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L’Italia crepuscolare dei partiti pret-à-porter

Italia nella “poltiglia”, come scrive il Censis? O Italia “depressa” come racconta il New York Times? Per la verità c’è un’Italia che resta, almeno in apparenza, vitale e dinamica, capace di attrarre (o forse, più spesso, carpire) cospicui investimenti e fucina di nuove iniziative: penso, naturalmente, all’industria dei partiti politici. Denunciati come “intoccabili” nel libro la Casta di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, sbeffeggiati come “abusivi” nel V-day di Beppe Grillo, i partiti si sono messi lestamente al lavoro.

Passata, a fine settembre, la settimana della moda milanese, sono stati loro a salire sulla catwalk e a dare il via a una serie di mirabili, e ben propagandate, sfilate (nella foto).

La prossima stagione non vestiremo più Democratici di Sinistra o Margherita, Forza Italia o Alleanza Nazionale, Verdi o Comunisti, in versione italiana o rifondata, UDC, Udeur o altre mise democristiane. No, dalle sfilate abbiamo appreso che questi partiti sono out.

Il 2008 sarà l’anno dei Democratici e del Popolo della Libertà, di Alleanza per l’Italia e di Sinistra l’Arcobaleno, senza tralasciare l’intrigante gioco di evanescenze e trasparenze della Cosa Bianca.

La moda, si sa, è fatta di linguaggi seducenti e altisonanti. Nella sua vacua volubilità si ammanta di simbolici riferimenti all’universale e al necessario.

Come scriveva Georg Simmel in un classico e raffinato saggio del 1895, “la moda è contemporaneamente essere e non essere”.

Da un lato, se il suo potere sulle coscienze è così vasto è perché si sono indebolite “le convinzioni grandi, tenaci, incontestabili” mentre uno spazio sempre più grande è occupato dagli “elementi effimeri e mutevoli della vita.”

Dall’altro, facendo leva sugli impulsi universali all’eguaglianza e all’individualità, “la moda innalza l’insignificante facendone il rappresentante di una collettività, l’incarnazione particolare di uno spirito collettivo.”

Ogni singola moda finisce così per avere “la mirabile proprietà di presentarsi come se volesse vivere in eterno.”

E così è anche per i partiti pret-à-porter. Ascoltiamoli: i messaggi dalla catwalk quasi evocano il trascendente.

Scrive, ad esempio, il comitato dei saggi nel manifesto per il Partito Democratico:

“Con la trasformazione dell’Ulivo in un partito superiamo definitivamente la prima lunga stagione della vita repubblicana e creiamo un soggetto destinato a segnare il profilo della politica italiana ed europea nel secolo che è appena iniziato. Abbattiamo definitivamente i muri ideologici del novecento e cominciamo a costruire ponti, tra culture politiche e settori della società italiana, tra i generi e le generazioni.”

E Forza Italia, nel suo “supergazebo online” per raccogliere adesioni “Verso il nuovo partito”, scrive così:

“La nostra è una svolta epocale, quasi una rivoluzione… Vogliamo rovesciare quella che noi consideriamo la piramide del potere con al vertice i responsabili, i proprietari, i leader dei partiti. […] Al vertice ci sono i cittadini e c’è la gente, il popolo della libertà e dalle decisioni di questo popolo verranno fuori i rappresentanti, i leader di questa nuova iniziativa.”

La “Carta d’intenti” costitutiva di Sinistra L’Arcobaleno parla invece di un “nuovo soggetto unitario, plurale, federativo” che punta alla costruzione di una “sinistra politica rinnovata”, una sorta di divinità trinitaria, solo che qui le entità “unitarie” sono addirittura quattro: Rifondazione Comunista, Partito dei Comunisti Italiani, Sinistra Democratica e Verdi.Un soggetto uno e quattrino, dunque, un mistero per credenti e non credenti, che nell’Italia del 2008 verrà ad affermare i principi di “uguaglianza, giustizia, libertà”, ma anche “pace, dialogo di civiltà, valore del lavoro e del sapere, centralità dell’ambiente” e ancora “laicità dello stato” e “critica dei modelli patriarcali e maschilisti“.

