l'Investitore Accorto

Per capire i mercati finanziari e imparare a investire dai grandi maestri

I fondi comuni e i rating che irretiscono

Sono andato a rileggere il mio post Classifiche dei fondi: come evitare le trappole, del luglio scorso. Penso che anche per i miei lettori potrebbe essere interessante fare altrettanto. In quell’analisi prendevo di mira un servizio pubblicato con grande evidenza su CorrierEconomia all’avvio del secondo semestre del 2007. L’inserto del Corriere della Sera aveva elaborato, sulla base di criteri che venivano presentati come particolarmente affidabili, una classifica dei “magnifici 20”: i 20 fondi azionari italianipiù brillanti e costanti negli ultimi 5 anni.” A cinque tra i migliori gestori, enfaticamente introdotti come “i campioni”, il giornale aveva poi chiesto di esprimere delle previsioni su cosa avrebbe fatto il mercato italiano nella seconda metà dell’anno e quale sarebbe stato il titolo migliore su cui puntare.

I cinque intervistati – Giordano Beani, direttore investimenti di BNL, Alessandro Pacchiani, gestore di Oyster italian value, Fausto Artoni, gestore di Azimut trend Italia, Luca Mori, gestore di Capitalia small cap Italy, e Francesco Agnès, gestore di Fondersel Pmi – non si erano sottratti alla sfida.

A livello di mercato, dopo la correzione iniziata a metà maggio, i “campioni” avevano espresso un giudizio sostanzialmente unanime che le cose sarebbero andate un po’ meglio nella seconda parte dell’anno. Le previsioni per il Mibtel erano raccolte in un fazzoletto, tra il +3% di Beani e il +8% di Mori.

A livello di titoli, ogni gestore aveva espresso invece una preferenza diversa. La rosa comprendeva Eni, Generali, Autogrill, Mediaset e Danieli.

Nel mio articolo, mi ero sforzato – per diversi buoni motivi e nell’interesse dei miei lettori – di demolire quel servizio da cima a fondo.

La classifica dei fondi, argomentavo, era “inutile, anzi dannosa.”

Tendeva a selezionare, com’è il caso per i ranking basati su performance di breve o medio periodo, “i “campioni” del passato quando sono a fine corsa e si accingono a diventare – non tanto per demerito dei singoli gestori quanto per la specializzazione dei fondi e le rotazioni settoriali del mercato – i “brocchi” del prossimo futuro.”

Le previsioni degli esperti, aggiungevo, erano inaffidabili più o meno al pari di quelle di ciascuno di noi.

Ricordavo il giudizio di Warren Buffett, che in una delle sue lettere agli azionisti di Berkshire Hathaway, descrisse l’ossessione per le previsioni come una “costosa distrazione per molti investitori e uomini d’affari.”

E citavo una formidabile e lapidaria massima cinese, di Lao Tzu: “Quelli che hanno la conoscenza non fanno previsioni. Quelli che fanno previsioni non hanno la conoscenza.”

Infine, mettevo in guardia dall’”asfittico consenso” espresso dai 5 money manager in relazione alla prevista evoluzione delle Borse. Così come risultava anche da un analogo sondaggio pubblicato dalla rivista americana Barron’s in quegli stessi giorni, i punti di vista erano quasi tutti molto simili.

Ecco cosa scrivevo:

“Non c’è unanimità di vedute, ma c’è meno diversità di quanto non sia normale riscontrare. Vuol dire che ci si può fidare? No, al contrario.

I mercati finanziari operano come efficienti macchine di sconto quando riflettono le fisiologiche diversità di opinioni della moltitudine degli investitori.Quando le opinioni cominciano a cristallizzarsi in un consenso sempre più ristretto (come accadde ad esempio tra il 1999 e l’inizio del 2000) è segno che bisogna stare in guardia.

Punti di vista sempre più omogenei sono un segnale di inefficienza, che precede traumatici aggiustamenti (al rialzo come al ribasso). Insomma, quando tutti prevedono le stesse cose – che proprio perché sono previste sono anche già scontate dal mercato – vuol dire che sta per accadere l’inaspettato.”

Ora che ho riassunto il mio post di luglio, è il momento di riepilogare i risultati della verifica che sono andato a fare. Quanto erano fondate le mie critiche?

