l'Investitore Accorto

Per capire i mercati finanziari e imparare a investire dai grandi maestri

Italia, Chiesa e lavoro (stabile e sicuro?)

Non contenta di promettere la vita eterna, la Chiesa cattolica italiana si è messa ora a predicare il lavoro eterno. A commento di un discorso in cui il Papa, giustamente, definiva la questione del lavoro in Italia come un’ “emergenza etica e sociale”, il presidente della Cei Angelo Bagnasco (nella foto), all’apertura della settimana sociale dei cattolici, ha aggiunto tre aggettivi per esplicitare come dovrebbe essere il lavoro, secondo l’idea di “bene comune” che la Chiesa cattolica va propugnando: “Stabile, sicuro e dignitoso.” Sul dignitoso, penso, siamo tutti d’accordo. Ma sullo stabile e sicuro? Si tratta di obiettivi perseguibili o di luoghi comuni tanto diffusi quanto ispirati, per lo più, da un misto di ignoranza e demagogia? Continua a leggere…

Le banche, i media e il piccolo investitore II

Riprendo da dove avevo interrotto la prima parte di questo post, analizzando qualche caso concreto del problematico rapporto tra media e piccoli investitori nel nostro paese. Un po’ alla cieca, dal mucchio di giornali accatastati nel mio ufficio, estraggo gli ultimi numeri de Il Mondo, settimanale economico del gruppo Rizzoli Corriere della Sera (RCS), e di CorrierEconomia, inserto settimanale del Corriere della Sera. Si tratta di pubblicazioni considerate di qualità, leader di mercato a larga diffusione. Sono anche testate ad alto rischio di conflitto d’interessi, vista la preponderanza di gruppi finanziari nell’azionariato di RCS: Mediobanca, Intesa Sanpaolo, Capitalia (UniCredit), Generali, Banco Popolare, Premafin (Fondiaria-SAI, Milano Assicurazioni).

Una rapida scorsa alla sezione “Mercati” de Il Mondo evidenzia subito due rubriche, che presentano nuovi prodotti: si tratta, guarda caso, di un bond Tasso di cambio euro/dollaro emesso da Capitalia (azionista rilevante di RCS con oltre il 2% del capitale) e di un certificato Up&up sull’indice S&P/Mib di Banca Aletti, istituto specializzato in prodotti strutturati del gruppo Banco Popolare (azionista rilevante di RCS con quasi il 6% del capitale).

In nessuno dei due casi si avverte il lettore del potenziale conflitto d’interessi (“caro lettore, bada bene che ti sto parlando di prodotti che la proprietà di questo giornale è interessata a venderti…”), in nessuno dei due casi si illustrano in modo soddisfacente i costi e i rischi.

Studi fatti in casa

Passiamo al CorrierEconomia. La sezione Patrimoni & Finanza, col suo impegnativo sottotitolo “Come risparmiare, come investire, come tutelare i propri diritti”, è dominata da un articolo, “In Borsa il portafoglio ha sette vite”, centrato su uno studio sulla performance di vari asset dal 1984 a oggi, realizzato dal Servizio Studi di Intesa Sanpaolo (azionista rilevante di RCS con una quota quasi del 5%).

Lo studio, in parte, non dice nulla di nuovo. Mostra che nel lungo periodo le azioni battono le obbligazioni, le quali, a loro volta, fanno meglio dell’oro. Fin qui non si capisce il bisogno di commissionare una ricerca ad hoc per dimostrare l’ovvio. Cui prodest?

Ad attirare l’attenzione è però la data d’avvio prescelta. Perché l’orwelliano 1984? Per un qualsiasi studioso dei mercati, che voglia farsi un’idea corretta dei rendimenti di lungo periodo delle varie classi di asset, sarebbe una scelta sbagliata. Coincide infatti, quasi esattamente, con il più grande bull market azionario della storia, iniziato nel 1982. E’ come se un climatologo, volendo determinare le temperature medie in Italia, concentrasse le sue misurazioni nella stagione estiva.

Il motivo viene però svelato in un riquadro a parte, che riassume i criteri e i risultati della “gara”.

“L’anno di partenza – scrive Marco Sabella di CorrierEconomia – non è stato scelto casualmente: in quel periodo ci fu infatti il debutto dei fondi comuni sul nostro mercato.”

Difesa pelosa dei fondi comuni

Ecco dunque la ragione. Sotto sotto, c’è qualcosa che il servizio intende dimostrare a proposito dei fondi comuni italiani. E cosa sia ce lo dice un altro riquadro, “il barometro”, che riporta in dettaglio, classe per classe, l’esito della “gara.”

I fondi, sia azionari che obbligazionari, scrive Sabella, “hanno marciato tenendo testa agli indici di riferimento” anche se “i costi dell’industria hanno abbassato un po’ la performance.”

Si tratta della tesi che sostiene, in una lunga intervista a parte, Gregorio De Felice, responsabile del Servizio Studi di Intesa Sanpaolo, “erede dello storico Ufficio Studi della Comit”, come si affretta a sottolineare Sabella, con una certa deferenza.

Dal mio punto di vista, sarebbe stato più doveroso informare il lettore che si tratta del responsabile del servizio studi di una banca, che è l’azionista per molti versi più importante di RCS ed è anche il primo gruppo per masse amministrate nell’industria nazionale del risparmio gestito.

Il giornalista cede insomma la parola a qualcuno che sta dalla parte della proprietà del giornale e non può ignorare gli interessi cospicui che il suo datore di lavoro ha nell’industria dei fondi comuni.

E cosa dice? Chiede l’ignaro Sabella: “I fondi di investimento azionari battono l’inflazione ma guadagnano meno rispetto agli indici di mercato. Come mai?”

Risponde De Felice: “Questo punto percentuale di differenza di rendimento rappresenta il costo dell’industria dell’asset management. Non tutti i fondi in ogni caso hanno fatto peggio dell’indice e per il futuro ci sono spazi per un miglioramento delle performance.”

Insomma, tutto bene, tutto fisiologico, tutto nella norma. E nel futuro andrà anche meglio.

Ma è così? Da dove viene il riferimento a quel solo punto percentuale di differenza di rendimento?

Confronti avventati

Lo studio, riporta Sabella, mostra che l’indice Comit della borsa di Milano è salito, dal 1984, del 9,82% l’anno mentre i fondi azionari, con un “buon andamento”, hanno guadagnato una media dell’8,89%.

Anche a voler prendere i numeri per buoni, il confronto, ahimé, è però privo di senso. Oppure ha l’unico senso di voler dimostrare l’indimostrabile, e cioè che i fondi comuni italiani sono stati nel tempo un buon investimento.

Le ragioni dell’insensatezza sono presto dette e sono due.