Si potrebbe continuare. E ci sarebbe da restare ammaliati. Ma a un cronista corre l’obbligo di non fermarsi solo a osservare la scena, per quanto godibile, ma ricercare il contesto, correre ad esempio a sbirciare anche quanto accade nel backstage, e riferire.

Dietro le quinte si incontra, tra gli altri, un Ignazio La Russa, che riflettendo sulle epocali novità che hanno messo fine all’alleanza di centro-destra, la Casa delle Libertà (Cdl), e sulle rivoluzionarie trasformazioni che ci porteranno, nel 2008, tempi nuovi e partiti nuovi, dice così:

“Fini non esclude in futuro una federazione tra il Partito della libertà, l’Alleanza per l’Italia e la Cosa bianca di Casini. Non è più la Cdl? Vorrà dire che la chiameremo il Castello delle libertà”.

La risata ghignosa non viene riportata, ma si può immaginare.

Oppure c’è un Adolfo Urso, che dall’alto di un pensatoio come la fondazione Farefuturo, offre questa pregnante spiegazione delle ragioni che porteranno Alleanza Nazionale a trasformarsi in Alleanza per l’Italia:

“A sinistra hanno fatto il Pd e la Cosa rossa, Berlusconi ha lanciato il Pdl e solo Fini dovrebbe restare fermo?”

In breve, nel backstage si pensa e si dice che quella dei partiti pret-a-porter è solo una messinscena.

Serve a qualcosa? Probabilmente a nascondere il vuoto di pensiero e a sopire il generale senso di frustrazione per l’incapacità di cambiare.

“Inventare parole nuove è il sintomo più sicuro della sterilità delle idee,” diceva Madame de Stael.

E se non ci sono idee, e viene a mancare l’ambizione e il coraggio di innovare, assumendo quei rischi che ciò comporta, per non essere scalzati dal potere non resta che fingere e occultare l’inanità di tanto costoso agitarsi sotto una coltre di fantasmagoriche, rutilanti apparenze.

Come osserva Tancredi, principe di Falconeri, nel Gattopardo: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.”

Machiavellismo apparentemente acuto, quello de Il Gattopardo, ma nella sostanza velleitario e fallimentare. Proprio come l’accattivante incedere sulle catwalk e l’ammuina nelle aule parlamentari dei partiti pret-à-porter in questo crepuscolo della seconda repubblica.

A Silvio

Di Silvio Berlusconi è noto l’abbandono con cui si circonda di adoranti yes men. Volendo filosofeggiare (è sabato ed è tempo di pensieri in libertà), direi che ne esistono di due tipi: gli idealisti e i pragmatisti. I primi sono spesso preti, ex comunisti e militari o figli di militari: orfani di un qualche dio, idea o capo a cui prostrarsi. I secondi sono in prevalenza ricercatori del profitto e del potere: lucidi calcolatori del fatto che non c’è scorciatoia più sicura per perseguire il successo nella vita pubblica che ossequiare l’uomo più ricco e potente d’Italia.

Nell’uno o nell’altro caso, vorrei che qualcuno mettesse in guardia Silvio e il Popolo della Libertà (PdL) che attorno a lui si sta ammassando.

Come classe dirigente del costituendo PdL, non ci potrebbe infatti essere di peggio di questi bramosi yes men. E lo fa ben capire la definizione, insuperata, che del termine “liberale” diede Karl Popper:

“Per liberale non intendo una persona che simpatizzi per un qualche partito politico, ma semplicemente un uomo che dà importanza alla libertà individuale ed è consapevole dei pericoli inerenti a tutte le forme di potere e di autorità.”

