l'Investitore Accorto

Per capire i mercati finanziari e imparare a investire dai grandi maestri

Archivi per il mese di “ottobre, 2007”

Processo a Mastella e ai politici italiani

“Non ci lasceremo processare sulla piazza mediatica né su qualunque altra piazza”, ha affermato stentoreo il ministro della Giustizia Clemente Mastella, parlando l’altro giorno da un inconsueto scranno: il sedile di una Maserati bianca decappottabile, su cui si trovava per partecipare alla parata del Columbus Day a New York.

Citazione colta, hanno subito sottolineato giornali e telegiornali, sparando la “notizia” in prima pagina. Si tratta delle parole usate da Aldo Moro, in un discorso del 1977, per denunciare i ricatti del terrorismo e farvi fronte. Continua a leggere…

L’analisi tecnica svela un rally di Borsa sospetto

I mercati azionari sembrano essersi lasciati rapidamente alle spalle la crisi di agosto, le preoccupazioni per i mutui subprime americani e la debacle dei CDO. Borse dei paesi emergenti, Nasdaq e, infine, venerdì scorso, l’S&P 500 hanno in rapida successione toccato nuovi massimi. Tutto bene, dunque? I mercati stanno scaldando i motori per il tradizionale rally di fine anno? La domanda è impegnativa. E va in qualche modo ridotta alle sue parti per poter trovare un principio di risposta. Ci si può chiedere, ad esempio, qual è stata sin qui la natura del rimbalzo degli indici dai minimi di metà agosto. E l’analisi tecnica ci viene in soccorso.

Prima di passare a due semplici e utili grafici, pubblicati in questi giorni sul sito Safehaven.com, vorrei però fare una rapida premessa.

Limiti e utilità dell’analisi tecnica

E’ la prima volta che do spazio all’analisi tecnica. E qualcuno si potrà chiedere che ci stia a fare, in un blog che dice di ispirarsi a Ben Graham, a Warren Buffett e al value investing. Dirò questo: l’educazione al “valore” è per me il fondamento su cui meglio e con più successo si può gestire un portafoglio nel lungo periodo. E’, insomma, la via maestra per un duraturo successo come investitori. Un po’ di eclettismo, che non scada nella confusione e nell’improvvisazione pasticciata, può però essere d’aiuto.

Sarebbe stolto pensare di poter tutti condividere le sopraffine capacità di analisi del valore di un Warren Buffett, che lo portano ad esempio, e nel suo caso giustamente, a disdegnare il prudenziale principio della diversificazione del portafoglio. Per un normale investitore, che pur si ispiri alla filosofia di Buffett, diversificare i titoli in portafoglio è invece una saggia cautela.

Allo stesso modo, puntare solo sul value investing, ignorando dogmaticamente quanto ci può essere di utile in altre filosofie d’investimento, mi sembra un’inutile forzatura.

Ad esempio, in questa fase, dopo quasi cinque anni di bull market, sarebbe avventato non cercare di applicare i più idonei strumenti d’analisi al tentativo di capire se la fase ascendente stia per esaurirsi e non sia tempo di adottare un’allocazione di portafoglio più difensiva. L’analisi del ciclo, l’analisi del sentiment, l’analisi tecnica possono offrire interessanti indicazioni.

Aggiungerò che dell’analisi tecnica le parti che meno mi convincono sono quelle più popolari e diffuse, come l’analisi del trend e dei pattern (figure) disegnati dai prezzi.

Nella mia esperienza (suffragata peraltro da più accurati studi scientifici), il verificarsi di una figura o la rottura di un trend hanno una valenza predittiva alquanto dubbie: conferme e smentite del presunto significato di questi “eventi” sono, grosso modo, altrettanto frequenti.

Un aspetto dell’analisi tecnica che trovo invece più utile e fondato è la cosiddetta analisi dei market internals, cioè di quanto accade sui mercati al di là dei movimenti di prezzo, al di sotto della superficie immediatamente visibile.

Come si comportano i volumi, come si modifica l’ampiezza o spessore del mercato in relazione ai prezzi (in inglese, market breadth, data dal rapporto tra titoli che salgono e titoli che scendono) è ciò che spesso offre le indicazioni più prescienti.

In estrema sintesi, un rally che poggi su volumi calanti e un’ampiezza sempre più sottile (perché a sospingere gli indici sono sempre meno titoli) è un rally fragile, destinato probabilmente a invertire rotta.

Debolezza del rally dai minimi di agosto

Di questo si occupano i due grafici che ho selezionato da Safehaven.com.

Il primo, tratto da un articolo di David Yu, illustra prezzi e volumi dell’indice S&P 500 dalla fine di agosto. Come evidenziano le frecce rosse, mentre i prezzi salivano i volumi scendevano. Nel corso del mese di settembre, sempre più investitori si sono accontentati di starsene in disparte a osservare quello che succedeva. E questo si è ripetuto anche venerdì scorso, quando l’indice ha segnato dei nuovi massimi.

Il secondo grafico, tratto da un articolo di Mike Burke, accosta l’andamento di prezzo dell’indice S&P 500 alla cosiddetta linea advance-decline (ADL) del NYSE, uno dei più utili indicatori di ampiezza del mercato, ottenuto semplicemente aggiungendo il saldo tra titoli in ascesa e titoli in flessione al totale precedente.