Il valore del consenso

Sul valore del “consenso”, mi pare che avevo ragione. A posteriori, sappiamo ora che l’estate dello scorso anno è stato un punto di svolta per i mercati azionari. Il “traumatico aggiustamento” che paventavo, stava proprio allora prendendo avvio, al ribasso.

I dissesti del mercato della casa e dei mercati del credito americani (e non solo), che allora la stragrande maggioranza degli investitori tendeva a ignorare o quanto meno a sottovalutare, hanno fatto infine irruzione nella coscienza collettiva, mandando a picco le Borse.

Il valore delle previsioni

Sul valore delle previsioni dei cinque “campioni” del Corriere della Sera, i conti sono presto fatti.

L’indice Mibtel, rispetto a una forchetta di previsioni che andava da +3% a +8%, e a una stima media di +6,2%, ha fatto segnare, nel secondo semestre dello scorso anno, un calo del 10,6%. L’errore, in appena sei mesi, è stato dunque del 16,8%!

Naturalmente, ai nostri esperti sarebbe potuta andare molto peggio, considerato che la flessione dei listini si è accentuata dai primi giorni di quest’anno.

Quanto ai cinque “titoli migliori”, raccomandati per il secondo semestre del 2007, la performance media è stata del -8,0% – un po’ meglio dell’indice Mibtel, dunque.

Ma a fare il confronto con l’indice S&P/Mib, tenuto conto che in quattro casi su cinque le azioni raccomandate erano delle large cap, anche quel risicato vantaggio viene meno.

L’S&P/Mib, nel secondo semestre dello scorso anno, ha messo infatti a segno un -8,1%, un risultato quasi perfettamente in linea con la media dei 5 migliori titoli dei nostri money manager. Insomma, un esito sconsolante, non diverso da quello che si sarebbe potuto ottenere scegliendo i titoli a caso.

Il valore dei rating e delle classifiche

E la classifica dei fondi? Ha retto, almeno quella, alla prova? Niente affatto.

Una volta mutato il clima di mercato, si sono manifestati dei trend interessanti, che sembrano confermare – almeno per ora – quel fenomeno di “regressione verso la media” di cui parlavo nel post di luglio.

Ho ricavato i miei dati dal sito pubblico di Morningstar, che – se non erro – non consente di fare confronti a partire da un giorno scelto a piacere. Si possono però rapidamente verificare le performance a 6 o a 12 mesi. I risultati, nella sostanza, non cambiano.

Vediamo allora cosa è accaduto negli ultimi 12 mesi (il confronto più lusinghiero, dato che incorpora ancora qualche scampolo del bull market, in cui, come spiegavo a luglio, i nostri “campioni”, gonfi di small cap e titoli value, correvano più degli indici): 4 dei 5 fondi hanno sottoperformato l’indice di mercato, 3 su 5 hanno fatto peggio anche dell’indice di categoria (i fondi azionari italiani).

Nel dettaglio:

Oyster Italian Value di Alessandro Pacchiani: -22,7% (peggio della media dei fondi, peggio del mercato);
Capitalia Small Cap Italy di Luca Mori: -19,8% (peggio della media dei fondi, peggio del mercato);
BNL Azioni Italia Pmi di Giordano Beani (in qualità di direttore investimenti, il gestore è Antonio Cavallo): -19,7% (peggio della media dei fondi, peggio del mercato);
Fondersel Pmi di Francesco Agnes: -17,4% (un po’ meglio della media dei fondi, un po’ peggio del mercato);
Azimut Trend Italia di Fausto Artoni: -10,7% (meglio della media dei fondi, meglio del mercato).

La media dei 5 “campioni” dà, negli ultimi 12 mesi, un risultato del -18,1% rispetto al -15,9% del benchmark, l’indice MSCI Italy.

Negli ultimi 6 mesi – tutti racchiusi nel bear market, e dunque nel mutato clima di mercato – la performance relativa peggiora.

Tre fondi – Oyster Italian Value, Capitalia Small Cap Italy e BNL Azioni Italia Pmi – soffrono una vera debacle, cumulando una sottoperformance nei confronti del mercato del 15,5% il primo, dell’8,3% il secondo, e del 5,1% il terzo.

Fondersel Pmi si barcamena, con un -1,6% rispetto al benchmark. Mentre Azimut Trend Italia si conferma al top, con un +1,8% rispetto al MSCI Italy (anche se, in termini assoluti, la performance a 6 mesi resta un pesante -16,5%).