Già di Silvio risulta difficile dire che sia cosciente di questi pericoli. Ne vede alcuni ma non altri. E, soprattutto, sembra operare di continuo nella beata inconsapevolezza della minaccia che proprio lui, prima di tutto lui, in quanto concentrato sommo di potere e di autorità, pone a ogni possibile attuazione dell’idea liberale. Ma più ancora, se ci si attiene alla definizione di Popper, sono gli yes men berlusconiani che non possono che fare ribrezzo a chi abbia a cuore tale idea.

Non hanno rispetto per la propria libertà, figurarsi se possono averne per quella degli altri. Quanto al potere e all’autorità, li venerano a tal punto da rendersene sudditi non potendoli conquistare da sè. Riusciranno mai a concepirli come i pericoli da cui guardarsi? Forse soltanto dopo una lunga ed efficace psicoterapia.

In assenza di cure, e in un paese meno incline alle turlupinature, questi yes men troverebbero posto solo tra le fila di un movimento autoritario di vecchio stampo, che, con il coraggio delle proprie convinzioni, sarebbe fiero di chiamarsi, chessò, l’Ordine degli Illiberali (OdI). Altro che Popolo della Libertà!

Anche come semplici collaboratori, gli yes men sono però la scelta più sconsiderata che Silvio potesse fare. Se c’è un qualche suo amico, vero, che mi legge, glielo dica. Gli riporti questa utile e acuta riflessione che ho trovato nel libro Confessioni e Anatemi di Emil Cioran:

“Nessuna difesa possibile contro un ossequioso. Non si può dargli ragione senza cadere nel ridicolo; men che meno si può maltrattarlo o voltargli le spalle. Ci si comporta come se dicesse il vero, ci si lascia incensare non sapendo come reagire. Lui vi prende per allocchi, crede di dominarvi, e assapora il trionfo senza che possiate disingannarlo. Il più spesso è un futuro nemico, che si vendicherà di essersi inchinato davanti a voi, un aggressore mascherato che medita i suoi colpi mentre snocciola le sue iperboli.”

Da Mussolini a Craxi la storia d’Italia offre più di un esempio recente di grandi leader popolari (ma illiberali) che hanno finito per essere annientati dallo scherno di chi si era prostrato davanti a loro. A Silvio, che è il più simpatico, e che è ormai a fine recita, auguro un diverso epilogo. Ma si dia una mano. E i suoi amici, quelli veri, gli offrano qualche buon consiglio. Qualcuno lo convinca a riscrivere il canovaccio, a lasciar perdere gli yes men e il Popolo della Libertà: impostori i primi e un’impostura il secondo.

La terza via italiana alla verità: l’arabesco

Sto leggendo un interessante libro di Richard Nisbett intitolato Il Tao e Aristotele, che analizza il diverso modo di pensare di asiatici e occidentali. Racconta Nisbett – per lunghi anni docente di psicologia sociale alle Università di Yale e del Michigan – che la sua indagine nacque, casualmente, dall’osservazione fatta un giorno da uno dei suoi studenti più brillanti, di origine cinese: “Sa, la differenza tra lei e me è che per me il mondo è un cerchio e per lei una linea”.

Tra il perplesso e l’incuriosito, Nisbett cominciò una lunga ricerca che lo ha portato a chiedersi perché, in effetti, tra quel miliardo di persone che sono in qualche modo eredi della cultura dell’antica Grecia prevalga una visione fondata sull’individualismo e l’importanza dell’agire, la divisione degli oggetti in categorie e gli aut aut logici, un pensiero lineare dove esistono cause e conseguenze.

E perché tra i due miliardi di persone eredi della tradizione confuciana, taoista e buddista prevalga invece una visione che esalta l’armonia, l’importanza delle relazioni e della collettività, l’inevitabilità delle contraddizioni, il senso del mutamento e l’attenzione al contesto, la ricerca morale del giusto mezzo, un pensiero olistico intessuto di risonanze, ritorni, circolarità.