La direzione dell’ADL, che riflette l’andamento dei circa 3300 titoli quotati al NYSE, viene poi confrontata con l’andamento di prezzo dell’indice di mercato, in cerca di divergenze.

Come scrive John Murphy nella sua “bibbia,” Analisi tecnica dei mercati finanziari, su cui si sono formate generazioni di analisti tecnici, “la linea degli advance-decline ci dice se la ‘truppa’ sta marciando assieme ai ‘generali’.” E aggiunge: “Storicamente la linea AD raggiunge il suo massimo in anticipo rispetto agli indici del mercato, e questo è il motivo per cui è tenuta costantemente sotto controllo.”

Il grafico di Safehaven.com mette in luce un quadro, come nota Mike Burke, tipico di un top di mercato.

S&P 500 (in rosso) e linea AD (in verde) hanno toccato un primo massimo, simultaneamente, ai primi di giugno (le linee tratteggiate verticali indicano l’inizio di ogni mese, quella tratteggiata in rosso l’inizio dell’anno). Il nuovo massimo segnato dall’indice a metà luglio non è stato confermato dall’ADL, che anzi ha cominciato a flettere prima, anticipando la brusca correzione estiva del mercato. Il nuovo massimo di venerdì si è accompagnato a una linea AD in ripresa molto più lenta, e ancora lontana dai suoi massimi di fine primavera. La truppa, insomma, è riluttante a seguire i generali.

Volume e ampiezza ci raccontano storie simili. Il rally dell’ultimo mese e mezzo appare sospetto, perché ha avuto scarsa partecipazione di investitori (bassi volumi) e di titoli (linea AD divergente rispetto ai prezzi). Elementi di forza che oggi non sono presenti potrebbero apparire da un momento all’altro. E’ probabile che molti investitori abbiano deciso di stare alla finestra in attesa delle trimestrali del terzo trimestre, la cui pubblicazione prende il via proprio oggi.

In ogni caso, la conclusione da trarre, per ora, è che di questo rally, e della grancassa mediatica che ha salutato i nuovi massimi di Wall Street, è giusto essere scettici.

Mercati predittivi e recessione negli Usa

In tre diverse occasioni, nei post Il mercato delle idee, L’economia Usa e lo spettro della recessione, e Mercati azionari e rischi di recessione, mi sono sforzato di recente di analizzare quali siano le probabilità di un deterioramento della congiuntura economica negli Usa, attraverso quali indicatori possano essere meglio monitorate e infine quali potrebbero essere le conseguenze per gli investitori. Il tema è importante e vorrei aggiungere oggi qualche breve considerazione su un altro strumento utile e innovativo, che ogni accorto investitore può inserire nel suo arsenale: il contratto US.recession.08 scambiato sul prediction market di Intrade.

Secondo le scommesse dei partecipanti a questo mercato, i rischi di una recessione negli Usa nel 2008 sono valutati al momento al 49%. Come evidenzia il grafico qui sotto, dopo essere salite sino a lambire il 60% agli inizi di settembre, le probabilità sono gradualmente scese nell’ultimo mese, anche se restano elevate.

Il contratto di Intrade non è per ora scambiato in modo molto attivo. E questo è un limite. Ma l’aspetto incoraggiante è che i prediction market (mercati predittivi), nati in ambito universitario sul finire degli anni ’80 con l’Iowa Electronic Market, hanno dimostrato nel tempo una capacità di predire eventi economici, politici o di natura commerciale (come il successo di un nuovo film) di gran lunga superiore a quella dei migliori sondaggi d’opinione o alle stime dei cosiddetti “esperti”.

Come spiegano in un articolo per il Journal of Economic Perspectives Justin Wolfers e Eric Zitzewitz, due professori dell’Università di Stanford, l’efficacia dei prediction market si basa sulla capacità di aggregare le opinioni di partecipanti che, attraverso la motivazione del profitto, hanno incentivi per ricercare e scoprire informazioni e renderle pubbliche in modo veritiero (tutte considerazioni non applicabili ai tradizionali sondaggi d’opinione).

Che l’aggregazione di opinioni diverse, in progetti cooperativi o in mercati ben regolati che offrono i giusti incentivi, dia poi risultati molto più affidabili di quanto non sappiano realizzare, individualmente o a piccoli gruppi, i cosiddetti esperti, è una scoperta che in anni recenti ha avuto molte conferme, esposte magistralmente in libri importanti come “The Wisdom of Crowds” di James Suroviecki o “The difference” di Scott Page.

La prossima volta che vedete o leggete un qualche guru esprimersi eloquentemente sui rischi che corre o non corre l’economia americana affrettatevi insomma a consultare il prezzo del contratto scambiato sul prediction market di Intrade: è probabile che la sappia più lunga.

Spesa pubblica e privilegi in Italia

Il Corriere della Sera pubblica oggi un editoriale  di Francesco Giavazzi che invito caldamente a leggere. S’intitola “Il mito della spesa” e fa a pezzi una delle credenze più ingiustificate e dannose tra le tante, infondate, cui l’Italia sembra non saper rinunciare: e cioè che la spesa pubblica, qui da noi, serva ad aiutare i meno abbienti.

Non è così, dimostra fatti alla mano Giavazzi. La spesa pubblica, nel nostro paese, è accaparrata da rentier, grandi gruppi industriali, privilegiati lavoratori sindacalizzati alla vigilia della pensione, in genere da “furbi” e “potenti” che sanno come piegare ai loro interessi una politica e dei governi, che quando non sono inutili (perché impegnati in fumose chiacchiere) si rivelano dannosi (perché intenti a prendersi cura delle categorie o delle lobby sbagliate e meno meritevoli di attenzione).