Non ha senso confrontare l’universo dei fondi azionari italiani con un benchmark come l’indice Comit della borsa di Milano. Meno del 18% dei fondi azionari italiani investe infatti nella borsa di Milano. Gli altri investono in giro per il mondo, nelle varie regioni e nei diversi settori di un mercato globale.

Ma l’altra e più importante ragione è che l’indice Comit non tiene conto dei dividendi distribuiti, non è cioè, come si dice in gergo, un indice total return. I fondi, invece, nella stragrande maggioranza, capitalizzano i dividendi. E la differenza è macroscopica.

I risultati dell’indagine di Mediobanca

In questo caso, il gap può essere meglio compreso se si lascia perdere lo “studio” di CorrierEconomia e si dà una scorsa ai risultati dell’indagine annuale di Mediobanca su “fondi e Sicav italiani”, che da 16 anni è la ricerca più attendibile e dettagliata pubblicata in Italia sull’industria del risparmio gestito.

Già ne ho parlato, nel post La debacle dei fondi comuni italiani. Ma vale la pena tornarci su, con qualche dettaglio in più.

L’ultimo rapporto di Mediobanca, pubblicato a fine luglio, è l’ennesima radiografia di un’industria in profonda crisi: di risultati, di credibilità, di qualità.

I costi medi dei fondi italiani si aggirano attorno al 2,5% per gli azionari (e non l’1% come sostengono Sabella e De Felice su CorrierEconomia), e all’1,1% per gli obbligazionari, pari a circa il triplo dei costi dei fondi statunitensi nel settore azionario e al doppio in quello obbligazionario.

Le performance sono “insoddisfacenti,” a detta di Mediobanca. Fallimentari, a mio modo di vedere.

Nel complesso, come recita il rapporto, “dalla loro nascita ad oggi i fondi italiani hanno fruttato agli investitori un rendimento medio annuo del 6,7%, inferiore a quello dei Bot a 12 mesi (7,2%) di 0,5 punti, nonostante la più elevata componente di rischio.”

Limitandosi al comparto azionario, come dimostra la tabella qui sotto, tratta dal rapporto, il rendimento medio annuo si è fermato nel ventennio 1986-2006 al 4,0%, rispetto al 6,6% dell’indice Mediobanca total return della borsa di Milano, e al 9,6% del MSCI World espresso in euro – il benchmark più appropriato rispetto al quale misurare la performance complessiva dei fondi azionari.

In termini assoluti, il gap di performance (un abissale 5,6% annuo) si è tradotto in un mancato arricchimento di enormi proporzioni per gli investitori italiani: nel ventennio i fondi azionari si sono apprezzati del 117,6%, poco più di un quinto del 521,8% fatto segnare dall’indice total return delle borse mondiali. E la situazione, in anni più recenti, non è migliorata. Nell’ultimo decennio, ad esempio, il risultato dei fondi azionari è rimasto “assolutamente modesto”, come scrive Mediobanca, con un rendimento medio annuo del 3,9% contro il 15,0% della Borsa italiana e il 7,2% di quelle mondiali.

Può bastare. Ognuno può giudicare da sé quanto il servizio di CorrierEconomia abbia “tutelato i diritti” del lettore – diritti, verrebbe da pensare, anche a un’informazione veritiera, leale e indipendente.

Etf e performance esagerate

Giriamo dunque pagina. Nella terza della sezione “Investimenti”, sempre dell’ultimo CorrierEconomia, si affaccia un articolo di Francesca Monti, che presenta l’ennesima classifica di performance di fondi: “Nel campionato d’Europa gli Etf battono i fondi 3 a 1”, recita il titolo.

Scrive la collega Monti:

“Solo tre su dieci ce l’hanno fatta. Da quel 30 settembre 2002, data ormai storica dell’esordio ufficiale sul listino di Piazza Affari dei primi Etf, i prodotti che replicano fedelmente l’andamento di un indice, su 138 fondi specializzati sulle Borse del Vecchio Continente solo 40 (pari al 29% per l’appunto) hanno surclassato il risultato netto dei “cloni”. Una minoranza netta, ma non banale se si pensa che sui mercati molto efficienti in genere solo il 10% dei gestori batte il benchmark.”

“Sono questi i risultati dell’analisi condotta da CorrierEconomia per valutare la bravura dei gestori a cinque anni esatti dalla nascita dei primi replicanti.”

Ah, bravo CorrierEconomia e bravi gestori, verrebbe da dire. Gli Etf sono prodotti efficienti, ma un terzo dei gestori ce l’ha fatta a batterli, ed è un risultato tre volte migliore di quello che ci si poteva aspettare. Bene! Seguono, ovviamente, tra squilli di tromba, le liste con le performance dei campioni”.

Ma sarà vero? Sul valore di questi articoli già mi sono dilungato, qualche mese fa, nel post Classifiche dei fondi: come evitare le trappole. E’ utile però tornarci su.

Un ottimo strumento di verifica a cui chiunque può avere accesso è il sito di Morningstar, leader indiscusso nell’analisi del mercato mondiale dei fondi comuni.

Vediamo ad esempio di controllare il fondo UBI Pramerica Azioni Euro, il primo tra i fondi italiani nella classifica di CorrierEconomia per l’area euro, al quinto posto assoluto. E’ un fondo che sia a tre che a cinque anni ha fatto molto meglio della media, tant’è che Morningstar gli assegna cinque stelle, e cioè il voto massimo.

Ma ha fatto meglio del benchmark? No, né a tre né a cinque anni. E qual è il benchmark, correttamente indicato da Morningstar? Non certo l’Eurostoxx 50 o lo Stoxx 50, scelti arbitrariamente da CorrierEconomia per le sue classifiche. Sono infatti indici troppo ristretti, comprensivi soltanto dei 50 titoli più importanti della zona euro o del mercato europeo.

Il benchmark giusto per UBI Pramerica Azioni Euro è l’indice MSCI EMU, che negli ultimi cinque anni ha avuto risultati molto superiori all’Eurostoxx 50.

La spiegazione è semplice. Il ciclo di mercato iniziato a cavallo tra il 2002 e il 2003 è stato caratterizzato dalla costante e sostenuta outperformance di particolari settori del mercato, come le small e mid caps o i titoli value.

I più penalizzati sono stati i titoli growth e le large caps, sovrarappresentati in indici (e in Etf) come l’Eurostoxx 50 o lo Stoxx 50.

E’ un ciclo che forse si sta già chiudendo, e che comunque sarebbe un grave errore proiettare nel futuro. I settori migliori del ciclo passato tendono a trasformarsi nei peggiori del ciclo futuro. E un simile destino soffrono i fondi, che abili o fortunati a interpretare una fase di mercato vengono poi traditi dall’alternarsi delle stagioni di Borsa: è così che i campioni di un ciclo diventano spesso i “brocchi” di quello successivo.