Mi è capitato alla fine di domandarmi: ma l’Italia dove sta? Linea o cerchio? Né l’una né l’altro, mi sono detto.

Foto di Dictyostelium discoideum, una muffa mucillaginosa
Fonte: Zoologisches Institut, Muenchen

Ho pensato – come non farlo in questi giorni di martellamento mediatico? – allo sconnesso iter di riforma della legge elettorale.

Eravamo stati ancorati a un sistema proporzionale puro per 45 anni. Poi, nel 1993, un referendum popolare sancì con un voto plebiscitario la transizione al maggioritario. Ma dalla fucina del Parlamento uscì il Mattarellum, un artificioso fritto misto per tre quarti maggioritario e un quarto proporzionale.

Venne poi la Commissione Bicamerale, che stufa della bizantina e inutile ricercatezza del Mattarellum, si divise a lungo tra maggioritario puro, alla britannica, o doppio turno, alla francese.

Il risultato? Lì per lì un nulla di fatto, ma qualche anno dopo il Porcellum, una “porcata” approvata in fretta e furia in finale di legislatura per cercare di impedire il formarsi di maggioranze stabili (l’opposizione di centro-sinistra sembrava allora strasicura della vittoria) e garantire l’elezione di candidati “discutibili” (o meglio indagati, prescritti e pregiudicati) privando gli elettori del diritto di esprimere preferenze.

A quasi 15 anni dall’accensione di questa centrifuga, siamo ora all’ennesimo “risciacquo” (che sia l’ultimo non mi sento proprio di dirlo). Il Porcellum, indegno di un paese civile, ha già fatto il suo tempo. E quale strada si è aperta? Quella di un sistema proporzionale alla tedesca, con sbarramento.

Visti i precedenti, c’è da temere che, pescando nella tradizione tedesca, si finisca per scegliere il peggio per applicarvi poi, in sovrappiù, i nostri fumosi adattamenti.

Potremo così avere, chessò, il Kappium. E penso a Wolfgang Kapp, un burocrate prussiano fondatore del Partito della Patria, che nel 1920, alla guida dei freikorps (corpi della libertà) diede vita a un tentativo di putsch, il primo di tanti colpi di mano e atti di destabilizzazione che portarono al collasso la Repubblica di Weimar, consegnando infine la Germania al Nazismo.

Per tornare al nostro tema, escluso che l’Italia si ispiri a una cultura della “linea” o del “cerchio”, al razionalismo greco o al pragmatismo confuciano, mi pare che non ci resti che Ennio Flaiano (nella foto in alto). Fu questo scrittore di raffinato intuito a scrivere, già qualche decennio fa:

“L’età mi ha portato la certezza che niente si può chiarire: in questo paese che amo non esiste semplicemente la verità. Paesi molto più piccoli e importanti del nostro hanno una loro verità, noi ne abbiamo infinite versioni.”

“Le cause? Lascio agli storici, ai sociologi, agli psicanalisti, alle tavole rotonde il compito di indicarci le cause, io ne subisco gli effetti. E con me pochi altri: perché quasi tutti hanno una soluzione da proporci: la loro verità, cioè qualcosa che non contrasti i loro interessi. Alla tavola rotonda bisognerà anche invitare uno storico dell’arte per fargli dire quale influenza può avere avuto il barocco sulla nostra psicologia.”

”In Italia infatti la linea più breve tra due punti è l’arabesco. Viviamo in una rete d’arabeschi”.

Ecco, né linea, né cerchio. Ma una rete d’arabeschi, variamente descritti: “colpi di genio”, superflue complicazioni, cavolate pazzesche. Questa era l’Italia di Flaiano e questa resta l’Italia di oggi.