Sono necessari un lucido esame di realtà e una rivoluzione culturale: “Agli inizi del secolo scorso più spesa pubblica voleva dire più stato sociale, meno disuguaglianza. Oggi spesso vuol solo dire più privilegi.”

Giusto, giustissimo.

Giavazzi consiglia al centrosinistra oggi alla guida del paese di tagliare le spese. Si scoprirà che “talvolta i privati possono offrire gli stessi servizi che offre un’amministrazione pubblica, ma in modo più efficiente e a costi inferiori.”

Con l’enfasi sul “talvolta”, e tenuto conto di quanto inefficiente e mal indirizzata sia la spesa pubblica in Italia, di nuovo sono d’accordo.

P.S.: Nel suo editoriale Giavazzi riprende temi che assieme ad Alberto Alesina ha approfondito nel libro “Il liberismo è di sinistra”, uscito a settembre. Si tratta di un pamphlet di 115 pagine, facile da leggere, ma ispirato, denso e utile. In particolare in un paese come il nostro, che le ricette liberali in economia le ha sempre ignorate.

 

Ciclo presidenziale e bear market del 2009

Nel post Il Mercato delle Idee, riferendo dell’impopolarità di George W. Bush, avevo fatto qualche considerazione sul cosiddetto ciclo presidenziale (o presidential cycle). E’ un punto che merita di essere approfondito e l’opportunità mi viene offerta da un articolo apparso su Optionetics.

Di cicli di Borsa si parla spesso, perché è da almeno un secolo che si è capito come tanto l’attività economica che l’andamento dei mercati seguano un moto “pendolare” tra fasi espansive, di solito più prolungate, e fasi di contrazione, più rapide e concitate. Continua a leggere…

La debacle dei fondi comuni italiani

Mi era sfuggito un interessante articolo di Beppe Scienza (nella foto) sulla debacle dei fondi comuni italiani. Pubblicato su Libero Mercato il primo di settembre, riporta i risultati dell’analisi condotta ogni anno dall’ufficio studi di Mediobanca sull’industria dei fondi italiani.

E’ uno studio accurato e importante, visto che passa ai raggi X la bontà o meno delle scelte d’investimento di ben undici milioni di italiani, che affidano ai fondi comuni almeno una parte dei loro risparmi. Purtroppo viene divulgato in piena estate, quando i risparmiatori italiani sono alquanto distratti.

I risultati, come sintetizza Scienza, sono catastrofici.

Solo il 14% dei fondi, nel 2006, ha fatto meglio del benchmark (e cioè del mercato di riferimento). La percentuale scende addirittura al 2% se si allunga l’orizzonte temporale al quinquennio 2002-2006.

E c’è un terzo dato che fa rabbrividire: nessun gestore ha fatto meglio del benchmark con almeno la metà delle masse amministrate. E cioè, non c’è gestore che abbia saputo ottenere i risultati che chiunque, anche il più inetto tra noi, avrebbe potuto portare a casa investendo direttamente negli indici, ad esempio attraverso gli Etf.

Scienza, che insegna matematica all’Università di Torino e dice quello che pensa e che gli dimostrano le cifre, se la prende anche con la stampa economica. Giustamente, dico io, che pure faccio il giornalista. Il continuo sbandieramento di classifiche, tabelle, assegnazioni di stelle di merito è, in sostanza, una presa in giro – anche se in molti casi viene fatto, aggiungo io, più per pigrizia e ignoranza che per dolo.

Le classifiche non dicono nulla o perché manca il confronto con i benchmark, o perché i periodi analizzati sono troppo brevi e danno conto di risultati che sono casuali, o perché – come sottolinea Scienza – non c’è nessuna cura nel verificare se il gestore è cambiato o meno.

Succede spesso che i fondi restano ma i gestori si alternano. E siccome l’abilità nel battere il mercato, se c’è, può solo essere del gestore, seguire la performance del fondo senza interessarsi del gestore è un esercizio privo di senso.

E’, questa, una polemica che anch’io ho già fatto, con un po’ di certosina attenzione al dettaglio, nel mio post Classifiche dei fondi: come evitare le trappole.

La conclusione qual è? Per Scienza gli undici milioni di italiani direttamente coinvolti farebbero bene a lasciar perdere i fondi comuni italiani, che servono soltanto a ingrassare i profitti già copiosi delle banche, e a investire i loro soldi in titoli di Stato ed Etf, “magari evitando quelli astrusi.”

A grandi linee, fermo restando che qualche eccezione c’è sempre, è una conclusione da condividere.

Il mercato delle idee: Rally, rischi e black box

Nel Mercato delle Idee presento una serie di link ad articoli interessanti. Quelli qui raccolti trattano temi come la crisi finanziaria di agosto, la fuga dal dollaro, il ruolo crescente ma oscuro degli hedge fund, il rally delle materie prime e i rischi d’inflazione, il collasso del mercato americano della casa, le contrastanti valutazioni sulla possibilità che una recessione sia alle porte.