Ma verifichiamo un altro caso, quello del fondo GrifoEurope Stock di Capitalgest Sgr, primo tra gli italiani nella classifica di CorrierEconomia per l’azionario europeo, e quarto in assoluto.

Il benchmark indicato da Morningstar, in questo caso, è l’MSCI Europe Value, dato che il fondo investe prevalentemente in titoli value. Lo batte? No, né a tre né a cinque anni. Anzi, se ne discosta nettamente, tanto da ottenere da Morningstar non più di tre stelle, un rating mediocre.

Qual è la conclusione? L’analisi di CorrierEconomia è metodologicamente sbagliata e produce risultati ingannevoli. Esalta agli occhi del lettore dei presunti “campioni”, che quasi sempre – in realtà – hanno ottenuto risultati peggiori del mercato di riferimento. Alimenta l’illusione che trovare fondi comuni che sanno battere i benchmark, anche su orizzonti di non brevissimo respiro, non sia poi così difficile.

E’ un errore. Non è così, come documenta, anche se limitatamente al caso italiano, la ben più attendibile indagine di Mediobanca, da cui riprendo il grafico che segue:

Sulla totalità dei fondi comuni italiani, solo il 14% ha battuto il benchmark nel 2006 e solo il 2% c’è riuscito nel quinquennio 2002-2006. Per il solo comparto azionario, le percentuali non sono molto diverse.

Dai media così come dalle banche in conflitto d’interessi il piccolo investitore impari dunque a guardarsi.

 

Le banche, i media e il piccolo investitore I

Questo blog vorrebbe essere anche un manuale di sopravvivenza per il piccolo investitore. Che ce ne sia bisogno, non c’è dubbio. Il piccolo investitore, nel competitivo e aggressivo mondo della finanza, è infatti una preda ambita. Per un’autodifesa efficace, il primo passo da fare è cercare di comprendere bene chi siano i predatori e quali siano le loro tecniche di caccia.

Sul secondo punto, la risposta è facile: quasi sempre sono la storia seducente e l’informazione capziosa che inducono in errore.

E se questo sembra un pericolo da poco, bisognerebbe riflettere più a fondo su una massima che il grande Warren Buffett ripete spesso: “Un investitore ha bisogno di fare poche cose bene, a condizione che eviti i grossi errori.”
Chi siano ipredatori e i loro alleati, a volte inconsapevoli, è in parte chiaro e in parte no, o almeno questo è il mio sospetto. Sarò diretto, per non complicare il discorso: il piccolo investitore si deve guardare, soprattutto, dalle banche, dai media, e (sorpresa!) da se stesso.

Per non restare nel vago, farò degli esempi, anche un po’ inconsueti ma sempre attuali. Spero così di aumentare il senso di allarme (che stimola risposte positive) senza però indurre nel panico (che provoca la paralisi).

Le banche e il piccolo investitore

Le banche, in Italia come e forse più che altrove, fanno troppe cose tutte assieme: si inventano nuovi prodotti di risparmio o d’investimento, li distribuiscono, offrono servizi di gestione e di consulenza, fanno ricerca che diffondono a piene mani anche grazie alla supina e acritica disponibilità dei media, su cui spesso finiscono per esercitare pressioni dirette e indirette, o per effetto di rapporti di proprietà o in veste di grandi inserzionisti pubblicitari.

Si potrebbe continuare, ma la sostanza è che le banche sono onnipresenti e quasi onnipotenti: il piccolo investitore non può fare a meno di loro.

I loro interessi di profitto, tuttavia, quasi mai possono essere allineati a quelli del piccolo investitore. In un modo o nell’altro, la banca che fa tutto – in una condizione di costante, anche quand’è latente, conflitto d’interessi – sarà sempre tentata di proporre quei prodotti e quei servizi che massimizzano il proprio utile, pur contrastando con la migliore tutela dell’interesse dell’investitore.

Che la situazione, purtroppo, stia così molti italiani l’hanno in qualche modo, tardivamente capito quando sono scoppiati i casi Cirio, Parmalat e dei bond argentini. Casi eclatanti, che hanno esposto la natura tentacolare, a volte spregiudicata, del conflitto d’interessi delle banche.

Per fortuna, eventi del genere non sono  “normali.” Ma per sfortuna, la “normalità” è fatta di insidie anche più subdole, sottili e difficili da percepire.

L’originale insidia dei Twin Win

Vorrei, come promesso, citare un caso tra molti ma originale, che ha attirato di recente la mia curiosità. Riguarda una tipologia nuova di certificati d’investimento, i cosiddetti Twin Win, quotati in Italia al SeDeX.

Twin Win significa “vincita gemella”, e sembra promettere la “botte piena e la moglie ubriaca”: si vince con effetto leva, sovraperformando l’indice (ad esempio, l’Eurostoxx 50 o il Nikkei), sia al rialzo che al ribasso, entro dei “livelli di protezione” predefiniti.

Questi strumenti strutturati, costruiti con Etf e opzioni, sono diventati molto di moda negli ultimi anni: prima puntavano semplicemente a garantire il capitale investito, poi hanno cominciato a offrire di tutto e di più, con strutture sempre più complesse, sempre più allettanti e sempre meno comprensibili dal normale investitore.

Per dare un’idea di come di solito se ne parla, vorrei rinviare a un articolo di Trend Online, il primo che mi è capitato di trovare attraverso una rapida ricerca su Google: l’enfasi è tutta sui seducenti vantaggi, ai costi non è riservato neppure un accenno.

Un investitore accorto non dovrebbe abboccare. In primo luogo, nel suo decalogo è scolpita la massima che non si investe in prodotti che non siano trasparenti e pienamente comprensibili. In secondo luogo, la sua attenzione si focalizza innanzitutto sui costi, che sono certi, e senza i quali non è possibile neppure cominciare a stimare le incerte possibilità di guadagno.

Spulciando nei prospetti, sfogliando decine e a volte centinaia di pagine dense di un linguaggio tecnico e anche di formule matematiche, alla fine qualcosa si capisce, anche dei Twin Win: le commissioni sono stratosferiche, gli spread (in caso di liquidazione dello strumento prima della scadenza) sono elevati, e i dividendi sono “capitalizzati nella struttura del certificato”.

Che vorrà dire? Che vengono intascati dall’emittente per coprire i costi delle opzioni utilizzate per costruire il prodotto.

E’, quest’ultima, un’astuzia su cui merita soffermarsi.

Il valore trascurato dei dividendi

Il Twin Win sfrutta una certa insensibilità che si è diffusa tra gli investitori sull’importanza dei dividendi reinvestiti come fonte di guadagno nel lungo periodo.

