se dicesse il vero, ci si lascia incensare non sapendo come reagire. Lui vi prende per allocchi, crede di dominarvi, e assapora il trionfo senza che possiate disingannarlo. Il più spesso è un futuro nemico, che si vendicherà di essersi inchinato davanti a voi, un aggressore mascherato che medita i suoi colpi mentre snocciola le sue iperboli.”

Da Mussolini a Craxi la storia d’Italia offre più di un esempio recente di grandi leader popolari (ma illiberali) che hanno finito per essere annientati dallo scherno di chi si era prostrato davanti a loro. A Silvio, che è il più simpatico, e che è ormai a fine recita, auguro un diverso epilogo. Ma si dia una mano. E i suoi amici, quelli veri, gli offrano qualche buon consiglio. Qualcuno lo convinca a riscrivere il canovaccio, a lasciar perdere gli yes men e il Popolo della Libertà: impostori i primi e un’impostura il secondo.

Il “particulare” e lo Stato di diritto

Vorrei fare qualche semplice considerazione sullo sciopero degli autotrasportatori, che nei giorni scorsi ha paralizzato l’Italia. Due sono gli aspetti che mi paiono evidenti e rilevanti, al di là dei mille sottili distinguo che è sempre possibile tracciare in vicende complesse:

a) Più che di uno sciopero si è trattato di una sedizione, pericolosa per l’ordine pubblico e costellata di violazioni della legge (tra cui le minacce, percosse e danneggiamenti a quegli autotrasportatori che avevano deciso di non aderire);

b) Il governo, che per bocca del ministro Bianchi aveva definito “illegale” il blocco e aveva annunciato che le trattative non sarebbero riprese finché i fermi non fossero stati rimossi, ha scelto di chinare il capo Continua a leggere…

La terza via italiana alla verità: l’arabesco

Sto leggendo un interessante libro di Richard Nisbett intitolato Il Tao e Aristotele, che analizza il diverso modo di pensare di asiatici e occidentali. Racconta Nisbett – per lunghi anni docente di psicologia sociale alle Università di Yale e del Michigan – che la sua indagine nacque, casualmente, dall’osservazione fatta un giorno da uno dei suoi studenti più brillanti, di origine cinese: “Sa, la differenza tra lei e me è che per me il mondo è un cerchio e per lei una linea”.

Tra il perplesso e l’incuriosito, Nisbett cominciò una lunga ricerca che lo ha portato a chiedersi perché, in effetti, tra quel miliardo di persone che sono in qualche modo eredi della cultura dell’antica Grecia prevalga una visione fondata sull’individualismo e l’importanza dell’agire, la divisione degli oggetti in categorie e gli aut aut logici, un pensiero lineare dove esistono cause e conseguenze.

E perché tra i due miliardi di persone eredi della tradizione confuciana, taoista e buddista prevalga invece una visione che esalta l’armonia, l’importanza delle relazioni e della collettività, l’inevitabilità delle contraddizioni, il senso del mutamento e l’attenzione al contesto, la ricerca morale del giusto mezzo, un pensiero olistico intessuto di risonanze, ritorni, circolarità.

Mi è capitato alla fine di domandarmi: ma l’Italia dove sta? Linea o cerchio? Né l’una né l’altro, mi sono detto.

Foto di Dictyostelium discoideum, una muffa mucillaginosa
Fonte: Zoologisches Institut, Muenchen

Ho pensato – come non farlo in questi giorni di martellamento mediatico? – allo sconnesso iter di riforma della legge elettorale.

Eravamo stati ancorati a un sistema proporzionale puro per 45 anni. Poi, nel 1993, un referendum popolare sancì con un voto plebiscitario la transizione al maggioritario. Ma dalla fucina del Parlamento uscì il Mattarellum, un artificioso fritto misto per tre quarti maggioritario e un quarto proporzionale.

Venne poi la Commissione Bicamerale, che stufa della bizantina e inutile ricercatezza del Mattarellum, si divise a lungo tra maggioritario puro, alla britannica, o doppio turno, alla francese.

Il risultato? Lì per lì un nulla di fatto, ma qualche anno dopo il Porcellum, una “porcata” approvata in fretta e furia in finale di legislatura per cercare di impedire il formarsi di maggioranze stabili (l’opposizione di centro-sinistra sembrava allora strasicura della vittoria) e garantire l’elezione di candidati “discutibili” (o meglio indagati, prescritti e pregiudicati) privando gli elettori del diritto di esprimere preferenze.