Mercati

Buttonwood su l’Economist si chiede se la crisi finanziaria di agosto assomigli di più a quella del 1990 (collasso delle Casse di Risparmio americane), che sfociò in una recessione e in un pronunciato calo delle Borse, o a quella del 1998 (default russo e crollo del fondo LTCM), che fu seguita da un anno e mezzo di scapigliata speculazione rialzista sull’onda delle riduzioni dei tassi decise dalla Fed (da allora in poi descritte col nomignolo di “Greenspan put”). Non ci vorrà molto per capirlo. Ma il consiglio è di monitorare attentamente tre fattori che potrebbero annunciare l’arrivo di tempi bui: un aumento degli spread sui mercati del credito, una ripresa dell’inflazione, e una fase di improvvisa forza dello yen (che indicherebbe una fuga dal rischio da parte degli investitori più aggressivi, i quali fino ad oggi si sono indebitati in yen per investire con leva su altri mercati). Il primo fenomeno è già accaduto (anche se non nelle dimensioni del 1998), il secondo è diventato più probabile (se ha un senso la corsa a vendere dollari e a comprare oro dopo il recente taglio dei tassi da parte della Fed), ma del terzo, per ora, non c’è traccia. L’appetito per il rischio è dunque ancora elevato. Anche se si sa che sulla stabilità e durevolezza degli appetiti degli investitori non è consigliabile fare affidamento.

Anche Bespoke Investment Group fa confronti, in questo caso di natura grafica e con l’andamento dell’S&P 500 nelle crisi del 1987 e del 1998. Risultato? Come appare evidente (vedi sotto), sembrano esserci davvero pochi paralleli.

Banking Credit Analyst riflette sulle caratteristiche dei flussi d’investimento emersi dalla crisi estiva. I due temi portanti sono “go global” (e cioè diversificazione a livello globale, soprattutto a beneficio dei mercati emergenti) e “via dall’epicentro della crisi” (e cioè mercato immobiliare Usa, mutui subprime e, in genere, il dollaro). I beneficiari di questi flussi sono, nel complesso, i mercati azionario e delle commodities, e le valute più lontane dal dollaro. Per BCA si tratta di trend destinati a durare.

Mark Hulbert è uno specialista dell’analisi del sentiment del mercato, che fa da decenni basandosi soprattutto sulle raccomandazioni degli autori di newsletter finanziarie in America. L’assunto di fondo di tale analisi è che, agli estremi, panico ed euforia sono indicatori contrari: quando ci sono troppi pessimisti il mercato è probabilmente vicino al fondo, e viceversa, quando ci sono troppi ottimisti, un picco non è lontano. Come interpretare, su queste premesse, il rally dell’oro, che a settembre ha varcato di gran corsa la soglia dei 700 dollari l’oncia? Hulbert ha verificato che il sentiment è molto più cauto oggi di quanto non fosse nel maggio del 2006, quando l’oro si spinse una prima volta verso livelli analoghi. Il rally attuale, insomma, sembra poggiare su basi molto più solide.

Ken Fisher, figlio d’arte, grande investitore, e columnist di lungo corso per Forbes, dove tiene una rubrica che ha azzeccato con raro tempismo quasi tutti i grandi punti di svolta dei mercati azionari nell’ultimo ventennio, è rimasto fedele al campo dei Tori durante tutta la crisi estiva delle Borse. Nel suo ultimo articolo per Forbes enuncia “quattro ragioni” alla base della convinzione che quella estiva è stata solo una correzione in un rally destinato a continuare. Meritano di essere attentamente ponderate. Dice Fisher che l’ascesa e poi il crollo dei mercati, nel corso degli ultimi mesi, sono stati troppo ripidi per assomigliare alla fine di un bull market e all’inizio di un bear market. Queste transizioni da un ciclo all’altro sono in genere lente e graduali. In secondo luogo, non esiste bear market che prenda l’avvio da “notizie vecchie” e risapute. Ci vogliono fatti nuovi. E la crisi del mercato subprime non lo è. Era da anni che tanti investitori avevano messo in conto il crollo dell’enorme mucchio di prestiti facili e dissennati contratti nel mercato immobiliare americano.

Il terzo motivo è che il credit crunch di cui tanto si parla è per Fisher una contrazione del credito che, almeno nel settore corporate, fa solletico più che paura. Nel 2000 gli spread tra titoli del Tesoro e junk bond si allargarono all’improvviso di tre o quattro punti percentuali. Oggi si sono allargati di un punto per poi tornare a restringersi, e gran parte dell’aumentato differenziale è stato provocato dalla discesa dei rendimenti dei titoli del Tesoro più che da un’impennata di quelli dei junk bond: uno sviluppo tutt’altro che negativo. Infine c’è il pessimismo dei media, che per Fisher è sempre presente nelle correzioni di un bull market e mai quando un bull market cede finalmente il passo a un bear market. Insomma, finchè i pessimisti di oggi non diventeranno ottimisti c’è per Fisher un buon motivo per pensare che il rally delle Borse continuerà, con il suo epicentro nei mercati emergenti dell’Asia.