Promette di battere gli indici ed è probabile che ci riesca. Ma gli indici in questione non includono i dividendi reinvestiti. E non sono dunque il metro valido di confronto per l’investitore che decide di correre il rischio dell’investimento azionario nella speranza di lucrare il rendimento totale (guadagno in conto capitale + dividendi) di cui le azioni sono capaci.

Per essere del tutto chiaro, e dare una scossa a chi sia tentato di scrollare le spalle, citerò un esempio ben conosciuto dagli appassionati di finanza comportamentale.

Nel 2000, Roger Clarke di Analytic Investors di Los Angeles e Meir Statman dell’Università Santa Clara di California sottoposero a un campione di investitori la seguente domanda: “Nel 1896, l’indice Dow Jones quotava 40. Nel 1998 ha superato quota 9.000. Se nell’indice fossero stati inclusi i dividendi reinvestiti, quale pensi che sarebbe stato il valore del Dow Jones nel 1998?”

Al campione fu anche chiesto di indicare un valore minimo e uno massimo al cui interno, con un grado di fiducia del 90%, era possibile stimare che si situasse il valore corretto.

I risultati dell’esperimento furono sconvolgenti, nel senso che le stime si rivelarono estremamente imprecise e nessuno riuscì a definire correttamente l’intervallo di fiducia. Era la prova, che i due studiosi cercavano, di quanto gli investitori soffrissero di quel problema cognitivo che è noto come overconfidence o eccesso di fiducia nelle proprie capacità.

Nel nostro caso, vale la pena aggiungere che la risposta esatta al quesito era 652.230 (seicentocinquantaduemiladuecentotrenta!), ossia un valore pari a oltre 72 volte quello dell’indice. Tale è il potere moltiplicativo del rendimento composto nel lungo periodo!

La gran parte degli investitori non ne è consapevole. E anche su questo hanno fatto affidamento gli astuti inventori del Twin Win.

I media e il piccolo investitore

Pigrizia, ignoranza e sottomissione agli interessi “forti” di proprietà e inserzionisti pubblicitari a scapito di quelli diffusi ma “deboli” dei lettori rischiano continuamente di trasformare i media in insidiosi manipolatori dei bisogni informativi dei piccoli investitori.

Si spiega così perché le pagine delle sezioni “investimenti” dei giornali siano zeppe di informazioni nocive alla salute finanziaria del lettore: nuovi prodotti, fuorvianti classifiche di performance, interviste a gestori e analisti del “sell-side” che danno voce alle esigenze di marketing delle banche venditrici piuttosto che a quell’analisi lucida e indipendente di cui l’investitore avrebbe bisogno.

Vorrei analizzare qualche caso concreto. Lo farò nella seconda parte di questo post.

Processo a Mastella e ai politici italiani

“Non ci lasceremo processare sulla piazza mediatica né su qualunque altra piazza”, ha affermato stentoreo il ministro della Giustizia Clemente Mastella, parlando l’altro giorno da un inconsueto scranno: il sedile di una Maserati bianca decappottabile, su cui si trovava per partecipare alla parata del Columbus Day a New York.

Citazione colta, hanno subito sottolineato giornali e telegiornali, sparando la “notizia” in prima pagina. Si tratta delle parole usate da Aldo Moro, in un discorso del 1977, per denunciare i ricatti del terrorismo e farvi fronte. Continua a leggere…

L’analisi tecnica svela un rally di Borsa sospetto

I mercati azionari sembrano essersi lasciati rapidamente alle spalle la crisi di agosto, le preoccupazioni per i mutui subprime americani e la debacle dei CDO. Borse dei paesi emergenti, Nasdaq e, infine, venerdì scorso, l’S&P 500 hanno in rapida successione toccato nuovi massimi. Tutto bene, dunque? I mercati stanno scaldando i motori per il tradizionale rally di fine anno? La domanda è impegnativa. E va in qualche modo ridotta alle sue parti per poter trovare un principio di risposta. Ci si può chiedere, ad esempio, qual è stata sin qui la natura del rimbalzo degli indici dai minimi di metà agosto. E l’analisi tecnica ci viene in soccorso.

Prima di passare a due semplici e utili grafici, pubblicati in questi giorni sul sito Safehaven.com, vorrei però fare una rapida premessa.

Limiti e utilità dell’analisi tecnica

E’ la prima volta che do spazio all’analisi tecnica. E qualcuno si potrà chiedere che ci stia a fare, in un blog che dice di ispirarsi a Ben Graham, a Warren Buffett e al value investing. Dirò questo: l’educazione al “valore” è per me il fondamento su cui meglio e con più successo si può gestire un portafoglio nel lungo periodo. E’, insomma, la via maestra per un duraturo successo come investitori. Un po’ di eclettismo, che non scada nella confusione e nell’improvvisazione pasticciata, può però essere d’aiuto.

Sarebbe stolto pensare di poter tutti condividere le sopraffine capacità di analisi del valore di un Warren Buffett, che lo portano ad esempio, e nel suo caso giustamente, a disdegnare il prudenziale principio della diversificazione del portafoglio. Per un normale investitore, che pur si ispiri alla filosofia di Buffett, diversificare i titoli in portafoglio è invece una saggia cautela.

Allo stesso modo, puntare solo sul value investing, ignorando dogmaticamente quanto ci può essere di utile in altre filosofie d’investimento, mi sembra un’inutile forzatura.

Ad esempio, in questa fase, dopo quasi cinque anni di bull market, sarebbe avventato non cercare di applicare i più idonei strumenti d’analisi al tentativo di capire se la fase ascendente stia per esaurirsi e non sia tempo di adottare un’allocazione di portafoglio più difensiva. L’analisi del ciclo, l’analisi del sentiment, l’analisi tecnica possono offrire interessanti indicazioni.

Aggiungerò che dell’analisi tecnica le parti che meno mi convincono sono quelle più popolari e diffuse, come l’analisi del trend e dei pattern (figure) disegnati dai prezzi.

Nella mia esperienza (suffragata peraltro da più accurati studi scientifici), il verificarsi di una figura o la rottura di un trend hanno una valenza predittiva alquanto dubbie: conferme e smentite del presunto significato di questi “eventi” sono, grosso modo, altrettanto frequenti.

Un aspetto dell’analisi tecnica che trovo invece più utile e fondato è la cosiddetta analisi dei market internals, cioè di quanto accade sui mercati al di là dei movimenti di prezzo, al di sotto della superficie immediatamente visibile.

Come si comportano i volumi, come si modifica l’ampiezza o spessore del mercato in relazione ai prezzi (in inglese, market breadth, data dal rapporto tra titoli che salgono e titoli che scendono) è ciò che spesso offre le indicazioni più prescienti.

In estrema sintesi, un rally che poggi su volumi calanti e un’ampiezza sempre più sottile (perché a sospingere gli indici sono sempre meno titoli) è un rally fragile, destinato probabilmente a invertire rotta.