Vae Victis, il quiz della festa della Vittoria

L’Italia ricorda oggi la vittoria nella Prima Guerra Mondiale e festeggia le sue Forze Armate. La ricorrenza non mi lascia indifferente: ho avuto un nonno che, tenente degli Alpini, combatté sul Monte Ortigara. Gravemente ferito, fu deportato in Austria dove trascorse due anni di prigionia. Rientrato in patria alla fine della guerra, fu decorato per il valore di cui aveva dato prova (mentre era in preda a formidabili sbornie di grappa, commentava lui con tipica propensione veneta all’understatement e ai superalcolici). Vorrei dedicargli un piccolo gioco, semiserio. In fondo, solo un passatempo domenicale.

E’ un quiz. E visto che ricordiamo vittorie in tempi di decadenza, l’ho chiamato Vae Victis: “Guai ai vinti”. Continua a leggere…

Processo a Mastella e ai politici italiani

“Non ci lasceremo processare sulla piazza mediatica né su qualunque altra piazza”, ha affermato stentoreo il ministro della Giustizia Clemente Mastella, parlando l’altro giorno da un inconsueto scranno: il sedile di una Maserati bianca decappottabile, su cui si trovava per partecipare alla parata del Columbus Day a New York.

Citazione colta, hanno subito sottolineato giornali e telegiornali, sparando la “notizia” in prima pagina. Si tratta delle parole usate da Aldo Moro, in un discorso del 1977, per denunciare i ricatti del terrorismo e farvi fronte. Continua a leggere…

Alitalia, ah! l’Italia…

Una delle storie di questa estate che più ho trovato irritanti è stata la vicenda Alitalia. Non ne posso più di politici, sindacalisti e tromboni vari che mi spiegano come e perché Alitalia sia un “patrimonio” del paese. Tutti a invocare “soluzioni”, “salvataggi”, iniziative per salvaguardare un simile capitale di “competenze”, a volte con toni quasi apocalittici come quelli di un Walter Veltroni, il quale, ahimé, si è spinto persino a dire che “la scomparsa di Alitalia sarebbe un colpo molto serio al ruolo dell’Italia e al suo peso nel mondo” (sic). Continua a leggere…

Rigor mortis

Tra le imperdibili highlight del Televideo Rai leggo la seguente, apodittica dichiarazione dell’on. Pierferdinando Casini: “La sfida non è più tra destra e sinistra, ma tra moderazione e conservatorismo.” Ora, sfida è una parola grossa. Per ridursi a essere moderati o conservatori basta e avanza la cura devitalizzante che l’Italia già si sta infliggendo con il concorso parassitario della sua classe politica.

Casini, però, non ha certo questo in mente. L’ossessione la conosciamo bene ed è un’altra.

E’ quella, di riffe o di raffe, di farci morire democristiani.

Il retrovisore

E’ dal secolo scorso che ho perso l’abitudine di guardare la Tv. Capisco, da giornalista, che si tratta di una notizia di nessun interesse, di cui non vale la pena parlare. Ma devo fare due precisazioni, e qui qualche motivo d’interesse forse c’è. Mia moglie la Tv ogni tanto, sul tardi, dopo che i bimbi sono andati a letto, la guarda. Per due motivi, e non più di due: gustarsi qualche thriller, di cui è golosa quasi quanto dei suoi prelibati dolci siciliani, e addormentarsi. La Tv resta così accesa, abbandonata a se stessa, fino a un mio intervento risolutore. Con una frequenza che non può essere casuale, mi è capitato a questo punto di osservare una cosa: sullo schermo campeggia un qualche potente d’Italia, intervistato nel suo studio, e sullo sfondo cosa c’è?

Un televisore congelato sul Televideo Rai.

Ora, si dà il caso che anch’io sono un cultore del Televideo Rai, ed è, penso, l’unica cosa che mi accomuna ai potenti d’Italia. Ebbene sì. Non guardo la Tv. Ma prima di dormire, quando Marzullo prende in ostaggio gli italiani che non hanno avuto l’accortezza di riparare sotto le lenzuola, io ho l’abitudine di dare un’occhiata al Televideo.