Delle cause della crisi di agosto ho già scritto nel post Derivati, armi di distruzione di massa? riservandomi di tornarne a parlare con l’aiuto di un grande esperto come Satyajit Das. Lo farò, ma per ora, per quanti masticano l’inglese, vorrei proporre un suo testo recente, un po’ lungo ma illuminante: “Credit crunch, the new diet snack for financial markets”. E aggiungere il link a un articolo del New York Times che fa riferimento a un paio di altri studi di autori importanti come Andrew Lo del MIT e Clifford Asness di AQR, un grande e prestigioso hedge fund pure scosso dalla crisi. Tra le analisi di questi autori ci sono molti punti in comune: il moltiplicarsi di hedge fund ha aumentato il rischio nei mercati, il fatto che molti perseguono strategie simili ha ridotto i ritorni, sollecitando l’impiego di una leva finanziaria sempre maggiore. In caso di improvvise difficoltà di qualche grosso player (come è accaduto ai primi di agosto tra gli hedge fund quantitativi) le liquidazioni forzate che ne derivano portano a un “impazzimento” caotico dei mercati più diversi, con conseguenze negative che ricadono a cascata su un numero via via crescente di investitori.

A proposito di hedge fund, un articolo del Financial Times riporta i risultati di uno studio di Hedge Fund Intelligence: nei primi sei mesi dell’anno gli asset amministrati da fondi hedge a livello globale sono aumentati del 19% raggiungendo i 2.500 miliardi di dollari. Se si tiene conto della leva finanziaria spesso impiegata da questi fondi, e della segretezza con cui operano, si capisce perché molti cominciano a preoccuparsi del fatto che sono dei misteriosi “black box” (scatole nere) a farla sempre più da padroni sui mercati finanziari.

Un articolo di Bloomberg mette in rilievo i caratteri travolgenti del rally in corso delle materie prime. Nel mese di settembre l’indice CRB ha guadagnato l’8,1%, sospinto dall’ascesa dei prezzi del grano, del petrolio e dell’oro. Si tratta del risultato migliore dal luglio del 1975. Il riferimento alla metà degli anni ’70, quando la prima crisi petrolifera, innescata dal conflitto tra arabi e israeliani, fece esplodere l’inflazione, fa pensare. Oggi la domanda di materie prime è sostenuta dall’impetuoso processo di industrializzazione della Cina, un fattore a cui durante l’estate si è aggiunto il sospetto che per contrastare la sempre più profonda crisi immobiliare negli Usa la Federal Reserve tornerà a inondare i mercati di liquidità. I rischi d’inflazione sono dunque in aumento. E in tempi d’inflazione, sono gli asset reali (come le materie prime) a offrire la protezione migliore.

Delle scomode opzioni che la Federal Reserve ha davanti a sè si occupa Bill Gross, il “re dei bond”, nella sua lettera mensile agli investitori. Il problema per la banca centrale americana è la situazione schizofrenica tra un settore corporate in buona salute e milioni di famiglie che rischiano di finire sul lastrico, affossate dai debiti e da un mercato della casa in caduta libera (vedi grafico sotto). Scrive Gross: “Se Bernanke fa finta di nulla e congela i tassi, rischia di esacerbare una crisi immobiliare in pieno sviluppo. D’altra parte, se decide di favorire le famiglie a scapito delle imprese, il rischio è di tornare ad accendere comportamenti speculativi nel mercato azionario, e di provocare una fuga dal dollaro.” Cosa farà la Fed? Cercherà probabilmente una via mediana ma efficace nel contrastare una crisi del mercato della casa destinata a restare per anni al centro delle sue preoccupazioni. Per Gross questo significa che nei prossimi 6-12 mesi i tassi a breve dovranno scendere a livelli non superiori all’1% reale, pari al 3,75% in termini nominali – molto più in basso, insomma, di quanto non sia al momento scontato dal consenso degli investitori.

Una sintesi efficace della performance dei mercati mondiali alla fine del terzo trimestre, espressa in termini di valuta locale, è pubblicata da Bespoke Investment Group. Svettano i guadagni di petrolio, oro e mercati emergenti; tra le Borse sono quelle dei cosiddetti BRIC (Brasile, Russia, India, Cina) a guidare la classifica.

Economia

Paul Kasriel di Northern Trust riassume in un recente articolo la sua valutazione dello stato dell’economia Usa. Kasriel parla di una “growth recession” (recessione con crescita), cioè di un’economia che cresce meno del suo potenziale e che vede dunque diminuire la capacità utilizzata e aumentare i disoccupati, con rischi elevati di una vera e propria recessione nell’immediato futuro. Il pericolo viene dal mercato della casa, il cui collasso sta inducendo le famiglie a mettere un freno ai consumi. Sono diversi gli indicatori che confermano come gli Usa siano ad appena un passo dalla recessione: dal LEI (Index of Leading Economic Indicators, da noi noto come superindice economico), al rapporto tra occupati e popolazione (che ha iniziato a calare, come è accaduto all’inizio di ogni recessione degli ultimi decenni), all’indicatore di Kasriel (“Kasriel Recession Warning Indicator” o KRWI, vedi grafico sotto), composto dal tasso di variazione annua della base monetaria in termini reali, e dalla media mobile a quattro trimestri dello spread tra tassi decennali e Fed Funds.

Nota Kasriel che, assieme, l’andamento reale della base monetaria e la curva dei rendimenti hanno sempre dato segnali affidabili di recessione negli ultimi 50 anni. Quest’anno hanno emesso un “segnale qualitativo” o debole, nel senso che sono scesi leggermente in territorio negativo per poi rimbalzare, seppur di poco. Ci troviamo, insomma in una situazione di grande incertezza e notevoli rischi, a cui la Fed, ad avviso di Kasriel, ha cominciato a rispondere con una manovra di riduzione dei tassi che con ogni probabilità continuerà in modo aggressivo nei mesi a venire.

