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Il mercato delle idee: Soluzioni alla crisi

Nonostante i molti e costosi interventi già messi in campo da banche centrali e governi, le cronache delle ultime settimane ci dicono che in molti paesi il sistema creditizio resta nell’occhio del ciclone mentre la congiuntura economica non fa che deteriorarsi. Stiamo entrando nel pieno di quella che già ora si profila come la peggiore crisi del dopoguerra. Ci sono soluzioni o dobbiamo rassegnarci a un’altra Grande Depressione, destinata a durare svariati anni? Nella rubrica Il mercato delle idee offro qualche link per orientarsi e, dato che i testi sono in lingua inglese, aggiungo una mia presentazione delle riflessioni che vi sono contenute.

La politica monetaria non basta più

In un normale ciclo economico sono le banche centrali, in sostanza, a determinare una recessione e poi a dare avvio a una nuova fase espansiva, agendo – secondo necessità, e tra inevitabili errori – sulla potente leva dei tassi d’interesse. L’attuale ciclo, però, non è per niente normale. Al cuore del sistema, in America, ma anche in altri paesi, c’è stata eccessiva accumulazione di debito da parte delle famiglie ed eccessiva creazione di credito – di pessima qualità – da parte del sistema bancario. Il risultato è che sia le famiglie che le banche devono rimettere ordine nei loro bilanci.

Tutti si ritrovano costretti a farlo allo stesso tempo, e questo è il guaio. Le famiglie tagliano le spese, aumentano i risparmi e non ne vogliono più sapere di indebitarsi. Le banche tagliano il credito e tengono per sé la liquidità che generosamente viene loro offerta dalle banche centrali. L’attività economica collassa, le aziende falliscono, i lavoratori si ritrovano disoccupati. Lo sforzo di risanamento in cui sono impegnate banche e famiglie diventa via via più difficile. E’ il terribile circolo vizioso che sempre viene innescato da un boom del credito che si trasforma in crollo, in panico e in grave crisi finanziaria. La corsa ad accaparrare liquidità fa sì che, nello sforzo di salvarsi, ognuno finisca per contribuire alla rovina di tutti. E’ capitato già diverse volte in passato.

In queste situazioni, la politica monetaria convenzionale – quella cioè affidata alla leva dei tassi – non basta più. Il costo del denaro può scendere anche a zero, com’è accaduto in America, ma la domanda di credito non si riprende. Come si dice in gergo, “il cavallo non beve.” Uno dei motivi è che quando crollano i prezzi degli asset e l’attività economica, e anche i prezzi dei beni tendono a flettere in un unico gigantesco gorgo ribassista, anche un tasso zero è insufficiente.

Una prova convincente la offre un grafico (vedi sotto) prodotto dal chief economist di Goldman Sachs, Jan Hatzius, e commentato dal neo-premio Nobel Paul Krugman sul suo blog, The Conscience of a Liberal. Si tratta di una rappresentazione della cosiddetta regola di Taylor, o Taylor rule, una semplice equazione, ideata nel 1993 dall’economista americano John Taylor, che tiene conto degli scostamenti dell’inflazione e dell’attività economica dai loro target o livelli d’equilibrio al fine di prescrivere le corrette risposte di politica monetaria. L’idea di fondo è che quando inflazione e crescita sono eccessive, i tassi dovrebbero salire in modo da agire da freno; e quando inflazione e crescita si raffreddano troppo, i tassi dovrebbero scendere in modo da agire da stimolo.

Il grafico di Hatzius mette a confronto, per il periodo dal 1987 a oggi, il tasso a breve americano (Fed funds) con il tasso che sarebbe stato prescritto come corretto dalla Taylor rule. L’andamento è molto simile, a conferma che, nella sua semplicità, la Taylor rule è un utile strumento descrittivo di come una banca centrale – in questo caso la Federal Reserve – conduce la sua politica monetaria.

Per lo stesso motivo, la Taylor rule può essere usata per cercare di anticipare il corso futuro del costo del denaro, sulla base di stime dell’inflazione e del PIL. E’ quello che Hatzius, nel suo grafico, ha fatto, spingendosi fino al 2011. Ciò che emerge è che la risposta corretta all’evoluzione prevista da Goldman Sachs per l’inflazione e il PIL americani sarebbe un taglio dei Fed funds fino a un livello negativo del 6%!