A quasi 15 anni dall’accensione di questa centrifuga, siamo ora all’ennesimo “risciacquo” (che sia l’ultimo non mi sento proprio di dirlo). Il Porcellum, indegno di un paese civile, ha già fatto il suo tempo. E quale strada si è aperta? Quella di un sistema proporzionale alla tedesca, con sbarramento.

Visti i precedenti, c’è da temere che, pescando nella tradizione tedesca, si finisca per scegliere il peggio per applicarvi poi, in sovrappiù, i nostri fumosi adattamenti.

Potremo così avere, chessò, il Kappium. E penso a Wolfgang Kapp, un burocrate prussiano fondatore del Partito della Patria, che nel 1920, alla guida dei freikorps (corpi della libertà) diede vita a un tentativo di putsch, il primo di tanti colpi di mano e atti di destabilizzazione che portarono al collasso la Repubblica di Weimar, consegnando infine la Germania al Nazismo.

Per tornare al nostro tema, escluso che l’Italia si ispiri a una cultura della “linea” o del “cerchio”, al razionalismo greco o al pragmatismo confuciano, mi pare che non ci resti che Ennio Flaiano (nella foto in alto). Fu questo scrittore di raffinato intuito a scrivere, già qualche decennio fa:

“L’età mi ha portato la certezza che niente si può chiarire: in questo paese che amo non esiste semplicemente la verità. Paesi molto più piccoli e importanti del nostro hanno una loro verità, noi ne abbiamo infinite versioni.”

“Le cause? Lascio agli storici, ai sociologi, agli psicanalisti, alle tavole rotonde il compito di indicarci le cause, io ne subisco gli effetti. E con me pochi altri: perché quasi tutti hanno una soluzione da proporci: la loro verità, cioè qualcosa che non contrasti i loro interessi. Alla tavola rotonda bisognerà anche invitare uno storico dell’arte per fargli dire quale influenza può avere avuto il barocco sulla nostra psicologia.”

”In Italia infatti la linea più breve tra due punti è l’arabesco. Viviamo in una rete d’arabeschi”.

Ecco, né linea, né cerchio. Ma una rete d’arabeschi, variamente descritti: “colpi di genio”, superflue complicazioni, cavolate pazzesche. Questa era l’Italia di Flaiano e questa resta l’Italia di oggi.

La formula vincente per battere i mercati azionari

Un editore poco noto ai cultori di finanza, Edizioni di Cinehollywood, ha finalmente tradotto in italiano Il Piccolo Libro che Batte il Mercato Azionario di Joel Greenblatt. Parafrasando Neil Armstrong, direi che si tratta di un piccolo passo per l’umanità ma di un balzo enorme per l’Italia. Se uno dovesse infatti stilare una lista dei cento libri più importanti in materia di investimenti, scoprirebbe che quelli disponibili in italiano si contano sulle dita di una mano. Triste a dirsi, ma è così. Ora si è aggiunto il lavoro di Greenblatt ed è una grande novità, dato che “Il Piccolo Libro”, oltre che qualificarsi agevolmente per la Top 100, merita probabilmente di essere incluso nella Top 10 di tutti i tempi. Vediamo il perché. Continua a leggere…

Un bear market azionario è forse alle porte?

Che faranno, a questo punto, i mercati azionari? Già in due occasioni, negli ultimi due mesi, ho cercato di combinare analisi tecnica e analisi macroeconomica per arrivare a una risposta – sempre partendo dalla premessa che le Borse, come più volte ho cercato di dimostrare in questo blog, sono in generale sopravvalutate. Per due volte gli studi a cui ho fatto riferimento (non miei, io faccio il giornalista e non l’analista tecnico o l’economista) si sono dimostrati attendibili. E’ comprensibile la tentazione di volerci riprovare, con l’accortezza di tenere ben presente che nessuno ha la sfera di cristallo. E che non è sulle previsioni di breve periodo che si può basare un’accorta gestione del portafoglio.

Vediamo allora cosa ho già scritto e come quel quadro può essere aggiornato.

Due analisi azzeccate

Il 9 ottobre, subito prima che i mercati Usa ripiegassero dai massimi, nel post L’analisi tecnica svela un rally di Borsa sospetto, scrivevo così:

Volume e ampiezza ci raccontano storie simili. Il rally dell’ultimo mese e mezzo appare sospetto, perché ha avuto scarsa partecipazione di investitori (bassi volumi) e di titoli (linea Advance-Decline divergente rispetto ai prezzi).”