A misurare i rischi di recessione c’ha provato anche un sondaggio di Rothstein Kass tra i manager di hedge fund americani. Hanno risposto in 239, e per il 61% del campione una recessione è “molto probabile” nel 2008. L’87%, messo evidentemente sul chi va là dagli scossoni dell’estate, ha anche previsto un aumento della volatilità nei mesi a venire. Ma, si sa, per gli hedge questo non è un problema.

Una stima ben diversa la fa invece il campione eterogeneo di investitori istituzionali che Merrill Lynch sonda ogni mese nella sua nota e molto seguita “Global Fund Manager Survey”. Riferisce David Rosenberg che, nel più recente sondaggio, solo il 7% vedeva rischi di recessione per il prossimo anno. E’ presumibile, dunque, che se una recessione dovesse davvero prendere piede, si abbatterebbe come una sorpresa di grande impatto sui mercati globali. E qual è la stima di Merrill Lynch? In base al loro modello, il rischio viene quantificato al 70%. E’, insomma, molto alto.

Un tassello del puzzle che ancora manca per arrivare a dire che una recessione negli Usa è inevitabile è sicuramente l’ISM manifatturiero, un sondaggio tra i responsabili degli acquisti che ha dimostrato nel tempo di predire correttamente, con un trimestre circa d’anticipo, l’evoluzione del Pil. Il rapporto di settembre è uscito due giorni fa, e come nota Northern Trust, ha evidenziato un indebolimento per il terzo mese di fila. Ma il dato di 52 resta per ora sopra la soglia di 50, che individua il punto di demarcazione tra espansione e contrazione dell’attività economica.

Un utile sommario dello stato del mercato della casa, l’origine dei problemi americani, lo offre Barry Ritholtz nel suo blog. Le tabelle alla fine del post, tratte dal New York Times, rendono con efficacia l’asprezza del tonfo. Non solo i prezzi delle case sono in caduta libera, ma se si dà credito ai contratti future, una stabilizzazione dei prezzi non è prevista prima del 2010. La crisi, insomma, è appena agli inizi.

Politica e media

La fiducia degli americani nell’amministrazione federale, stando all’ultimo sondaggio Gallup, è crollata ai livelli più bassi dai tempi dello scandalo Watergate, che costrinse l’allora presidente Nixon alle dimissioni. Manca appena un anno alle elezioni, ed è lecito pensare che George W. Bush farà di tutto per evitare una disfatta dei Repubblicani, e una fine così ingloriosa del suo secondo mandato. Chi pensa, e sono in tanti, che l’appuntamento ciclico con una recessione sarà almeno un po’ differito, fa affidamento sull’inesorabile logica del cosiddetto ciclo presidenziale. Il terzo e quarto anno di questo ciclo (nel nostro caso, il 2007 e il 2008) sono tipicamente i migliori per la Borsa per la semplice ragione che la Casa Bianca fa di tutto (compreso l’esercizio di ogni tollerabile pressione sulla Fed) per assicurare che i rubinetti della spesa e della liquidità siano ben aperti nell’imminenza della scadenza elettorale. E’ l’applicazione pratica del motto: “It’s the economy, stupid.” Scommettere su una recessione a breve sarebbe insomma un po’ come scommettere contro il ciclo presidenziale: in passato si è trattato, quasi sempre, di una puntata perdente.

MarketWatch, il portale di informazioni finanziarie che fa capo alla Dow Jones (e cioè, in definitiva, alla News Corporation di Murdoch), ha lanciato la versione beta di MarketWatch Community: un servizio gratuito che consente agli utenti di riorganizzare, condividere, commentare, etc. etc. i ricchi contenuti del sito. E’ un altro passo in quella rivoluzione dei media che ci sta trasformando tutti in “prosumer” (produttori/consumatori), e di cui ho scritto nel mio post Internet, i media e l’imprevedibile futuro. L’Italia, in questa rivoluzione, si trastulla nelle retrovie. E’ di oggi la notizia che la commissione europea agirà contro il nostro governo per i ripetuti ritardi nell’eliminare parti che contrastano con le norme sulla concorrenza contenute nella legge Gasparri (figlia prediletta del governo Berlusconi). Scrive Reuters: “Bruxelles ha messo nel mirino la legge Gasparri soprattutto nella parte che consente alle sole imprese già presenti nel mercato televisivo di comprare frequenze da altri operatori per avviare le trasmissioni digitali.” Tenacemente, e a tanti livelli, l’Italia appare impegnata a difendere un indifendibile passato, che le tecnologie e lo “spirito dei tempi” stanno affossando.

 

I multipli di Borsa restano elevati

L’inchiesta di CorrierEconomia di oggi, che ho citato nel mio post Perché la Borsa italiana è maglia nera in Europa?, comprende anche un’intervista, in gran parte condivisibile, con Gianluigi Costanzo, responsabile di Generali Investments. C’è però un punto su cui vorrei sollevare delle obiezioni, ed è purtroppo il più importante. Dice Costanzo: “Le Borse non sono molto care e in genere il loro rapporto prezzo/utili è interessante. E Piazza Affari […] non fa eccezione.” E’ un punto di vista comune a molti investitori professionali, ma che pur riflettendo il consenso di mercato manca di obiettività.

Vorrei prendere a prestito le argomentazioni che ripropone, nella sua ultima lettera settimanale, John Hussman.