I tassi, però, non possono scendere sotto lo zero. Se accadesse, gli istituti di credito ringrazierebbero sentitamente la banca centrale e accumulerebbero la liquidità nei loro forzieri. La conclusione è che la leva dei tassi – la politica monetaria convenzionale – ha smesso di funzionare. Nella situazione in cui ci troviamo è largamente inadeguata.

E allora? Nelle parole di Krugman, “Questo è il motivo per cui abbiamo bisogno di un poderoso stimolo fiscale, di politica monetaria non convenzionale (ndr, sostegni da parte della banca centrale che vadano oltre le manovre sui tassi a breve), e di qualsiasi altra cosa riusciamo a immaginare per combattere l’attuale tracollo. In senso letterale, le regole abituali non valgono più.”

Soluzioni non convenzionali

Per capire più in dettaglio quali possano essere le soluzioni migliori per superare la crisi un’ottima lettura è di nuovo offerta da Paul Krugman: si tratta della sua lettera aperta al Presidente Obama, pubblicata su Rolling Stone lo scorso 14 gennaio. LaStampa.it ne ha tradotto un ampio stralcio. E’ un po’ lunga, ma merita lo sforzo. Ne sintetizzerò, comunque, alcuni punti: quelli relativi alle misure urgenti da adottare nel primo anno della nuova amministrazione.

– L’economia è “in caduta libera” e le prospettive sono peggiori di quanto quasi chiunque aveva anticipato.

– L’aspetto più grave è l’incessante perdita di posti di lavoro: 2 milioni nell’ultimo anno e, di recente, mezzo milione al mese. Entro la fine del 2009 ci potrebbero essere 10 milioni di disoccupati in più del normale (pari a un tasso di disoccupazione del 9%), e altri 10 milioni di sottoccupati (pari a un tasso di disoccupazione allargata del 15%): una “catastrofe”.

– La Federal Reserve non ha più spazi di manovra con i tassi. Le misure non convenzionali tese a rianimare i mercati del credito sono indispensabili “per limitare i danni”, ma non sono in grado di far ripartire l’economia. La responsabilità, ora, è tutta nelle mani del governo.

– L’ultimo presidente americano ad aver affrontato una sfida analoga fu Franklin Delano Roosevelt (FDR, nella foto sotto), negli anni ’30. In quell’esperienza ci furono successi e insuccessi: i primi vanno imitati, dai secondi bisogna imparare perché non siano ripetuti.

FDR utilizzò la finanza pubblica per salvare le banche. E questo fu un bene. Nel 1935 un terzo del sistema bancario americano era stato nazionalizzato. A differenza di quanto ha sinora fatto l’amministrazione Bush, FDR non fu per niente “timido” nell’esigere che le risorse pubbliche, messe a disposizione delle banche, fossero utilizzate al servizio del bene pubblico. Insomma, esercitò i suoi poteri perché quel denaro fosse impiegato nell’attività di credito. Altre risorse furono messe direttamente a disposizione di imprese e famiglie. E questo occorre fare anche oggi, in modo da evitare che imprese sane falliscano e da consentire alle famiglie in necessità di rinegoziare i mutui e restare nelle loro case.

– L’economia ha bisogno di sostegno diretto ai salari e alla creazione di posti di lavoro. In questo FDR sbagliò. L’azione di stimolo ci fu ma non fu sufficiente. Nel 1937, illuso forse dalla ripresa degli anni precedenti e preoccupato per il buco che si era aperto nelle finanze pubbliche, FDR si lasciò convincere a tagliare le spese e ad alzare le tasse. La conseguenza fu un’altra terribile recessione che distrusse quasi tutti i progressi fatti sino ad allora. Alla fine fu quel “gigantesco programma di lavori pubblici noto come Seconda Guerra Mondiale” che consentì all’America di lasciarsi alle spalle oltre un decennio di Grande Depressione.

