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Elettori attenti, i piccoli partiti sono una tassa

Segnalo e invito caldamente a leggere l’editoriale dell’economista Tito Boeri (nella foto) pubblicato oggi su La Stampa, dal titolo Il costo dei nani. Prende le mosse dai dati di dettaglio sulla spesa delle amministrazioni pubbliche, resi noti dall’Istat in questi giorni, e che consentono di fare finalmente un bilancio accurato di cosa è accaduto durante i 5 anni del governo Berlusconi (2001-2005). La spesa pubblica è aumentata di oltre 100 miliardi di euro. Come mai? Boeri ricorda come Berlusconi abbia spesso lamentato “i vincoli imposti dal diritto di veto dei partiti minori” e aggiunge che c’è da credergli.

“I piccoli partiti presidiano interessi specifici e difficilmente appaiono come responsabili degli aumenti delle tasse agli occhi degli elettori,” scrive Boeri.

“Quindi hanno tutto l’interesse a conquistare trasferimenti ai gruppi che rappresentano, noncuranti dei livelli raggiunti dalla pressione fiscale. I dati lo confermano: i sistemi politici maggiormente frammentati sono quelli che generano livelli più elevati di spesa pubblica. Più alto il numero di partiti, più difficile anche ridurre il numero dei parlamentari e tagliare i costi della politica.”

Partiti, spesa pubblica, legge elettorale

Purtroppo – osserva Boeri – alle lamentele di Berlusconi non sono seguiti i fatti. La legge elettorale che il suo governo ci ha lasciato in eredità “concede ancora più spazio alle formazioni minori.”

I risultati si sono visti: nella legislatura appena conclusa i partiti si sono moltiplicati, raggiungendo la cifra record di 39.

Più aumentano i partiti, più tende ad aumentare la spesa pubblica e più diventa difficile cambiare la legge elettorale.

“Rischiamo così di trovarci – scrive Boeri – in un circolo vizioso fatto di frammentazione politica che genera ulteriore frammentazione politica, il tutto sulle spalle o, meglio, sulle tasche degli italiani.”

Due vie d’uscita dal circolo vizioso

C’è un modo per uscirne? In realtà, ce ne potrebbero essere due.

Gli elettori – consapevoli che “c’è una tassa, nel vero senso della parola, associata al voto ai piccoli partiti” – potrebbero decidere di penalizzare col loro voto le forze minori.

Inoltre, le forze maggiori potrebbero impedire ai piccoli partiti di entrare a far parte di coalizioni elettorali, costruite al solo scopo di ottenere premi di maggioranza che consentirebbero – anche ai piccoli – di aumentare le loro compagini parlamentari.

Ci sono segni che qualcosa si sta muovendo in questa virtuosa direzione?

Boeri descrive come “lungimirante” la scelta di Walter Veltroni di portare il Partito democratico da solo al voto.

Mentre non è ancora chiaro cosa sia il Popolo delle Libertà. E’ un bene che intenda essere un partito vero e proprio – in grado di ricomporre differenze d’opinione al suo interno – e non una semplice lista elettorale. Ma ai fini del superamento dell’attuale, costosa, frammentazione del sistema politico, è anche “fondamentale che si chiuda a federazioni con partiti minori,” nota Boeri.

“Se così fosse, queste elezioni potrebbero davvero rappresentare una svolta per il Paese.”

“Molti piccoli partiti e piccoli leader sparirebbero come d’incanto e, durante la prossima legislatura, si potrebbe finalmente pensare di dotare l’Italia di una legge elettorale che non abbia un “ellum” come suffisso (che non sia, insomma, una bizantina “porcata” come l’attuale porcellum, ndr) e ridurre il numero di parlamentari, permettendo finalmente agli elettori di scegliere (cosa che l’attuale legge, con l’eliminazione del voto di preferenza, non consente, ndr) e a chi verra scelto di poter davvero governare.”

Parole d’oro, che sottoscrivo interamente. E che mi auguro servano a ispirare scelte più virtuose da parte di molti – elettori e leader politici.

Spesa pubblica e privilegi in Italia

Il Corriere della Sera pubblica oggi un editoriale  di Francesco Giavazzi che invito caldamente a leggere. S’intitola “Il mito della spesa” e fa a pezzi una delle credenze più ingiustificate e dannose tra le tante, infondate, cui l’Italia sembra non saper rinunciare: e cioè che la spesa pubblica, qui da noi, serva ad aiutare i meno abbienti.

Non è così, dimostra fatti alla mano Giavazzi. La spesa pubblica, nel nostro paese, è accaparrata da rentier, grandi gruppi industriali, privilegiati lavoratori sindacalizzati alla vigilia della pensione, in genere da “furbi” e “potenti” che sanno come piegare ai loro interessi una politica e dei governi, che quando non sono inutili (perché impegnati in fumose chiacchiere) si rivelano dannosi (perché intenti a prendersi cura delle categorie o delle lobby sbagliate e meno meritevoli di attenzione).

Sono necessari un lucido esame di realtà e una rivoluzione culturale: “Agli inizi del secolo scorso più spesa pubblica voleva dire più stato sociale, meno disuguaglianza. Oggi spesso vuol solo dire più privilegi.”

Giusto, giustissimo.

Giavazzi consiglia al centrosinistra oggi alla guida del paese di tagliare le spese. Si scoprirà che “talvolta i privati possono offrire gli stessi servizi che offre un’amministrazione pubblica, ma in modo più efficiente e a costi inferiori.”

Con l’enfasi sul “talvolta”, e tenuto conto di quanto inefficiente e mal indirizzata sia la spesa pubblica in Italia, di nuovo sono d’accordo.

P.S.: Nel suo editoriale Giavazzi riprende temi che assieme ad Alberto Alesina ha approfondito nel libro “Il liberismo è di sinistra”, uscito a settembre. Si tratta di un pamphlet di 115 pagine, facile da leggere, ma ispirato, denso e utile. In particolare in un paese come il nostro, che le ricette liberali in economia le ha sempre ignorate.

 

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