Guardiamo il benchmark dei benchmark, e cioè l’S&P 500. Sulla base delle stime di consenso, il rapporto prezzo/utili prospettici è oggi di circa 15 volte, un livello che molti investitori immediatamente riconoscono come familiare: si sa che la media storica del multiplo P/E, almeno per il mercato americano, gravita attorno a 14-15. Il fair value sembrerebbe non dover essere lontano da qui.

Il cattivo uso del P/E

Le precisazioni da fare sono però molte. Le stime di oggi calcolano gli utili operativi (accuratamente depurati di molte disavventure in cui incappano le società quotate) e non quelli netti. Le serie storiche del P/E, fino agli anni ’80, sono state compilate sulla base degli utili correnti e non di quelli prospettici (sistematicamente più elevati). Infine l’uso del P/E senza considerare l’andamento del ciclo è largamente svuotato di validità, come ho già argomentato nel post Sul cattivo uso del P/E e il P/E normalizzato.

Scrivevo in quel post:

Il grosso limite del P/E è che la base (il denominatore E) su cui si opera il confronto è molto “ballerina.” Gli utili sono una variabile economica volatile, molto più volatile del PIL, che pure, come chiunque sa, tende a oscillare tra fasi di crescita e stagnazione.

Basta guardare all’ultimo ciclo, in cui gli utili delle società americane, dopo il boom della seconda metà degli anni ’90, crollarono nel 2001 del 50% (cinquanta per cento!) quando l’economia Usa entrò in una breve e poco profonda recessione.

L’uso naive del P/E porta al paradosso che un titolo o un indice tenderà ad apparire sopravvalutato quando gli utili sono depressi (in una recessione), e sottovalutato quando gli utili sono insostenibilmente elevati (al picco del ciclo). Ma questo è un nonsenso.

E’ vero invece il contrario: le punte di sopravvalutazione si raggiungono quando gli investitori si lasciano andare all’ottimismo eccessivo (al picco del ciclo), e quelle di sottovalutazione quando è il pessimismo a farla da padrone (nel tunnel della recessione).

Il P/E, per diventare un buon strumento di valutazione, ha bisogno di un “filtro”, che stabilizzi la base di calcolo identificando un livello normale degli utili, “depurato” dai pronunciati alti e bassi del ciclo.

Il P/E normalizzato

Come osserva Hussman, è irrealistico pensare che il livello “normale” degli utili possa essere quello di oggi: ci troviamo infatti ben al di sopra del trend di lungo periodo (crescita media annua degli utili del 6% circa), probabilmente in prossimità del picco ciclico, in una situazione in cui una serie di fattori one-off (che in sintesi vanno fatti risalire al processo di globalizzazione) hanno consentito al settore corporate di far lievitare i margini di profitto addirittura del 50% al di sopra della norma.

Se si fa la tara per tutti questi elementi di eccezionalità, da quelli macroeconomici a quelli contabili, a quale conclusione si arriva?

Ce lo dice uno degli analisti più seri e stimati al mondo, Andrew Smithers (nella foto in alto), che ha da poco aggiornato, sul suo sito, un grafico con le serie storiche, relative all’S&P 500, del P/E “corretto in base al ciclo” (CAPE) e della q di Tobin (un parametro di valutazione proposto dal premio Nobel James Tobin e basato sul valore netto degli asset delle società quotate). Eccolo:

Se si dà credito ai calcoli di Smithers (e sarebbe bene farlo, dato che le sue misure di valore, tanto il CAPE che q, sarebbero state in passato un’ottima guida per gli investitori), l’S&P 500 risulta oggi sopravvalutato dell’83% rispetto alla media di lungo periodo. Un discorso analogo potrebbe essere applicato ai mercati europei.

Mercati sopravvalutati e ritorni deludenti

L’unico modo in cui è possibile riconciliare questa analisi con quella di chi, come Costanzo, ritiene i mercati di oggi “interessanti” sotto il profilo valutativo è di pensare che gli “ottimisti” il confronto lo facciano su un periodo storico che non si spinge più indietro degli anni ‘90. Ma così finiscono per confrontare delle Borse sopravvalutate con Borse ancor più sopravvalutate.

Chi percorre questo genere di scorciatoie farebbe bene a non ignorare anche un’altra annotazione. Osserva Hussman che dal 1998 a oggi il ritorno totale di un investitore nell’S&P 500 è stato uguale a quello di chi avesse “parcheggiato” i suoi risparmi in titoli del Tesoro a breve termine, ovviamente con una differenza fondamentale, e cioè che il rischio e la volatilità dell’investimento azionario sono stati enormemente superiori.

Si conferma così l’esperienza storica di generazioni di investitori: mercati sopravvalutati hanno sempre finito per offrire, nel medio-lungo periodo, rendimenti deludenti.

Perché la Borsa italiana è maglia nera in Europa?

Il CorrierEconomia di oggi annuncia in prima pagina il pezzo forte della sua sezione Investimenti: un’inchiesta che si propone di svelare i motivi per cui la Borsa di Milano, da qualche mese, sta performando peggio di molti altri indici azionari, europei e americani. A pag. 21, una tabella, sotto al titolo “Piazza Affari, la maglia nera cerca il riscatto”, evidenzia i “dati del declino”: rispetto ai massimi di fine primavera o inizio estate, il mercato italiano è quello che perde di più.