– Qual è la lezione? Il governo, nei suoi piani di spesa, deve essere “coraggioso”. Si tratta di sostituire la domanda privata, che è venuta meno, con domanda pubblica. Si tratta di riportare un tasso di disoccupazione, che tende al 9%, verso un più normale 5%. E siccome, a grandi linee, ci vogliono 200 miliardi di dollari (pari a circa l’1,4% del PIL) per abbassare la disoccupazione di un punto percentuale, per ottenere una “piena ripresa” il governo dovrà essere disposto a spendere circa 800 miliardi di dollari l’anno. Sotto i 500 miliardi di dollari, l’impegno sarà senza dubbio insufficiente.

– Aumenti di spesa pubblica di questa entità, in un periodo in cui la recessione riduce le entrate fiscali, produrranno di sicuro dei buchi di bilancio “paurosi”. Ma l’alternativa dell’eccesso di cautela sarebbe peggiore.

– Come spendere? In cose che abbiano valore nel tempo: infrastrutture, efficienza energetica e miglioramenti alla rete elettrica, Internet, informatizzazione del sistema sanitario, sostegno agli stati e ai governi locali in modo che non siano costretti a ridurre le spese nel momento peggiore. E poi aiuti alle famiglie colpite più duramente dalla crisi. “Far del bene farà bene” anche all’economia, dato che i più poveri saranno anche i primi a spendere i sussidi ricevuti.

– I tagli di tasse possono essere utili, soprattutto se rivolti alle famiglie a basso e medio reddito, ma non debbono essere lo strumento principale. Sono infatti meno efficaci nel sostenere la domanda di quanto non siano, ad esempio, gli investimenti in infrastrutture.

– A queste condizioni, il 2009 resterà un anno da dimenticare, ma si potrebbe avere una ripresa dal 2010.

Un rimedio per le banche

Dovremmo avere paura della completa nazionalizzazione delle banche in difficoltà? Se lo chiede Willem Buiter, docente alla London School of Economics ed ex-chief economist della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, nel suo blog Maverecon. La risposta è no. Anzi, è proprio questa la soluzione che presenta meno controindicazioni.

Finora, argomenta Buiter, in questa crisi i governi hanno seguito due approcci. In America, l’amministrazione Bush ha scelto di intervenire con capitali pubblici a condizioni di favore. E’ successo con AIG, con Goldman Sachs, con Citigroup. Così facendo, magari si consente alle banche di tornare a fare credito, ma si premiano i corresponsabili dell’attuale sfascio e si alimenta un atteggiamento di azzardo morale (moral hazard) che finirà in futuro per incoraggiare di nuovo un’eccessiva assunzione di rischi.

In Europa, tanto in Gran Bretagna come nella zona euro, i governi hanno preferito intervenire esigendo un prezzo più salato per il loro sostegno, sia in termini di costo del capitale che di altre condizioni “punitive”, quali ad esempio la fissazione di limiti ai compensi del top management.

Il risultato è che le banche stanno cercando in tutti i modi di evitare l’intervento dei governi. E quando questo è inevitabile, adottano strategie idonee a liberarsene al più presto. La più facile – a cui sono indotte anche da altri fattori, quali l’effettiva maggiore rischiosità dell’attività di credito in una situazione di crisi – è di evitare ogni rischio e, data la generale indisponibilità di capitali privati, restare sottocapitalizzate. Molte grandi banche europee, osserva Buiter, sono degli “zombie” e non stanno facendo il loro lavoro.

A questi due approcci ne è largamente preferibile un terzo: nazionalizzare del tutto. Tra l’altro, diventerebbe molto più facile risolvere un problema spinoso, e cioè come creare delle “bad bank” a cui conferire gli asset tossici – poco liquidi e dai prezzi incerti – che gravano come zavorre sui bilanci di molti istituti. Le proposte che oggi vengono avanzate, con le banche ancora in mani private, s’incentrano sulla possibilità di stabilire un qualche “valore equo” di questi asset da trasferire a veicoli pubblici. Ma sotto la copertura di un fair value che è oggi impossibile determinare, rischiano di nascondersi sussidi per niente trasparenti.