Mi sono anche chiesto il perché (forse condizionato dall’audio che filtra, mentre le pagine scorrono lente sul video: “si faccia una domanda, si dia una risposta…”). E mi sono detto che deve trattarsi di un’attività di compensazione più che di compulsione (chi vuole approfondire la differenza può leggere questo articolo).

Occupandomi di investimenti, finisco per operare nel presente ma per interrogarmi spesso sul futuro. Al termine della giornata, è come se avvertissi la mancanza di un più saldo ancoraggio al passato. E a questo bisogno risponde il Televideo Rai.

Faccio un esempio. Qualche giorno fa sono finito sulle pagine di sport, 260 e seguenti. L’estate è stagione di motori, e il Televideo raccontava, a modo suo, le vicende della Formula Uno, e, in particolare, i bellicosi propositi del “finlandese della Ferrari, Kimi Hakkinen.”

Hakkinen? Il trentanovenne pilota ritiratosi dalla Formula Uno sei anni fa? Hakkinen, ripeteva per due volte, inappellabile, il Televideo.

Immagino che anche il Presidente Prodi sia un cultore del Televideo. E se non lo è, gli consiglierei di diventarlo. Gli renderà la vita più facile.

Certo, dovrà ingoiare qualche rospo. Sappiamo com’è la Rai, è organizzata un po’ a parrocchie, e il Televideo mi dà l’impressione che sia rimasto fedele al parroco di una volta, don Berlusconi.

Ma Prodi, in questi tempi difficili, di lotte sulla riforma delle pensioni e di ricorrenti voci di crisi, lasci perdere la politica e si concentri sulle pagine di sport.

C’è il Tour de France, che lui, appassionato ciclista, sicuramente ama. Lo segua. E vedrà che, uno di questi giorni, il Televideo gli porterà, in poche, affannate ma tempestive parole, la cronaca di una nuova epica impresa di Gino Bartali. Prodi ne gioirà, per il trionfo in sé, e perché capirà che anche la crisi politica è a un passo dall’essere risolta. Proprio come nel ’48.

Preti pedofili e Provvidenza

Per un laico padre di famiglia, come me, a leggere le cronache sui preti pedofili non c’è proprio nulla di cui rallegrarsi. Dal mio punto di vista, comunque la si racconti, è una storiaccia, compreso il coinvolgimento della gerarchia cattolica, che forse per illimitata fiducia nella giustizia divina ha fatto di tutto per sottrarsi a quella umana. E qui potrei chiudere il mio post. C’è però, come sempre, almeno un altro punto di vista. Subito non ci avevo pensato. Ma poi ho avuto una specie di illuminazione.

E a posteriori devo dire che a sforzarsi di considerarli, questi diversi punti di vista, qualcosa di interessante, se non addirittura di stupefacente, si finisce per capirlo. Vediamo cosa.

La diocesi di Los Angeles pagherà 660 milioni di dollari per risarcire 508 vittime degli ultimi 40 anni. E questo fa lievitare il totale degli indennizzi cui finora la chiesa americana è stata condannata a 1,5 miliardi di dollari. Non sono ancora cifre da bancarotta. Ma poco ci manca.

Per esempio, per saldare questo conto la diocesi di Los Angeles, una delle più ricche, dovrà dismettere parte di un patrimonio che, se le stime che ho visto sono corrette, ammonta a 4 miliardi di dollari. Se ne va dunque, in un colpo solo, oltre il 15% di un gruzzolo cospicuo, che i fedeli – immagino – saranno ora restii a rimpinguare.

E poi c’è da provvedere al presente e all’avvenire (penso a quello reale, denso di incognite, e non a quello di carta, più incline alle certezze). Il maxi-risarcimento copre le cause intentate fino a due anni fa. Ma è improbabile che i casi di pedofilia tra i preti si chiudano qui.