La performance media a 6 mesi, per i 5 fondi, dà un calo del 24,1%, ben 5,7 punti peggio del benchmark!

Stelle cadenti e rating che irretiscono

Se a luglio scorso, i “campioni” di CorrierEconomia erano tutti fondi che Morningstar classificava al top del ranking, con quattro o cinque stelle di merito, oggi la situazione è radicalmente cambiata: Oyster Italian Value e Capitalia Small Cap Italy si vedono assegnate solo due stelle, BNL Azioni Italia Pmi ne ha tre, Fondersel Pmi ne ha quattro, e solo Azimut Trend Italia è rimasto ai vertici, con le sue cinque stelle.

Non so come andranno le cose in futuro. E’ possibile (ma improbabile) che, da veri “campioni”, tutti i nostri 5 fondi si sappiano riscattare.

Ma per ora i dati ci dicono che quanto avevo scritto a luglio, basandomi su studi condotti nell’arco di decenni da grandi analisti come David Dreman o Richard Bernstein, resta confermato. Cambia il ciclo di mercato, mutano i trend, e i “campioni” del recente passato diventano, nella media, i “brocchi” del prossimo futuro.

Certamente, i lettori che lo scorso luglio fossero stati indotti dall’articolo di CorrierEconomia a puntare su quei fondi che il giornale aveva così superficialmente esaltati, avrebbero oggi molte ragioni per recriminare.

In tre casi su cinque la loro scelta d’investimento sarebbe risultata, a oggi, fortemente penalizzante – sia in termini assoluti che in relazione all’indice di riferimento.

Un’eccezione, già lo scorso luglio, io l’avevo fatta, scrivendo che – tra i 5 – l’unico che performava meglio del mercato pur non essendo uno specialista delle small cap (lo stile più in voga negli anni del bull market) era Azimut Trend Italia di Fausto Artoni.

Lo stesso fondo è l’unico, tra i 5, che nel bear market si è dimostrato sinora di nuovo capace di battere gli indici. Non conosco Artoni, non ho analizzato la sua performance di più lungo corso, ma ci sono motivi per pensare che, nel mucchio delle ingiustificate raccomandazioni fatte da CorrierEconomia, la sua meriti invece di essere tenuta in considerazione.

Per il resto, penso di aver dimostrato che – di quell’articolo del Corriere della Sera che avevo preso di mira perchè così tipico e comune nel suo genere e così sbagliato nella sua concezione – era giusto rifiutare tutto o quasi.

Non avevano senso le classifiche, non avevano senso le previsioni. Solo il consenso era meritevole di attenzione: ma come indicatore contrario.

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8 pensieri su “I fondi comuni e i rating che irretiscono

  1. ENTJ in ha detto:

    Grande articolo, complimenti! Purtroppo è molto raro leggere verifiche a posteriori così puntuali e giustamente impietose nei dettagli. Il che contribuisce a creare tra i piccoli risparmiatori la falsa convinzione che là fuori esistano esperti in grado di prevedere realmente il mercato.Da incorniciare a (mia) futura memoria questo suo passaggio:”Punti di vista sempre più omogenei sono un segnale di inefficienza, che precede traumatici aggiustamenti (al rialzo come al ribasso). Insomma, quando tutti prevedono le stesse cose – che proprio perché sono previste sono anche già scontate dal mercato – vuol dire che sta per accadere l’inaspettato.”Assolutamente illuminante.ENTJ

  2. Giuseppe Bertoncello in ha detto:

    Ti ringrazio ENTJ, sei sin troppo generoso.Complimenti a te per la tue strisce su Caos deterministico, che continuo a seguire con piacere. Giuseppe B.

  3. bgfb in ha detto:

    eh eh..grandioso.Sarebbe bello vedere un articolo lunedi’ su corriereconomia…….ma ho paura che non se ne parlera’….

  4. bgfb in ha detto:

    a proposito,lei che lavora per testate straniere,come si vede all’estero il probabile ritorno dello statista di arcore al governo?…….