Debolezza del rally dai minimi di agosto

Di questo si occupano i due grafici che ho selezionato da Safehaven.com.

Il primo, tratto da un articolo di David Yu, illustra prezzi e volumi dell’indice S&P 500 dalla fine di agosto. Come evidenziano le frecce rosse, mentre i prezzi salivano i volumi scendevano. Nel corso del mese di settembre, sempre più investitori si sono accontentati di starsene in disparte a osservare quello che succedeva. E questo si è ripetuto anche venerdì scorso, quando l’indice ha segnato dei nuovi massimi.

Il secondo grafico, tratto da un articolo di Mike Burke, accosta l’andamento di prezzo dell’indice S&P 500 alla cosiddetta linea advance-decline (ADL) del NYSE, uno dei più utili indicatori di ampiezza del mercato, ottenuto semplicemente aggiungendo il saldo tra titoli in ascesa e titoli in flessione al totale precedente.

La direzione dell’ADL, che riflette l’andamento dei circa 3300 titoli quotati al NYSE, viene poi confrontata con l’andamento di prezzo dell’indice di mercato, in cerca di divergenze.

Come scrive John Murphy nella sua “bibbia,” Analisi tecnica dei mercati finanziari, su cui si sono formate generazioni di analisti tecnici, “la linea degli advance-decline ci dice se la ‘truppa’ sta marciando assieme ai ‘generali’.” E aggiunge: “Storicamente la linea AD raggiunge il suo massimo in anticipo rispetto agli indici del mercato, e questo è il motivo per cui è tenuta costantemente sotto controllo.”

Il grafico di Safehaven.com mette in luce un quadro, come nota Mike Burke, tipico di un top di mercato.

S&P 500 (in rosso) e linea AD (in verde) hanno toccato un primo massimo, simultaneamente, ai primi di giugno (le linee tratteggiate verticali indicano l’inizio di ogni mese, quella tratteggiata in rosso l’inizio dell’anno). Il nuovo massimo segnato dall’indice a metà luglio non è stato confermato dall’ADL, che anzi ha cominciato a flettere prima, anticipando la brusca correzione estiva del mercato. Il nuovo massimo di venerdì si è accompagnato a una linea AD in ripresa molto più lenta, e ancora lontana dai suoi massimi di fine primavera. La truppa, insomma, è riluttante a seguire i generali.

Volume e ampiezza ci raccontano storie simili. Il rally dell’ultimo mese e mezzo appare sospetto, perché ha avuto scarsa partecipazione di investitori (bassi volumi) e di titoli (linea AD divergente rispetto ai prezzi). Elementi di forza che oggi non sono presenti potrebbero apparire da un momento all’altro. E’ probabile che molti investitori abbiano deciso di stare alla finestra in attesa delle trimestrali del terzo trimestre, la cui pubblicazione prende il via proprio oggi.

In ogni caso, la conclusione da trarre, per ora, è che di questo rally, e della grancassa mediatica che ha salutato i nuovi massimi di Wall Street, è giusto essere scettici.

Mercati predittivi e recessione negli Usa

In tre diverse occasioni, nei post Il mercato delle idee, L’economia Usa e lo spettro della recessione, e Mercati azionari e rischi di recessione, mi sono sforzato di recente di analizzare quali siano le probabilità di un deterioramento della congiuntura economica negli Usa, attraverso quali indicatori possano essere meglio monitorate e infine quali potrebbero essere le conseguenze per gli investitori. Il tema è importante e vorrei aggiungere oggi qualche breve considerazione su un altro strumento utile e innovativo, che ogni accorto investitore può inserire nel suo arsenale: il contratto US.recession.08 scambiato sul prediction market di Intrade.

Secondo le scommesse dei partecipanti a questo mercato, i rischi di una recessione negli Usa nel 2008 sono valutati al momento al 49%. Come evidenzia il grafico qui sotto, dopo essere salite sino a lambire il 60% agli inizi di settembre, le probabilità sono gradualmente scese nell’ultimo mese, anche se restano elevate.

Il contratto di Intrade non è per ora scambiato in modo molto attivo. E questo è un limite. Ma l’aspetto incoraggiante è che i prediction market (mercati predittivi), nati in ambito universitario sul finire degli anni ’80 con l’Iowa Electronic Market, hanno dimostrato nel tempo una capacità di predire eventi economici, politici o di natura commerciale (come il successo di un nuovo film) di gran lunga superiore a quella dei migliori sondaggi d’opinione o alle stime dei cosiddetti “esperti”.

Come spiegano in un articolo per il Journal of Economic Perspectives Justin Wolfers e Eric Zitzewitz, due professori dell’Università di Stanford, l’efficacia dei prediction market si basa sulla capacità di aggregare le opinioni di partecipanti che, attraverso la motivazione del profitto, hanno incentivi per ricercare e scoprire informazioni e renderle pubbliche in modo veritiero (tutte considerazioni non applicabili ai tradizionali sondaggi d’opinione).

Che l’aggregazione di opinioni diverse, in progetti cooperativi o in mercati ben regolati che offrono i giusti incentivi, dia poi risultati molto più affidabili di quanto non sappiano realizzare, individualmente o a piccoli gruppi, i cosiddetti esperti, è una scoperta che in anni recenti ha avuto molte conferme, esposte magistralmente in libri importanti come “The Wisdom of Crowds” di James Suroviecki o “The difference” di Scott Page.

La prossima volta che vedete o leggete un qualche guru esprimersi eloquentemente sui rischi che corre o non corre l’economia americana affrettatevi insomma a consultare il prezzo del contratto scambiato sul prediction market di Intrade: è probabile che la sappia più lunga.

Spesa pubblica e privilegi in Italia

Il Corriere della Sera pubblica oggi un editoriale  di Francesco Giavazzi che invito caldamente a leggere. S’intitola “Il mito della spesa” e fa a pezzi una delle credenze più ingiustificate e dannose tra le tante, infondate, cui l’Italia sembra non saper rinunciare: e cioè che la spesa pubblica, qui da noi, serva ad aiutare i meno abbienti.

Non è così, dimostra fatti alla mano Giavazzi. La spesa pubblica, nel nostro paese, è accaparrata da rentier, grandi gruppi industriali, privilegiati lavoratori sindacalizzati alla vigilia della pensione, in genere da “furbi” e “potenti” che sanno come piegare ai loro interessi una politica e dei governi, che quando non sono inutili (perché impegnati in fumose chiacchiere) si rivelano dannosi (perché intenti a prendersi cura delle categorie o delle lobby sbagliate e meno meritevoli di attenzione).

Sono necessari un lucido esame di realtà e una rivoluzione culturale: “Agli inizi del secolo scorso più spesa pubblica voleva dire più stato sociale, meno disuguaglianza. Oggi spesso vuol solo dire più privilegi.”

