l'Investitore Accorto

Per capire i mercati finanziari e imparare a investire dai grandi maestri

Ciclo presidenziale e bear market del 2009

Nel post Il Mercato delle Idee, riferendo dell’impopolarità di George W. Bush, avevo fatto qualche considerazione sul cosiddetto ciclo presidenziale (o presidential cycle). E’ un punto che merita di essere approfondito e l’opportunità mi viene offerta da un articolo apparso su Optionetics.

Di cicli di Borsa si parla spesso, perché è da almeno un secolo che si è capito come tanto l’attività economica che l’andamento dei mercati seguano un moto “pendolare” tra fasi espansive, di solito più prolungate, e fasi di contrazione, più rapide e concitate.

Il problema, per gli investitori, consiste come sempre nella prevedibilità o meno di queste oscillazioni. Se si tratta di movimenti erratici e irregolari, sapere che i mercati, di loro natura, hanno un andamento ciclico non è di grande aiuto.

In genere, è proprio così. Per esempio, si è spesso scritto nell’ultimo biennio che il bull market, iniziato a cavallo tra il 2002 e il 2003, era ormai “maturo” – destinato a cedere in fretta il passo a un bear market. Si trattava di una considerazione basata sul fatto che, in media, i bull market ciclici sono durati in passato all’incirca tre anni, seguiti da bear market esauritisi di norma in non più di un anno e mezzo.

Sono però statistiche di scarso aiuto, dato che la dispersione attorno alla media è grande: bull e bear market si sono presentati nella storia nelle fogge più diverse. E, infatti, quello attuale sembra ancora vitale, nonostante che molti (più nei media che nella comunità finanziaria, a dire il vero) l’abbiano dato da tempo per spacciato.

Il presidential cycle americano

A parlare di cicli sembrerebbe insomma che non si vada lontano. Un’eccezione però forse c’è, ed è appunto il ciclo presidenziale americano, rappresentato nel grafico qui sotto per il periodo relativo al dopoguerra.

Per approfondire un po’, diamo un’occhiata anche ai grafici pubblicati da Optionetics. Il primo riguarda l’indice S&P 500 dal 1990 a oggi, il secondo il Dow Jones dal 1914 a oggi. Le righe verticali scandiscono il ritmo quadriennale del ciclo.

Non c’è una regolarità perfetta, ma, soprattutto a partire dal dopoguerra (o forse sarebbe meglio dire nel dopo Keynes), balza all’occhio il ripetersi di flessioni dei corsi di Borsa (a volte semplici correzioni, a volte maligni bear market) ogni quattro anni circa, con i punti di minima che vanno spesso a collocarsi nella tarda estate o inizio autunno del secondo anno del mandato presidenziale.

Ciclo politico e ciclo economico

Tutto questo potrebbe sembrare cabala ma invece ha un senso. Da quando, grazie a John Maynard Keynes, si è capito che il ciclo economico poteva essere condizionato, i governi hanno fatto il possibile per ottenere che i tempi dell’economia e delle Borse si allineassero a quelli della politica.

Negli Usa, dove i presidenti possono molto, si è fatto più e meglio che altrove, contando sull’indubbio vantaggio che, negli ultimi 60 anni, è stata l’economia americana a dettare il ritmo di quella globale, ed è stata Wall Street a guidare la danza dei mercati finanziari del mondo intero.

Presidente dopo presidente, si è ripetuta la scelta di prescrivere le medicine amare, che rischiavano di provocare una recessione, subito all’inizio del mandato. Entro un biennio il lavoro duro era fatto, e dal terzo anno si potevano dispiegare quelle manovre espansive che, con un po’ di fortuna, avrebbero fatto procedere a vele spiegate l’economia verso l’appuntamento elettorale, alla scadenza del quarto anno.

Da 60 anni almeno, il terzo anno del ciclo presidenziale è in genere il migliore per il mercato azionario, seguito dal quarto. Il secondo anno è il peggiore, seguito dal primo. E’ così che i punti di minima del ciclo vengono di solito a cadere nell’autunno del secondo anno (l’elezione presidenziale americana ha luogo ai primi di novembre, e questo è il modo in cui il ciclo viene di solito computato, da novembre a ottobre, piuttosto che da gennaio a dicembre).

Ora, l’anno in corso è appunto il terzo del ciclo, in teoria il migliore. Le elezioni presidenziali, in cui Bush cercherà di tirare la volata al nuovo candidato Repubblicano, si svolgeranno nel novembre del 2008.

E’ per questo che quando, all’inizio dell’estate, il campo dei pessimisti, gli Orsi, ha cominciato a parlare di recessione e di bear market imminenti, per effetto della crisi montante del mercato immobiliare, molti, a Wall Street, hanno storto il naso.

Terzo anno, tempo di espansione

Nel ciclo della politica, il momento attuale è tempo di espansione e non di recessione. Quando poi la Federal Reserve, a settembre, ha tagliato il tasso di riferimento, il Fed Funds, di 50 punti base anziché di 25, come era invece nelle attese di consenso, anche gli scettici hanno cominciato a ricredersi.

La Borsa ha reagito con euforia, le attese hanno cominciato a scontare altri aggressivi interventi di politica monetaria e fiscale. Il dollaro è andato a capofitto e l’oro alle stelle, perché con le aspettative di una marea montante di liquidità sono riemersi anche i timori d’inflazione.

Chi usa il ciclo presidenziale come stella polare per navigare sui mercati ragiona così. E oggi prevede che Bush e Bernanke faranno il possibile per posporre l’appuntamento con la recessione. Per Bush e per i Repubblicani potrebbe essere uno sforzo vano. Ma tant’è, in politica la regola è che bisogna provarci.

Se le scommesse sull’Iowa Electronic Markets  sono corrette, toccherà poi a Hillary Clinton mettere la parola fine a quelle che potrà denunciare come le irresponsabili politiche della destra, e con la spada alzata (per non più di un biennio) in difesa del dollaro e degli equilibri di bilancio, fare scoccare l’ora della recessione che purifica e rigenera.

Se questo canovaccio sarà rispettato, l’appuntamento con il bear market potrebbe dunque essere fissato per la fine dell’anno prossimo, non prima.

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