Notavo che si trattava di caratteristiche “tipiche di un top di mercato e concludevo: “E’ probabile che molti investitori abbiano deciso di stare alla finestra in attesa delle trimestrali del terzo trimestre […]. In ogni caso, la conclusione da trarre, per ora, è che di questo rally, e della grancassa mediatica che ha salutato i nuovi massimi di Wall Street, è giusto essere scettici.”

Il 21 ottobre, subito dopo il “mini-crash” di venerdì 19 ottobre, scrivevo, dopo aver lasciato la parola a due dei miei analisti preferiti, Brett Steenbarger e Paul Kasriel:

“Il ‘mini-crollo’ di venerdì ha cominciato a ristabilire un clima di mercato meno irrazionale e più rispondente ai fondamentali. I nuovi massimi di molti indici azionari riflettevano scommesse speculative ed eccessi di ottimismo di una parte sempre meno rappresentativa dell’universo degli operatori. In questa fase, è giusto invece essere dubbiosi, incerti e anche un po’ timorosi. E’ possibile, e forse probabile, che i mercati azionari debbano ritestare i minimi di agosto prima di decidere sul serio il loro corso futuro” […]

Al test dei minimi di agosto siamo ora arrivati. E il contesto, sia tecnico che macroeconomico, come ci dicono sempre Steenbarger e Kasriel, si va deteriorando.

Un mercato sempre più fragile

In un post pubblicato mercoledì sul suo blog Traderfeed, Steenbarger osserva come la flessione degli indici nelle ultime settimane sia stata accompagnata da:

a) la continua espansione del numero di titoli che vanno a segnare nuovi minimi a 52 settimane (New Low);

b) l’incessante debolezza dei settori più penalizzati del mercato (l’indice del settore bancario ha perforato i minimi di agosto);

c) l’amplificarsi di segnali di flight to safety, e cioè di avversione al rischio e ricerca della sicurezza, come ad esempio la corsa all’acquisto di titoli di Stato, che ha spinto i rendimenti del T-bond decennale sotto il 4% per la prima volta dal 2005.

Steenbarger ammette che la sua ipotesi interpretativa, a partire dall’estate, era stata che una correzione fosse alle porte, ma non un bear market.

Fino a qualche settimana fa era sua convinzione che il test dei minimi di agosto, da lui previsto, avrebbe potuto risolversi positivamente, grazie alle forti iniezioni di liquidità da parte delle banche centrali e alla solidità dei titoli a larga capitalizzazione.

Ma ora Steenbarger osserva come l’espansione dei New Low – e la fragilità tecnica che questo indicatore denuncia – riguardi non più solo il NYSE, e cioè la generalità del mercato, ma anche l’S&P 500, ossia le large cap. “Io seguo i miei indicatori e non compro un mercato dove i New Low sono in aumento.”

La conclusione di Steenbarger è che “dalla fine della scorsa settimana, i segnali di debolezza si stanno intensificando, non riducendo, e questo per i Tori (gli ottimisti) deve essere un motivo di preoccupazione.”

Una recessione difficile da evitare

Se il quadro tecnico peggiora, lo stesso si può dire dei fondamentali macroeconomici.

I rischi di recessione, come mettono in chiaro Kasriel e il suo team a Northern Trust, sono in aumento.

E’ di ieri l’ultimo aggiornamento del LEI (o superindice economico, com’è conosciuto in Italia). Dell’importanza di questo indicatore, che ha correttamente predetto, con un trimestre circa di anticipo, tutte le recessioni americane degli ultimi 50 anni, con l’unica eccezione di un falso segnale nel 1966, ho già scritto nel post L’economia Usa e lo spettro della recessione .

Ecco il grafico, che riprendo da Northern Trust (le recessioni sono rappresentate dalle bande grigie):

Come spiega Asha Bangalore, dopo un effimero rimbalzo nel terzo trimestre, il LEI è tornato a spingersi in territorio negativo. E le prospettive sono di ulteriore indebolimento, visto che uno dei pochi elementi di relativa forza nel dato pubblicato ieri è stato l’andamento del mercato azionario a ottobre. Ma sappiamo come Wall Street abbia poi mutato decisamente rotta a novembre.I segnali infausti provenienti dagli Usa sono, peraltro, numerosi, come ci ricorda Paul Kasriel in un’analisi pubblicata all’inizio di questa settimana.