Giusto, giustissimo.

Giavazzi consiglia al centrosinistra oggi alla guida del paese di tagliare le spese. Si scoprirà che “talvolta i privati possono offrire gli stessi servizi che offre un’amministrazione pubblica, ma in modo più efficiente e a costi inferiori.”

Con l’enfasi sul “talvolta”, e tenuto conto di quanto inefficiente e mal indirizzata sia la spesa pubblica in Italia, di nuovo sono d’accordo.

P.S.: Nel suo editoriale Giavazzi riprende temi che assieme ad Alberto Alesina ha approfondito nel libro “Il liberismo è di sinistra”, uscito a settembre. Si tratta di un pamphlet di 115 pagine, facile da leggere, ma ispirato, denso e utile. In particolare in un paese come il nostro, che le ricette liberali in economia le ha sempre ignorate.

 

Ciclo presidenziale e bear market del 2009

Nel post Il Mercato delle Idee, riferendo dell’impopolarità di George W. Bush, avevo fatto qualche considerazione sul cosiddetto ciclo presidenziale (o presidential cycle). E’ un punto che merita di essere approfondito e l’opportunità mi viene offerta da un articolo apparso su Optionetics.

Di cicli di Borsa si parla spesso, perché è da almeno un secolo che si è capito come tanto l’attività economica che l’andamento dei mercati seguano un moto “pendolare” tra fasi espansive, di solito più prolungate, e fasi di contrazione, più rapide e concitate. Continua a leggere…

La debacle dei fondi comuni italiani

Mi era sfuggito un interessante articolo di Beppe Scienza (nella foto) sulla debacle dei fondi comuni italiani. Pubblicato su Libero Mercato il primo di settembre, riporta i risultati dell’analisi condotta ogni anno dall’ufficio studi di Mediobanca sull’industria dei fondi italiani.

E’ uno studio accurato e importante, visto che passa ai raggi X la bontà o meno delle scelte d’investimento di ben undici milioni di italiani, che affidano ai fondi comuni almeno una parte dei loro risparmi. Purtroppo viene divulgato in piena estate, quando i risparmiatori italiani sono alquanto distratti.

I risultati, come sintetizza Scienza, sono catastrofici.

Solo il 14% dei fondi, nel 2006, ha fatto meglio del benchmark (e cioè del mercato di riferimento). La percentuale scende addirittura al 2% se si allunga l’orizzonte temporale al quinquennio 2002-2006.

E c’è un terzo dato che fa rabbrividire: nessun gestore ha fatto meglio del benchmark con almeno la metà delle masse amministrate. E cioè, non c’è gestore che abbia saputo ottenere i risultati che chiunque, anche il più inetto tra noi, avrebbe potuto portare a casa investendo direttamente negli indici, ad esempio attraverso gli Etf.

Scienza, che insegna matematica all’Università di Torino e dice quello che pensa e che gli dimostrano le cifre, se la prende anche con la stampa economica. Giustamente, dico io, che pure faccio il giornalista. Il continuo sbandieramento di classifiche, tabelle, assegnazioni di stelle di merito è, in sostanza, una presa in giro – anche se in molti casi viene fatto, aggiungo io, più per pigrizia e ignoranza che per dolo.

Le classifiche non dicono nulla o perché manca il confronto con i benchmark, o perché i periodi analizzati sono troppo brevi e danno conto di risultati che sono casuali, o perché – come sottolinea Scienza – non c’è nessuna cura nel verificare se il gestore è cambiato o meno.

Succede spesso che i fondi restano ma i gestori si alternano. E siccome l’abilità nel battere il mercato, se c’è, può solo essere del gestore, seguire la performance del fondo senza interessarsi del gestore è un esercizio privo di senso.

E’, questa, una polemica che anch’io ho già fatto, con un po’ di certosina attenzione al dettaglio, nel mio post Classifiche dei fondi: come evitare le trappole.

La conclusione qual è? Per Scienza gli undici milioni di italiani direttamente coinvolti farebbero bene a lasciar perdere i fondi comuni italiani, che servono soltanto a ingrassare i profitti già copiosi delle banche, e a investire i loro soldi in titoli di Stato ed Etf, “magari evitando quelli astrusi.”

A grandi linee, fermo restando che qualche eccezione c’è sempre, è una conclusione da condividere.

Il mercato delle idee: Rally, rischi e black box

Nel Mercato delle Idee presento una serie di link ad articoli interessanti. Quelli qui raccolti trattano temi come la crisi finanziaria di agosto, la fuga dal dollaro, il ruolo crescente ma oscuro degli hedge fund, il rally delle materie prime e i rischi d’inflazione, il collasso del mercato americano della casa, le contrastanti valutazioni sulla possibilità che una recessione sia alle porte.

Mercati

Buttonwood su l’Economist si chiede se la crisi finanziaria di agosto assomigli di più a quella del 1990 (collasso delle Casse di Risparmio americane), che sfociò in una recessione e in un pronunciato calo delle Borse, o a quella del 1998 (default russo e crollo del fondo LTCM), che fu seguita da un anno e mezzo di scapigliata speculazione rialzista sull’onda delle riduzioni dei tassi decise dalla Fed (da allora in poi descritte col nomignolo di “Greenspan put”). Non ci vorrà molto per capirlo. Ma il consiglio è di monitorare attentamente tre fattori che potrebbero annunciare l’arrivo di tempi bui: un aumento degli spread sui mercati del credito, una ripresa dell’inflazione, e una fase di improvvisa forza dello yen (che indicherebbe una fuga dal rischio da parte degli investitori più aggressivi, i quali fino ad oggi si sono indebitati in yen per investire con leva su altri mercati). Il primo fenomeno è già accaduto (anche se non nelle dimensioni del 1998), il secondo è diventato più probabile (se ha un senso la corsa a vendere dollari e a comprare oro dopo il recente taglio dei tassi da parte della Fed), ma del terzo, per ora, non c’è traccia. L’appetito per il rischio è dunque ancora elevato. Anche se si sa che sulla stabilità e durevolezza degli appetiti degli investitori non è consigliabile fare affidamento.

Anche Bespoke Investment Group fa confronti, in questo caso di natura grafica e con l’andamento dell’S&P 500 nelle crisi del 1987 e del 1998. Risultato? Come appare evidente (vedi sotto), sembrano esserci davvero pochi paralleli.

Banking Credit Analyst riflette sulle caratteristiche dei flussi d’investimento emersi dalla crisi estiva. I due temi portanti sono “go global” (e cioè diversificazione a livello globale, soprattutto a beneficio dei mercati emergenti) e “via dall’epicentro della crisi” (e cioè mercato immobiliare Usa, mutui subprime e, in genere, il dollaro). I beneficiari di questi flussi sono, nel complesso, i mercati azionario e delle commodities, e le valute più lontane dal dollaro. Per BCA si tratta di trend destinati a durare.