Molto meglio, sostiene Buiter, nazionalizzare per il tempo strettamente necessario. Le banche tornerebbero da subito a fare il loro lavoro, offrendo un migliore sostegno a imprese e famiglie. Una riprivatizzazione dovrebbe solo aspettare la stabilizzazione dei mercati finanziari e una ripresa dell’economia.

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18 pensieri su “Il mercato delle idee: Soluzioni alla crisi

  1. Un’ottima analisi, non c’è che dire.
    Dal “Punto di svolta” ad oggi, con questo post, mi pare di scorgere il ritorno ad un serpeggiante pessimismo di fondo sui mercati azionari.
    Ora la palla è in mano ai governi, visto che le banche centrali non hanno più armi.
    E questo mi preoccupa molto….

  2. suvretta in ha detto:

    Vogliamo immaginare cosa potrebbe essere in un
    paese “al delirio” una qualsiasi rivisitazione di
    un carrozzone stile I.R.I.? Stiamo entrando in un
    ciclone, verissimo, ma paragonare perlomeno l’at-
    tuale situazione all’ormai celeberrimo ’29 mi sem-
    bra esagerato.Mi permetto di suggerire la lettura
    di ” Furore ” di Steinbeck per farsi un’idea di
    cosa fu veramente quel periodo.

  3. Pingback: Il mercato delle idee: Soluzioni alla crisi

  4. Grimmy in ha detto:

    La leggo sempre con grande attenzione.
    Non crede che,prima di una eventuale nazionalizzazione delle banche,si debba passare da una forte concentrazione che faccia rimanere sul campo solo 3 grandi gruppi?
    Intendo Citi Bank of America e Jp Morgan?

  5. Bartolo in ha detto:

    Salve,

    non so se nazionalizzare (anche se temporaneamente) le banche sia una buona soluzione o meno, pero’ si potrebbero introdurre delle norme che consentano ai cittadini di accedre piu’ serenamente al credito.

    Non so cosa stia accadendo alle famiglie americane, ma almeno in Italia credo che il problema dell’accesso al credito faccia molti piu’ danni dell’atteggiamento conservativo delle persone. In realta’, questa situazione ha creato una sorta di nevrosi che porta le persone a spendere ancora di piu’ (magari acquistando un numero maggiore di beni aventi un valore inferiore, ma…e’ la somma che fa il totale!).

    Infine un’idea: si potrebbero assoldare degli “intermediatori” statali che facciano rispettare il gioco delle parti, facendo gli interessi dei cittadini. Ad esempio non dovrebbe piu’ succedere che ad una persona o una famiglia con tutte le carte in regola venga negato un prestito o un mutuo o vengano applicati degli spread fuori controllo. In tal modo la spesa pubblica produrrebbe un risultato piu’ efficace (o addirittura cio’ potrebbe portare a nuovi posti di lavoro) e le persone si sentirebbero tutelate nel confronto con gli istituti di credito, che spesso e volentieri fanno i propri interessi ai danni della collettivita’.

    Bartolo

  6. Gentile Mercury,

    permetta un’osservazione. Non capisco dove abbia colto quel mio “serpeggiante pessimismo di fondo sui mercati azionari.” In questo post dei mercati azionari proprio non parlo.

    Cordiali saluti,

    Giuseppe B.

  7. Grimmy,

    la forte concentrazione mi sembra una pessima idea. Oltre una certa soglia, le economie di scala diventano diseconomie. Aumentano le inefficienze. Diminuisce la capacità di gestione dei rischi. E il rischio sistemico si fa troppo grande. Sono tutti problemi che questa crisi ha già messo in luce.

    Cordiali saluti,

    Giuseppe B.

  8. Raffaele D.G. in ha detto:

    Salve a tutti.

    Quello che a me un pò (anzi molto) dispiace è che l’economista Gregory Mankiw, docente di economia alla Harvard, i cui libri costituiscono un punto di riferimento anche per le facoltà di economia in Italia, e che ha già fatto parte del “team di economisti” all’epoca di Clinton, abbia rifiutato la proposta di prender parte all’attuale team di Obama, per motivazioni che mi sfuggono.

    Peccato, credo che si abbia bisogno di persone come lui.

    Cordialmente,

    Raffaele D.G.