  5. Financialmarketslab in ha detto:

    Complimenti per l’articolo. Purtroppo il problema da Lei affrontato è un vecchio annoso problema!!!! Quello della corretta informazione nei confronti del risparmiatore ignaro. Ritengo che sono proprio i blog come il suo a dare un contributo significativo alla cultura finanziaria. Io ci sto provando dall’inizio degli anni 90; siccome lavoro da una quindicina di anni nel mondo dei mercati finanziari (ho fatto l’analista finanziario, il trader ed il gestore patrimoniale) ho visto e continuo a vedere troppe nefandezze. Nel mio blog ho affrontato proprio recentemente il problema del processo decisionale all’interno di una sgr con il quale i team di gestione prendono le decisioni.Approfitto invece della Sua gentilezza e disponibilità per farle una domanda tecnica concernente la strutturazione di un blog. Nel mio (financialmarketslab.blogspot.com) non riesco ad evidenziare alla fine di ogni post quella sorta di bustina in cui un qualsiasi lettore puo cliccare per lasciare un commento. I settaggi mi sembra di averli fatti correttamente; probabilmente devo inserire una stringa html da qualche parte. Può aiutarmi?Grazie e ancora complimenti per i post e per la preparazione (non ci sono molti giornalisti finanziari preparati come Lei!!!)

  6. Giuseppe Bertoncello in ha detto:

    Financialmarketslab,la ringrazio per i complimenti e le faccio gli auguri migliori per il suo blog. Sono d’accordo con lei. In Italia i blog, e più in generale l’informazione online indipendente, possono fare molto per diffondere una migliore cultura finanziaria. Purtroppo il ruolo della stampa in Italia (non parliamo della TV, dove gli standard sono più bassi!) è stato condizionato nel tempo da un diffuso e patologico conflitto d’interessi. Continuano a esserci troppi editori i cui interessi prevalenti stanno non nell’industria editoriale, ma altrove – spesso proprio nell’industria finanziaria. Il risultato è che gli interessi delle proprietà (a un’informazione opaca, distorta, di parte o spesso semplicemente povera di qualità) finiscono per prevalere su quelli dei lettori.Quanto alla sua richiesta di assistenza tecnica, non so quale sia il problema. Le consiglierei di verificare su “Impostazioni” > “Commenti”. E da qui controllare che “Mostra commenti” sia cliccato così come (forse) “Mostra commenti in finestra pop up”.Cordiali saluti,Giuseppe B.

  7. Giorgio Licatalosi in ha detto:

    In merito al suddetto articolo “i fondi comuni e i rating che irretiscono”,mi permetto di suggerire che grazie al sito http://www.fondionline.it è possibile effettuare la comparazioni tra comparti di fondi e sicav definendo specificatamente la data o periodo di analisi;
    Nel complimentarmi per la Sua approfondita ed oggettiva conoscenza in materia economica,porgo distinti saluti;
    In fede Giorgio Licatalosi

  8. Alfredo in ha detto:

    Gentile Giuseppe, innanzitutto complimentoni per i contenuti dei suoi blog, sono una boccata d’aria fresca.
    Ho seguito con molta attenzione la “storia” dei blog sui fondi comuni, sin dal primo “Classifiche dei fondi: come evitare le trappole” del luglio 2007. Proprio nel periodo in cui cominciavo a muovermi tra fondi e rating.
    Premesso che condivido al 100% le conclusioni alle quali lei arriva in quest’ultimo blog (pericolosità della cristallizzazione del consenso, poca significatività dei buoni risultati quando si è in mercati bull, ecc..), la mia domanda è: ha ancora un senso investire in fondi comuni? se sì, quale altra alternativa abbiamo se non affidarci ad un giudizio indipendente? Assumiamo come una delle migliori fonti di informazione Morningstar? Benissimo, allora ha ancora senso un investimento in fondi fatto scegliendo fondi a 5 stelle, con un’opportuna diversificazione settorialem, geografica, di stile (value/growth), e magari prendendo informazioni sul singolo gestore? Non condivide anche lei l’impostazione “non potendo prevedere il futuro, quel che possiamo fare è cercare di considerare il recente passato, pensando che sia ragionevole aspettarsi che un buon gestore negli ultimi 3 anni continui a sovraperformare il mercato almeno per i prossimi 6 mesi”?
    Una -forse troppo- generalizzata conclusione a cui si arriva con questo suo blog è che fidarsi dei rating non abbia oramai alcun senso, perchè, inesorabilmente, “i campioni di ieri saranno i brocchi di domani”.
    Mi interesserebbe la sua opinione al riguardo.
    Un cordiale saluto

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