Mark Hulbert è uno specialista dell’analisi del sentiment del mercato, che fa da decenni basandosi soprattutto sulle raccomandazioni degli autori di newsletter finanziarie in America. L’assunto di fondo di tale analisi è che, agli estremi, panico ed euforia sono indicatori contrari: quando ci sono troppi pessimisti il mercato è probabilmente vicino al fondo, e viceversa, quando ci sono troppi ottimisti, un picco non è lontano. Come interpretare, su queste premesse, il rally dell’oro, che a settembre ha varcato di gran corsa la soglia dei 700 dollari l’oncia? Hulbert ha verificato che il sentiment è molto più cauto oggi di quanto non fosse nel maggio del 2006, quando l’oro si spinse una prima volta verso livelli analoghi. Il rally attuale, insomma, sembra poggiare su basi molto più solide.

Ken Fisher, figlio d’arte, grande investitore, e columnist di lungo corso per Forbes, dove tiene una rubrica che ha azzeccato con raro tempismo quasi tutti i grandi punti di svolta dei mercati azionari nell’ultimo ventennio, è rimasto fedele al campo dei Tori durante tutta la crisi estiva delle Borse. Nel suo ultimo articolo per Forbes enuncia “quattro ragioni” alla base della convinzione che quella estiva è stata solo una correzione in un rally destinato a continuare. Meritano di essere attentamente ponderate. Dice Fisher che l’ascesa e poi il crollo dei mercati, nel corso degli ultimi mesi, sono stati troppo ripidi per assomigliare alla fine di un bull market e all’inizio di un bear market. Queste transizioni da un ciclo all’altro sono in genere lente e graduali. In secondo luogo, non esiste bear market che prenda l’avvio da “notizie vecchie” e risapute. Ci vogliono fatti nuovi. E la crisi del mercato subprime non lo è. Era da anni che tanti investitori avevano messo in conto il crollo dell’enorme mucchio di prestiti facili e dissennati contratti nel mercato immobiliare americano.

Il terzo motivo è che il credit crunch di cui tanto si parla è per Fisher una contrazione del credito che, almeno nel settore corporate, fa solletico più che paura. Nel 2000 gli spread tra titoli del Tesoro e junk bond si allargarono all’improvviso di tre o quattro punti percentuali. Oggi si sono allargati di un punto per poi tornare a restringersi, e gran parte dell’aumentato differenziale è stato provocato dalla discesa dei rendimenti dei titoli del Tesoro più che da un’impennata di quelli dei junk bond: uno sviluppo tutt’altro che negativo. Infine c’è il pessimismo dei media, che per Fisher è sempre presente nelle correzioni di un bull market e mai quando un bull market cede finalmente il passo a un bear market. Insomma, finchè i pessimisti di oggi non diventeranno ottimisti c’è per Fisher un buon motivo per pensare che il rally delle Borse continuerà, con il suo epicentro nei mercati emergenti dell’Asia.

Delle cause della crisi di agosto ho già scritto nel post Derivati, armi di distruzione di massa? riservandomi di tornarne a parlare con l’aiuto di un grande esperto come Satyajit Das. Lo farò, ma per ora, per quanti masticano l’inglese, vorrei proporre un suo testo recente, un po’ lungo ma illuminante: “Credit crunch, the new diet snack for financial markets”. E aggiungere il link a un articolo del New York Times che fa riferimento a un paio di altri studi di autori importanti come Andrew Lo del MIT e Clifford Asness di AQR, un grande e prestigioso hedge fund pure scosso dalla crisi. Tra le analisi di questi autori ci sono molti punti in comune: il moltiplicarsi di hedge fund ha aumentato il rischio nei mercati, il fatto che molti perseguono strategie simili ha ridotto i ritorni, sollecitando l’impiego di una leva finanziaria sempre maggiore. In caso di improvvise difficoltà di qualche grosso player (come è accaduto ai primi di agosto tra gli hedge fund quantitativi) le liquidazioni forzate che ne derivano portano a un “impazzimento” caotico dei mercati più diversi, con conseguenze negative che ricadono a cascata su un numero via via crescente di investitori.

A proposito di hedge fund, un articolo del Financial Times riporta i risultati di uno studio di Hedge Fund Intelligence: nei primi sei mesi dell’anno gli asset amministrati da fondi hedge a livello globale sono aumentati del 19% raggiungendo i 2.500 miliardi di dollari. Se si tiene conto della leva finanziaria spesso impiegata da questi fondi, e della segretezza con cui operano, si capisce perché molti cominciano a preoccuparsi del fatto che sono dei misteriosi “black box” (scatole nere) a farla sempre più da padroni sui mercati finanziari.

Un articolo di Bloomberg mette in rilievo i caratteri travolgenti del rally in corso delle materie prime. Nel mese di settembre l’indice CRB ha guadagnato l’8,1%, sospinto dall’ascesa dei prezzi del grano, del petrolio e dell’oro. Si tratta del risultato migliore dal luglio del 1975. Il riferimento alla metà degli anni ’70, quando la prima crisi petrolifera, innescata dal conflitto tra arabi e israeliani, fece esplodere l’inflazione, fa pensare. Oggi la domanda di materie prime è sostenuta dall’impetuoso processo di industrializzazione della Cina, un fattore a cui durante l’estate si è aggiunto il sospetto che per contrastare la sempre più profonda crisi immobiliare negli Usa la Federal Reserve tornerà a inondare i mercati di liquidità. I rischi d’inflazione sono dunque in aumento. E in tempi d’inflazione, sono gli asset reali (come le materie prime) a offrire la protezione migliore.

Delle scomode opzioni che la Federal Reserve ha davanti a sè si occupa Bill Gross, il “re dei bond”, nella sua lettera mensile agli investitori. Il problema per la banca centrale americana è la situazione schizofrenica tra un settore corporate in buona salute e milioni di famiglie che rischiano di finire sul lastrico, affossate dai debiti e da un mercato della casa in caduta libera (vedi grafico sotto). Scrive Gross: “Se Bernanke fa finta di nulla e congela i tassi, rischia di esacerbare una crisi immobiliare in pieno sviluppo. D’altra parte, se decide di favorire le famiglie a scapito delle imprese, il rischio è di tornare ad accendere comportamenti speculativi nel mercato azionario, e di provocare una fuga dal dollaro.” Cosa farà la Fed? Cercherà probabilmente una via mediana ma efficace nel contrastare una crisi del mercato della casa destinata a restare per anni al centro delle sue preoccupazioni. Per Gross questo significa che nei prossimi 6-12 mesi i tassi a breve dovranno scendere a livelli non superiori all’1% reale, pari al 3,75% in termini nominali – molto più in basso, insomma, di quanto non sia al momento scontato dal consenso degli investitori.