  9. mercury in ha detto:

    Gent. Dott. Bertoncello, la seguo da pochi mesi,
    giusto dal “Punto di svolta”.
    Dopo tanti post in cui prevalgono signali di ottimismo sul futuro, quest’ultimo mi sembra di no. E’ vero che non ha parlato di mercato azionario, ma è sottinteso che le analisi vengono fatte per investire, e quindi il mio pensiero
    è andato al mercato.
    In questa grave situazione, dove le banche centrali dovrebbero portare i tassi addirittura ad un impossibile -6%, mi sembrava di cogliere questo suo ritorno alla preoccupazione.
    Ma sarei felice di sbagliarmi, anzi se me lo conferma, ne tengo conto per le mie scelte.
    Grazie e saluti.

  10. sueggiù in ha detto:

    Parlando da comune cittadino, a questo punto la nazionalizzazione sembrerebbe la soluzione meno peggio.
    Una successiva ri-privatizzazione delle banche da parte dello Stato in una fase di ripresa economica, consentirebbe allo Stato (oltre a far funzionare i vari sussidi) di recuperare anche parte di quelle risorse investite oggi per fare ripartire l’economia mediante la spesa pubblica, rivendendo le azioni acquistate oggi ad un prezzo sicuramente “basso” (ma forse non minimo…).
    Se andasse così, spererei di non rivedere in Italia certe privatizzazioni dei tempi che furono.

  11. Vinello in ha detto:

    Riporto un articolo che ho ritenuto interessante tratto dal sito di Milano Finanza:

    Banche: la trincea sul Tremonti-bond (Milano Finanza)
    26/01/2009 8.27
    MILANO (MF-DJ)–Quel testo pieno di vincoli e cosi’ oneroso, con tassi
    che dal 7,5% arrivano anche oltre il 10%, proprio non piace alle banche.
    Il protocollo fra Via XX Settembre e l’Abi, cosi’ com’e’, pare non venga
    accettato dagli istituti, in particolare da quelli patrimonialmente piu’
    deboli e che potrebbero essere gli effettivi destinatari degli aiuti
    offerti dal governo attraverso i Tremonti-bond.

    Secondo Milano Finanza, man mano che le informazioni sulle condizioni
    per accedere al sostegno statale si fanno piu’ chiare, monta la protesta,
    sia pure felpata e coperta dall’anonimato da parte dei principali
    banchieri italiani. I diktat del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti,
    appaiono infatti penalizzanti e quasi vessatori, se considerati nel loro
    insieme.

    Innanzitutto c’e’ la questione del costo del debito. La progressione del
    tasso d’interesse da riconoscere allo Stato infatti non aiuta: e’ del 7,5%
    ma solo per il primo anno, sale all’8% al secondo anno, all’8,25% al terzo
    e al quarto, per poi crescere dello 0,5% per gli anni successivi. E questo
    senza considerare i costi aggiuntivi. Insomma, un salasso. Poi ci sono le
    manovre di immagine, come il limite alle remunerazioni dei manager. In
    ogni caso, le banche starebbero decidendo una linea comune: o lo chiediamo
    tutti (almeno tutti gli istituti maggiori) o non se ne fa niente. Inoltre
    chiederebbero anche l’indicazione del tempo massimo della sottoscrizione,
    uno-due anni, per rafforzare con tranquillita’ il patrimonio. Altrimenti
    meglio le alternative, come la ricapitalizzazione o la cessione di asset,
    anche a saldo.
    Red/mur
    (fine)

    http://www.milanofinanza.it/news/dettaglio_news.asp?id=200901260856001703&chkAgenzie=PMFNW

    A mio parere l’articolo, sebbene interessante, è stato persino clemente nei confronti dell’azione del governo.
    Ricordo che la Bce non presta il denaro al 7,5%, soprattutto nei momenti peggiori, ma diminuisce il tasso che ora è al 2%.
    Dalle crisi l’insegnamento che si trae non è che lo Stato deve dare una mano a spese del debito pubblico (per poi ripagarlo nei momenti di prosperità tramite le tasse)?