Tra i più preoccupanti c’è l’andamento delle vendite al dettaglio, scese a ottobre, in termini reali (al netto, cioè, dell’inflazione) dell’1,65% annuo. Quello che sta accadendo, dice Kasriel, è che la crisi del mercato della casa sta finalmente inducendo le famiglie americane a moderare i consumi al fine di rimpinguare livelli di risparmio troppo bassi.

L’impennata del tasso di risparmio è una dinamica che si è manifestata subito prima di tutte le recessioni degli ultimi 40 anni, come evidenzia il grafico che segue:

Sulle prospettive del mercato della casa, all’origine del rallentamento dell’economia e dei patemi delle Borse, non c’è poi da illudersi.I prezzi, da qualche trimestre, hanno cominciato a flettere perché l’offerta di immobili supera la domanda. Ma questo squilibrio è destinato ad aumentare nei prossimi mesi. Insolvenze e pignoramenti sono in rapida ascesa, e spingono una massa crescente di immobili sul mercato.

Il risultato è che le scorte di case invendute, in rapporto al numero di case vendute, hanno già superato i livelli toccati nella recessione del 1990-91 e seguitano a impennarsi, come risulta chiaro dal grafico che segue (il quale mostra, per chi non sappia decifrare l’inglese, che al ritmo attuale di vendita occorrerebbero 10,3 mesi per esaurire le scorte di case invendute):

La caduta dei prezzi delle case, conclude Kasriel, è con ogni probabilità destinata ad accelerare nel 2008, con due effetti negativi. Verrà ulteriormente ridotta la capacità delle famiglie Usa di indebitarsi, e sostenere in questo modo i consumi. E diminuirà ancora il valore del collaterale sottostante all’enorme massa di Asset-backed securities (ABS), su cui Wall Street ha costruito negli ultimi anni quella bolla del credito che con fragore sta ora scoppiando.

Per cercare di evitare una recessione, la Federal Reserve dovrebbe per Kasriel portare i Fed funds al 3,5% entro la metà del 2008. Ma c’è da dubitare che sarà in grado di farlo. Con il petrolio a 100 dollari al barile e il dollaro già così debole, ci sono rischi sia di inflazione che di un collasso del biglietto verde.

Quale può essere la conclusione? Un quadro tecnico e fondamentale in peggioramento, e due enormi bolle – quella della casa e quella del credito – che hanno appena iniziato a sgonfiarsi, mi pare che rendano più credibile, almeno per ora, mettere in conto che le soglie di agosto non reggano a lungo.

Qui da noi hanno già ceduto. Ma importa poco. Anche chi investe a Piazza Affari è su Wall Street che deve tenere puntato lo sguardo.

La democrazia della falsa alternanza

Accompagnata dal solito prepotente spiegamento di mezzi propagandistici è partita l’iniziativa di Forza Italia che chiede agli italiani di aderire alla richiesta di tornare subito al voto. “Firma anche tu! Per tornare a votare” è lo slogan.

E la motivazione, apoditticamente contenuta in una citazione di Silvio Berlusconi, dice così: “In democrazia, quando si è in presenza di una crisi politica irreversibile come l’attuale, la strada maestra è una e una sola: il ritorno alle urne…”. I puntini di sospensione mi consentono, spero, di interloquire aggiungendo due semplici osservazioni. Continua a leggere…

La Borsa secondo Graham e Buffett: Mr. Market

E’ arrivato il momento di mantenere una promessa che avevo fatto a giugno nel post I benefici del lungo periodo e offrire una mia traduzione, dato che non ne conosco altre, di un famoso testo di Warren Buffett (nella foto): quello in cui descrive l’atteggiamento da tenere nei confronti del mercato azionario, insegnatogli dal maestro e amico Ben Graham. Si tratta dell’allegoria di Mr. Market, raccontata in modo delizioso nella lettera di Buffett agli investitori del 1987. Continua a leggere…

Sette tratti psicologici per essere come Buffett

buffett.nCome si fa a diventare un novello Warren Buffett, il più geniale investitore di tutti i tempi? La domanda l’ha posta Mark Sellers, un mancato pianista jazz diventato analista finanziario per Morningstar e poi gestore di hedge fund oltre che columnist per il Financial Times, a un gruppo di giovani che sicuramente se l’era già chiesto – e cioè gli studenti del master in business administration dell’Università di Harvard. L’originale e gustosa dissertazione, che ho trovato citata sul blog di Greg Mankiw, merita di essere letta. Per chi abbia difficoltà ad affrontare un testo di alcune pagine in lingua inglese, provvedo con un mio sunto. Continua a leggere…

Navigazione articolo