Non solo, lamenta il giornale, è anche l’unico (assieme a Parigi) che si presenta più caro oggi di quanto non fosse dopo le correzioni del maggio 2006 o dell’estate 2005: il rapporto prezzo/utili correnti è infatti salito, mentre per Wall Street, Londra e l’area euro è sceso.

Cospirazione contro il lettore

Ma davvero ci vogliono un’intera paginata del grande Corriere della Sera, tre articoli, e presumibilmente una settimana o quasi di lavoro di due ben remunerati giornalisti per rispondere a questi terribili dilemmi? E per farlo, pure, in modo confuso e incompleto?

Viene in mente l’arguto detto di George Bernard Shaw, secondo cui “tutte le professioni sono delle cospirazioni contro i profani.”

Nel nostro caso, al povero lettore l’inchiesta di CorrierEconomia presenta interpretazioni su interpretazioni – peso eccessivo dei titoli finanziari, effetto parco-buoi, mercato chiuso e scarsa contendibilità, etc. etc. – per cercare di venire a capo del problema della performance, mentre subito si dimentica della questione dei multipli, a cui più non accenna pur dopo averla sbandierata nei titoli e nella tabella introduttiva.

E’ nella natura dei blogger arrabbiarsi, a volte anche per futili motivi. Ho così preso a smanettare su Internet, e in quattro e quattr’otto, all’ora di pranzo, questo è quello che ho trovato (informazioni pubbliche, con l’aggiunta di un minimo di buona volontà e raziocinio).

A) Come tutti sanno, la crisi che ha colpito i mercati nel corso dell’estate si è originata nel comparto dei mutui subprime americani. Da qui si è estesa al mercato del credito e al settore finanziario nel suo complesso, in America e a livello globale.

Ci sarebbe allora da stupirsi se il settore finanziario, un po’ dovunque, fosse il più penalizzato in Borsa? No, è proprio quello che anche l’osservatore più sprovveduto si aspetterebbe. E infatti così è.

I grafici che riproduco, ripresi da Bespoke Investment Group, e relativi al mercato Usa (ma lo stesso vale, più o meno, altrove) lo documentano chiaramente: il settore finanziario è quello che nell’ultimo anno più ha sottoperformato gli indici (i grafici mostrano la forza relativa all’S&P 500, lo sfondo rosso evidenzia una performance negativa).

La pesantezza del settore finanziario si è accentuata nel corso dell’estate e non sembra aver trovato sollievo neppure nel recente taglio dei tassi da parte della Federal Reserve (segnalato nel grafico dai puntini rossi).

B) Nessuno pensa che la crisi del mercato immobiliare Usa sia prossima alla fine, anzi, semmai, è destinata ad acuirsi nei prossimi mesi. Ci saranno ancor più fallimenti, e altre centinaia di miliardi di dollari di CDO che si riveleranno essere, anziché derivati creditizi di elevata affidabilità, semplice carta straccia.

Siccome gran parte di questi CDO sono stati venduti dalle banche americane che li hanno originati ad altri investitori europei e asiatici, il problema è globale. Anche a non voler mettere in conto crisi sistemiche, la redditività del settore finanziario è comunque destinata a entrare in sofferenza o quanto meno a deludere le attese: alle perdite dirette legate ai CDO va aggiunta una certa crisi di fiducia che limiterà la creazione di credito.

C’è allora da stupirsi se gli analisti finanziari, un po’ dovunque, hanno tagliato di brutto le stime degli utili del settore finanziario? No, è ovvio che accada. E infatti proprio questo documenta il grafico che allego, tratto da Ticker Sense e relativo al mercato americano (ma lo stesso sta accadendo altrove).

C) C’è qualcuno che non sa che la Borsa di Milano è zeppa di titoli finanziari? Banche e assicurazioni dominano gli indici. In un paio di minuti di ricerca sui siti di Borsa Italiana e di Deutsche Boerse è possibile ad esempio verificare che mentre il settore finanziario rappresenta addirittura il 43,2% della capitalizzazione di Piazza Affari, conta solo per il 24,5% del Dax, l’indice delle trenta blue chip tedesche.

L’uno e l’altro sono un po’ casi estremi, perché il settore finanziario, nei mercati europei, sta in genere attorno al 30% (ma è poco più del 20% dell’S&P 500, dove i titoli tecnologici pesano molto più che in Europa).

E comunque, questi pochi numeri bastano se ci si vuol fare un’idea del perché Milano da qualche mese va male e il mercato tedesco resta invece tra i migliori dell’eurozona.

Se poi uno considera che il mercato tedesco è gonfio di titoli industriali (come Siemens che rappresenta da sola il 10% del Dax), che esportano verso i mercati asiatici ed emergenti, i quali hanno in questi giorni toccato nuovi massimi proprio perché lì la congiuntura resta effervescente, il quadro è quasi completo.

Quanto ai multipli P/E – un assillo che a CorrierEconomia hanno deciso di lasciare irrisolto – c’è da stupirsi che salgano in una fase in cui le stime degli utili del settore finanziario vengono tagliate più di quanto non siano scesi i prezzi dei titoli?

Gli enigmi o le questioni interessanti della finanza sono tante, ma sono altre. Chiedersi perché la Borsa di Milano, nell’attuale fase, resti al palo non esige un’inchiesta e un’intera pagina di giornale piena di panna montata. A chi non lo sa, perché nella vita si occupa d’altro, è possibile rispondere in poche, semplici, chiare parole.

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