    Se si arrivasse persino alla statalizzazione, che tipo di fiducia si potrebbe riporre nello Stato? Arriva e porta via la proprietà dei cittadini (azionisti) senza nulla in cambio? Bisognerebbe prima dimostrare che le banche stiano per fallire e che si sia all’ultima cartuccia da sparare rimasta.
    Perché poi statalizzare le banche e non altre società, in maniera che assumano e facciano ordini? O, come si sentiva dire una volta, svolgendo lavori pubblici necessari al Paese?
    Alcune opinioni di persone del settore, se non sbaglio, dicono che la richiesta di finanziamento delle famiglie e delle imprese è calata per mancanza di fiducia nel futuro (quindi minore propensione ad un consumo a debito e minore volontà di rischiare e intraprendere).
    Sarebbe strano aiutare Fiat (o chi per essa) e statalizzare le banche, soprattutto se fossero i cittadini stessi a non richiedere un prestito in questo periodo. Oppure una statalizzazione farebbe aumentare il numero di persone che pensano ad una crisi al termine? Penso che ormai in Italia si abbia più una crisi da caduta di fiducia e dell’export, più che come in america di una finanziaria e reale.
    Insomma perché espropriare il tutto ad alcuni azionisti e non ad altri?
    Le nostre banche hanno veramente le stesse colpe di quelle americane?
    Se le banche italiane inoltre dovessero essere giudicate per una colpa, il giudice non dovrebbe essere il governo dello Stato, che potrebbe avere interesse a comprarle ad un prezzo stracciato per ripianare i propri debiti! Ho visto troppa preoccupazione per il rating dei bond e poca per il meccanismo economico…

    Penso che, se si vuole, si può ricorrere ad altri metodi per far arrivare soldi alla macchina produttiva Paese, senza che si blocchino nelle banche che necessitano liquidità.
    Da ricordare, a quanto ho capito, che di quest’ultima gli istituti bancari necessitano anche per l’aumento di parametri dallo stesso Stato, quindi da una parte il governo rende più difficile prestare il denaro per l’aumento del core tier ratio e dice che si stanno facendo manovre per sostenere il settore bancario con tassi maggiori del 7% (addirittura rendendo obbligatorio accettare il salasso se la Banca d’Italia ritenesse necessario capitale fresco), dall’altra dice che le banche non prestano più denaro, attribuendone loro la colpa. C’è chi potrebbe pensare ad una manovra a tenaglia più che ad un aiuto, soprattutto quando precedentemente vi era l’ipotesi di entrare nel capitale delle banche…
    Un esempio per far giungere soldi all’economia non potrebbe invece essere prestarne ad un tasso vantaggioso alle banche, a patto che non vengano trattenuti ma siano reimmessi totalmente nell’economia?
    Certo prima bisognerebbe assicurarsi che servano, visto che da quanto ho capito potrebbero non esservi clienti interessati…

    Ritengo che sia una pessima idea avere uno spirito vendicativo nei confronti di un settore intero in difficoltà, anche se con i derivati suppongo abbia guadagnato molto in poco tempo e in una maniera per la quale ancora mi chiedo se abbia agito con i clienti più da cicala o da formica.
    Ma comunque volersela prendere (dalla Robin Hood Tax, tra l’altro fu annunciata in piena crisi, sino alle ultime dell’articolo segnalato) con una parte fondamentale del meccanismo economico del proprio paese, proprio nel momento in cui è più fragile, significa far del male a tutto il Paese.
    Per quanto una persona possa non sopportare una parte del proprio corpo è meglio che non vi punti contro una rivoltella. Un malaugurato fallimento non solo farebbe mancare lo strumento che è alla base della creazione e mantenimento di attività imprenditoriali e del consumo, ma di certo non darebbe fiducia, verosimilmente getterebbe sconforto facendo pensare che l’Italia non sia più fatta salva dalla crisi.
    Penso che per la svolta il Paese abbia bisogno di avere, quando vi sarà un cambio di fiducia, un supporto in grado di finanziare e non credo che sia positivo impelagarsi nel cambio vertici o altre decisioni che distolgano l’attenzione delle banche dalla realtà esterna.