Per capirlo basta vedere i numeri. Si parla sinora di diverse migliaia di casi di abusi (c’è chi dice che 10 mila siano una stima per difetto) per un clero, quello statunitense, che conta 46 mila membri. Il rapporto membri/abusi è impressionante: quasi come se ci fosse un caso di pedofilia per ogni famiglia italiana.

Ho letto, a questo proposito, un’intervista di monsignor Rino Fisichella (nella foto in alto) al Corriere della Sera, in cui esponeva, tra gli altri “ragionamenti” (monsignor Fisichella ha bazzicato i Gesuiti e ha la tendenza a ragionare molto, a volte, forse, fin troppo), anche la considerazione che gli atti di pedofilia, pur “esecrabili”, “vengono registrati, e in modo anche più frequente, anche dentro altre categorie sociali.”

Della pedofilia molto mi sfugge. Non so dunque a chi si riferisca monsignor Fisichella (giornalisti, politici, galeotti? O quale altra feccia?). Lui è però uno bene informato. Avrà le sue fonti e su questo punto, per la verità alquanto spuntato, non ho difficoltà a dargli credito: la pedofilia non è una prerogativa solo dei preti.

Resta però il fatto che, come l’atteggiamento di monsignor Fisichella lascia intendere e i numeri comprovano, i preti sono soggetti a rischio che operano in contesti ambientali a rischio. Un po’ come degli alcolisti che facciano uso assiduo dell’auto. Gli incidenti si ripeteranno. E proporre, a titolo di sanzione, il sequestro del “mezzo” è nel caso dei preti pedofili più facile a dirsi che a farsi.

Leggo che diverse diocesi si sono assicurate. Ma quanto costeranno ora i premi? Non so se queste polizze contemplino la formula bonus/malus. Se così fosse, il declassamento alla classe di merito più onerosa mi pare inevitabile. Insomma, per le diocesi, c’è da scommetterlo, i salassi sono appena cominciati.

Vabbé, dirà qualcuno. Sono, siamo nei guai. E il diverso punto di vista, che annunciavo all’inizio, dove sta? E’ che tra tutta questa melma potrebbe farsi strada un progetto della divina Provvidenza.

Sia chiaro, io non posso dire d’intendermene. Non oso neppure ipotizzare di cosa Essa si occupi. E ho l’impressione che chi si proclama esperto tiri spesso a indovinare. Ma vedo ora, dopo un’improvvisa illuminazione, due esiti di questa storiaccia, che, lo dico sommessamente, a me sembrano entrambi provvidenziali.

O la Chiesa sarà finalmente ridotta a quella evangelica povertà, che in due millenni ha sempre detto di voler cercare senza mai trovarla; oppure ai preti, a conclusione di un’estenuante e perdente lotta contro natura, sarà consentito di vivere la sessualità in modi un po’ meno perversi e, per la Chiesa, meno dispendiosi.

Delle due, quest’ultima è senz’altro la soluzione più agevole. Col sesso, dopo tutto, è facile divertirsi in modo salutare senza spendere grosse cifre. Mentre per la povertà evangelica non vedo un’autentica vocazione, soprattutto in una gerarchia cattolica che a volte sembra credere, come ricordava il compianto Montanelli, in un Dio “non solo Uno e Trino, ma anche Quattrino.”

Ma sarebbe stolto cercare di porre limiti alla Provvidenza. Comunque vada, quella che uscirà dallo scandalaccio dei preti pedofili dovrebbe essere una Chiesa migliore. Ne abbiamo bisogno. Deo gratias!

Calcio, coca e cellulari: i primati dell’Italia

Leggo che l’Italia è seconda in Europa per consumo di coca, dietro alla Spagna e alla pari con la Gran Bretagna. Sarà un caso, ma mi sembra la Champions League, dove otto delle ultime dieci edizioni sono state vinte da squadre di questi stessi paesi. Nel calcio e nella coca siamo ai vertici, un collettivo davvero da sballo. Ma non sono questi gli unici primati che possiamo vantare. Continua a leggere…

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