Una sintesi efficace della performance dei mercati mondiali alla fine del terzo trimestre, espressa in termini di valuta locale, è pubblicata da Bespoke Investment Group. Svettano i guadagni di petrolio, oro e mercati emergenti; tra le Borse sono quelle dei cosiddetti BRIC (Brasile, Russia, India, Cina) a guidare la classifica.

Economia

Paul Kasriel di Northern Trust riassume in un recente articolo la sua valutazione dello stato dell’economia Usa. Kasriel parla di una “growth recession” (recessione con crescita), cioè di un’economia che cresce meno del suo potenziale e che vede dunque diminuire la capacità utilizzata e aumentare i disoccupati, con rischi elevati di una vera e propria recessione nell’immediato futuro. Il pericolo viene dal mercato della casa, il cui collasso sta inducendo le famiglie a mettere un freno ai consumi. Sono diversi gli indicatori che confermano come gli Usa siano ad appena un passo dalla recessione: dal LEI (Index of Leading Economic Indicators, da noi noto come superindice economico), al rapporto tra occupati e popolazione (che ha iniziato a calare, come è accaduto all’inizio di ogni recessione degli ultimi decenni), all’indicatore di Kasriel (“Kasriel Recession Warning Indicator” o KRWI, vedi grafico sotto), composto dal tasso di variazione annua della base monetaria in termini reali, e dalla media mobile a quattro trimestri dello spread tra tassi decennali e Fed Funds.

Nota Kasriel che, assieme, l’andamento reale della base monetaria e la curva dei rendimenti hanno sempre dato segnali affidabili di recessione negli ultimi 50 anni. Quest’anno hanno emesso un “segnale qualitativo” o debole, nel senso che sono scesi leggermente in territorio negativo per poi rimbalzare, seppur di poco. Ci troviamo, insomma in una situazione di grande incertezza e notevoli rischi, a cui la Fed, ad avviso di Kasriel, ha cominciato a rispondere con una manovra di riduzione dei tassi che con ogni probabilità continuerà in modo aggressivo nei mesi a venire.

A misurare i rischi di recessione c’ha provato anche un sondaggio di Rothstein Kass tra i manager di hedge fund americani. Hanno risposto in 239, e per il 61% del campione una recessione è “molto probabile” nel 2008. L’87%, messo evidentemente sul chi va là dagli scossoni dell’estate, ha anche previsto un aumento della volatilità nei mesi a venire. Ma, si sa, per gli hedge questo non è un problema.

Una stima ben diversa la fa invece il campione eterogeneo di investitori istituzionali che Merrill Lynch sonda ogni mese nella sua nota e molto seguita “Global Fund Manager Survey”. Riferisce David Rosenberg che, nel più recente sondaggio, solo il 7% vedeva rischi di recessione per il prossimo anno. E’ presumibile, dunque, che se una recessione dovesse davvero prendere piede, si abbatterebbe come una sorpresa di grande impatto sui mercati globali. E qual è la stima di Merrill Lynch? In base al loro modello, il rischio viene quantificato al 70%. E’, insomma, molto alto.

Un tassello del puzzle che ancora manca per arrivare a dire che una recessione negli Usa è inevitabile è sicuramente l’ISM manifatturiero, un sondaggio tra i responsabili degli acquisti che ha dimostrato nel tempo di predire correttamente, con un trimestre circa d’anticipo, l’evoluzione del Pil. Il rapporto di settembre è uscito due giorni fa, e come nota Northern Trust, ha evidenziato un indebolimento per il terzo mese di fila. Ma il dato di 52 resta per ora sopra la soglia di 50, che individua il punto di demarcazione tra espansione e contrazione dell’attività economica.

Un utile sommario dello stato del mercato della casa, l’origine dei problemi americani, lo offre Barry Ritholtz nel suo blog. Le tabelle alla fine del post, tratte dal New York Times, rendono con efficacia l’asprezza del tonfo. Non solo i prezzi delle case sono in caduta libera, ma se si dà credito ai contratti future, una stabilizzazione dei prezzi non è prevista prima del 2010. La crisi, insomma, è appena agli inizi.

Politica e media

La fiducia degli americani nell’amministrazione federale, stando all’ultimo sondaggio Gallup, è crollata ai livelli più bassi dai tempi dello scandalo Watergate, che costrinse l’allora presidente Nixon alle dimissioni. Manca appena un anno alle elezioni, ed è lecito pensare che George W. Bush farà di tutto per evitare una disfatta dei Repubblicani, e una fine così ingloriosa del suo secondo mandato. Chi pensa, e sono in tanti, che l’appuntamento ciclico con una recessione sarà almeno un po’ differito, fa affidamento sull’inesorabile logica del cosiddetto ciclo presidenziale. Il terzo e quarto anno di questo ciclo (nel nostro caso, il 2007 e il 2008) sono tipicamente i migliori per la Borsa per la semplice ragione che la Casa Bianca fa di tutto (compreso l’esercizio di ogni tollerabile pressione sulla Fed) per assicurare che i rubinetti della spesa e della liquidità siano ben aperti nell’imminenza della scadenza elettorale. E’ l’applicazione pratica del motto: “It’s the economy, stupid.” Scommettere su una recessione a breve sarebbe insomma un po’ come scommettere contro il ciclo presidenziale: in passato si è trattato, quasi sempre, di una puntata perdente.

MarketWatch, il portale di informazioni finanziarie che fa capo alla Dow Jones (e cioè, in definitiva, alla News Corporation di Murdoch), ha lanciato la versione beta di MarketWatch Community: un servizio gratuito che consente agli utenti di riorganizzare, condividere, commentare, etc. etc. i ricchi contenuti del sito. E’ un altro passo in quella rivoluzione dei media che ci sta trasformando tutti in “prosumer” (produttori/consumatori), e di cui ho scritto nel mio post Internet, i media e l’imprevedibile futuro. L’Italia, in questa rivoluzione, si trastulla nelle retrovie. E’ di oggi la notizia che la commissione europea agirà contro il nostro governo per i ripetuti ritardi nell’eliminare parti che contrastano con le norme sulla concorrenza contenute nella legge Gasparri (figlia prediletta del governo Berlusconi). Scrive Reuters: “Bruxelles ha messo nel mirino la legge Gasparri soprattutto nella parte che consente alle sole imprese già presenti nel mercato televisivo di comprare frequenze da altri operatori per avviare le trasmissioni digitali.” Tenacemente, e a tanti livelli, l’Italia appare impegnata a difendere un indifendibile passato, che le tecnologie e lo “spirito dei tempi” stanno affossando.

 

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