    Saluti, Vinello

  12. Vinello in ha detto:

    Perdonatemi per l’eccessiva lunghezza del mio precedente post, vi capisco nel caso non vogliate leggerlo, soprattutto non essendo scritto da uno studioso d’economia.

    Saluti
    Vinello

  13. GIM in ha detto:

    Gent.mo Dott. Bertoncello, Le chiedo una cortesia:
    in data 24/01/2009 ho postato il commento n. 29 nella categoria VALUE INVESTING/La formula vincente per battere i mercati azionari del 24/11.2007. Le sarei molto grato se potesse rispondermi.
    La ringrazio anticipatamente.

  14. md in ha detto:

    La regola di Taylor è tuttavia criticata poichè rappresenta un approccio miope alla condotta della politica monetaria.
    La sua miopia sta nel fatto di utilizzare solamente dati osservati di inflazione e output, rendendo completamente inutili le previsioni future sulle stesse variabili.
    Tuttavia quello citato nell’articolo non è il caso in cui ad essere utilizzati sono i valori osservati, dunque tale critica non sussiste.

    Ora però, ed è questo il motivo del mio commento, Le chiedo se non sia più corretto concentrare l’attenzione su due aspetti:

    -l’attuale crisi ha sicuramente ridotto il livello naturale dell’output americano (e quindi non solo quello corrente), con la conseguenza che l’effettivo scostamente del valore corrente dell’output dal livello ottimo è inferiore di quanto sembri: tradotto, è possibile che non sia necessaria una riduzione ulteriore di tassi per far fronte all’attuale situazione (considerando solo l’outputgap);
    -secondariamente, si consideri che l’altro elemento chiave della formula è lo scostamento dell’inflazione corrente dal target fissato dalla banca centrale; introducendo aspettative deflazionistiche (è questo che ha spinto la FED a portare i tassi a 0-0,25%) si ha un’ulteriore conferma che i tassi dovrebbero essere portati e mantenuti a un livello prossimo a zero (non certo al di sotto).

    Chiedo scusa per essermi dilungato troppo e apparentemente senza motivo; ciò che intendo dire è che utilizzare una regola pragmatica e usando come ingredienti dei dati stimati, non è un buon modo di operare per fare previsioni sul livello dei tassi che la FED “dovrebbe” (secondo la formula) fissare.

    Ne approfitto per porgerLe distinti saluti e i miei più vivissimi complimenti per il blog.

  15. Vinello in ha detto:

    Riporto parte dell’intervista che Dario Di Vico ha fatto a Corrado Passera il 04 febbraio 2009, tratto dal sito del Corriere della Sera, dal titolo “Passera: aiutare la crescita
    fa bene anche ai conti pubblici”

    http://www.corriere.it/economia/09_febbraio_04/passera_intervista_divico_7d31de6c-f289-11dd-8878-00144f02aabc.shtml

    “Ma non un soldo che andrà a Torino verrà tolto alle piccole imprese, assicura Passera. Cita i dati di Intesa Sanpaolo: 200 miliardi di affidamento alle piccole e piccolissime, 120 alle medie e grandi aziende. «In Italia non siamo al credit crunch, anche a gennaio – così come nel 2008 – come banca abbiamo aumentato l’ammontare di credito erogato malgrado il forte calo della domanda di finanziamenti e la forte crescita della rischiosità. Dai prossimi giorni farò un giro dell’Italia per spiegare ai nostri 8000 responsabili sul territorio che malgrado la crisi non ci tiriamo indietro». Ma i Tremonti bond poi alla fine li prenderete o no? Costano troppo? «Apprezziamo il lavoro del Tesoro e stiamo dando il nostro contributo per una soluzione equilibrata. Altri Paesi hanno dovuto fare operazioni di salvataggio, in Italia invece si sta solo valutando l’ipotesi di rafforzare il patrimonio delle banche perché possano crescere di più e sostenere ancora meglio l’economia reale». Passera pensa a un’operazione temporanea e che i soldi possano essere restituiti in capo a 2-3 anni «ma se il meccanismo fosse troppo costoso non ce lo potremmo permettere: le autorità europee, che hanno l’ultima parola, dovrebbero, a mio parere, favorire di più questo tipo di operazioni».

    E se alla fine questi bond restassero nel cassetto del Tesoro? «Si sarà persa un’occasione, perché se avremo meno patrimonio potremo erogare meno credito e potremo dare un contributo inferiore al superamento della crisi». Guai però a ripetergli la litania corrente secondo la quale le banche italiane si sono salvate perché antiquate. «Arretrati perché non abbiamo fatto finanza creativa? Perché abbiamo cercato di coniugare credito e responsabilità, perché abbiamo diffidato dell’eccessiva crescita a debito? Che avrei dovuto fare quando mi portavano ad esempio la Northern Rock che dava i prestiti a 30 anni e raccoglieva risorse sull’interbancario a tre mesi? O quando le banche di investimento facevano operazioni con un effetto leva pari a 60?». Tempo fa Passera propose un piano di 250 miliardi da spendere in 5 anni per finanziare opere infrastrutturali, incentivare investimenti privati e assicurare ammortizzatori sociali alle fasce non coperte. Il ministro Tremonti e il governo hanno scelto un’altra strada per non compromettere l’immagine rigorista di un Paese che dovrà tra breve chiedere ai risparmiatori di sottoscrivere i suoi titoli di Stato. Lei è rimasto della stessa opinione? «Sono preoccupato anch’io dello spread tra i nostri Btp e i bund, così come trovo sensatissima l’idea di dar vita a una sorta di eurobond per finanziare i grandi progetti» risponde.

    Ma, aggiunge, «siamo sicuri di non poter fare di più per recuperare l’enorme ritardo infrastrutturale che abbiamo accumulato e che necessiterebbe di quell’ammontare di impegni? 50 miliardi di euro all’anno sono tanti, ma non poi così tanti se mettiamo insieme ciò che il Cipe ha già avviato, gli stanziamenti già programmati per Fs e Anas, i fondi Bei. Forse si potrebbe razionalizzare il 10% dell’attuale spesa sul territorio per opere pubbliche, dismettere l’1% del patrimonio pubblico, recuperare il 2-3% di sprechi nella spesa pubblica. E attirare fondi privati: noi abbiamo creato una banca specializzata proprio nelle infrastrutture e nelle partnership tra pubblico e privato. Mi rendo conto delle difficoltà, ma se non riattiveremo una fase di crescita sostenibile i conti pubblici andranno comunque a gambe all’aria»”

    I Tremonti bond mi ricordano maggiormente le obbligazioni convertibili che Buffett ha sottoscritto e continua a sottoscrivere, piuttosto che un contributo dello Stato alla ripresa. Ovvero il modo di agire di un investitore esperto, ma non di chi deve sostenere lo sviluppo.

    Aggiungo un riferimento all’articolo Italian lenders counting the cost of bail-out (February 4 2009) del Financial Times sulla questione ( http://www.ft.com/cms/s/0/d0e0e3ca-f2e6-11dd-abe6-0000779fd2ac.html ), che vi invito a leggere per intero dato che alcune osservazioni importanti non vengono riportate nel riferimento che Milano Finanza ne fa ( http://www.milanofinanza.it/news/dettaglio_news.asp?id=200902051014001737 ).

    Correggetemi se sbaglio: ecco il rendimento annuale di un bot nel 2009 che attualmente è riportato sul sito della Banca d’italia:
    http://www.bancaditalia.it/banca_centrale/operazioni/titoli/tassi/bot_ann/2009/RENDIMENTI_BOT_annuali.pdf
    Se non sbaglio i miei calcoli e non dimentico nulla si tratterebbe di meno del 1,9%, paragonati al 7,5% cui si presterebbe alle banche.
    Sorge spontanea una domanda… sottoscrivendo il Tremonti bond, chi aiuta chi in questa crisi? Lo Stato “aiuta” le banche o sarebbero invece le banche ad “aiutare” lo Stato?

    Cordiali Saluti,
    Vinello

  16. nicol in ha detto:

    io sono unasemplice cittadina con pochi risparmi mi sa dare qualcuno una risposta dove posso mettere al sicuro questi pochi soldi e con quali banche banche posso operare in tranquillità. Grazie

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